martedì 20 gennaio 2015

L’urgenza di piantare la croce

Nei gesti di Papa Francesco in Asia. 


(Paolo Trianni) Erano molte le questioni sullo sfondo di questo secondo viaggio pastorale di Papa Francesco in Asia, e grandi erano le aspettative teologiche. Nel continente asiatico, infatti, non c’è solo un problema di dialogo interreligioso, anche se il confronto con le sue millenarie spiritualità e religioni è indubbiamente preponderante, c’è anche un sostanziale problema di diritto alla libertà religiosa. 
Spesso, inoltre, in questa parte del mondo la Chiesa patisce una questione di immagine, perché è vista come un’agenzia sociale che si occupa di scuole, di ospedali, di diseredati, ma non come una via di realizzazione spirituale. 
Da un punto di vista più prettamente teologico le culture religiose asiatiche pongono le questioni più gravi e difficili con cui sia mai stato chiamato a cimentarsi il pensiero cristiano. Papa Bergoglio, nel suo viaggio, non ha trascurato nessuna di queste dimensioni, e ha dato una svolta alla crescita del cristianesimo in Asia. D’altro canto è significativo che in gioventù egli avesse espresso il desiderio di fare il missionario in Giappone, e già l’Evangelii gaudium aveva fatto capire come il carisma del suo pontificato sarebbe stato fortemente legato all’evangelizzazione e al dialogo. Che la visita papale sarebbe stata all’insegna di queste due priorità era quindi previsto, quello che invece nessuno poteva prevedere erano i fatti di Parigi, la cui cornice non ha fatto altro che rafforzarne lo spirito dialogico. 
Al termine di questo storico viaggio in Asia è dunque opportuno farne una lettura anche teologica, perché Papa Francesco ha toccato tutte le grandi problematiche che coinvolgono l’evangelizzazione del continente, anche se lo ha fatto a modo suo: non affrontando le questioni in modo diretto e dottrinario, ma attraverso azioni simboliche e con gesti e parole dal tono prettamente pastorale. È evidente che il primo obiettivo del breve soggiorno in Asia, dove solo il 2 per cento della popolazione è cristiano, oltretutto prevalentemente concentrato nelle Filippine, non poteva che essere l’evangelizzazione. Facendo riferimento a questo dato di fatto, l’Esortazione apostolica postsinodale di Giovanni Paolo II dedicata al continente rimarcava appunto l’urgenza storica di piantare la croce in Asia. Un suo secondo obiettivo era senza dubbio la promozione del dialogo, sia quello mirato alla pacificazione sociale sia quello interreligioso. Nei suoi discorsi, però, Papa Francesco non ha fatto teologia delle religioni. Com’è suo solito, dal momento che la sua prima enciclica è quella dei segni, egli ha piuttosto compiuto gesti concreti. 
L’incontro tra le fedi voluto al Bandaranaike memorial international conference hall e più ancora la visita fuori programma al monastero Theravada di Mahabodhi dimostrano come al dialogo teorico egli anteponga piuttosto un dialogo di vita e di azione, e, soprattutto, di esperienza religiosa. Unitamente all’evangelizzazione e al dialogo interreligioso, però, il viaggio pastorale di Bergoglio aveva anche un intento ecclesiologico. Durante il sinodo del 1998, infatti, molti vescovi avevano messo l’accento sull’immagine di se stessa che la Chiesa doveva offrire nei Paesi asiatici e sui rapporti con Roma. Bergoglio, che proviene da una Chiesa locale, attraverso i gesti semplici e di grande umiltà ha dimostrato che il primato romano è soprattutto un primato di servizio e di testimonianza, dando così quel segnale che varie conferenze episcopali asiatiche attendevano. 
La visita di Francesco nello Sri Lanka e nelle Filippine non poteva inoltre non toccare il tema che maggiormente caratterizza il suo pontificato: la vicinanza con i poveri. Le Chiese asiatiche sono da una parte comunità ecclesiali giovani ancora alla ricerca di una propria identità culturale, dall’altra realtà calate e contestualizzate in uno scenario di gravi diseguaglianze economiche. La povertà, con tutte le sue varie cause, è una cifra fondamentale dell’Asia, e proprio per questo nel continente si è sviluppata una teologia della liberazione speculare a quella dell’America latina. Bergoglio, che è stato il grande estensore del documento di Aparecida, ed è uno dei massimi conoscitori di queste problematiche, denunciando la minaccia del materialismo ha fatto sentire con autorità e credibilità la voce del magistero ecclesiale. Nella sua riflessione sulla povertà di Cristo e nell’invito ideale rivolto a tutti i cristiani a farsi essi stessi poveri eliminando ogni autocompiacimento, il Papa ha illustrato quale sia il senso autentico e teologicamente corretto di “liberazione”. 
Per la rilevanza delle tematiche affrontate, non c’è dubbio quindi che questo viaggio in Asia abbia dimostrato una volta di più che Bergoglio, con il suo stile delicato e apparentemente minimale, stia lasciando delle impronte decisive per il futuro della Chiesa.
L'Osservatore Romano

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l pastore del popolo   
La Repubblica

(Vito Mancuso) DOPO il pugno, ora arriva il «calcio dove non batte mai il sole»: decisamente gagliardo il Papa! L’intervista rilasciata nel viaggio di ritorno dalle Filippine tocca temi interessanti. Ma soprattutto mostra un Papa dal linguaggio forse ancora più colorito del solito: segno, a mio avviso, di particolare rilassatezza.