(Ndr. Il 31 agosto sarà il primo anniversario della scomparsa del cardinale Carlo Maria Martini)
di Carlo Maria Martini
in “Il Sole 24 Ore” del 18 agosto 2013
Che cosa potevano aspettarsi gli apostoli dal Risorto? Non avevano la coscienza a posto: erano
fuggiti, l'avevano abbandonato, si erano lasciati prendere dalla paura, qualcuno lo aveva tradito,
quasi nessuno era sotto la croce. Forse immaginavano che, se Gesù fosse apparso, li avrebbe
rimproverati e criticati. Invece il Risorto, presentandosi a loro, non giudica il comportamento che
hanno avuto, non critica, non condanna, non rinfaccia i ricordi dolorosi della loro debolezza, ma
conforta e consola. Le uniche parole di rimprovero rivolte sia ai discepoli di Emmaus (Lc 24,25),
sia agli apostoli (Mc 16,14), non si riferiscono al fatto che lo hanno abbandonato e che, dopo tante
promesse, tante parole altisonanti (moriremo, con te, verremo con te), si sono dimostrati
inaffidabili; si riferiscono piuttosto alla loro poca fede. Avrebbero dovuto credere alle Scritture, alle
sue parole e alla Testimonianza di chi lo aveva visto risorto. Gesù, che vuole il bene di questi poveri
apostoli tramortiti, smarriti, confusi, umiliati, interiormente sconvolti dalla certezza di essere così
deboli, non tiene conto della loro fragilità, ma li consola e li rilancia.
Soffermiamoci su alcuni esempi di discepoli consolati.
Il primo è nel racconto di Gv 20,11-16: Maria Maddalena che piange al sepolcro perché si è
spezzato il legame terreno col Maestro. Gesù non la rimprovera, anche se le sue lacrime sono
dovute a mancanza di fede, a incomprensione del mistero del Risorto. Delicatissimamente interpella
la donna, entra nel dolore che vive a partire dalla sua situazione confusa: «Perché piangi? Chi
cerchi?». Poi ascolta la risposta goffa e sbagliata: «dimmi dove l'hai posto e io andrò a prenderlo».
Allora la chiama per nome: «Maria!», una parola che la ricolma di consolazione e le consente di
riconoscerlo in verità e pienezza.
L'agire di Gesù è un modello stupendo di consolazione che, passando sopra a tutti i difetti, coglie il
meglio della persona. Egli sapeva che Maria lo amava e, pronunciandone il nome, risuscita la
fiamma del suo amore.
Il secondo esempio riguarda i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35). Mentre l'episodio della
Maddalena rappresenta il passaggio dal pianto all'esultanza, quello dei discepoli di Emmaus
rappresenta il passaggio dallo smarrimento alla chiarezza. I due non piangono, ma sono smarriti,
delusi perché Gesù non ha ricostruito il regno di Israele; sono addolorati per la morte del Maestro e
insieme sono sconvolti dalle notizie di alcune donne le quali affermano che il Signore è vivo.
Gesù prende occasione dalla loro delusione e dal loro sconvolgimento per spiegare le Scritture,
scaldare il cuore e portarli di fronte alla mensa eucaristica. Anche qui, con infinita pazienza, agisce
positivamente, li illumina e fa cogliere il senso, l'unità, l'ordine, la coerenza, la logicità, la necessità
dei testi sacri. È una sorta di lectio divina, che chiarisce e scalda il cuore. I due discepoli, senza
capire chi era colui che parlava con loro, si dicevano con stupore: abbiamo ritrovato la pace, la
serenità, il conforto; i blocchi che ci intristivano sono stati superati e quelle che sembravano
disgrazie ora sappiamo leggerle come situazioni provvidenziali. Gesù compie una consolazione
tipicamente biblica, che consiste nello spiegare, a partire dalle Scritture, la ragione di una storia, di
una vicenda.
Ancora in Lc 24 il Risorto appare ai discepoli (vv. 36-42). E il passaggio dalla paura alla gioia. Essi
infatti sono pieni di paura; l'ipotesi stessa che Gesù sia risorto li spaventa e quasi temono di essere
respinti, di sentirsi dire: non vi conosco più, siete incoerenti, bugiardi, fanfaroni. Gesù, anche qui,
non pronuncia nessuna delle parole che temevano. Con immensa pazienza si fa riconoscere:
guardate, sono io, toccatemi, datemi da mangiare; si sforza di metterli a loro agio, presentandosi
come uno di loro, vicino a loro, come amico.
Straordinaria infine la manifestazione di Gesù ai discepoli sul lago di Tiberiade e il colloquio con
Pietro, dove il passaggio è dalla vergogna alla fiducia (Gv 21,1-19). Il Risorto non rimprovera
nessuno: stando sulla riva del lago, consiglia come fare una buona pesca e riempie così il cuore dei
discepoli di soddisfazione umana, quasi a sottolineare che è sempre disposto ad aiutarli. Già qualche
anno prima Pietro l'aveva sperimentato sul lago di Tiberiade, allorché aveva gettato al largo le reti
sulla parola del Signore.
Quando i discepoli tornano a riva, Gesù offre loro da mangiare, senza dire nulla, per non precipitare
le cose, per far sì che abbiano modo di rifocillarsi e di riposare dopo avere faticato tutta la notte. È
un tocco delicatissimo. Successivamente pone a Pietro per tre volte la domanda: «Pietro, mi ami
tu?», che permette implicitamente a Pietro di risalire dal suo tradimento, senza alcun rimprovero.
Gli consegna anzi il mandato, rinnovandoli totalmente la fiducia: «Pasci i miei agnelli, pasci le mie
pecore».
Questa è veramente consolazione regale: non approfittare dell'umiliazione altrui per schernire,
schiacciare, mettere da parte, ma riabilitare, ridare coraggio, ridare responsabilità. Per consolare
così, penso che bisogna essere come Gesù, cioè avere in sé una grande gioia, un grande tesoro,
perché allora è facile comunicarlo. Il Signore, che ha il tesoro della sua vita divina, fa calare la
consolazione come balsamo, goccia a goccia. E noi, nella certezza di essere in comunione con lui,
possiamo far calare la consolazione goccia a goccia, senza rimproveri né presunzione.