
Il numero 238 della collana “Il pellicano rosso” raccoglie cinque brevi testi di Karl Barth (1886-1968), teologo protestante, in assoluto tra i maggiori del Novecento (Ultime testimonianze, a cura di Andrea Aguti, Brescia, Morcelliana, 2015, pagine 83, euro 10). Del prezioso piccolo libro pubblichiamo in questa pagina la parte conclusiva dell’ultimo scritto di Barth e brani della postfazione scritta dall’allievo e biografo del grande teologo per l’edizione originale, uscita nel 1969. Lo stesso Busch ha introdotto Karl Barth e il Concilio Vaticano II. «Ad limina apostolorum» e altri scritti, curato da Fulvio Ferrario e Marco Vergottini (Torino, Claudiana, 2012, pagine 156, euro 15) che raccoglie scritti di Barth sul concilio. (G.M.V.)
(Eberhard Busch) Gli scritti e le interviste di Karl Barth, qui raccolti, sono semplicemente contributi minori, con cui egli nelle forze e nelle possibilità a lui concesse nei giorni della sua vecchiaia, volle ancora (come diceva volentieri) partecipare «un pochino» all’attualità teologica. Ciò che li lega tra loro è appunto il fatto che essi sono effettivamente le sue ultime espressioni destinate alla pubblicazione. Essi sono nati tutti dopo la grave crisi della sua salute nell’agosto del 1968 e del resto anche dopo che egli aveva avuto chiara coscienza di non poter proseguire in inverno i suoi colloqui condotti nei precedenti quattro semestri all’università di Basilea. Sono nati tutti nel fiore di un bell’autunno, che fu concesso ancora una volta alla sua vita nelle ultime settimane dopo quella malattia. La prima delle espressioni offerte qui è la sua risposta concisa all’interrogativo postogli da una rivista francese di una “testimonianza” su chi o che cosa fosse per lui Gesù Cristo. Il lavoro pubblicato per ultimo è in senso assoluto la sua ultima opera. Si riallaccia a una richiesta del professore cattolico Johannes Feiner (mutatis mutandis paragonabile all’uomo misterioso che recapitò a Mozart la commissione per il suo Requiem): che egli volesse, in occasione della Settimana di preghiera ecumenica, tenere una conferenza nella Paulusakademie di Zurigo davanti a un pubblico di uditori cattolici e riformati. Fino alla sera del 9 dicembre egli si applicò con zelo e lietamente alla stesura di questa conferenza del resto di tratto in tratto interrotta dalla lettura dei libri di Gertrud Lendorff, che hanno come sfondo colorito l’antica Basilea. Egli sospese lo scrivere a metà di una frase con l’intenzione di mettere completamente nero su bianco la conferenza, pronta per metà, nel giorno seguente. Ma non poté più vivere l’esperienza del mattino successivo. Morì nella notte immerso nel sonno, improvvisamente, in tutta serenità... Anche in questo caso è evidente pur sempre che “non esiste il caso”. No, non è un accidente che alla fine della vita di Karl Barth sia sonata manifestamente con tanta forza, con tanta centralità e potenza dominatrice la professione di fede in Gesù Cristo! Non è un caso fortuito che nelle sue ultime dichiarazioni, la partecipazione al dialogo ecumenico occupi uno spazio tanto ampio! Non è un accidente che il suo ultimo lavoro sia stato proprio quello di invitare i cristiani “positivi” [“ortodossi” in rapporto alla tradizione] e quelli “liberali” dalla parte evangelica e da quella cattolica al movimento uno e necessario del mettersi in cammino, convertirsi e professare la fede! Anzi, non è un caso che la penna gli sia stata tolta di mano alla fine esattamente nel punto in cui egli ricordava, nella fiducia nel «Dio non dei morti, ma dei viventi», il debito di ascoltare anche i Padri della Chiesa nostri antecessori nella fede. Di fatto può, è consentito e certo dunque avverrà che le sue “testimonianze”, accidentalmente “ultime”, ci parlino post eventum mortis in modo particolare come un retaggio estremo. Di fatto già ci è lecito accogliere come un lascito importante che merita riflessione, la circostanza che egli, anche nei limiti sempre più avvertibili della sua caducità, anzi letteralmente fino all’estremo, con tanta semplicità sia rimasto nel suo impegno e abbia continuato a lavorare. Ed effettivamente noi dovremo prendere più che mai conoscenza come suo prezioso testamento indicante la via, del suo aver parlato fino all’ultimo, come fece e gli fu possibile: con tanta letizia e divertimento, ma anche tanto liberamente e oggettivamente, con tanta concretezza e responsabilità e anche in tono così stimolante e incoraggiante. Se abbiamo ascoltato di che cosa egli parlava nelle sue ultime testimonianze, allora possiamo soltanto rammaricarci di una morte imprevista, rapida e pur sempre di gran lunga troppo precoce; poi ora non è consentito far memoria di lui se non nella gratitudine confortata: Lux aeterna luceat ei perpetua. Se abbiamo realmente ascoltato ciò di cui parlava e il modo in cui lo faceva nelle sue “ultime testimonianze”, allora si sentirà come proibito qualsiasi “ornamento” da apporre alla tomba del Profeta (cfr. Matteo, 23, 29). Allora ci si sentirà ormai invitati e stimolati solo a essere coraggiosi e umili, nella supplica e nella fiducia al tempo stesso a «mettersi in cammino, convertirsi e professare la fede». E certamente nel farlo diverrà opportuno e non vano, guardando al «Dio dei viventi», ascoltare ora anche questo Padre della Chiesa e quindi lasciarci doverosamente istruire pure da lui sul motivo, sulla meta e sul senso del nostro nuovo necessario metterci in cammino, convertirci e professare la fede.
(Eberhard Busch) Gli scritti e le interviste di Karl Barth, qui raccolti, sono semplicemente contributi minori, con cui egli nelle forze e nelle possibilità a lui concesse nei giorni della sua vecchiaia, volle ancora (come diceva volentieri) partecipare «un pochino» all’attualità teologica. Ciò che li lega tra loro è appunto il fatto che essi sono effettivamente le sue ultime espressioni destinate alla pubblicazione. Essi sono nati tutti dopo la grave crisi della sua salute nell’agosto del 1968 e del resto anche dopo che egli aveva avuto chiara coscienza di non poter proseguire in inverno i suoi colloqui condotti nei precedenti quattro semestri all’università di Basilea. Sono nati tutti nel fiore di un bell’autunno, che fu concesso ancora una volta alla sua vita nelle ultime settimane dopo quella malattia. La prima delle espressioni offerte qui è la sua risposta concisa all’interrogativo postogli da una rivista francese di una “testimonianza” su chi o che cosa fosse per lui Gesù Cristo. Il lavoro pubblicato per ultimo è in senso assoluto la sua ultima opera. Si riallaccia a una richiesta del professore cattolico Johannes Feiner (mutatis mutandis paragonabile all’uomo misterioso che recapitò a Mozart la commissione per il suo Requiem): che egli volesse, in occasione della Settimana di preghiera ecumenica, tenere una conferenza nella Paulusakademie di Zurigo davanti a un pubblico di uditori cattolici e riformati. Fino alla sera del 9 dicembre egli si applicò con zelo e lietamente alla stesura di questa conferenza del resto di tratto in tratto interrotta dalla lettura dei libri di Gertrud Lendorff, che hanno come sfondo colorito l’antica Basilea. Egli sospese lo scrivere a metà di una frase con l’intenzione di mettere completamente nero su bianco la conferenza, pronta per metà, nel giorno seguente. Ma non poté più vivere l’esperienza del mattino successivo. Morì nella notte immerso nel sonno, improvvisamente, in tutta serenità... Anche in questo caso è evidente pur sempre che “non esiste il caso”. No, non è un accidente che alla fine della vita di Karl Barth sia sonata manifestamente con tanta forza, con tanta centralità e potenza dominatrice la professione di fede in Gesù Cristo! Non è un caso fortuito che nelle sue ultime dichiarazioni, la partecipazione al dialogo ecumenico occupi uno spazio tanto ampio! Non è un accidente che il suo ultimo lavoro sia stato proprio quello di invitare i cristiani “positivi” [“ortodossi” in rapporto alla tradizione] e quelli “liberali” dalla parte evangelica e da quella cattolica al movimento uno e necessario del mettersi in cammino, convertirsi e professare la fede! Anzi, non è un caso che la penna gli sia stata tolta di mano alla fine esattamente nel punto in cui egli ricordava, nella fiducia nel «Dio non dei morti, ma dei viventi», il debito di ascoltare anche i Padri della Chiesa nostri antecessori nella fede. Di fatto può, è consentito e certo dunque avverrà che le sue “testimonianze”, accidentalmente “ultime”, ci parlino post eventum mortis in modo particolare come un retaggio estremo. Di fatto già ci è lecito accogliere come un lascito importante che merita riflessione, la circostanza che egli, anche nei limiti sempre più avvertibili della sua caducità, anzi letteralmente fino all’estremo, con tanta semplicità sia rimasto nel suo impegno e abbia continuato a lavorare. Ed effettivamente noi dovremo prendere più che mai conoscenza come suo prezioso testamento indicante la via, del suo aver parlato fino all’ultimo, come fece e gli fu possibile: con tanta letizia e divertimento, ma anche tanto liberamente e oggettivamente, con tanta concretezza e responsabilità e anche in tono così stimolante e incoraggiante. Se abbiamo ascoltato di che cosa egli parlava nelle sue ultime testimonianze, allora possiamo soltanto rammaricarci di una morte imprevista, rapida e pur sempre di gran lunga troppo precoce; poi ora non è consentito far memoria di lui se non nella gratitudine confortata: Lux aeterna luceat ei perpetua. Se abbiamo realmente ascoltato ciò di cui parlava e il modo in cui lo faceva nelle sue “ultime testimonianze”, allora si sentirà come proibito qualsiasi “ornamento” da apporre alla tomba del Profeta (cfr. Matteo, 23, 29). Allora ci si sentirà ormai invitati e stimolati solo a essere coraggiosi e umili, nella supplica e nella fiducia al tempo stesso a «mettersi in cammino, convertirsi e professare la fede». E certamente nel farlo diverrà opportuno e non vano, guardando al «Dio dei viventi», ascoltare ora anche questo Padre della Chiesa e quindi lasciarci doverosamente istruire pure da lui sul motivo, sulla meta e sul senso del nostro nuovo necessario metterci in cammino, convertirci e professare la fede.
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Nella sera del 9 dicembre 1968. Parole ultime
(Karl Barth) Convertirsi significa nella Chiesa come altrove il volgersi indietro nella direzione da cui si è appena venuti per poi partire avanzando, incontro al nuovo, alla mèta. Nel convertirsi, si va verso ciò che è avvenuto già all’inizio: perché solo in direzione di questa realtà, la più antica, la partenza verso il nuovo, il futuro, può essere quella giusta. Una della note fondamentali che attraversano l’Antico Testamento suona perciò inequivocabilmente: «Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te (...) se un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu (...) o se ha mai tentato un Dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra (...) come fece per voi il Signore vostro Dio, in Egitto sotto i tuoi occhi!» (Deuteronomio, 4, 32-34).
Oppure: «Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi dei sentieri del passato, dove sta la strada della salvezza; percorretela, così troverete pace per la vostra vita» (Geremia, 6, 16).
Ma come si atteggia tale movimento comune a ritroso della Chiesa quando esso è una conversione giusta, genuina, è cosa che vuole essere ponderata accuratamente.
Esso ha costantemente la realtà antica, verso cui si converte, esattamente come quella nuova, diretto alla quale si accinge a partire. Per il fatto che è anche quella nuova, ben si distinguerà da qualcosa di vecchio che, per partire, lascia alle sue spalle. Sarà (ciò vale per noi cristiani evangelici) non, poniamo, identico alla teologia e alla devozione liberali del XIX secolo, da cui noi proveniamo, e nemmeno (il che vale per noi già dall’anno 1517) con la Riforma del XVI secolo e le sue derivazioni nel XVII e nel XVIII. E non potrà essere (questo vale per voi, cari petrini, confratelli cristiani) identico, per esempio, al modo del Concilio di Trento o del Vaticano I, o a ciò che presso di voi si chiamava 150 anni fa, con una locuzione un pochino romantica, la filosofia e la teologia dell’epoca premoderna (Vorzeit): vale a dire della Scolastica medievale, dei Padri della Chiesa e comunque dei primi secoli cristiani. «Ascoltiamo un po’ del tempo antico...» è una bella canzone, ma non è un canto ecclesiale non lo è da noi e neppure da voi. Piuttosto, qui come là, l’antico, cui la Chiesa ritorna, coinvolta in una conversione giusta e genuina, conta unicamente nella misura in cui, con esso e sotto esso, da entrambe le parti, si fa evento ciò che al tempo stesso è il nuovo, al quale essa è diretta fin dall’inizio. Ciò vale — nota bene — anche per il cosiddetto cristianesimo primitivo, il cui profilo a noi diviene visibile nel Nuovo Testamento come già molto vecchio, antico. La Chiesa non ritorna al cristianesimo primitivo, ma alla realtà nuova, che per altro è attestata in primo luogo, in modo diretto e normativo per tutto il tempo successivo, nei suoi documenti originari. Paolo non ha annunciato se stesso, ma il Cristo crocifisso e risorto e così hanno fatto anche Pietro e Giovanni nella loro modalità, così pure gli evangelisti (sinottici). Egli, Costui, è la realtà antica che è anche quella nuova. Egli viene incontro (alla Chiesa) e la Chiesa Gli va incontro, ma come a Colui che era. A Lui essa si volge nella sua conversione.
Ora tuttavia non si deve reprimere nemmeno l’altro aspetto: la conversione della Chiesa, da compiere nel e con il suo mettersi in cammino, essendo questo un avvio verso la sua origine, è sempre anche un atto di rispetto e di gratitudine nei confronti della realtà antica, che è scaturita — alla meno peggio — da questa origine. Non perché è antico, non verso tutto quanto è antico, ma perché è il molto d’antico, in cui, se guardato con esattezza, si annuncia già il nuovo e in cui, se trattato con scrupolosità, è possibile anche rintracciarlo. Prima di Israele vi furono i suoi patriarchi: Abramo, che appunto solo nella fede uscì dalla sua patria e dalla cerchia di amici per entrare nella terra che Dio gli voleva mostrare e gli mostrò, Isacco e Giacobbe e gli antenati di quella lega di tribù trapiantata gradatamente nell’ambito di quella terra. E questa stessa terra promessa a Israele e a lui donata non era, in verità, secondo la tradizione, altra terra che quella in cui i sui padri già avevano lottato, peccato, sofferto e dove avevano eretto qua e là altari al Signore. Nella Chiesa coinvolta nella conversione vale l’asserto: «Dio non è un Dio dei morti, ma dei viventi» (Matteo, 22, 32), «Tutti vivono per Lui» (cfr. Atti degli apostoli, 17, 25) — dagli Apostoli fino ai Padri del passato recente e remoto. Essi hanno non solo il diritto, (ma anche l’attualità) per essere ascoltati pure oggi — non acriticamente, non con una sottomissione meccanica — ma ascoltati attentamente. La Chiesa non sarebbe Chiesa, in atto di conversione, se essa, orgogliosa e tranquillamente consapevole del proprio kairós di volta in volta, non volesse ascoltare, o se lo facesse soltanto occasionalmente, solo in modo insolente e sciatto, o se, per quanto essa dovesse imparare da loro, privasse di senso ciò che quelli volessero dirle...
L'Osservatore Romano
Oppure: «Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi dei sentieri del passato, dove sta la strada della salvezza; percorretela, così troverete pace per la vostra vita» (Geremia, 6, 16).
Ma come si atteggia tale movimento comune a ritroso della Chiesa quando esso è una conversione giusta, genuina, è cosa che vuole essere ponderata accuratamente.
Esso ha costantemente la realtà antica, verso cui si converte, esattamente come quella nuova, diretto alla quale si accinge a partire. Per il fatto che è anche quella nuova, ben si distinguerà da qualcosa di vecchio che, per partire, lascia alle sue spalle. Sarà (ciò vale per noi cristiani evangelici) non, poniamo, identico alla teologia e alla devozione liberali del XIX secolo, da cui noi proveniamo, e nemmeno (il che vale per noi già dall’anno 1517) con la Riforma del XVI secolo e le sue derivazioni nel XVII e nel XVIII. E non potrà essere (questo vale per voi, cari petrini, confratelli cristiani) identico, per esempio, al modo del Concilio di Trento o del Vaticano I, o a ciò che presso di voi si chiamava 150 anni fa, con una locuzione un pochino romantica, la filosofia e la teologia dell’epoca premoderna (Vorzeit): vale a dire della Scolastica medievale, dei Padri della Chiesa e comunque dei primi secoli cristiani. «Ascoltiamo un po’ del tempo antico...» è una bella canzone, ma non è un canto ecclesiale non lo è da noi e neppure da voi. Piuttosto, qui come là, l’antico, cui la Chiesa ritorna, coinvolta in una conversione giusta e genuina, conta unicamente nella misura in cui, con esso e sotto esso, da entrambe le parti, si fa evento ciò che al tempo stesso è il nuovo, al quale essa è diretta fin dall’inizio. Ciò vale — nota bene — anche per il cosiddetto cristianesimo primitivo, il cui profilo a noi diviene visibile nel Nuovo Testamento come già molto vecchio, antico. La Chiesa non ritorna al cristianesimo primitivo, ma alla realtà nuova, che per altro è attestata in primo luogo, in modo diretto e normativo per tutto il tempo successivo, nei suoi documenti originari. Paolo non ha annunciato se stesso, ma il Cristo crocifisso e risorto e così hanno fatto anche Pietro e Giovanni nella loro modalità, così pure gli evangelisti (sinottici). Egli, Costui, è la realtà antica che è anche quella nuova. Egli viene incontro (alla Chiesa) e la Chiesa Gli va incontro, ma come a Colui che era. A Lui essa si volge nella sua conversione.
Ora tuttavia non si deve reprimere nemmeno l’altro aspetto: la conversione della Chiesa, da compiere nel e con il suo mettersi in cammino, essendo questo un avvio verso la sua origine, è sempre anche un atto di rispetto e di gratitudine nei confronti della realtà antica, che è scaturita — alla meno peggio — da questa origine. Non perché è antico, non verso tutto quanto è antico, ma perché è il molto d’antico, in cui, se guardato con esattezza, si annuncia già il nuovo e in cui, se trattato con scrupolosità, è possibile anche rintracciarlo. Prima di Israele vi furono i suoi patriarchi: Abramo, che appunto solo nella fede uscì dalla sua patria e dalla cerchia di amici per entrare nella terra che Dio gli voleva mostrare e gli mostrò, Isacco e Giacobbe e gli antenati di quella lega di tribù trapiantata gradatamente nell’ambito di quella terra. E questa stessa terra promessa a Israele e a lui donata non era, in verità, secondo la tradizione, altra terra che quella in cui i sui padri già avevano lottato, peccato, sofferto e dove avevano eretto qua e là altari al Signore. Nella Chiesa coinvolta nella conversione vale l’asserto: «Dio non è un Dio dei morti, ma dei viventi» (Matteo, 22, 32), «Tutti vivono per Lui» (cfr. Atti degli apostoli, 17, 25) — dagli Apostoli fino ai Padri del passato recente e remoto. Essi hanno non solo il diritto, (ma anche l’attualità) per essere ascoltati pure oggi — non acriticamente, non con una sottomissione meccanica — ma ascoltati attentamente. La Chiesa non sarebbe Chiesa, in atto di conversione, se essa, orgogliosa e tranquillamente consapevole del proprio kairós di volta in volta, non volesse ascoltare, o se lo facesse soltanto occasionalmente, solo in modo insolente e sciatto, o se, per quanto essa dovesse imparare da loro, privasse di senso ciò che quelli volessero dirle...
L'Osservatore Romano