giovedì 1 gennaio 2015

Don Ciotti, "L'italiano dell'anno".

Famiglia Cristiana n.1, in edicola e in parrocchia da mercoledì 31 dicembre.

Come sempre, Famiglia Cristiana ha scelto il suo Italiano dell'anno: per il 2014 è don Luigi Ciotti, il sacerdote che ha fondato il Gruppo Abele e Libera e che per il suo impegno a favore della giustizia e della legalità vive minacciato dalla mafia. Qui di seguito le motivazioni della scelta in un articolo del direttore don Antonio Sciortinoe una parte dell'intervista a don Ciotti pubblicata nel numero di Famiglia Cristiana 1/2015, in edicola e in parrocchia a partire da mercoledì 31 dicembre. 

di don Antonio Sciortino

Di fronte alla rassegnazione che non ci sia nulla da fare contro la corruzione, e di Libera, da anni si batte per risvegliare le coscienze assopite di tanti cittadini la mafia e l’illegalità diffusa, don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele che peccano di “omissione”, assistendo inerti al degrado etico e sociale del Paese.

Per risollevare le sorti dell’Italia è importante l’opera di educazione che egli fa nelle scuole, coinvolgendo le famiglie, gli insegnanti e la stessa Chiesa, così da “saldare la terra col cielo”, come ama ripetere.
Non tutto è disastro nel Paese, basta unire le “forze positive”, c’è tanto bene in giro, che però va fatto conoscere.

La Costituzione italiana e il Vangelo sono i capisaldi di un riscatto morale possibile, cui don Ciotti ha dedicato l’intera vita, messa ora in serio pericolo dalle minacce della mafia.
Per noi di Famiglia Cristiana è l’Italiano dell’anno per il coraggio e la capacità di coinvolgere credenti e non credenti a reagire all’impotenza in cui versa l’Italia.
In lui ci riconosciamo e si riconoscono tutti i cittadini onesti che amano davvero il Paese. E non vogliamo che si senta solo o isolato di fronte allo strapotere delle mafie.

UN'ANTEPRIMA DELL'INTERVISTA A DON CIOTTI

di don Antonio Sciortino (ha collaborato Alberto Chiara)

A un certo punto prende in mano una versione inglese della Bibbia, stampata nel Regno Unito, venduta in Nordafrica, finita sul fondo del Canale di Sicilia nella sacca di un pover’uomo alla ricerca di un futuro migliore. «Me l’ha regalata un pescatore.
È tutto ciò che resta di un immigrato maghrebino morto durante la traversata. Sai, spesso l’appoggio sull’altare quando celebro. Ci ricorda tutti i crocifissi di oggi». Abita un’ex fabbrica metalmeccanica, vive la storia e distilla speranza, don Luigi Ciotti.
Un vezzo, l’unico: «Sono un montanaro, da sempre iscritto al Club alpino italiano, sezione Pieve di Cadore». Un amore, su tutti: «La Parola di Dio, che mi orienta e mi dà forza». Una compagnia di viaggio la più variegata ed eterogenea possibile: dai tossicodipendenti alle prostitute, dai malati di Aids alle vittime dell’usura e a quelle della mafia. Si accinge a vivere un anno, il 2015, ricco di anniversari, don Ciotti: «Il Gruppo Abele compie 50 anni, Libera 20 e io, sommessamente, ne faccio 70, il prossimo 10 settembre».

La sede in cui ci riceve, in corso Trapani, a Torino, era una volta la Cimat, un’azienda specializzata nella produzione di macchine utensili: «Chiuse definitivamente i battenti nel 1976, l’allora arcivescovo, il cardinale Michele Pellegrino, solidarizzò con i dipendenti».
Del passato operaio rimangono certe attrezzature a vista. Il salotto in cui riceve è attiguo alla cucina, giusto un tavolo e una credenza. Tra libri e foto di famiglia, la camera da letto custodisce anche una manciata di coloratissime stole, alcune arrivate dall’America latina, più una bianca: «Era di don Tonino Bello, il vescovo profeta della pace, amico dei poveri».

- Per Famiglia Cristiana sei l’italiano dell’anno. 
«La cosa mi imbarazza, sai...».

- È il nostro modo di dire che apprezziamo il tuo stile di stare accanto a chi non ha voce né diritti. 
«Sono un prete...».

- Già, prete di strada... 
«Prete e basta».

- Perché hai scelto di diventare sacerdote? Cos’è cambiato nel vivere il tuo ministero in questi anni? 
«Vocazione è essere scelti, molto più che scegliere. È aderire a qualcosa che riguarda la parte più profonda del nostro essere. La vocazione è una voce che chiama e che chiede una risposta. Ed è perciò anche una responsabilità. Io credo di essere stato prete ancora prima di diventarlo nei fatti. Poi, ovviamente, c’è modo e modo d’interpretare e vivere l’essere preti, il tuo incontro con Dio e con gli altri».

- C’è qualche persona, in particolare, che ha segnato la tua vocazione? 
«Io ho avuto la fortuna di contare su due grandi vescovi, Michele Pellegrino e Anastasio Ballestrero. Così come su altri grandi figure che mi hanno arricchito con il loro affetto e la loro amicizia: don Franco Peradotto, padre Turoldo, don Tonino Bello. Quanto al mio “ministero”, si è lasciato plasmare dalla vita delle persone, dai loro bisogni e dalle loro speranze. Come persona, come prete e come cittadino, io sono quello che le relazioni con gli altri hanno fatto di me. Il Vangelo è stato il mio riferimento, la cartina di tornasole della mia coerenza, della mia autenticità, senza dimentil’espressione “prete di strada”. Nell’essere prete è insita la dimensione della strada, del cammino, dell’incontro, della ricerca. Il panorama della strada è cambiato, sono cambiati volti e problemi. Non è cambiato il bisogno di dignità delle persone, non è cambiata la loro speranza di libertà». La strada in fondo pone sempre alla coscienza una domanda molto scomoda: come fare – anzi cosa puoi fare – affinché tutte le persone abbiano accoglienza, abbiano una casa, un lavoro, una dignità, siano chiamate per nome, non siano un numero, una cosa, una merce? «Questa è la domanda fondamentale della strada. Ed è una domanda che tendiamo a eludere. Fingiamo di non sentire, di non vedere. Altrimenti la strada non sarebbe sempre così care la Costituzione, perché ho sempre creduto che l’essere prete voglia dire tenere insieme terra e cielo, la dimensione spirituale e l’impegno civile, carità e affermazione dei diritti».
Famiglia Cristiana 

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