
A cento anni dalla nascita del gesuita Zoltán Alszeghy.
(Mauizio Gronchi) La feconda produzione teologica di padre Zoltán Alszeghy (Budapest 1915 — Roma 1991), gesuita ungherese e professore di teologia dogmatica, per la gran parte pubblicata in lingua italiana, è caratterizzata dalla doppia firma con il collega Maurizio Flick, anche lui gesuita. A questi due professori della Gregoriana molti teologi della generazione concomitante e successiva al concilio Vaticano II debbono la loro formazione accademica.
Grazie al loro decisivo impulso la stessa Associazione Teologica italiana vide il suo sorgere, a Napoli nel 1967. L’intenso impegno accademico dei due docenti — soprattutto nella seconda metà del secolo scorso — costituì un apporto rilevante al rinnovamento del metodo in teologia.
Al fine di rendere omaggio a questo maestro, a cento anni dalla sua nascita, la Pontificia università Gregoriana ha organizzato per il 16 gennaio una giornata di teologia dogmatica. L’incontro sarà aperto dalle relazioni di chi scrive e di Dario Vitali, con interventi tesi a mettere in luce i lineamenti teologico-fondamentali e cristologici di Alszeghy. Seguiranno poi le relazioni di docenti ungheresi. Ferenc Patsch tratteggerà il profilo biografico e teologico di Alszeghy, mentre István Seszták approfondirà gli aspetti antropologici e trinitari del sacramento della penitenza. Il pomeriggio sarà dedicato a un confronto sul metodo teologico tra relatori e dottorandi.
Il percorso intellettuale di padre Alszeghy ebbe inizio con la tesi su La teoria dell’amore di Dio in san Bonaventura (1946), per poi volgersi alla ricerca di antropologia teologica intorno ad alcuni temi maggiori, come la dottrina della grazia (Nova creatura, 1956; Il vangelo della grazia, 1964), della creazione (Il Creatore, 1959; I primordi della salvezza, 1978), del peccato e della redenzione (Il peccato originale, 1972; Il sacramento della riconciliazione, 1976; Il mistero della croce, 1978). Al tempo stesso si occupò della riformulazione metodologica del trattato di antropologia (Anthropologia theologica, 1967-1968; Fondamenti di antropologia teologica, 1969; L’uomo nella teologia, 1971) e della teologia stessa (Lo sviluppo del dogma cattolico, 1967; Come si fa la teologia, 1974).
L’ampiezza dei temi indagati, l’originalità delle posizioni assunte su ciascuno di essi e l’arco temporale della produzione (prima e dopo il concilio) sono sufficienti a permetterci di affermare che siamo di fronte a una delle più grandi figure della teologia contemporanea, cui purtroppo non è stato riconosciuto il giusto merito. Nonostante la traduzione dei volumi in più lingue e il lungo periodo di insegnamento, la sua figura — insieme a quella del confratello Flick — è come caduta nella penombra.
Eppure, se oggi il senso della fede cristiana è in grado di riconoscere la comunità credente come il luogo in cui sorge la teologia, di apprezzare il primato di Cristo nella Creazione, di interpretare correttamente il peccato originale in chiave evolutiva, di comprendere il carattere dinamico del dogma cattolico, di leggere il mistero della croce in prospettiva salvifica, tutto ciò è dovuto al rinnovamento teologico proposto da Alszeghy e Flick. Attraverso la revisione del metodo, grazie alla loro opera, sono stati ripensati i contenuti biblici e dogmatici della fede cristiana. Il loro contributo spicca per un’originalità tutta da riscoprire.
Il proposito di evidenziare il contributo di Alszeghy potrebbe apparire arduo, poiché la maggior parte delle sue opere sono scritte a quattro mani con Flick, senza distinzione delle sezioni tra i due coautori. In realtà, questo tratto — oltre a rappresentare un unicum nella teologia del XX secolo, e specialmente nella Compagnia di Gesù — costituisce un motivo di particolare interesse, in quanto mostra la non comune capacità di armonizzare il pensiero e la sua espressione tra due colleghi della stessa facoltà teologica, quale frutto di una rara comunione intellettuale e spirituale.
A conferma del diritto di riconoscere ad Alszeghy la copaternità della produzione teologica a doppia firma — al di là della esposizione del pensiero offerto nella sua docenza, di cui molti discepoli oggi sono testimoni — possiamo considerare una rara e preziosa intervista che il cardinale Angelo Amato ottenne dal nostro professore il 7 ottobre 1989 («Ricerche Teologiche», 1/1990), in cui egli si assumeva la responsabilità personale della riflessione e delle prospettive.
In particolare ne Il mistero della croce, purtroppo non abbastanza noto, viene espresso un pensiero non del tutto comune. Maggior rilevanza invece ebbe Come si fa la teologia, che contribuì a chiarire in modo decisivo la metodologia teologica postconciliare, e soprattutto la sistematica. Interrogato poi su tematiche oggi di grande attualità — quali la disputa sul carattere dottrinale o pastorale del Vaticano II — Alszeghy non esitava a dirsi concorde con padre Yves Congar, che considerava il termine “pastorale” come espressione della dottrina cristiana nella vita del mondo contemporaneo.
Quanto poi alla questione della salvezza dei non cristiani e al valore delle religioni, egli preferiva allargare lo sguardo all’intera umanità, alla quale Cristo comunica la sua interiorità e la sua vita, giungendo alla perfezione della sua donazione attraverso l’esperienza della croce e della Risurrezione. «Questo influsso è ovviamente qualitativamente più forte quando è veicolato dall’appartenenza anche visibile alla Chiesa, dalla sua predicazione e dai suoi sacramenti. Tuttavia non è ristretto alla sola Chiesa. Si ricordi la dottrina antigiansenista che afferma che c’è grazia anche fuori della Chiesa (cfr. Denzinger – Schönmetzer 2429). E grazia vuol dire la comunicazione della vita interiore di Gesù. E questo, secondo me, è il vero senso della dottrina del Vaticano II circa coloro che vengono in contatto col mistero pasquale. (…) Gesù comunica personalmente se stesso anche a coloro che non lo conoscono» (ibidem).
Alszeghy, maestro di teologia e di vita spirituale, che instancabilmente si profuse anche nell’accompagnamento di tanti giovani sacerdoti e religiosi, ebbe l’umiltà di elaborare un pensiero in dialogo con Flick, che sostenne fraternamente fino alla morte, e di incoraggiare la crescita della teologia italiana, in un’epoca di crescente colonizzazione culturale.
Forse anche a questi due grandi pregi — spesso non considerati come tali — è dovuta la trascuratezza nei confronti di un contributo originale alla riflessione teologica e autenticamente ecclesiale che attende di essere rivalutato.
L'Osservatore Romano