Ricorre quest’anno il duecentesimo dalla nascita di Federico Ozanam, fondatore delle Conferenze di san Vincenzo de Paoli. Non so a quanti questo nome dica ancora qualcosa: a me, personalmente, ricorda una storia di famiglia, essendo figlio di un “vincenziano” di lungo corso ed essendo stato anch’io, per vari anni, componente di una San Vincenzo giovanile. All’epoca, ricordo, il modello che ci veniva proposto non era tanto quello di Ozanam, e neppure quello di un gigante come san Vincenzo (ritenuto, chissà perché, troppo lontano), quanto quello di Piergiorgio Frassati, il figlio di Alfredo Frassati, fondatore del quotidiano La Stampa, senatore del Regno nel 1913 e ambasciatore d’Italia a Berlino nel 1922. Questo rampollo di ricca famiglia borghese e massonica, ci raccontavano, aveva scelto Cristo sopra ogni cosa, scalava le montagne con gli amici e frequentava le soffitte e le stamberghe dei poveri, portando loro sostegno spirituale e materiale. Ricordo che, vent’anni fa, ci chiedevamo: chi sono, in Italia, oggi, i poveri? Iniziammo ad andare a trovare i bambini malati, in ospedale, ma poi si optò per gli anziani: spesso soli, nelle case di riposo, abbandonati… Sono le “nuove povertà”, si concludeva; oggi potremmo aggiungerci tante altre solitudini, e, ultimamente, anche povertà materiali…Sembra sia passato un secolo…
Ma torniamo ad Ozanam: mi sono interessato a questa figura, un poco, solo più avanti, quando un amico vincenziano, oggi bibliotecario e archivista, ci lesse, ad un incontro tra “confratelli”, un passo in cui il giovane Federico distingueva tra “filantropia” e carità cristiana. Il passo era tratto da una lettera a Léonce Curnier, del 23 febbraio 1835: “La carità non deve mai guardare dietro di sé, ma sempre davanti, perché il numero delle suo beneficenze passate è sempre troppo piccolo e perché infinite sono le miserie presenti e future che deve lenire. Guardate le associazioni filantropiche: non sono che assemblee, relazioni, rendiconti, memorie; a meno d’un anno d’esistenza posseggono già grossi volumi di verbali. La filantropia è un’orgogliosa per cui le buone azioni sono una specie d’ornamento e che si compiace di guardarsi nello specchio. La carità è una tenera madre che tiene gli occhi fissi sul bimbo che porta alla mammella, e non pensa più a se stessa e dimentica la sua bellezza per il suo amore“. Mi era piaciuta molto questa distinzione, così come un altro passo, in cui Ozanam mostrava di aver chiara la carità non solo come virtù teologale, ma anche come ben altro rispetto all’utopia socialista: “La sapienza della Chiesa e la sincerità del suo amore per i poveri risplendono precisamente nel fatto che essa conosce troppo l’estensione dei loro mali ed è troppo compenetrata dei loro dolori per credere di riuscir mai a mettervi fine. Ecco perché riabilita una condizione che non spera di sopprimere, ecco perché circonda la povertà col rispetto della terra e le promesse del cielo” (Les Origines du Socialisme).
Ma chi è Ozanam? Giorgio Bernardelli, giornalista di Avvenire, nel suo freschissimo “Storia di F. Ozanam” (Lindau), lo inquadra in questo modo: un “giovane, impegnato su mille fronti: studioso, e poi professore di letteratura, apologeta, giornalista, persino politico; il tutto da laico, sposo e padre di famiglia…”. Un uomo amante della cultura, delle conferenze, della storia, amico di uomini di cultura e di scienza come il grande matematico Cauchy e il fisico Ampère (dei quali ammira la profonda devozione), che un giorno, provocato dai seguaci di Saint Simon, decide di passare all’azione concreta: non basta che sacerdoti e suore si dedichino alla carità, anche i laici devono farlo, portando così testimonianza dei frutti che nascono dalla Fede.
Una storia interessante, di un uomo che si muove in un’epoca di grandi mutamenti, spaventato tanto dal socialismo quanto dall’egoismo borghese, con intuizioni sociali notevoli, e non piccoli errori di valutazione sui tempi moderni… La storia di un francese che, però, è nato in Italia e che ama il nostro paese come luogo di tradizioni, di varietà, di cultura e di arte.
Vorrei qui raccontare un solo fatto: la sua visita a Roma, all’epoca di Pio IX. Ozanam la descrive in varie lettere, e parla di un popolo, quello romano, allegro, devoto, che ama cantare alla Madonna e frequentare i santuari mariani. Di Pio IX, papa re, scrive entusiasta che “quando parla non tarda a commuoversi; e questa emozione, questa voce vibrante, commuove tutti i cuori”; nota che “nel momento in cui venne al conclave, fu obbligato a prendere in prestito 600 scudi, per fare il viaggio” e che durante la Settimana Santa, oltre alla lavanda dei piedi ufficiale, ne ha fatta un’altra “ai poveri nell’ospizio dei pellegrini”, suscitando grande riconoscenza; afferma che il desiderio che gli procura tanta popolarità è quello di essere un vero pastore: “Ecco perché riprende una dopo l’altra le funzioni attive dell’episcopato, predicando al suo popolo e al suo clero, dando la cresima e i santi ordini, visitando in incognito alcune scuole di adulti, gli ospedali, i poveri nelle loro soffitte, andando a dire la messa in un’umile chiesa e distribuendo la comunione a tutti coloro che si presentano…”.
Agnoli, Il Foglio, 1 agosto, 2013