di Luciano Moia
Maternità e paternità responsabile? L’equilibrio razionale e consapevole della sessualità coniugale in rapporto ai processi biologici, alla naturale attrattiva erotica all’interno della coppia, ma anche alle condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali. In altri termini: no alla sterilità come scelta ideologica ma no anche alle “coppie coniglio” per riprendere l’espressione usata da papa Francesco.
Due derive che l’antropologia cattolica, sulla scorta del Vaticano II e poi dei numerosi interventi del magistero in questo ultimo mezze secolo, rifiuta con decisione.
L’uso della ragione illuminata dalla fedepermette infatti alla coppia di aprirsi alla vita ma anche, in altri momento dell’esistenza – come spiega Paolo VI nell’enciclica “Humanae Vitae” – di «evitare temporaneamente o anche a tempo indeterminato una nuova nascita».
Nessun diktat, nessuna applicazione rigida della dottrina. La parola della Chiesa non è un codice da rispettare con minacce sanzionatorie, ma un invito alla riscoperta della nostra umanità più autentica che è poi la verità del Creatore iscritta nel profondo del cuore di ciascuno.
L’invito di Giovanni Paolo II, più volte ripetuto, e diventato potente come uno slogan, «Famiglia diventa come sei», vuol dire anche questo. Una puntale sollecitazione alla coppia perché non dimentichi mai di far ricorso alla luce della coscienza nel riconoscere i propri doveri «verso Dio, verso se stessi, verso la famiglia e verso la società», per usare ancora le parole di papa Montini, secondo una precisa gerarchia di valori. Il ricorso alla coscienza informata permette, anche in un ambito delicato e decisivo come il controllo delle nascite, di evitare da un lato la lettura arbitraria della realtà e, dall’altro, di adeguare in modo saggio e prudente le indicazioni del magistero alle proprie condizioni personali, alla propria vita di coppia, alle condizioni sociali ed economiche del momento.
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Famiglia, nuove parole per la svolta pastorale. Dopo i fermenti di rinnovamento sparsi con la “fase 1” del Sinodo lo scorso ottobre, il Papa parlando ai giornalisti sull’aereo che lo riportava a Roma dopo il viaggio nelle Filippine, ha riletto il tema della maternità e della paternità responsabili partendo dall’enciclica Humanae vitae di Paolo VI. Non per attenuarne la portata o per ridefinirne il significato, ma per attualizzarne la traduzione pastorale. «Parole profetiche», ha sottolineato infatti Francesco. Un progetto che acquista nuova forza alla luce della nuova pastorale dell’accoglienza e della misericordia. Le indicazioni coraggiose di papa Montini sull’esercizio responsabile della maternità e della paternità, riproposte nella «Chiesa ospedale da campo», conservano intatta la loro portata controcorrente. Una forza di verità che oggi come allora si oppone, alla luce del Vangelo e della saggezza umana, alle menzogne di certa cultura dominante.
«È come un potente schiaffo a tutte le ideologie», argomenta don Paolo Gentili, direttore nazionale dell’Ufficio Cei per la famiglia, che rilegge le parole pronunciate da Francesco con un sentimento che sta a metà strada tra la leggerezza dell’entusiasmo e il peso della responsabilità. Entusiasmo perché quello che il Papa ha detto a proposito della paternità responsabile apre un dibattito importante, troppo a lungo sopito sotto una pesante coltre di silenzio e di indifferenza, spesso maturata anche nelle nostre comunità.
«È come un potente schiaffo a tutte le ideologie», argomenta don Paolo Gentili, direttore nazionale dell’Ufficio Cei per la famiglia, che rilegge le parole pronunciate da Francesco con un sentimento che sta a metà strada tra la leggerezza dell’entusiasmo e il peso della responsabilità. Entusiasmo perché quello che il Papa ha detto a proposito della paternità responsabile apre un dibattito importante, troppo a lungo sopito sotto una pesante coltre di silenzio e di indifferenza, spesso maturata anche nelle nostre comunità.
Le ideologie che Francesco addita come pericoli gravi, contro cui concentrare l’impegno e l’attenzione – spiega don Gentili – sono almeno tre. Quella del gender, innanzi tutto, che vorrebbe decomporre la famiglia dal suo interno, spostando i fondamenti antropologici dal piano della natura a quello dell’arbitrio culturale. Ma anche quella della famiglia “obbligatoriamente numerosa senza l’esercizio della responsabilità” o – al contrario – quella che vorrebbe un rifiuto pregiudiziale della generazione secondo una dissennata “cultura del benessere che anestetizza”. I tanti movimenti No kids, sorti soprattutto in area anglosassone e guardati con favore da certe frange radical–progressiste anche a casa nostra, dimostrano come il rischio dell’egoismo elevato a modello di vita sia sempre presente. E il peso della responsabilità? «Riguarda i nuovi percorsi pastorali incoraggiati e, anzi, resi ormai urgenti e irrinunciabili – prosegue il direttore dell’Ufficio famiglia – dalla lettura delle parole di Francesco».
Si tratta di proposte capaci di mettere davvero al centro la responsabilità della coppia e della famiglia, sollecitando quella capacità dei coniugi di essere “soggetti pastorali” che deriva direttamente dal sacramento del matrimonio. La strada per arrivare a comporre questa sapiente integrazione pastorale – che riprende le indicazioni dell’enciclica Humanae vitae e ne rilancia le grandi intuizioni con l’abbraccio della tenerezza accogliente che non teme di confrontarsi con ferite e fragilità – è quella della riscoperta del figlio come dono. E la responsabilità dell’accoglienza non deriva da un rispetto acritico di indicazioni che hanno il sapore di “posti di dogana” a cui mostrare un lasciapassare, ma dall’adesione intelligente a un progetto di vita che non guarda tanto alla rigidità della lettera, secondo le parole di san Paolo, quanto al dinamismo dello Spirito, al cuore e alla volontà condivisa di costruire un futuro di bene per tutti. In questa chiave sarebbe fuorviante pensare che parlare di maternità e di paternità responsabili equivalga alla bocciatura delle famiglie numerose.
Si tratta di proposte capaci di mettere davvero al centro la responsabilità della coppia e della famiglia, sollecitando quella capacità dei coniugi di essere “soggetti pastorali” che deriva direttamente dal sacramento del matrimonio. La strada per arrivare a comporre questa sapiente integrazione pastorale – che riprende le indicazioni dell’enciclica Humanae vitae e ne rilancia le grandi intuizioni con l’abbraccio della tenerezza accogliente che non teme di confrontarsi con ferite e fragilità – è quella della riscoperta del figlio come dono. E la responsabilità dell’accoglienza non deriva da un rispetto acritico di indicazioni che hanno il sapore di “posti di dogana” a cui mostrare un lasciapassare, ma dall’adesione intelligente a un progetto di vita che non guarda tanto alla rigidità della lettera, secondo le parole di san Paolo, quanto al dinamismo dello Spirito, al cuore e alla volontà condivisa di costruire un futuro di bene per tutti. In questa chiave sarebbe fuorviante pensare che parlare di maternità e di paternità responsabili equivalga alla bocciatura delle famiglie numerose.
Meno di un mese fa, parlando alle associazioni europee delle famiglie extralarge, era stato lo stesso Francesco a dire: «In un mondo segnato dall’egoismo siete scuola di solidarietà e di condivisione». Il no alle «famiglie coniglio», secondo la colorita espressione del Papa, va quindi inteso come un richiamo, tanto più efficace per l’immediatezza del linguaggio, alla ricerca di un equilibrio più consapevole nell’esercizio della sessualità coniugale che dev’essere sempre commisurata – come indicato anche da Paolo VI – ai processi biologici, alla naturale attrattiva erotica, alle condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali. La parola della Chiesa non è un codice da rispettare con minacce sanzionatorie, ma un invito alla riscoperta della nostra umanità più autentica, che è poi la verità iscritta dal Creatore nel profondo del cuore. «Accompagnare le coppie a riscoprire questa verità – osserva ancora don Gentili – significa riprendere in mano senza moralismi quella legge della gradualità che anche Giovanni Paolo II aveva indicato nella Familiaris consortio e che purtroppo non abbiamo avuto la forza e le possibilità di tradurre in prassi pastorale». In altre parole, secondo le indicazioni più volte ribadite da Francesco, vuol dire prendere per mano le coppie senza giudicare il loro stato di vita ma cogliendo il positivo esistente in ogni relazione tra uomo e donna fondata su responsabilità, progettualità e rispetto reciproco. Siamo davvero ad una svolta? «Basterebbe rileggere l’impianto delle 47 domande diffuse nel questionario in vista del Sinodo ordinario del prossimo ottobre – conclude don Gentili – per rendersi conto che il cammino avviato ha un suo svolgimento razionale. Quello che il Papa ha detto l’altro ieri è la conferma di un progetto che aiuterà tante famiglie a ritrovare la via del Vangelo».
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Il contesto di "cattolici e conigli"...
di Mimmo Muolo
La frase ha fatto il giro del mondo in poche ore. «Alcuni credono che – scusatemi la parola – per essere buoni cattolici dobbiamo essere come conigli». Frase che il Papa ha pronunciato nella conferenza stampa sul volo di ritorno da Manila e di cui Avvenire ha dato ampio conto ieri. Solo che a citarla così – estrapolandola come hanno fatto in molti dal contesto complessivo del ragionamento di Francesco, o al massimo collegandola al numero di tre figli a coppia, presentato coma una indicazione “normativa” del Pontefice – si corre il rischio di tradirne il pensiero.
Specie in riferimento all’Italia, affetta ormai da anni da un “inverno demografico” senza precedenti. Sarà utile perciò ricostruire che cosa ha detto effettivamente papa Bergoglio in risposta alle domande che gli sono state poste, a partire da quella di un giornalista tedesco che chiedeva se egli avesse in mente di rivedere, anche solo parzialmente, il divieto dell’uso degli anticoncezionali stabilito da Paolo VI nell’enciclica Humanae vitae.
La risposta del Papa si è articolata su due piani distinti ma interconnessi. Innanzitutto, ha ricordato che per i casi particolari, «i problemi di tutti i giorni», già Montini aveva chiesto ai «confessori di essere misericordiosi e capire le situazioni e perdonare o essere misericordiosi, comprensivi».
E questo è il piano pastorale di cui si è parlato e si parlerà anche nel cammino sinodale in corso. Ma vi è poi un piano culturale dell’enciclica che papa Bergoglio ha descritto in poche parole e con grande chiarezza. «Paolo VI – ha sottolineato – non è stato un antiquato, un chiuso. No, è stato un profeta, che con questo ci ha detto: guardatevi dal neo–malthusianismo in arrivo». Quest’ultima è una corrente di pensiero che, rifacendosi alle idee di Thomas Malthus, lo studioso che già alla fine del XVIII secolo sosteneva la necessità di limitare le nascite per non far crescere la povertà, teorizzò a partire dagli anni 60 la diffusione di massa delle pratiche anticoncezionali per disinnescare quella che veniva chiamata la «bomba demografica». In altri termini, la crescita molto più rapida della popolazione mondiale rispetto alla disponibilità delle risorse a disposizione, che – secondo i sostenitori della tesi – avrebbe portato a gravi carestie nei decenni successivi.
È perciò questo orizzonte culturale di fondo che Montini tiene presente quando nel 1968 pubblica il suo documento, ribadendo l’indispensabile apertura alla vita all’interno del matrimonio (pena la sua nullità, come ha ribadito lunedì anche il Papa) e introducendo il concetto di «paternità responsabile» (potremmo dire con Francesco il “non fare figli come conigli”), la vera alternativa al catastrofismo neomalthusiano. Purtroppo, come sappiamo, il documento montiniano, mal interpretato anche da una parte del mondo cattolico, fu ridotto a un semplice “no”, ottuso e retrogrado, agli anticoncezionali. Ora Francesco, che Paolo VI ha proclamato beato e che al suo magistero continuamente si richiama, ci ricorda qual era la vera posta in palio della presa di posizione di Montini. Non certamente un «rifiuto rispetto ai problemi personali, tanti problemi importanti che fanno l’amore della famiglia». «Lui guardava – ha detto lunedì – al neo–malthusianismo universale che era in corso. E come si chiama questo neo–malthusianismo? È il meno dell’uno per cento delle nascite in Italia, lo stesso in Spagna.
Quel neo–malthusianismo – ha aggiunto il Papa – che cercava un controllo dell’umanità da parte delle potenze». In sostanza, è la grande menzogna demografica (un’altra «colonizzazione ideologica» come la teoria del gender richiamata in un altro passaggio) alla quale purtroppo ha creduto gran parte dell’Occidente e che nel nostro Paese ha prodotto (in combinazione con fattori di altra natura) gli effetti negativi sotto gli occhi di tutti. Colpisce, infatti, che anche quando è tornato sull’argomento in risposta a un altro quesito, il Pontefice si sia nuovamente riferito alla situazione italiana.
Rileggiamo attentamente quest’altra domanda e risposta, perché si tratta del punto decisivo per comprendere nel suo vero significato la frase sui conigli. Secondo il giornalista, la maggioranza dei filippini pensa che la crescita enorme della popolazione filippina sia una delle ragioni più importanti per la povertà diffusa nel Paese. Lì ogni donna partorisce in media più di tre bambini e sembra che la posizione della Chiesa sulla contraccezione non trovi più d’accordo molte persone. Che ne pensa il Papa? «Io credo – risponde Francesco – che, come come dicono i tecnici, il numero di tre figli per coppia sia necessario per mantenere la popolazione (cioè per fare in modo che non decresca, ndr).
Quando questo numero scende, accade l’altro estremo, come in Italia (che ha una media di 1,39 figli per donna, ndr), dove ho sentito – non so se è vero – che nel 2024 non ci saranno i soldi per pagare i pensionati». Riepilogando: con le sue risposte, Francesco ha da un lato riaffermato la permanente validità dell’Humanae Vitae, compresa l’indicazione pastorale della misericordia con cui devono essere trattati i problemi di coscienza delle coppie. Dall’altro, ha messo in guardia dagli opposti eccessi: l’inverno demografico determinato dal rifiuto più o meno consapevole della procreazione, così come il mettere al mondo i figli come i conigli (frase non a caso pronunciata in riferimento al caso limite di una donna con sette parti cesarei che aspetta l’ottavo figlio).
Ciò che conta, ha detto, è la «paternità responsabile», che non è traducibile in un numero tassativo di figli per coppia («per la gente più povera – ha ricordato – un figlio è un tesoro»). Quello di tre è dunque solo un’indicazione tecnica, desunta dagli studi demografici, per far sì che la popolazione non diminuisca. Ne consegue, insomma, che è totalmente fuor di luogo assolutizzare la frase dei conigli e applicarla all’Italia. Un po’ come prescrivere una dieta di dolci a un diabetico. Il ragionamento del Papa, semmai, aveva l’intento esattamente opposto.
Rileggiamo attentamente quest’altra domanda e risposta, perché si tratta del punto decisivo per comprendere nel suo vero significato la frase sui conigli. Secondo il giornalista, la maggioranza dei filippini pensa che la crescita enorme della popolazione filippina sia una delle ragioni più importanti per la povertà diffusa nel Paese. Lì ogni donna partorisce in media più di tre bambini e sembra che la posizione della Chiesa sulla contraccezione non trovi più d’accordo molte persone. Che ne pensa il Papa? «Io credo – risponde Francesco – che, come come dicono i tecnici, il numero di tre figli per coppia sia necessario per mantenere la popolazione (cioè per fare in modo che non decresca, ndr).
Quando questo numero scende, accade l’altro estremo, come in Italia (che ha una media di 1,39 figli per donna, ndr), dove ho sentito – non so se è vero – che nel 2024 non ci saranno i soldi per pagare i pensionati». Riepilogando: con le sue risposte, Francesco ha da un lato riaffermato la permanente validità dell’Humanae Vitae, compresa l’indicazione pastorale della misericordia con cui devono essere trattati i problemi di coscienza delle coppie. Dall’altro, ha messo in guardia dagli opposti eccessi: l’inverno demografico determinato dal rifiuto più o meno consapevole della procreazione, così come il mettere al mondo i figli come i conigli (frase non a caso pronunciata in riferimento al caso limite di una donna con sette parti cesarei che aspetta l’ottavo figlio).
Ciò che conta, ha detto, è la «paternità responsabile», che non è traducibile in un numero tassativo di figli per coppia («per la gente più povera – ha ricordato – un figlio è un tesoro»). Quello di tre è dunque solo un’indicazione tecnica, desunta dagli studi demografici, per far sì che la popolazione non diminuisca. Ne consegue, insomma, che è totalmente fuor di luogo assolutizzare la frase dei conigli e applicarla all’Italia. Un po’ come prescrivere una dieta di dolci a un diabetico. Il ragionamento del Papa, semmai, aveva l’intento esattamente opposto.
Avvenire