venerdì 9 gennaio 2015

Non c'è fede senza tolleranza



Tutti i fedeli del Libro ritornino alla "sacra" condanna della violenza


di Bruno Forte
Quello che è avvenuto a Parigi con la barbara uccisione dei giornalisti del giornale satirico “Charlie Hebdo” da parte di fanatici che pretendevano di appellarsi all’Islam, esige una riflessione sul possibile uso strumentale della religione. Come aveva ripetutamente ribadito Benedetto XVI, in occasione specialmente dei suoi incontri con mondi religiosi diversi dal cristianesimo, la violenza esercitata in nome di Dio è offesa a Dio, un inaccettabile ricorso a Colui che è il fondamento ultimo della universale fratellanza fra gli umani per calpestare la dignità della persona creata a immagine del Creatore.  Chi offende l’uomo offende il Dio che lo ha voluto a sua somiglianza, e chi si serve pretestuosamente del nome divino per colpire l’immagine dell’Eterno nella sua creatura sta bestemmiando in maniera gravissima ed inequivocabile proprio il Creatore.
Il rispetto richiesto è anzitutto quello verso ogni espressione religiosa: “È necessario e urgente - aveva affermato Papa Ratzinger sin dall’inizio del suo pontificato - che le religioni e i loro simboli siano rispettati e che i credenti non siano l'oggetto di provocazioni che feriscono le loro iniziative e i loro sentimenti religiosi” (2006, discorso al nuovo ambasciatore del Marocco presso la Santa Sede, Ali Achour).
In radice è la persona umana che va rispettata, quali che siano le sue idee, le sue convinzioni politiche o religiose, la sua appartenenza culturale. Nell’affermare questo principio fondamentale del rispetto Benedetto XVI faceva appello al diritto inalienabile di ogni essere umano alla salvaguardia della sua dignità e della sua coscienza: la sua non era solo l’argomentazione religiosa, fondata nel primo comandamento del Decalogo, che esige il rispetto della Trascendenza di Dio e della sacralità del Nome divino; egli poneva al centro dell’attenzione la ferita che chi manca di rispetto al Sacro produce nei credenti e nei loro sentimenti religiosi.
È la causa dell’uomo, e non solo la causa di Dio che chiede questo rispetto; o, meglio, è l’inseparabilità di queste due cause che deve essere tenuta presente e che esige fiducia e obbedienza a tutti, credenti e non credenti. In chi richiede il rispetto della libertà di coscienza non è dunque l’avvocato di Dio, ma l’avvocato dell’uomo a parlare: e in quanto tale, la sua è una parola che esige ascolto e riflessione da parte di tutti, senza distinzioni di credo, di appartenenze, di laicità.
La tradizione ebraico-cristiana in proposito presenta un progressivo e chiaro affermarsi del rifiuto di ogni violenza, che culmina nelle parole evangeliche “io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Matteo 5,39). L’Islam nel suo testo sacro comprende la possibilità dell’esercizio della forza, ma lo fa con due precisazioni che vanno tenute in conto: la prima è che essa può essere giustificata solo come forma di legittima difesa (cf. la Sura 2); l’altra è che la “jiahd” va esercitata anzitutto su se stessi come guerra al male che ci tenta e che vorrebbe insinuarsi in noi. È poi esplicito l’invito alla tolleranza e al rispetto dell’altro: “Non vi sia costrizione nella religione!” (Sura 2, 256).
Dunque, l’uso della violenza in nome di Dio è condannato dalle tre grandi religioni monoteistiche, anche se i distinguo e la pluralità delle interpretazioni faranno macchiare di sangue le mani di innumerevoli loro credenti nel corso della storia. Proprio per questo, però, è necessario che tutti i fedeli del Libro, ebrei, cristiani e musulmani, ritornino alla condanna della violenza contenuta nei testi sacri e lo facciano nella certezza che è proprio e solo questa la volontà del Dio “clemente e misericordioso”, Signore del cielo e della terra e Padre di tutti, di cui la prima lettera di Giovanni può dire: “L’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (4,7s).
L'intolleranza e la violenza non possono neppure essere giustificate come risposte alle presunte offese, poiché non sono compatibili coi principi della religione e con la dignità dell’essere umano che la professa. “È per questo – affermava ancora papa Ratzinger - che non possiamo che deplorare le azioni di coloro che approfittano deliberatamente dell'offesa creata ai sentimenti religiosi per fomentare atti violenti, tanto più che ciò viene fatto a fini estranei alla religione”. Il Papa, avvocato dell’uomo, diventava in questa luce avvocato della verità che è alla base anche dell’Islàm: l’offesa a Dio è offesa ai sentimenti profondi di chi crede, ma anche inseparabilmente l’offesa all’uomo è offesa al Dio in cui si crede, che di quell’uomo è il Creatore e Signore. Il ragionamento “laico” di Joseph Ratzinger portava così alla conclusione stringente che, se a nessuno è lecito offendere la coscienza religiosa dell’altro, a nessuno è lecito esercitare violenza sulla persona umana, per nessun motivo, e a nessuno è lecito negare la libertà di coscienza altrui in nome del proprio credo e del proprio diritto a esercitarlo godendo dell’altrui rispetto.
Perciò, aggiungeva il Papa tedesco, “per i credenti come per tutti gli uomini di buona volontà, la sola via che può condurre alla pace e alla fraternità è quella del rispetto delle convinzioni e delle pratiche religiose altrui, in modo tale che, reciprocamente, sia possibile assicurare per ciascuno l'esercizio della propria religione liberamente scelta». In questa luce, i fanatici che hanno compiuto il barbaro eccidio dei giornalisti di Charlie Hebdo al grido “Allah è grande”, proprio in quell’atto stavano offendendo nella maniera più grave il Dio che pretendevano di onorare. La condanna della loro barbarie è senza appello e l’uso strumentale della religione si rivela per quello che è: una tragica manipolazione asservita a folli presunzioni ideologiche.
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Fonte: Il Sole 24 Ore, giovedì 8 gennaio 2015, pp.1 e 28

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Arabia Saudita: dove la libertà religiosa si paga a caro prezzo

La drammatica storia di Raif Badawi, accusato di apostasia e condannato mille frustate


di Naman Tarcha
Il giorno dopo degli attentati al giornale satirico parigino Charlie Hebdo, che ha provocato 12 vittime e ha lasciato la Francia sotto choc, suscitando una bufera di dibattiti e discussioni sul terrorismo islamico che bussa alle porte dell'Europa, piovono condanne da tutte le parti.
Tra i primi a condannare l'attentato ed esprimere le condoglianze per le vittime, schierandosi per la libertà d'espressione attaccata,è proprio l'Arabia Saudita. 
La stessa Arabia Saudita dove oggi viene eseguita in pubblico la condanna allo scrittore e attivista saudita Raif Badawi, accusato di apostasia, avendo osato mettere in discussione alcuni concetti della religione islamica, e per aver esercitato il diritto sacro santo della libertà d'espressione.
“Raif é stato arrestato il 17 giugno 2012 senza nessun fondamento legale, ma su falsità e accuse infondate”, racconta Ansaf Haidar, sua moglie e compagna di vita, intervistata da ZENIT.
“Dopo un processo sommario, è stato condannato a dieci anni di carcere, 1000 frustate e una multa di un milione di rial sauditi (circa 200 mila euro), con il divieto di espatrio e di esercitare la scrittura, per altri dieci anni dopo l'uscita dalla prigione”, prosegue Haidar.
Raif Badawi sarà sottoposto proprio oggi alle prime 50 delle 1000 frustate cui è stato condannato. Le 50 frustate saranno somministrate in pubblico, dopo la preghiera del venerdì, all'esterno della moschea di al Jafali nella città di Gedda. Le restanti 950 frustate saranno eseguite nelle 19 settimane successive. 
Il 1° settembre 2014 la corte d'appello di Gedda ha giudicato Badawi colpevole di aver creato e amministrato il forum di discussione "Liberali dell'Arabia Saudita" e di aver insultato l'Islam.
Le organizzazioni internazionali per i diritti umani, che hanno in diverse occasioni, sollecitato le autorità saudite a non procedere all'esecuzione della pena e a rilasciare immediatamente e senza condizioni Raif Badawi, considerato un prigioniero di coscienza.
Raif lascia oltre alla moglie Ansaf, tre bambini, che non riescono a capire, perché loro padre, che non ha ucciso nessuno, sia stato condannato, detenuto e oggi fustigato: “Siamo tutti molto colpiti e provati, sopratutto i bambini che soffrono molto per loro padre, anche se cerco di alleviare questo dolore, dando loro il più possibile una vita normale e serena nel nostro asilo nel Quebec, in Canada”.
Le frustate, così come altre forme di sanzione corporale, sono vietate dal diritto internazionale. Ma perché l'Occidente tace e l’Europa fa finta di nulla, senza prendere una posizione chiara sulle continue violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita? 
Il Petrolio, replica Haidar con una sola parola. “Malgrado questo silenzio complice – spiega la donna - ci sono delle posizioni di solidarietà da diversi paesi, ma non c'è speranza che le situazione politica e sociale in Arabia Saudita cambi, visto che la religione controlla la vita privata delle persone e detta le sue regole”.