giovedì 8 agosto 2013

Per comunicare la novità dello Spirito



Il viaggio di Papa Francesco in Brasile raccontato dalle telecamere del Centro televisivo vaticano.

(Dario Edoardo Viganò) Il volo è da poco decollato. Papa Francesco va a salutare chi lo sta accompagnando in Brasile, il personale di bordo e i giornalisti che vuole incontrare personalmente: chi chiede una preghiera, chi è preso dall’emozione, chi fa benedire un rosario, chi scambia una battuta.L’orizzonte non è certo quello del protocollo, tra attenzione personale, ascolto e sguardi. Momenti che il Centro televisivo vaticano (Ctv) documenta nel processo di passaggio dal mondo del racconto (ciò che sta avvenendo e deve essere raccontato) al mondo dello spettatore.
Nella consapevolezza che la narrazione audiovisiva, fatta in questo caso di competenza linguistica e di amore per la Chiesa, rappresenta un’attrazione, un’influenza, una sollecitazione perché si dia l’appropriazione della trama di quanto viene raccontato — i gesti e le parole del Papa nel viaggio in Brasile — da parte dello spettatore nel concreto dispiegarsi nella storia dei propri sogni, pensieri, progetti e attese. In Temps et récit Paul Ricœur precisa che un’opera non è semplicemente rivolta a un lettore futuro ma prevede tale lettore, anzi prepara proprio per lui un’esperienza viva della lettura. I cameramen del Ctv sentono la responsabilità di raccontare e di prevedere per lo spettatore un’esperienza viva di visione, ovvero «ciò che c’è da interpretare in un testo» dice sempre Ricœur.
Tra competenze linguistiche, rapporto discreto e personale con la figura del Santo Padre, amore per la Chiesa, il Ctv narra gli avvenimenti — nella forma del servizio, come prevede il suo Statuto — del Papa e le attività della Santa Sede. Nonostante sia noto che l’uso, in ambito storico, delle immagini è attraversato da ritrosie, ritardi e superficialità, l’impegno della Santa Sede per un archivio storico audiovisivo non solo è stato deciso, ma vive ora di una tenace strategia di digitalizzazione e conservazione. Le cause della problematicità della valorizzazione in ambito storiografico delle fonti audiovisive sono molteplici, ma probabilmente in gran parte provengono dalla natura stessa dell’immagine e dal principio di rappresentazione. Ora tutto ciò, non senza difficoltà, è in via di superamento, come attestano le prime cattedre di Visual History. Per questo, raccontare il Papa per il Ctv significa assumere una responsabilità di spessore anche storico.
Lasciarsi sorprendere è l’atteggiamento dell’uomo e della donna che vivono nello Spirito, liberi da ogni pre-comprensione. Lo stile del lasciarsi sorprendere non è una caratteristica possibile, ma un tratto del discepolo. Nella scena dell’Ascensione descritta dall’evangelista Luca, si legge che i discepoli fissano lo sguardo a Cristo che sale al cielo. Questo elemento narrativo richiama, nel tessuto testuale della Bibbia, l’esperienza di Eliseo che per avere lo spirito di Elia deve fissare su di lui lo sguardo mentre quest’ultimo viene rapito sul carro di fuoco. Luca dunque precisa, ai suoi lettori, le condizioni per essere testimoni: avere lo sguardo fisso su Cristo e vivere nella vita dello Spirito. Solo così, con lo sguardo fisso a Gesù e rinascendo dall’alto, ovvero dallo Spirito Santo, sarà possibile essere discepoli e iniziare a scrivere la propria storia (Atti degli apostoli) che sarà la stessa storia di Cristo, disponibili all’inatteso del dono, alla sorpresa dello Spirito.
Siamo stati da subito colti dall’inatteso. Nel viaggio brasiliano Papa Francesco ha usato un linguaggio lontano dal paradigma greco dell’idea e dalla filosofia e decisamente innestato nella tradizione ebraica per la quale il linguaggio era, è, racconto acceso dalla vita. Di questa tradizione ebraica noi cristiani siamo parenti stretti e sappiamo che al centro della storia è Cristo Gesù. È la vita che va interrogata, è la storia che rivela il gusto del Vangelo e il desiderio di vivere in Dio: questo ha fatto Papa Francesco. Con i vescovi, nelle strade, nella favela, con le autorità, con tutti. Ha interrogato la vita, non ha descritto né dettato regole: ha rivolto a tutti la domanda che ha aperto il cuore rendendolo disponibile all’azione della grazia.
Bisogna dunque superare la tentazione sempre presente, e a volte dilagante fino alla bulimia, di interpretare un pontificato che sta muovendo i primi passi sovrapponendovisi; servono piuttosto uomini e donne capaci di disponibilità e rispetto di fronte a un dono. E Papa Francesco è un dono che giorno dopo giorno prende la coscienza e il cuore. Prima che dibattere sugli schemi, sui modelli di pontificato, sulle linee di governo, esiste allora una domanda: che dono è Papa Francesco per la Chiesa? Sarà lo Spirito Santo a rivelarcelo e non le consuete strategie di accreditamento che mutano al mutare dei Pontefici, e neppure le analisi di cosiddetti opinionisti spesso molto informati sul poco verosimile e per nulla sul decisamente certo.
«La domanda che dobbiamo porci non riguarda più la via che la Chiesa deve seguire per parlare al mondo moderno secolarizzato, ma investe lo stesso cristiano! Che cosa significa essere cristiani? E che cosa ha da dire il cristianesimo a questo mondo? E ha poi qualcosa da dire di suo, di inconfondibilmente proprio?» ha scritto Walter Kasper. Non è la prefigurazione dell’esito a dover determinare la prassi pastorale quanto piuttosto la qualità del processo. «È necessario — ha detto Papa Francesco ai vescovi brasiliani il 27 luglio — promuovere e curare una formazione qualificata che crei persone capaci di scendere nella notte senza essere invase dal buio e perdersi; di ascoltare l’illusione di tanti, senza lasciarsi sedurre; di accogliere le delusioni, senza disperarsi e precipitare nell’amarezza; di toccare la disintegrazione altrui, senza lasciarsi sciogliere e scomporre nella propria identità». Pensiamo all’episodio di Davide e Golia. Non servono sovrastrutture; anzi l’armatura a volte a conti fatti ingombra, lega e blocca i movimenti. Ciò che serve è la capacità di scelta, di scovare nel letto del fiume cinque pietre da lanciare con la fionda e vincere il nemico, non nostro, ma di Dio: quello che ci portiamo dentro.
La lotta che ciascuno di noi è chiamato a compiere è individuale. In questo, la logica degli affetti sa costruire la casa comune e custodire le persone. Tra le immagini girate dal Ctv, una è particolarmente eloquente in questa prospettiva: nella favela di Varginha mentre stava percorrendo a piedi il tratto dalla chiesetta al campo di calcio, Papa Francesco intravede una vecchina, forse centenaria. È sul lato della strada opposto a dove si trova; la attraversa, guarda la donna negli occhi e le prende il volto tra le sue mani accarezzandola. Ecco la logica degli affetti: non si accontenta di occuparsi degli ultimi o di chi è nel bisogno, ma vuole l’abbraccio della carne come quello del santo di Assisi con il lebbroso.
Il linguaggio di Papa Francesco è tanto lontano da quello concettuale di una teologia arida quanto dal pietismo devozionale perché nasce dal cuore radicato nel cuore di Dio, ha il tratto della misericordia e la gentilezza dell’offerta. Quanto di più lontano dalla grammatica del dovere, dalla retorica del giudizio e dalla violenza della seduzione. È parola che nasce dallo Spirito Santo, dall’esperienza della contemplazione. Una parola che attesta ciò che dice, rivela ciò che narra, testimonia ciò che professa. È possibile desiderare una Chiesa povera per i poveri per decreto? O non è forse più forte il governo di chi vive la povertà come stile della propria esistenza?
Su questioni centrali come povertà, giustizia, misericordia, solidarietà, vale però la pena precisare qualche elemento per non ridurre il magistero papale a schematismi sociologici. Nel dire di Papa Francesco esiste una interdipendenza e un rimando costante tra fatto e parola. Più che le forme dei ragionamenti logici e argomentativi, il Papa preferisce le narrazioni — così oltrepassa il testo scritto per non perdere il cuore del suo magistero che passa attraverso la spontaneità — dove il confronto, pur non eludendo l’aspetto concettuale, privilegia e predilige il piano dei comportamenti. Proprio questo blocca una facile condivisione di massima dei valori umani fondamentali (giustizia, solidarietà, uguaglianza) sulla cui generica astrazione è facile il generale accordo, salvo poi operare in direzione divergente nella prassi. Secondo Papa Francesco, infatti, non basta gettare una moneta a chi domanda: bisogna guardare negli occhi e toccare la mano di chi chiede, perché si compia un’opera di prossimità.
La spiritualità ignaziana propria di Papa Francesco lo abilita a una confidenza con la Parola e a una sua lettura che, pur basandosi su competenze storico-critiche, è lontana da ogni forma di accademismo ed erudizione per lasciar spazio alla lettura teologico-spirituale che investa l’esistenza. La spiegazione che il Papa offre delle narrazioni evangeliche le libera da valori per lo più estranei al testo biblico.
Poche ore prima di partire per il viaggio di Rio de Janeiro, all’Angelus del 21 luglio Papa Francesco si è soffermato sulle figure di Marta e Maria. L’esegesi del brano del vangelo di Luca (cfr. 10, 38-42) si è radicalizzata spesso in un dualismo tra vita attiva e vita contemplativa, poi su raccordi ancor più deboli. La vera questione è comprendere cosa significhi la parola di Gesù: «Maria ha scelto la parte migliore». Il contesto narrativo a monte lo chiarisce: prima infatti dell’episodio Luca descrive la radicalità dell’esigenza di Gesù e la necessità della scelta: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio» (9, 62). La parte migliore scelta da Maria è la priorità dettata dall’urgenza. Per Luca quell’urgenza è la presenza di Gesù e la prossimità imminente del Regno. La parte migliore è allora la necessità di votarsi all’ascolto della Parola.
Altro esempio di un metodo di lettura del testo biblico è stato dato dal Papa a Rio nella visita all’ospedale San Francesco di Assisi quando si è riferito alla parabola del Buon Samaritano (cfr. Luca, 10, 29-35). Ancora una volta Papa Francesco capovolge la ricezione classica che vuole far condividere al lettore il punto di vista del samaritano, con una sollecitazione morale ad assumere un determinato atteggiamento verso il prossimo. Infatti, se ci si domanda qual è il punto di vista che Gesù vuole fare assumere, bisogna concludere che sia proprio quello dell’uomo aggredito dai briganti. La domanda finale al dottore della legge circa il prossimo Gesù la articola non partendo dal donatore, ma a partire dal beneficiato. Come dire che è ricominciando a pensare il mondo puntando, assumendo lo sguardo dell’indigente, sull’indigenza che si determina la condizione di prossimo.
Un tratto tra i più forti nel magistero di Papa Francesco è non il progetto di una sua Chiesa, ma il progetto della Chiesa di Dio come solo lui la vuole. Una chiarezza di pensiero che Papa Francesco ha richiamato il 27 luglio nell’omelia nella cattedrale di Rio de Janeiro: «Permanere in Cristo segna tutto ciò che siamo e facciamo. È precisamente questa “vita in Cristo” ciò che garantisce la nostra efficacia apostolica, la fecondità del nostro servizio: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto sia autentico” (cfr. Giovanni, 15, 16). Non è la creatività, per quanto pastorale sia, non sono gli incontri o le pianificazioni che assicurano i frutti, anche se aiutano e molto, ma quello che assicura il frutto è l’essere fedeli a Gesù, che ci dice con insistenza: “Rimanete in me e io in voi” (Giovanni, 15, 4)».
Questo tratto dell’indisponibilità dello Spirito di Dio al nostro umano progettare evoca l’episodio dell’asina di Balaam (cfr. Numeri, 22, 21-35). L’ostinazione per i propri pensieri e i propri progetti anche pastorali rappresenta infatti la pena maggiore dell’azione della Chiesa. Quanti progetti, anche ben compaginati secondo dati sociologici e istanze teologiche, sono destinati a lasciare sul campo morti e feriti? Il problema è sempre la salvaguardia del sé, del proprio pensiero; in altre parole, è la sottomissione ai processi dell’opinione pubblica nei confronti della quale si teme di rimanere beffati.
La Chiesa ha un suo specifico, Cristo morto e risorto, come bene prezioso in vasi d’argilla. Bisogna porre attenzione a non puntare tutto sui vasi d’argilla, sulle capacità umane, perdendo il bene prezioso del mistero della redenzione in Cristo. Forse sta proprio qui il cuore del problema di quella che spesso viene indicata come insufficienza comunicativa della fede nel contesto contemporaneo: imparare a riconoscere la presenza di Dio come Signore della storia. E per fare questo non basta la sapienza umana, ma è necessario divenire sensibili allo Spirito. Una delle maggiori e più complesse sfide per chi si occupa di comunicazione sta proprio qui: abbandonare i modelli comunicativi propri delle logiche mondane e ritrovare lo specifico cristiano del linguaggio, che non è forma, ma molto di più.
L'Osservatore Romano

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A colloquio con il segretario del Pontificio Consiglio per i Laici sulla gmg di Rio. Un progetto divenuto realtà
L'Osservatore Romano 
(Gianluca Biccini) Avverrà nella domenica delle Palme del 2014 il passaggio della Croce delle gmg e dell’Icona mariana della Salus populi Romani dalle mani dei giovani brasiliani a quelle dei coetanei polacchi che le porteranno in pellegrinaggio sino a Cracovia, sede, come è noto, della prossima Giornata mondiale della gioventù, in programma nell’estate 2016. Lo annuncia in questa intervista al nostro giornale il vescovo Josef Clemens, segretario del Pontificio Consiglio per i Laici, organizzatore delle gmg. Nell’intervista il presule traccia anche un bilancio dell’esperienza vissuta a Rio de Janeiro, affermando che le giornate brasiliane hanno dimostrato ancora una volta che «la Chiesa sta dalla parte dei giovani».