sabato 7 maggio 2016

COME LEGGERE L’ESORTAZIONE APOSTOLICA Amoris Laetitia

Continua il dibattito sull’ Esortazione Apostolica.  Amoris Laetitia non è un’ enciclica e non è un atto di magistero, che insegna dottrine nuove, ma può incidere molto di più, a seconda di cosa il Popolo di Dio si aspetti ed intenda fare . Essa chiede conversione.
Da Marcello Giuliano
Sala Stampa Vaticana. Le Loro Eminenze i Cardinali Lorenzo  Baldisseri e Christoph Schönborn,
alla presentazione dell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, 08.04.2016
In questi due anni, e in questi ultimi mesi, i mezzi di comunicazione, i teologi, i Pastori, si sono più volte pronunciati. Alla fine, molti si aspettavano una parola definitiva del Papa. Ma il Santo Padre, ad oggi, non ha voluto darla. Ciò riveste un significato importante sul quale interrogarci per capire l’intento del Santo Padre, che non intendeva erigere a norma i suoi indirizzi pastorali (AL 300).
Ovviamente, si sono moltiplicate le interpretazioni. A parte poche presentazioni complessive dell’Esortazione, che cercavano di dare una prima informazione globale, -dalla presa d’atto delle situazioni complesse, in cui versa la famiglia nel mondo, al Vangelo della Famiglia, parte preponderante del Documento, che sta molto a cuore del Pontefice- i più si sono fermati sulla questione eucaristia sì, eucaristia no ai separati, divorziati, “risposati”. Tale questione è importante sotto ogni aspetto, sia dottrinale, che salvifico, che esistenziale, ma, soffermando l’attenzione principalmente su di essa, si sta smarrendo da parte di molti, dell’una o dell’altra tendenza, il significato stesso dei due Sinodi –Straordinario e Ordinario- come del Documento stesso.
Mi chiedo: continua il dibattito o continua uno scontro, come più volte hanno scritto i giornali?
Una parte di teologi e Pastori spinge per un’interpretazione sulla linea della discontinuità rispetto al Magistero, nonostante le numerose citazioni dello stesso Papa Francesco, che richiamano al principio e al valore permanente dell’indissolubilità della quale la pastorale deve pur tener conto. Per esempio, Papa Francesco, sempre al n. 300, raccomanda di evitare ogni superficialità:
«Se si tiene conto dell’innumerevole varietà di situazioni concrete,
come quelle che abbiamo sopra menzionato, è comprensibile che non ci si dovesse aspettare dal Sinodo, o da questa Esortazione, una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi. È possibile soltanto un nuovo incoraggiamento ad un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, poiché il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi, le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi.
I presbiteri hanno il compito di accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio. Una sincera riflessione può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio che non viene negata a nessuno. Si tratta di un itinerario di accompagnamento e di discernimento, che  orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio col sacerdote, in forointerno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere. Dato che nella stessa legge non c’è gradualità (cfr Familiaris Consortio, 34), questo discernimento non  potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa. Perché questo avvenga, vanno garantite le necessarie condizioni di umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio e nel desiderio di giungere ad una risposta più perfetta ad essa. Questi atteggiamenti sono fondamentali per evitare il grave rischio di messaggi sbagliati, come l’idea che qualche sacerdote possa concedere rapidamente “eccezioni”, o che esistano persone che possano ottenere privilegi sacramentali in cambio di favori».
Pensiamo all’episodio personale portato, per esempio, dallo stesso Mons. Nunzio Galantino nella trasmissione didomenica 10/04/2016, in TV, nel programma di RaiUno “A sua immagine” (1^ parte del programma clicca qui, e guarda dal minuto 12:30 in poi)[1]:
Sua Ecc. Mons. Nunzio Galantino,
Segretario Conferenza Episcopale Italiana
Una coppia di divorziati risposati si presenta al parroco. Questi fa un discorso e alla fine dice che nella loro condizione non possono fare la comunione. Ma poi si discute, si approfondisce ed ecco il risultato: misurandosi con le parole del parroco, lui matura la decisione di non fare la comunione, lei, invece, fa la comunione tranquillamenteIl parroco è don Nunzio Galantino, oggi vescovo e segretario della Conferenza Episcopale Italiana.   Non mi sento di banalizzare le parole di Sua Eccellenza. Mi soffermo su una Sua affermazione, che cito a memoria:
«Ho precisato a tutti e due cosa insegna la Chiesa. La loro non era la situazione ideale, ma bisognava accompagnarli perché arrivassero alla meta posta dal Vangelo. Lui mi disse: “Non posso fare la comunione, so da dove vengo e so quali responsabilità ho”. La moglie riteneva, invece, dopo aver ascoltato le mie parole, di poter accostarsi alla comunione. Io avevo fatto lo stesso discorso a tutti e due. Lì erano due situazioni diverse. Sta a me, poi, chiedere meglio. Ho approfondito con la Signora, chiedendole se decideva di ricevere la comunione con superficialità o dopo maturata riflessione, se avesse raggiunto una consapevolezza cosciente, maturata».
Sua Eccellenza, alla fine del colloquio, lasciava la decisione alla coscienza della Signora. Sua Eccellenza sottolineava, nell’intervista, la norma come ideale a cui tendere e non una norma da porre in atto sic et simpliciter. Certamente, tendere alla perfezione del Vangelo della Famiglia non è una norma, ma la risposta alla chiamata di Dio, che sempre chiama.

Quando non si può accedere ai sacramenti

È norma vitale, per la salvezza eterna, non ricevere la comunione in determinate circostanze, che non sono solo quelle dei separati/divorziati e cosiddetti “risposati”. Ciò vale per chiunque, in qualunque circostanza si trovi e sappia di non essere nelle dovute disposizioni di grazia, o ,venga avvisato dalla Chiesa, che deve rivedere certe proprie scelte non in sintonia con il messaggio evangelico, al di là di ciò che  egli senta nel proprio cuore.
Questo perché? Perché il cristiano non vive da solo il proprio rapporto con Dio. Egli è cristiano, se battezzato, nella Chiesa ed insieme alla Chiesa. Certamente, il credente in situazione di convivenza, o, nuova unione extramatrimoniale, può ritenere di avere dei buoni motivi, ma finché la sua situazione non sarà meglio esaminata, o non corrisponderà a quanto la Chiesa gli chiede, -non in nome di sé stessa, ma di Cristo e per amore della Verità, che è Cristo-, dovrà astenersi dai sacramenti.
Diverso, e meramente restrittivo, sarebbe chiedere a queste persone di astenersi da ogni atto comunitario. Molti sono i documenti precedenti, che parlano di questo e che con chiarezza invitano i fedeli, ed i fedeli in situazioni difficili, a frequentare regolarmente la Chiesa, ad inserirsi nel suo tessuto e a crescere nel cammino di conversione, sia pure con modi diversi.

Papa Francesco invita tutte le famiglie, anche queste, a vivere la partecipazione alla Chiesa. Papa Francesco vuole che ci coinvolgiamo nella Chiesa. In ciò non v’è alcuna novità, ma insistenza al bene necessario.
Se molti sacerdoti, precedentemente, hanno agito diversamente, o, ammettendo comunque all’eucaristia, o, escludendo i fedeli dalla vita della Chiesa in ogni suo aspetto, in ognuno dei due casi hanno sbagliato e non hanno seguito le indicazioni del Magistero e della Pastorale. Primo: perché la  esplicita disciplina della Chiesa chiaramente non ammettere ai sacramenti senza un cambiamento di atteggiamenti e scelte di vita Secondo: perché, un attento esame e un discernimento, non si esauriscono in un colloquio, ma richiedono un lungo cammino di conversione. Grazie a tale cammino, i coniugi devono imparare ad attendere, a comprendere, a vivere. Come insegna Papa Francesco, non è detto che i coniugi separati (ecc. ) si sentano dire ciò che vorrebbero sentirsi dire. Essi potranno scoprire, invece, cosa sia il Vangelo della famiglia ed, allora, comprendere cosa voglia dire celebrare la comunione ricevendola o, anche, non ricevendola e che significato ciò abbia per la loro salvezza.
Sembra evidente, nelle interpretazioni libertarie -ma, nell’intenzione caritatevoli-, la dimenticanza dell’incidenza nella vita spirituale di costumi quali i rapporti extra e pre-matrimoniali, l’ignoranza di cosa siano la vita di purezza, l’adulterio, la responsabilità verso i figli, il fine della vita per il cristiano, la scoperta, certo sconvolgente, di cosa significhi nella vita la radicale solitudine dell’uomo, solitudine che, spesso comprensibilmente temuta, può indurre a scelte sbagliate.
Il punto non è solo sentirsi accolti, ma accolti nella conversione per la propria salvezza eterna. Se accogliessi un fratello, e non l’avvisassi che ricevere l’eucaristia, ignorandone il significato soprannaturale, lo pone in una condizione oggettiva di peccato, lo indurrei a mangiare la propria condanna (queste parole non sono mie, ma di San Paolo). Naturalmente, il documento invoca la non piena consapevolezza di peccato, che riduce la responsabilità personale, ma, contestualmente, raccomanda la crescita della consapevolezza e ciò complica nuovamente le cose, e giustamente.

“Si fa già, si faceva già da molto tempo”

Sia il Santo Padre, sia Sua Ecc. Mons. Galantino, hanno ricordato, in diversi interventi, che il punto non è ammettere o non ammettere all’eucaristia, ma presentare il Vangelo della Famiglia per la conversione, una conversione accompagnata dalla comunità. Il Santo Padre ha più volte detto che dare l’eucaristia non è la soluzione. Lo stesso Mons. Alberto Carrara, direttore della testata online della Diocesi di Bergamo, nelle parole pubblicate in data 19 aprile 2016, ha paventato un serio pericolo.
Mons. Alberto Carrara
Sì, è vero che Mons. Carrara si è disperso in affermazioni che hanno preceduto anche eventuali pronunciamenti di Sua Ecc.za il Vescovo Mons. Beschi, -parole, che hanno fatto il giro d’Italia “Si fa già, si faceva già da molto tempo”, lasciando pensare quasi ad un fraintendimento del senso dell’Esortazione-,  tuttavia, ha saputo  concludere con una riflessione, che preoccupa tutti i pastori e laici, credo:
«Naturalmente, resta aperto il discorso sul “dopo”. Perché adesso il rischio – rischio che ovviamente esisteva anche prima – è che tutto si riduca all’atto della riammissione. Come ci dovrebbe essere un cammino “prima”, così ci dovrebbe essere un cammino “dopo”. In altre parole, chi si è risposato fa parte di una comunità, adesso in maniera più “piena”, rispetto a prima. Sarebbe deludente che chi ha faticato tanto per essere rimesso “dentro”, si rimettesse poi di nuovo subito “fuori”. Il che significa, dunque, che anche questo rilevante aspetto della vita della Chiesa o è parte della vita di tutta la Chiesa, o rischia di ridursi a essere un altro “servizio” erogato, uno dei tanti, ma che non costruisce la Chiesa e non fa maturare la fede dei credenti».
Naturalmente, in nessuna parte dell’Esortazione si parla propriamente di “riammissione” ai sacramenti, traspaiono espressioni, che potrebbero sembrare evasive al riguardo, poiché il Documento non fornisce nuovi insegnamenti, ma cerca possibili vie , che siano sempre più vicine al bisogno dei fedeli. La libera interpretazione di Mons. Carrara resta di Mons. Carrara. Il testo autorevole dell’Esortazione si esprime in modi molto più complessi.
Se passasse una frettolosa pastorale, poco rispettosa dell’intelligenza delle persone, il rischio sarebbe che, per l’ennesima volta, la Comunità cristiana si sentirebbe a posto, abbandonando ai propri problemi chi è in difficoltà e tradirebbe la propria missione. Questa è la grande questione sulla quale si è ancora troppo poco riflettuto!

Il senso di Amoris Laetitia

Sua Ecc. Mons. Bruno Forte

Secondo Sua Ecc. Mons. Bruno Forte, vescovo di Chieti-Vasto e segretario speciale del sinodo, il senso di Amoris Laetitia è chiaro: “Non giudicare, ma raggiungere tutti con lo sguardo della misericordia, senza rinunciare alla Verità di Dio. E’ facile dire “quella famiglia è fallita”, più difficile aiutarla a non fallire. Nessuno deve sentirsi escluso dalla Chiesa”. Così si è espresso di recenti in un incontro pubblico al Teatro Rossetti di Vasto (Cf Osservatorio Sinodo 2015, pubblicato in La nuova Bussola Quotidiano on line del 4.04.2016). Secondo Sua Ecc. Mons. Bruno Forte, l’Esortazione Apostolica tiene insieme tutto, misericordia e verità, pastorale e dottrina, anche se lo sguardo di fondo è quello per cui “nessuno deve sentirsi escluso.”

E la nota 351? Dalla Conferenza stampa del Santo Padre di ritorno da Lesbo il 16 Aprile 2016. Vediamo meglio.

(Guénard) … non si è capito perché lei ha scritto questa famosa nota nella Amoris laetitia sui problemi dei divorziati e risposati – la nota 351 …
… perché una cosa così importante in una piccola nota? Lei ha previsto delle opposizioni o ha voluto dire che questo punto non è così importante?
(Papa Francesco) Senta, uno degli ultimi Papi, parlando sul Concilio, ha detto che c’erano due Concili: quello Vaticano II, che si faceva nella Basilica San Pietro, e l’altro il “Concilio dei media”. Quando io convocai il primo Sinodo, la grande preoccupazione della maggioranza dei media era: Potranno fare la comunione i divorziati risposati?. E siccome io non sono santo, questo mi ha dato un po’ di fastidio, e anche un po’ di tristezza. Perché io penso: Ma quel mezzo che dice questo, questo, questo, non si accorge che quello non è il problema importante? Non si accorge che la famiglia, in tutto il mondo, è in crisi? E la famiglia è la base della società! Non si accorge che i giovani non vogliono sposarsi? Non si accorge che il calo di natalità in Europa fa piangere? Non si accorge che la mancanza di lavoro e che le possibilità di lavoro fanno sì che il papà e la mamma prendano due lavori e i bambini crescano da soli e non imparino a crescere in dialogo con il papà e la mamma? Questi sono i grandi problemi! Io non ricordo quella nota, ma sicuramente se una cosa del genere è in nota è perché è stata detta nell’Evangelii gaudium. Sicuro! Dev’essere una citazione dell’Evangelii Gaudium. Non ricordo il numero, ma è sicuro.

Cosa dice la nota 351?

In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, « ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore » (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44: AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia « non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli » (ibid., 47: 1039).

Come si può notare, la nota 351 non esplicita chiaramente l’ammissione ai sacramenti se non in certi casi, che, naturalmente, il Santo Padre non specifica, proprio perché non vuole dare una norma.
Quando il Santo Padre nell’intervista si riferiva alla Evangelii Gaudium, dava un riferimento corretto, nonostante in quel momento non ricordasse bene. Ma, anche il testo dell’ Evangelii Gaudium, a ben vedere, nemmeno in quel luogo esplicita l’ammissione al sacramento della riconciliazione e all’eucaristia per le persone in situazione di non conversione.
La formula In certi casi potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti è tutta da discutere ed interpretare alla luce non solo dei sentimenti e dei desideri, ma dell’insegnamento della Chiesa nei diversi casi di responsabilità.
Più volte il Santo Padre ha anche detto che Egli annuncia  l’essenziale e, per il resto, ci sono il Magistero ed il Catechismo (vedi intervista alla Civiltà Cattolica). Ciò comporta che, nel momento in cui il fedele viene informato e accompagnato nella crescita di consapevolezza, e viene educato a riconoscere l’oggettività della verità, comunque non potrà accedere ai sacramente tranne che modifichi la propria oggettiva situazione. Ciò nell’interesse congiunto sia del fedele penitente che della comunità (Chiesa).

Ascoltiamo il grido del Papa.

Nelle parole del Santo Padre, di ritorno da Lesbo, si ode chiaramente un grido accorato, allarmato. Da un lato è deluso dai media, interessati a sapere se determinate persone potranno ricevere i sacramenti (quasi fossero cosa da dare e non da celebrare, con ciò che comporta) dall’altro perché non ci si accorge che … Ma quel mezzo che dice questo, questo, questo, non si accorge che quello non è il problema importante? Non si accorge che la famiglia, in tutto il mondo, è in crisi? E la famiglia è la base della società! Non si accorge che i giovani non vogliono sposarsi? Non si accorge che il calo di natalità in Europa fa piangere? Non si accorge della mancanza di lavoro e che le possibilità di lavoro fanno sì che il papà e la mamma prendano due lavori e i bambini crescano da soli e non imparino a crescere in dialogo con il papà e la mamma? Questi sono i grandi problemi!

La pastorale per separati, divorziati e “risposati”. Chi sceglie la fedeltà al matrimonio.

Da sedici anni opero costantemente in questa pastorale ed ho visto cinque cose importanti:
  1. frequente indifferenza e giudizio esteriore da parte delle comunità;
  2. difficoltà nei sacerdoti a parlare con le persone in tali situazioni, per il timore di metterle a disagio;
  3. chiusura di diverse coppie in crisi.
  4. Ma ho visto anche, là dove nascono gruppi di accompagnamento delle persone in crisi di fede, grande responsabilità degli stessi e vera obbedienza alla Chiesa, benché costi loro sia sentirsi diversi, sia non poter ricevere l’eucaristia.
  5. Così, con questi fratelli, si sono avviati percorsi catechetici, incontri formativi e, soprattutto, di preghiera eucaristica. Molti di loro hanno abbracciato la piena fedeltà al sacramento del matrimonio e, comunque, hanno rispettato sinceramente le indicazioni canoniche della Chiesa perché ad Essa legati nella fede e nell’obbedienza. Posso dire che con loro, da anni, vivo il mio cammino di fede e conversione. Devo anche aggiungere che di queste persone, e di tali confortanti esiti dei loro percorsi, nell’Esortazione si parla al n. 242, citando la Relatio Synodi 2014, 47:
Nello stesso tempo, « le persone divorziate, ma non risposate, che spesso sono testimoni della fedeltà matrimoniale, vanno incoraggiate a trovare nell’Eucaristia il cibo che le sostenga nel loro stato. La comunità locale e i Pastori devono accompagnare queste persone con sollecitudine, soprattutto quando vi sono figli o è grave la loro situazione di povertà». (Relatio Synodi 2014, 47)
Questi i fatti!

Come leggere il documento

Credo che leggere nel giusto modo l’Esortazione richieda da parte di ciascuno la necessità di  essere comunità in ascolto di tutte le situazioni difficili inerenti la famiglia e non solo di alcune. La questione dei sacramenti non è una questione individuale. Premessa ai sacramenti, comunque, per tutti i fedeli, è vivere nella comunità, nella Chiesa.
Mi pare che spesso la mentalità che sembra riscontrarsi nei fedeli in situazioni notoriamente “irregolari” sia la stessa dei cosiddetti “regolari”: faccio come mi sento! Questo, mi spiace, non è essere Chiesa.

Un documento del “terzo tipo”

 Si è anche detto che l’Esortazione, da un punto di vista canonico, è un documento del terzo tipo e che
Mons. Antonio Livi

«…diversi sono i doveri di coscienza di un cattolico, nel senso che: 1) gli insegnamenti del Papa, quando egli intende confermare o sviluppare le verità della fede cattolica, vanno accolti da tutti in fedeli con ossequio esteriore ed interiore della mente e del cuore; analogamente, 2) gli ordini e disposizioni disciplinari del Papa vanno rispettati ed eseguiti prontamente da tutti coloro ai quali gli ordini sono rivolti, per quanto a ciascuno compete direttamente; al contrario, 3) quelli che sono meri orientamenti per la pastorale vanno accolti da tutti gli interessati, a cominciare dai vescovi, come criteri da tener presenti nell’esercizio del loro ufficio pastorale di governo e di catechesi; in quanto criteri, essi entrano a far parte di tutta una serie di principi di ordine dogmatico, morale e disciplinare, che già sono ordinariamente presenti alla coscienza dei Pastori al momento di prendere responsabilmente una decisione su situazioni generali della loro diocesi o su qualche caso concreto.
Ora, l’Esortazione apostolica post-sinodale, sia per il tipo di documento, che per gli argomenti che in esso vengo affrontati, è indubbiamente un atto pontificio del terzo tipo tra quelli che ho prima elencato. In effetti, come genere di documento pontificio, questa Esortazione non è e non vuole essere un atto di magistero con il quale si insegnano dottrine nuove, fornendo ai fedeli nuove interpretazioni autorevoli del dogma.
Si tratta invece di una serie di indirizzi pastorali, rivolto principalmente ai vescovi e ai loro collaboratori nel clero e nel laicato, affinché la dottrina sull’amore umano e sul matrimonio – che viene esplicitamente confermata in ogni suo punto – sia meglio applicata ai singoli casi concreti con prudenza, con carità e con desiderio di evitare divisioni all’interno della comunità ecclesiale. Queste sono le intenzioni del Papa, quali risultano dal tipo di documento … Naturalmente, come ogni fedele cristiano, un sacerdote ha il dovere di accogliere senza riserve queste indicazioni pastorali, ben disposto a tenerne conto quando si presenti l’occasione di aiutare i fedeli in difficoltà ad accostarsi ben preparati al sacramento della Penitenza o di consigliare convenientemente quelli che dovessero trovarsi nelle condizioni di “divorziati risposati”.  Ma ha anche il dovere di interpretare tali indicazioni alla luce del dogma, della morale e del diritto canonico vigente, visto che il documento papale non può e non intende abrogare tutto ciò che la Chiesa ha già stabilito in materia. E quando l’interpretazione si presenta difficile, per la complessità … di molte pagine del documento papale, il sacerdote ha il dovere di rifarsi alla regola d’oro dell’ermeneutica teologica: «In necessariis, unitas; in dubiis, libertas; in omnibus, caritas»[2].
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[1] Divorziati risposati, la “ricetta” Galantino di Riccardo Cascioli, in La Nuova Bussola Quotidiana del 15-04-2016.

[2] Tante affermazioni che vanno chiarite, di Antonio Livi, in La Nuova Bussola Quotidiana del 13-04-2016.