
Messaggio del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso in occasione della festività buddista di Vesakh/Hanamatsuri 2016
Sala stampa della Santa Sede
[Text: Italiano, English, Français]
Il Vesakh è la festività più importante per i Buddisti: in essa si commemorano i principali avvenimenti della vita di Buddha. La festa del Vesakh/Hanamatsuri 2016, nei vari paesi di cultura buddista, è celebrata in date diverse, secondo le differenti tradizioni. Quest’anno la festa viene celebrata in alcuni Paesi il 14 maggio, mentre in altri tra il 20 e il 21 maggio.Per tale circostanza, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha fatto pervenire ai Buddisti il seguente messaggio: (...)
*
Il dialogo tra le religioni alla base di una prospettiva di pace. Via maestra
(Pietro Parolin) Il dialogo interreligioso sta diventando sempre più una delle vie maestre per realizzare e garantire la libertà religiosa per tutti gli uomini e assicurare una vera, stabile, prospettiva di coesione sociale e pace.
Come già in passato, anche oggi verifichiamo, quasi in una cartina di tornasole al contrario, che quando al dialogo tra le religioni si sostituiscono le diffidenze, le ostilità e poi i conflitti, questi — soprattutto in un’epoca nella quale le popolazioni e le epoche storiche si mischiano come mai era accaduto prima — finiscono col mettere in pericolo i rapporti tra i popoli e contribuire ad alimentare la violenza da parte di individui, gruppi ed etnie.
Ma abbiamo, proprio in Europa, l’esempio opposto, perché, quando prevale la volontà di dialogo tra le religioni, essa può portare un eccezionale contributo ad appianare i contrasti, operare per finalità pacifiche, realizzare una pace stabile tra gli Stati e tra i popoli, anche laddove si aveva una storia di guerre e di conflitti.
Ho citato l’Europa perché — a volte questo dato storico viene un po’ dimenticato — il lungo periodo di pace che è seguito al secondo conflitto mondiale e alla caduta dei totalitarismi è stato certamente il frutto dell’azione di grandi movimenti democratici, di eminenti personalità, come Schuman, De Gasperi, Adenauer, e di scelte politiche decisive verso una progressiva unità del Continente. Ma è stato anche frutto di un altro movimento, per il quale le religioni e, in particolare, le Chiese in Europa sono tornate a parlarsi, hanno fatto un cammino critico di alcune scelte del proprio passato, hanno aperto strade di dialogo prima impensabili, hanno messo in comune quel patrimonio di valori spirituali che è loro proprio per favorire la pace dovunque e comunque. Ed è stato san Giovanni Paolo II, proprio quando l’Europa soffriva ancora l’innaturale divisione tra Est e Ovest, a invocare un’Europa unita, che si riconoscesse nelle comuni basi spirituali, culturali, giuridiche, che l’avevano costruita e le avevano dato quel respiro universale da tutti riconosciuto. Nell’enciclica Slavorum Apostoli del 2 giugno 1985, egli ricordava la grande memoria dei santi Cirillo e Metodio e della loro opera unificatrice, realizzata in sintonia con quella di san Benedetto e dei padri spirituali che diffusero il cristianesimo nel nostro continente, e formulava «la ferma speranza di un graduale superamento in Europa e nel mondo di tutto ciò che divide le Chiese, le Nazioni, i popoli». Anche per queste ragioni, quando i muri sono caduti in Europa, le Chiese sono state molto attive nell’incontrarsi, nel parlarsi, nell’agire per ricostruire in tanti Paesi quel tessuto sociale e di libertà, impregnandolo di valori e sani principi, che s’era perso nelle esperienze totalitarie. Un impegno che, è stato ricordato, ha favorito nuovi e positivi rapporti tra Stato e Chiesa in tutto il continente, nel rispetto della libertà religiosa e della laicità delle istituzioni pubbliche. (...)
Si pone dunque il problema di collocare il dialogo interreligioso, oltre che nella sua sede originaria prettamente religiosa e teologica, nel più vasto orizzonte di una cooperazione internazionale che richiede l’intervento e l’impegno dei leader religiosi: «In una società democratica e pluralistica, la cooperazione tra i leader religiosi e le loro comunità diviene un importante servizio al bene comune» (Francesco, Saluto all’incontro ecumenico e interreligioso, 26 novembre 2015).
Partiamo da questa importante esortazione del Papa: il dialogo interreligioso non è un lusso, al contrario è qualcosa di necessario ed essenziale, al servizio del bene comune. Ciò vuol dire che deve diventare una realtà ordinaria, quotidiana, nel rapporto tra religioni e tra confessioni. E deve strutturarsi in modo tale da costituire un tessuto connettivo della vita religiosa e sociale di un Paese, e di un’area geopolitica. Possiamo pensare, dobbiamo sperare, che ogni qualvolta si prospettino momenti critici, o di vera emergenza, si attivino i leader religiosi con funzioni dirette di pacificazione, di aiuto e di supplenza anche a quella diplomazia che riguarda più direttamente gli Stati, quasi un punto di riferimento per chiunque voglia dialogare e per la popolazione intera quando si tratti di affrontare i problemi più acuti legati ai conflitti sociali, politici, militari.
Voglio ricordare, proprio per rafforzare la spinta al dialogo, quanto disse san Giovanni Paolo II il 9 novembre 2001, rivolgendosi al Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso: il «riferimento alla Kenosis del Figlio di Dio serve a ricordarci che il dialogo non è sempre facile né privo di sofferenza. Le incomprensioni sorgono, il pregiudizio può esistere anche nel comune accordo e la mano tesa in segno di amicizia può venir rifiutata». Ma non dobbiamo perderci d’animo, perché, proseguì san Giovanni Paolo II, «allo stesso tempo, il contatto con i seguaci di altre religioni è spesso fonte di grande gioia e di incoraggiamento. Ci porta a scoprire in che modo Dio è all’opera nella mente e nel cuore delle persone, come pure nei loro riti e costumi». E concluse: «Ciò che Dio ha seminato in questo modo, può essere purificato e perfezionato mediante il dialogo».
Un compito nuovo, quindi, si prospetta per il dialogo interreligioso, quello di spingere i leader religiosi e le loro comunità a essere, e ad agire, come strumenti di pace e di pacificazione, anche verso i propri governi. Qui, noi siamo in mare aperto, perché dobbiamo collegare il concetto di dialogo interreligioso al concetto di pace che non è più riducibile oggi alla dimensione della sicurezza internazionale e ai suoi obblighi. Esso richiede un impegno più ampio e articolato. In primo luogo di prevenire le cause che possono scatenare un conflitto bellico, e rimuovere premesse e situazioni che possono portare a nuove guerre appena terminate. Sappiamo che oggi si fanno le guerre senza nemmeno dichiararle, che queste guerre si protraggono spesso per lunghi periodi, anche anni, fuori di quelle regole che per quanto minime costituiscono pur sempre piccole garanzie per i belligeranti e soprattutto per le popolazioni civili.
Inoltre, durante e dopo i conflitti, occorre fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità per la riconciliazione tra le parti, Stati, gruppi armati, altre categorie di combattenti. Ecco, allora, che per le Chiese e le altre religioni si aprono tante, tante, possibilità per agire come soggetti di pace che attraversino le linee “avversarie”, che facciano dialogare i contendenti, plachino le passioni più aspre, attivino — questo è un punto decisivo — canali e personalità capaci di offrire soluzioni alternative a quelle, già in atto o imminenti, di natura bellica.
Si può fare tutto questo se le Chiese e le altre religioni nel frattempo non abbiano già dialogato tra loro, non abbiano agito da “operatori di pace”, non abbiano fatto del dialogo interreligioso un modo d’essere costante dei loro rapporti? Questa domanda ci impegna ancor di più nel comprendere il rapporto che può crearsi tra dialogo interreligioso e prospettiva di pace. Un rapporto stretto, che si sviluppi ovunque, e sia capace di cogliere e alimentare quella disponibilità al dialogo che spesso esiste nelle persone, e nelle comunità religiose, più di quanto noi possiamo immaginare. Infatti, i leader religiosi hanno il dovere morale di impegnarsi ogni qualvolta si intravede o esplode un conflitto che poggia su cause, o motivazioni, anche solo parzialmente religiose, perché già in quel momento il dialogo interreligioso dovrebbe agire da strumento potente per ridurre le distanze e per avvicinare le parti in causa, per offrire quella linea di mediazione anche con i governanti che porti a qualche risultato, magari provvisorio, di pacificazione.
Non mancano gli esempi, in questa direzione, di interventi della Santa Sede che hanno favorito soluzioni per questioni che da tempo dividevano alcuni Stati, o di organizzazioni religiose che si sono prodigate, ad esempio in Africa, per far giungere a risultati positivi negoziati che non riuscivano a trovare sbocchi.
Ma anche dopo aver ottenuto una pace — spesso fragile, esposta a rischi di nuove esplosioni di violenza — si pone sempre un altro urgente problema, quello di renderla stabile attraverso un sistema normativo e sociale di riconoscimento dei diritti umani fondamentali, a cominciare dalla libertà religiosa. Pensiamo ai conflitti oggi esistenti in Medio Oriente, o all’esplosione di un fondamentalismo violento in alcuni territori dell’Africa, che tanti danni e tanto male stanno recando alle popolazioni, fino al rischio di far scomparire intere comunità di credenti (cristiani, e non solo) da terre nelle quali sono nate e dove sta il loro insediamento storico. Oggi occorre risolvere questi conflitti. Confidiamo che le speranze accese dal negoziato di Ginevra per la Siria porti un importante contributo in questa direzione. Ma dobbiamo pensare al dopo, perché, in territori colpiti da una violenza spesso senza confini, restano sofferenze, rancori, perfino desideri di vendetta. E su tutto questo il dialogo interreligioso può svolgere un ruolo decisivo, come strumento di pace e di pacificazione, capace di favorire un clima di nuova convivenza tra le popolazioni, e una prospettiva di crescita civile attraverso il rispetto dei più elementari diritti della persona.
Questo impegno dei leader religiosi e delle loro comunità deve andare di pari passo con la rivitalizzazione delle istituzioni internazionali che svolgono un ruolo centrale nel mantenere una prospettiva di pace tra i popoli e tra gli Stati, e nel promuovere le condizioni che scoraggiano, o impediscono, il ricorso alla guerra e alla logica del conflitto. In questi ultimi anni abbiamo sentito un po’ la mancanza d’iniziative internazionali forti di fronte a conflitti locali, o regionali, che sono stati, e sono, tanto crudeli, e dobbiamo lavorare molto perché l’Onu torni a svolgere appieno quella sua funzione di deterrenza nei confronti delle tentazioni di guerra, e quella funzione di intervento umanitario verso popolazioni inermi che sono non di rado abbandonate a se stesse, o abbandonate ai cosiddetti “signori della guerra”, che proliferano qua e là nel mondo quasi vantando una sorta di impunità nei confronti della Comunità internazionale.
In questa grande opera di prevenzione della guerra, e di salvaguardia della pace, non posso non evocare i terreni che più contribuiscono a rafforzare la prospettiva di pace che vogliamo costruire. Mi riferisco al riconoscimento delle aspettative dei popoli perché si riesca a «incidere sulle cause strutturali della povertà e della fame, a conseguire ulteriori risultati sostanziali a favore della preservazione dell’ambiente, a garantire un lavoro decente per tutti e a dare una protezione adeguata alla famiglia. Si tratta, in particolare, di sfidare tutte le forme di ingiustizia, opponendosi alla “economia dell’esclusione”, alla “cultura dello scarto” e alla “cultura della morte”». (Francesco, Discorso ai membri del Consiglio dei capi esecutivi per il coordinamento delle Nazioni Unite, 9 maggio 2014, Sala del Concistoro).
E mi riferisco a quel vasto orizzonte che chiama in causa il diritto-dovere a fornire alle nuove generazioni una educazione che risponda ai grandi ideali ai quali deve guardare l’umanità oggi. L’emergenza educativa, che la Chiesa cattolica da tempo evoca, chiede che si costruisca un modello formativo già richiamato dal concilio Vaticano II, perché esso è parte essenziale di quel «diritto inalienabile ad una educazione, che risponda alla loro vocazione propria e sia conforme al loro temperamento, alla differenza di sesso, alla cultura e alle tradizioni del loro paese, ed insieme aperta ad una fraterna convivenza con gli altri popoli, al fine di garantire la vera unità e la vera pace sulla terra» (Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis, 28 ottobre 1965, n. 1).
Costruire una prospettiva di pace implica quindi l’assunzione di tutti questi impegni, l’impegno al dialogo anche interreligioso, a realizzare condizioni di progresso e garanzie di indipendenza e di progresso economico per i popoli, a diffondere una pedagogia che educhi ai valori della pace e del rispetto della persona umana, senza distinzioni di razza, sesso, etnia o religione. Nell’affrontare con coraggio queste sfide teniamo presente ciò che più volte san Giovanni Paolo II ha predicato in tutto il mondo perché «mai più si ricorra alla guerra», e il ruolo che in questo cammino ha riconosciuto al dialogo interreligioso: «Vincere le tante incomprensioni che separano e oppongono gli uomini tra loro: ecco il compito urgente a cui sono chiamate tutte le religioni! La riconciliazione sincera e duratura è la via da perseguire per dare vita ad una pace autentica, fondata sul rispetto e sulla reciproca comprensione». (Giovanni Paolo II, Messaggio al Presidente del Pontificio Consiglio “Giustizia e Pace” in occasione dell’incontro internazionale di preghiera “uomini e religioni” promosso dalla Comunità di S. Egidio, 1° ottobre 1997).
Vorrei concludere ricordando che, con l’evoluzione dello scenario internazionale degli ultimi anni, il rapporto tra dialogo interreligioso e prospettiva di pace è praticamente ineludibile, e s’è fatto così stretto che non possiamo neanche immaginare separate le due realtà; quella delle religioni che s’incontrano, si parlano, si conoscono, si pongono ciascuna come costruttore di pace ovunque si trovi a operare, e quella della pace che ha bisogno più che in passato che le Chiese e le altre religioni agiscano per prevenire, ed eliminare, tutto ciò che può portare alle divisioni e ai conflitti.
Al Senato italiano
Il 5 maggio presso il Senato della Repubblica italiana si è tenuto un convegno sul tema «Libertà religiosa, diritti umani, globalizzazione». Il cardinale segretario di Stato è intervenuto sul tema «Il dialogo interreligioso come base di una prospettiva di pace». Dopo avere sottolineato la necessità di procedere in questo senso, il porporato ha ricostruito «il lungo cammino» che la Chiesa cattolica ha compiuto in questo ambito, ricordando che Paolo VI aprì la strada al dialogo interreligioso con la lettera enciclica Ecclesiam suam del 16 agosto 1964, e che poi nella Dichiarazione Nostra aetate del concilio Vaticano II, pubblicata il 28 ottobre 1965, è stato sottolineato che la Chiesa «apprezza in tutte le religioni quella porzione di verità e di luce che ciascuna di esse comprende e professa». Fu in seguito la Pastor Bonus, del 28 giugno 1988, a creare il Consiglio per il dialogo interreligioso, «che costituisce come l’architrave e il centro propulsore del dialogo e delle iniziative che lo promuovono». Il segretario di Stato ha inoltre ricordato alcuni momenti decisivi, «che hanno cambiato i rapporti tra le Chiese cristiane e tra le religioni, e che continuano a produrre eventi sempre nuovi e decisivi». Tra gli esempi citati «il recente incontro di Papa Francesco con il Patriarca ortodosso russo Kirill a Cuba, che ha acceso tante speranze ed entusiasmo in Europa, nel vicino Oriente, tra i cristiani di tutto il mondo». Altri eventi molto significativi, ha aggiunto, «sono stati l’incontro di Paolo VI con il Patriarca ecumenico Atenagora I il 5 gennaio 1964 (a Gerusalemme), di san Giovanni Paolo II con il Patriarca ecumenico Bartolomeo I il 29 giugno 1995 (a Roma, e successivamente nel 2002 e 2004), e poi di Benedetto XVI il 29 novembre 2006 con lo stesso Bartolomeo (a Istanbul)». Pubblichiamo uno stralcio del discorso, che proponiamo per intero sul sito internet del quotidiano.
L'Osservatore Romano
Il 5 maggio presso il Senato della Repubblica italiana si è tenuto un convegno sul tema «Libertà religiosa, diritti umani, globalizzazione». Il cardinale segretario di Stato è intervenuto sul tema «Il dialogo interreligioso come base di una prospettiva di pace». Dopo avere sottolineato la necessità di procedere in questo senso, il porporato ha ricostruito «il lungo cammino» che la Chiesa cattolica ha compiuto in questo ambito, ricordando che Paolo VI aprì la strada al dialogo interreligioso con la lettera enciclica Ecclesiam suam del 16 agosto 1964, e che poi nella Dichiarazione Nostra aetate del concilio Vaticano II, pubblicata il 28 ottobre 1965, è stato sottolineato che la Chiesa «apprezza in tutte le religioni quella porzione di verità e di luce che ciascuna di esse comprende e professa». Fu in seguito la Pastor Bonus, del 28 giugno 1988, a creare il Consiglio per il dialogo interreligioso, «che costituisce come l’architrave e il centro propulsore del dialogo e delle iniziative che lo promuovono». Il segretario di Stato ha inoltre ricordato alcuni momenti decisivi, «che hanno cambiato i rapporti tra le Chiese cristiane e tra le religioni, e che continuano a produrre eventi sempre nuovi e decisivi». Tra gli esempi citati «il recente incontro di Papa Francesco con il Patriarca ortodosso russo Kirill a Cuba, che ha acceso tante speranze ed entusiasmo in Europa, nel vicino Oriente, tra i cristiani di tutto il mondo». Altri eventi molto significativi, ha aggiunto, «sono stati l’incontro di Paolo VI con il Patriarca ecumenico Atenagora I il 5 gennaio 1964 (a Gerusalemme), di san Giovanni Paolo II con il Patriarca ecumenico Bartolomeo I il 29 giugno 1995 (a Roma, e successivamente nel 2002 e 2004), e poi di Benedetto XVI il 29 novembre 2006 con lo stesso Bartolomeo (a Istanbul)». Pubblichiamo uno stralcio del discorso, che proponiamo per intero sul sito internet del quotidiano.
L'Osservatore Romano