di René Girard
in “Avvenire” del 4 agosto 2013
La Passione rappresenta un fenomeno di capro espiatorio, e in un modo più esplicito che in ogni
altro testo. Nessuna vittima religiosa o storica è più visibilmente capro espiatorio di Gesù crocifisso.
Egli subisce il supplizio più infamante del mondo romano. È abbandonato da tutti, persino dal suo
miglior discepolo che lo tradì in pubblico e, la notte del suo arresto, non riuscì neppure a vegliare
qualche ora con lui.
Non c’è nessuno nella sua agonia, né la gente né le autorità. Dai più sapienti ai più ignoranti, tutti
sono contro di lui.
L’intera vita pubblica e la morte di Gesù si collocano al culmine di una crisi religiosa, politica e
sociale in cui si gioca il destino di Israele. Si tratta di una realtà storica indubitabile e che traspare
dietro il tema dell’intervento messianico, che deve prodursi in un’ora fissata dal culmine della crisi.
È quando tutto appariva perduto, quando la crisi ha livellato tutto, tutto uniformato, tutto reso
indifferenziato, che deve sorgere il Salvatore: «Ogni valle sarà riempita e i monti abbassati».
Il tema della crisi è più sviluppato che in qualunque altro luogo. Gesù è un essere messo ai margini,
rigettato da tutti i suoi, non possiede una casa, la sua stessa sinagoga lo rifiuta. Bisogna anche capire
che la perfezione morale di Gesù, il suo rifiuto della violenza che seduce superficialmente gli
uomini, poi subito li irrita, perché il suo stesso comportamento e ogni parola che esce dalla sua
bocca denunciano la mediocrità degli uomini comuni e lo indicano all’ostilità generale.
Tutti i temi della costellazione persecutrice sono presenti nei Vangeli e il loro rapporto con la
missione divina di Gesù è sottolineato. Ogni tratto caratteristico della struttura si ritrova nella
Passione, lungamente spiegato e sottolineato sia da parole memorabili di Gesù, sia da citazioni
dell’Antico Testamento. «È meglio che muoia un uomo soltanto e che il popolo sia salvo... Mi
hanno odiato senza motivo... Tutte le potenze di questo mondo si sono coalizzate contro l’unto del
Signore».
Ma allora, si dirà, i Vangeli dovrebbero dire esplicitamente che Gesù è un capro espiatorio.
Invece non usano mai tale espressione. Il silenzio contraddice la mia tesi? Per nulla; poiché, per dire
la differenza tra il capro rituale e ciò che noi stessi intendiamo per «capro espiatorio», i Vangeli
possiedono un’espressione che è loro propria e che sostituisce vantaggiosamente la nostra, perché
essa è almeno senza equivoci: si tratta di Agnello di Dio.
Agnello dice tutto ciò che occorre dire più chiaramente di quanto possa fare il nostro «capro
espiatorio». Agnello ha un senso antropologico e insieme teologico. Non bisogna ridurre il
cristianesimo a una scienza sociale, ma non bisogna nemmeno dimenticare l’Incarnazione. Tutto ciò
che si riferisce al Cristo comporta una dimensione umana oltre che divina.
Proprio come il capro, l’agnello è destinato al ruolo di vittima. In rapporto alla specie zoologica cui
appartengono, questi due animali – il capro e l’agnello – sono il più possibile vicini l’uno all’altro,
mentre per quanto riguarda i sentimenti che ci ispirano sono agli antipodi l’uno dell’altro.
A differenza del capro, l’agnello suscita immediata simpatia. La sua innocenza, la fragilità, il
biancore immacolato ci fanno considerare il suo sacrificio come una crudele ingiustizia, immagine
dell’ingiustizia commessa contro Gesù e contro tutti i capri espiatori che, in realtà, sono tutti agnelli
di Dio.
Così sostituire l’agnello al capro significa eliminare le connotazioni peggiorative di quest’ultimo, è
affermare l’innocenza della vittima, è disfarsi dei fattori simbolici che facilitano la polarizzazione
contro una vittima innocente.
(traduzione di Roberto Beretta)