
Il 6 agosto 1978 moriva Papa Montini.
Pubblichiamo in una nostra traduzione un articolo uscito su «la Croix» del 29-30 giugno scorso. L’autore, monaco di Solesmes, ha scritto, tra l’altro, «Paul VI, maître spirituel» (Fayard - Le Sarment) e «Paul VI et les orthodoxes» (Les Éditions du Cerf).
(Patrice Mahieu) Il 30 giugno 1963, a piazza San Pietro, ha luogo, per l’ultima volta nella storia della Chiesa cattolica, l’incoronazione di un Papa. Paolo VI, eletto il 21 giugno, riceve la tiara offertagli dai suoi fedeli milanesi. Il Pontefice è ben preparato da una trentina d’anni di lavoro nella Curia romana e da nove anni passati a capo della più grande diocesi cattolica del mondo, Milano, ma la chiave di lettura del pontificato va forse ricercata soprattutto nella sua dimensione mistica.Sull’esempio di sant’Agostino, il suo principale maestro spirituale, sin dagli scritti giovanili si nota in Giovanni Battista Montini un’impetuosa nostalgia di Dio, che si unisce all’esultanza e alla meraviglia di ciò che gli è stato già permesso di scoprire: «La Vita sei Tu, Dio sospeso come una lampada beatificante sulla penombra della nostra balbettante esperienza». Di fatto Paolo VI è un mistico che possiede il linguaggio delle proprie esperienze: «Come abbagliato dal sole, io chiudo gli occhi davanti al mistero infinito della Santissima Trinità, e solo serbo nel cuore una impressione di beatitudine oceanica».
L’amore per la Chiesa costituisce il fattore unificante della sua esistenza — «mi sembra di aver vissuto per essa e solo per essa» — e implica due esigenze: il rinnovamento o la riforma della Chiesa, e la conversione personale dei suoi membri. È la seconda esigenza a rendere possibile la prima. Dall’impegno personale a seguire Cristo e dall’energia spirituale e morale che ciò esige, deriverà la possibilità per la Chiesa di manifestarsi come «Cristo la vuole: una, santa, tutta rivolta verso la perfezione alla quale egli l’ha chiamata ed abilitata». Dall’autenticità di questo percorso di conversione, esposto nell’enciclica programmatica Ecclesiam suam, dipendono due linee di forza del pontificato montiniano: il dialogo di vita e di salvezza con il mondo e il ripristino della piena unità tra i cristiani.
Per Paolo VI una Chiesa che vive più profondamente il suo mistero, nello stesso slancio di amore che l’unisce al suo Signore, può donarsi al mondo per metterlo in contatto vitale con il Vangelo: «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio». Se degli errori devono essere denunciati, la Chiesa tuttavia si caratterizza per una corrente di affetto e di ammirazione per il mondo moderno. In questo legame di fiducia, l’evangelizzazione, animata da una totale fedeltà a Cristo, può essere accolta dalla mentalità contemporanea. Di fatto, «nessuno è estraneo al suo cuore. Nessuno è indifferente per il suo ministero».
In questo movimento di rinnovamento interiore che fa della Chiesa un segno più leggibile della presenza e dell’azione di Dio, Paolo VI prova l’acuto sentimento della necessità dell’unità dei discepoli di Cristo. Il suo pontificato è totalmente impegnato in tal senso, soprattutto nella ricerca di una comunione piena con le Chiese ortodosse. La sua amicizia con il Patriarca Atenagora costituisce uno dei tratti più luminosi del suo ministero romano. Mentre una commissione segreta e ufficiale, composta da due cattolici e due ortodossi, nel 1971 ha appena concluso il suo rapporto, affermando che una concelebrazione tra Paolo VI e Atenagora è possibile, il Papa scrive al Patriarca: «Tra la nostra Chiesa e le venerabili Chiese ortodosse esiste già una comunione quasi totale. Lo Spirito ci ha permesso in questi ultimi anni di riprendere viva coscienza di tale fatto. Egli mette nei nostri cuori una ferma volontà di fare tutto il possibile per affrettare il giorno tanto desiderato in cui, al termine di una concelebrazione, potremo comunicare insieme allo stesso calice del Signore».
Purificazione della Chiesa e dei suoi membri, tensione spirituale nell’evangelizzazione, umiltà e dialogo con il mondo, l’ecclesiologia delle Chiese sorelle che permette di prevedere una comunione piena tra la Chiesa d’occidente e le Chiese d’oriente: questi assi fondamentali del pontificato montiniano non trovano forse un’eco nelle parole, negli orientamenti di Papa Francesco? La loro fecondità dipende in gran parte dall’impegno di tutti in un percorso veramente spirituale in cui il primato assegnato all’accoglienza della volontà di Dio permette di prendere decisioni audaci, in quanto aperte al soffio dello Spirito. Per esempio, è irrealistico pensare che le Chiese ortodosse possano accordarsi per accettare Roma come centro di unità, e che Roma, ispirandosi al primo millennio, metta concretamente in atto una forma differenziata e modulata di questo ministero di unità? Davvero le intuizioni di Paolo VI non hanno perso la loro attualità.
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Paolo VI - Una finestra aperta
(Vincenzo Bertolone, Arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace) «Un grande Papa». Così definiva Paolo VI su «Il Gazzettino» dell’8 agosto 1978 il cardinale patriarca di Venezia, che di lì a poco sarebbe diventato il suo successore. Nell’articolo Albino Luciani sottolineava un punto centrale: «Eletto a concilio Vaticano II cominciato, egli ha dovuto portare questo concilio alla conclusione e avviarne l’ardua applicazione. Questo ha richiesto da lui specialmente tre cose: un insegnamento continuo e impegnativo, un dialogo sconosciuto in tempi antecedenti, la fedeltà al concilio stesso. Maestro della fede, Paolo VI ha saputo presentare la rivelazione di Dio in modo avvincente, toccando mano a mano i punti più necessari. Suo argomento preferito è la Chiesa. Certo, egli dice, la Chiesa è popolo di Dio, ma non si possono applicare a questo popolo le categorie dell’altro “popolo”, cioè dello Stato».
Insegnamento, dialogo, fedeltà al concilio, dottrina sulla Chiesa: ecco i quattro termini del bilancio del pontificato paolino tracciato da Luciani, convinto che «la storia, dopo di noi, a suo tempo, ne metterà in risalto la grande figura». Montini, chiamato dalla Provvidenza a guidare e gestire un concilio in un momento di grandi trasformazioni, incarna molto bene questa effervescente e tormentata stagione di rinnovamento. Una stagione dalla quale, di fronte al secolarismo e alla desertificazione, a partire dagli anni Novanta è emerso lo slogan della nuova evangelizzazione, cui ha contribuito la bellissima e attualissima esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, promulgata da Paolo VI l’8 dicembre 1975. Grazie a Montini si parlerà sempre più e meglio di nuova civiltà e di mobilitazione generale per un nuovo annuncio del Vangelo.
Paolo VI, oltre a Pontefice del Vangelo da annunciare, fu il Papa del dialogo — descritto nell’enciclica programmatica Ecclesiam suam (6 agosto 1964) — che accentuò e proseguì, rispetto al predecessore, l’apertura vissuta dalla Chiesa. Un processo in atto, come ha ripetuto il 25 luglio scorso Papa Francesco: «Voglio che si esca fuori, voglio che la Chiesa esca per le strade». Nel discorso di chiusura della prima fase del Vaticano II (8 dicembre 1962) Giovanni XXIII aveva tratteggiato quanto sarebbe dovuto avvenire dopo i previsti nove mesi di intervallo (intervallo delle sessioni in Roma, ma non del concilio che, aveva detto «resta ben aperto»), prospettando un ritmo spedito, sicuro e continuo, e auspicando addirittura che si potesse concludere nell’anno centenario del concilio di Trento (1545-1563).
Ma il Signore aveva stabilito diversamente, per consentire l’auspicata rifioritura del vigore giovanile della Chiesa, come aveva detto il vecchio Papa, lasciando quasi un testamento spirituale al successore. Sarebbe così toccato al cardinale arcivescovo di Milano, il 29 settembre 1963, sotto l’egida dell’arcangelo san Michele, accogliere i confratelli vescovi provenienti da tutte le parti del mondo, nella fiducia che tutte le lingue sarebbero diventate «una voce sola» e che «una voce sola sarà messaggio all’orbe universo». L’inaugurazione della seconda sessione fu anche l’esordio solenne di Paolo VI, eletto cento giorni prima, il 21 giugno. Anzi il discorso di apertura viene esplicitamente da lui presentato come programmatico: «La parola viva sostituisca la lettera enciclica» disse il Papa.
Si discute molto sul criterio più adeguato per cogliere la continuità o discontinuità del Vaticano II rispetto al Vaticano I e, nella stagione della collegialità episcopale ritrovata, si guarda alle eventuali cesure o prosecuzioni su punti dottrinalmente delicati. Non dobbiamo attendere gli ultimi due pontificati per veder porre formalmente tale questione: fin dall’inizio Paolo VI ha ben chiaro che il Vaticano II ha voluto raccogliere «il filo spezzato del concilio Vaticano I», riprendendo anche il percorso del Tridentino. Come dirà l’8 marzo 1964, durante la seconda intersessione: «Lo spirito del Concilio di Trento riaccende e rianima quello del presente Concilio Vaticano II, che a quello si collega e da quello prende le mosse per affrontare i vecchi e i nuovi problemi rimasti allora insoluti, o insorti nel volgere dei tempi nuovi».
Era, insomma, la linea di continuità con i grandi concili dell’età moderna e contemporanea, come avrebbe affermato anche Benedetto XVI: «In quarant’anni all’interno della Chiesa si sono contrapposte due visioni del Concilio. Una che ha puntato sull’idea della discontinuità e della rottura con il passato e una che invece ha privilegiato l’idea di riforma» (22 dicembre 2005). Riprendere i fili spezzati e affrontare i problemi insoluti, significò per Paolo VI e per l’aula conciliare l’esigenza urgente di una nuova vitalità della fede che, precisa Papa Montini, avrebbe dovuto divenire davvero «generatrice di vita e di azione». Di qui anche la necessità di un diverso stile del papato e della Chiesa, per guardare con «immensa simpatia» al nuovo tempo, come peraltro aveva già affermato Papa Giovanni. Sul piano della formulazione dottrinale, questo significa non limitarsi più a condannare gli errori, ma «proclamare gli insegnamenti positivi e vitali». È questo il carattere prevalentemente pastorale, che resta pur sempre un compito dottrinale, assegnato da Montini al Vaticano II e che non può mai significare, come si è sentito dire, una sorta di declassamento del valore dottrinale delle sue costituzioni, decreti e dichiarazioni.
Ma la vera accelerazione nuova impressa da Paolo VI al percorso del concilio sta nel carattere cristocentrico che esorta a imprimere su tutte le riflessioni e decisioni. Lo si vede chiaramente da come declina i quattro punti che indica ai padri conciliari. In primo luogo, il «dovere della Chiesa di fare finalmente di sé una più meditata definizione», che enunci più precisamente quanto già presente nel Vaticano I e nella Mystici corporis di Pio XII, dichiarando al mondo «ciò che essa pensa di sé», ovvero esprimendo «una più completa dottrina sulla natura della Chiesa», soprattutto circa la dottrina sull’episcopato e la composizione del corpo mistico. E questo richiede che la sposa si rispecchi di nuovo nel suo sposo, Cristo. Il secondo punto riguarda appunto la riforma — rinnovamento, risveglio, ringiovanimento, tutti termini di Montini — per attuare l’ordine essenziale voluto da Cristo e spogliarsi «di ogni caduca e difettosa manifestazione» storica.
Scopo e dramma insieme, il terzo punto è la ricomposizione di tutte le confessioni cristiane, ovvero l’ecumenicità praticata, a partire dai gesti di condono delle offese ricevute e dalla richiesta di perdono per le colpe eventualmente commesse. La sua sensibilità gli avrebbe poi permesso, non solo su questo tema, di raccogliere e rilanciare tutti gli apporti della cosiddetta nuova teologia: le istanze elaborate da Marie-Dominique Chenu, le suggestioni circa la Tradizione proposte da Henri de Lubac, il filone personalistico cristiano incarnato dai suoi grandi amici francesi, l’azione di frontiera svolta da Romano Guardini a cui fa eco poi Yves Congar. Per non dire, in teologia liturgica, delle prospettive storico-critiche di Odo Casel e Louis Bouyer, che Montini conosce e apprezza. Capiamo così perché il giubileo del Duemila, in seguito, potrà essere proposto anche come l’anno della purificazione della memoria (che comporta un approfondimento storico) e della richiesta di perdono (che comporta un’istanza esistenziale di grande simpatia per il mondo).
E infine, nonostante la stagione della secolarizzazione incipiente, il quarto punto: «Lanciare un ponte verso il mondo contemporaneo». Nel nuovo tempo di un saluto al mondo «dalle soglie spalancate» di una Chiesa che vuole aprire su di esso la «finestra del concilio». È già la metafora della porta e della finestra spalancate, che risuonerà nell’Anno della fede voluto da Paolo VI come conseguenza ed esigenza del concilio per il diciannovesimo centenario del martirio di Pietro e Paolo e, poi, in quello indetto da Benedetto XVI in coincidenza con l’anniversario di apertura del Vaticano II, giustamente definito «grande catechismo per il nostro tempo».
Tutto questo nonostante i timori e i mali che realisticamente non potevano non essere visti (moltissimi avevano chiesto di formulare ancora delle condanne all’indirizzo di alcuni aspetti della civiltà contemporanea). Del resto, durante le libere discussioni conciliari, si possono toccare quasi con mano gli alti e bassi della riflessione su alcuni temi caldi, fino alla conclusione e ben oltre. Se nel discorso di apertura del terzo periodo (14 settembre 1964) Paolo VI, ricordando le due promesse di Cristo (l’apostolato e lo Spirito), ancora una volta ribadisce che «sul quadrante della storia è venuta l’ora in cui la Chiesa (…) deve dire di sé ciò che Cristo di lei pensò e volle» completando quanto iniziato dal Vaticano I, in quello inaugurale del quarto periodo (14 settembre 1965) fa risuonare gli imperativi dell’ascolto dello Spirito, dello stato di tensione e di sforzo spirituale in cui si è posta la Chiesa conciliare, la quale dopo il Sessantotto sarebbe stata duramente messa alla prova, anche nel cosiddetto dissenso interno. Ma soprattutto fa echeggiare l’imperativo dell’amare che, afferma, va considerato la carta d’identità della Chiesa e quasi la sua carta costituzionale: «Questo Concilio lo dice: la Chiesa è una società fondata sull’amore e dall’amore governata!».
Certo, i «ruderi superati di storia passata», come li aveva definiti Luciani su «Il Gazzettino», restavano ancora tutti quanti in piedi, anzi avrebbero richiesto una delicata navigazione conciliare tra spinte a volte radicalmente opposte, e in seguito qualche mutamento di rotta. Annotava Karl Rahner nel suo diario, a chiusura della seconda sessione che «il concilio non ha perduto tempo», nonostante gli strali contro l’idea di collegialità episcopale o le tensioni sul poco tempo per discutere di religioni non cristiane e di ebrei. Lo stesso Paolo VI, chiudendo quella sessione e tracciandone un bilancio, sottolineò che si era «imparato a dialogare», segnalando la presenza degli osservatori e uditori laici, lodando il lavoro svoltosi in totale libertà di espressione e raccogliendo il primo frutto: la costituzione sulla liturgia, anche se questa l’avrebbe fatto non poco penare per certe sacche di resistenza conservatrice, che torneranno addirittura nel pontificato di Benedetto XVI.
Non poco si sarebbe dovuto ancora discutere e dialogare, per esempio sulla questione della Rivelazione, a cui il concilio, nelle prospettive di Paolo VI, avrebbe dovuto dare sì una «risposta difensiva del sacro deposito delle divine verità, contro gli errori, gli abusi e i dubbi, ma anche direttiva degli studi biblici, patristici e teologici». Notevoli sono poi le discussioni e gli interventi sulla “regolazione delle nascite” che il Papa riserverà a sé e sul quale uscirà profeticamente, nel 1968, l’enciclica Humanae vitae. Per tutto questo e per molto altro ancora noi sentiamo davvero con Albino Luciani che, grazie a Paolo VI, «il soffio dello Spirito è passato sulla Chiesa e sul mondo».