sabato 10 agosto 2013

Cadere in terra e morire




La Liturgia di oggi Sabato 10 Agosto 2013
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    SAN LORENZO
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Grado della Celebrazione: FESTA
Colore liturgico: Rosso
Antifona d'ingresso
Questi è il diacono san Lorenzo,
che diede la sua vita per la Chiesa:
egli meritò la corona del martirio,
per raggiungere in letizia il Signore Gesù Cristo.
Colletta
O Dio, che hai comunicato l’ardore della tua carità
al diacono san Lorenzo
e lo hai reso fedele nel ministero
e glorioso nel martirio,
fa’ che il tuo popolo segua i suoi insegnamenti
e lo imiti nell’amore di Cristo e dei fratelli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...
PRIMA LETTURA (2Cor 9,6-10)
Dio ama chi dona con gioia.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

Fratelli, tenete presente questo: chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia.
Del resto, Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene. Sta scritto infatti:
«Ha largheggiato, ha dato ai poveri,
la sua giustizia dura in eterno».
Colui che dà il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, darà e moltiplicherà anche la vostra semente e farà crescere i frutti della vostra giustizia.

Parola di Dio
SALMO RESPONSORIALE (Sal 111)
Rit: Beato l’uomo che teme il Signore.
Beato l’uomo che teme il Signore
e nei suoi precetti trova grande gioia.
Potente sulla terra sarà la sua stirpe,
la discendenza degli uomini retti sarà benedetta.

Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,
amministra i suoi beni con giustizia.
Egli non vacillerà in eterno:
eterno sarà il ricordo del giusto.

Egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre,
la sua fronte s’innalza nella gloria.
Canto al Vangelo (Gv 8,12)
Alleluia, alleluia.
Chi segue me, non camminerà nelle tenebre,
ma avrà la luce della vita, dice il Signore.
Alleluia.
VANGELO (Gv 12,24-26)
Se il chicco di grano muore, produce molto frutto.
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».

Parola del Signore

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Lettura 
La logica del dono è la chiave di lettura di tutta la vita cristiana; ma rischia di diventare un freddo volontarismo se non è armonizzata con quel dono stupendo che è la gioia. Tanti possono donare, ma lo fanno forzatamente e non volentieri; i cristiani, invece, donano di cuore e dal cuore la propria vita con amore, il che lo si vede e, lo si vede dalla gioia che li accompagna. Potranno essere anche fisicamente affaticati, ma nel farlo sono felici nel cuore; potranno essere anche ostacolati, ma pieni della gioia che viene da Dio, che infonde sempre speranza a chi fa tutto per lui e per il bene dei fratelli.
Meditazione
“Cadere” e“morire” sono due verbi che, letti nella logica del mondo, declinano il fallimento dell’uomo. Nella nostra società non è permesso cadere, non si può sbagliare altrimenti sei finito; e, a maggior ragione, non puoi e non devi morire, sia a livello di pensiero, sia a livello di sopravvivenza nei vari ambienti e a livello biologico. Nella logica del Vangelo, questi due verbi sono fondamentali. Il cristiano è tale solo se disposto a cadere in terra, rinunciando a se stesso in funzione del bene degli altri; cristiano è chi è capace di morire a se stesso per portare la vita perché, se non cade e non muore, non si realizza in pienezza e resta solo; al contrario di quello che il mondo presenta. “Cadere e morire” sono i due verbi di una vita vissuta secondo il Vangelo; perché si cade per amore e si muore per generare amore. “Cadere e morire”, anche se immediatamente non rimandano al martirio ultimo e definitivo, ci rimandano al “cadere e morire” rispetto ai propri orgogli, alle proprie certezze per una donazione più grande, che sia capace di generare vita. La caduta e la morte non determinano la fine nella logica del Vangelo, ma declinano la parabola dell’amore. Infatti, cadere vuol dire “fare la strada” e “farsi strada per altri”; morire vuol dire donarsi per la vita degli altri e dell’Altro. Recuperiamo, allora, nella logica del Vangelo, questi due atteggiamenti che, talvolta, preferiamo sostituire al “salviamoci e cerchiamo di restare in piedi”. È importante recuperare la logica di una vita donata, offerta e sacrificata per amore, se non vogliamo che la nostra fede sia uno sterile atto di volontariato.
Preghiera:
È difficile “cadere in terra e morire”, soprattutto, quando devi fare i conti con te stesso e con la tua personalità. È difficile “cadere in terra e morire” quando devi lasciare spazio agli altri e rinunciare a te stesso. È difficile anche quando sei Tu, o Signore, a chiedermelo. È difficile, perché sono normale, incostante e fragile. Tu lo sai; ma, ti chiedo, concedimi di “cadere e morire” sempre per amore!
Agire:
In questa giornata, in una preghiera del cuore ripeterò il seguente ritornello: “Signore, fa’ della mia vita un dono d’amore per gli altri!”.
Meditazione del giorno a cura di S.E.R. Mons. Domenico Cornacchia, Vescovo di Lucera-Troia, tratta dal mensile Messa Meditazione, per gentile concessione di Edizioni ART.

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Omelia nella festa di San Lorenzo, Titolare della Cattedrale
Genova, Cattedrale di San Lorenzo,
10 agosto 2013

Cari Fratelli e Sorelle

Viviamo la solennità di San Lorenzo nella grazia dell'Anno della Fede. Ogni volta, cerchiamo di cogliere qualche barlume dell'esempio del santo Martire: i santi, infatti, sono il Vangelo vissuto e quindi in ciascuno troviamo dei bagliori di Cristo. Guardando lo splendido affresco sulla volta dell'abside, troviamo il diacono Lorenzo che presenta all'imperatore romano i poveri come i veri tesori della Chiesa. Altre volte abbiamo meditato sul coraggio della testimonianza e del martirio; oggi, riflettiamo sulla bellezza della Chiesa che è lì rappresentata. Nel dipinto, infatti, con gli occhi della fede vediamo il volto di Gesù e con gli occhi della carne vediamo i volti dei poveri e dei credenti: l'uno e gli altri formano la Chiesa, Corpo di Cristo e Famiglia di Dio.

In questo Popolo c'è posto per tutti, perché la misericordia del Signore è sconfinata, ma i bisognosi e gli umili hanno un rilievo speciale: sono beati! La Chiesa, dunque, non è la Chiesa di categorie, di gruppi elitari, di iniziati; oppure la Chiesa dei giovani o degli anziani, degli uomini o delle donne. Essa ci accoglie tutti come siamo, con i nostri doni e le nostre miserie, con la nostra bontà e i nostri peccati. Per questo la Chiesa è vicina alla gente là dove vive – la casa, il lavoro, il tempo libero –, ma anche la famiglia o la solitudine, la salute e la malattia, la gioia e la sofferenza. Non c'è nessun momento, nella parabola terrena, che non veda la vicinanza materna della Chiesa che porta la lampada della fede. Nella storia, a volte, si è cercato di estirpare la Chiesa dalla vita degli uomini: forse si è riusciti a sopprimerne le strutture, ma mai si è riuscito a spegnere il senso di Dio. La memoria di Gesù, della Madonna, dei Santi, è sopravvissuta silenziosa: magari nel cuore dei più anziani, in villaggi sperduti, in lande deserte. E questa memoria – a volte un po' a brandelli – non solo ha resistito alla tirannia, ma spesso, come ha potuto, si è trasmessa alle giovani generazioni. Anche i nostri Sacerdoti, i Religiosi e le Religiose, sono il segno umile della natura della Chiesa, del suo cuore: il cuore della Chiesa è Cristo, e Cristo è la presenza misericordiosa di Dio nel mondo. Per questo la Chiesa è Chiesa di popolo.

Nella testimonianza di san Lorenzo è presente anche un altro aspetto: la fede non riguarda solo la vita interiore dei credenti, ma anche i rapporti tra gli uomini e quindi il loro stare insieme, la vita sociale. Essa ci dice che Dio è amore e che ha cura di ognuno: il suo disegno di salvezza abbraccia l'umanità intera e la creazione. Dimenticare questa realtà significa perdere ciò che, in qualunque situazione, rende preziosa la vita umana, e l'uomo "si smarrisce nella natura (...) oppure pretende di essere arbitro assoluto" di se stesso, degli altri, delle cose (Papa Francesco, Lumen fidei, 54). Quando la città degli uomini – per costruire se stessa – si affida solo all'uguaglianza, rifiutando l'istanza superiore che è l'essere tutti fratelli perché figli di Dio, allora è come un edificio costruito sulla sabbia: la convivenza si corrompe, e il bene comune diventa una bandiera sventolata ma tradita. Senza la fede, come potremmo pensare di "toccare" nei poveri la carne di Cristo, cioè la carne di Dio? Ciò che il martire Lorenzo ha fatto donando tutto ai poveri, non è stato solo un grande atto di carità, ma anche un servizio all'imperatore e all'impero, cioè alla società di allora. Ha proclamato nei fatti che una società è vera quando è giusta e fraterna, e che l'autorità non è per se stessa ma per servire. E' una lezione sempre attuale e un monito grave.
Parte imprescindibile del bene comune – come sappiamo – è la famiglia, la casa, il lavoro. A tale riguardo, si legge di segnali positivi nella crisi che affligge da anni anche il nostro Paese. Se non sono dei presagi, ce ne dobbiamo moderatamente rallegrare, sapendo che una vera ripresa dell'occupazione ancora non si vede. I segnali positivi sono l'inizio dell'alba, ma troppa gente attende il giorno per non perire. Tutti auspichiamo che i cenni di ripresa diventino realtà per tutti: mentre la ripresa avanza lentamente, infatti, l'affanno di famiglie, giovani e anziani, morde e non aspetta tempo. Bisogna fare e fare in fretta. Ogni autorità, a qualunque livello, deve accelerare i tempi, semplificare procedure vecchie e dannose, procedere a marce forzate senza distrazioni o retropensieri. Nessuno può chiamarsi fuori o rimandare l'impegno in prima persona.

Il martire Lorenzo continui a guardare da questa cattedrale la Città, la nostra gente, il suo impagabile patrimonio di professionalità e di sacrificio. Perderlo per superficialità, imperizia, o interessi particolari, sarebbe imperdonabile davanti agli uomini e grave davanti a Dio.
Angelo Card. Bagnasco

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«San Lorenzo dei martiri innocenti, casca dal ciel carboni ardenti»

L'immaginario popolare fa risalire alla morte dell'arcidiacono romano, avvenuta il 10 agosto 258, la generosa pioggia di luci che la notte destate offre agli sguardi dei fedeli


 Chissà in quanti, tra coloro che questa sera alzeranno il viso all’insù per ammirare lo spettacolo offerto dal fenomeno astronomico, sanno a cosa la tradizione popolare lo fa risalire. Senza dubbio, lo sapevano in tanti nel Veneto di qualche decennio fa, quando era ancora diffuso il seguente proverbio: «San Lorenzo dei martiri inozenti, casca dal ciel carboni ardenti».
In questa frase, tramandata per generazioni, il richiamo all’arcidiacono romano San Lorenzo è esplicito. È alla sua morte, infatti, avvenuta proprio il 10 agosto del 258, che l’immaginario popolare fa risalire la generosa pioggia di luci che questa notte d’estate offre ai nostri sguardi. Morte che sarebbe avvenuta sopra una graticola infuocata. Le scintille da essa prodotte, appunto, corrisponderebbero alle stelle cadenti che ogni 10 agosto costellano i cieli.
Questa versione del martirio di San Lorenzo, tuttavia, sebbene radicata tra i fedeli, ha dovuto cedere negli ultimi anni ai colpi della rettifica degli storici, avidi di sottoporre alla prova del riscontro scientifico anche le più ataviche e incrollabili tra le credenze popolari. È così che il racconto sulla morte del Santo per mezzo della graticola, arrivato sino a noi grazie a quanto tramandato da padri della Chiesa come Sant’Agostino, Sant’Ambrogio (1) e San Prudenzio, viene declassato al genere leggendario.
Più probabile, secondo gli agiografi, che San Lorenzo sia stato invece decapitato. Del resto, la sua morte avvenne a seguito della persecuzione dell’imperatore Valeriano, il quale, seppur terribilmente sollecito nell’ordinare l’uccisione di vescovi, preti e diaconi cristiani con relativa confisca dei loro beni, sembra che non applicò mai verso di essi alcuna tortura corporale.
Nonostante la probabile inattendibilità storica, dunque, la graticola resta uno dei simboli che vengono associati a San Lorenzo e, per l’immaginario dei fedeli, lo strumento che ne causò la morte. Basta recarsi in una basilica a lui dedicata nel cuore di Roma, San Lorenzo in Lucina, per rendersene fattivamente conto. È qui che, sotto l’altare, nella prima cappella a destra, è conservata un’urna settecentesca che racchiude, come una reliquia, la graticola sulla quale il Santo avrebbe subito il martirio.
Dell’origine di quest’oggetto si sa solo che venne portato a San Lorenzo in Lucina nel 1112, insieme ad altre reliquie (tra cui quelle di San Ponziano e i suoi compagni martiri dell’Acquatraversa) che papa Pasquale II si adoperò personalmente affinché venissero custodite in un unico luogo. Il fatto è testimoniato da un’iscrizione del XII secolo di papa Anacleto II, presente sulla cattedra papale, nascosta da una porta del coro dietro l’altare maggiore. Essa riferisce che Pasquale II aveva fatto levare la graticola da un vecchio altare e che il vescovo Leone Ostiense aveva ricollocato il tutto nella nuova sede.
Prima di scendere nel museo parrocchiale, dove è inoltre conservato un contenitore con le catene che vennero strette ai polsi del Santo, si può rimanere qualche istante a contemplare l’urna contenente la reliquia e lasciare che sorga una domanda. A cosa è dovuto il culto straordinario di San Lorenzo e la credenza che riconduce la sua morte a una graticola? Forse la coincidenza con il periodo in cui la calura estiva raggiunge l’apice rappresenta una spiegazione. Del resto, nella Roma precristiana il mese d’agosto era cosparso di ricorrenze che celebravano culti solari. Pertanto, non sarebbe infondato credere che la venerazione del martire San Lorenzo sia gradualmente subentrata a preesistenti festività pagane. Affascinanti suggestioni che non varcano il campo delle ipotesi, queste.
A proposito del martirio di San Lorenzo, ciò che invece costituisce una verità incontrovertibile è la data e il luogo in cui esso avvenne, ossia laddove è ancora oggi conservata la sua tomba, nella Basilica di San Lorenzo fuori le Mura, luogo assai caro ai romani. È qui che, da secoli, si manifesta nei confronti del Santo tutta la devozione dei fedeli. E quelle poetiche scie di luce che colorano la notte del 10 agosto ne sono l’apogeo.
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NOTE
(1) Il Vescovo di Milano ebbe a commentare: «Lorenzo illuminò il mondo con quella luce da cui fu egli stesso avvolto e riscaldò d’amore i cuori dei fedeli con le fiamme fra cui consumò il martirio».