
Durante il volo di ritorno da Manila il segretario di Stato traccia un primo bilancio della visita papale in Asia.
(Gianluca Biccini) Il regalo più originale per il sessantesimo compleanno del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, glielo ha fatto il Santo Padre, quando nella cattedrale di Palo, sull’isola di Leyte devastata dal tifone Yolanda, ha invitato i presenti, soprattutto sacerdoti, religiosi e religiose, a intonare Happy birthday. Lunedì 19 gennaio, proprio sul volo di ritorno dall’Asia, dove ha accompagnato Papa Francesco in ogni momento del viaggio, il porporato affida in questa intervista al nostro giornale le sue prime impressioni.
Al di là dell’affettuoso omaggio del Pontefice, cosa l’ha colpita maggiormente nelle Filippine?
Soprattutto la constatazione che è stato un viaggio per certi versi nuovo, diverso, almeno rispetto a quelli in cui ho avuto la grazia e la gioia di accompagnare Papa Francesco a partire dalla Terra Santa nel maggio 2014, per le folle immense di fedeli sia nello Sri Lanka sia nelle Filippine, a Manila, a Tacloban, a Palo, alle celebrazioni, come lungo le strade. La cosa più bella e più commovente, per me, è stato vedere la partecipazione corale di questo popolo, il suo senso di appartenenza alla Chiesa cattolica, la devozione e l’amore per il Papa. Come mi ha detto il cardinale Tagle, i filippini sono profondamente attaccati alla sua figura. E lo hanno dimostrato con la loro gioia e il loro entusiasmo, nonostante una quotidianità segnata da grandi problemi, di cui apparivano qua e là le tracce. Papa Francesco, del resto, ha inteso compiere il viaggio nelle Filippine sotto il segno dei poveri, come ha commentato lui stesso in un’intervista in aereo. Da parte mia non potrò mai dimenticare quanto ho visto a Tacloban e Palo e quanto mi è stato raccontato, perché molte devastazioni sono state già riparate, grazie alla solidarietà nazionale e internazionale. Ma ciò che mi ha più profondamente toccato è stata la fede di quel popolo, espressa nel loro entusiasmo, nelle testimonianze delle famiglie e dei giovani, nelle celebrazioni eucaristiche e negli altri momenti di preghiera. Una fede che mi ha arricchito, confortato e incoraggiato. Cito solo un esempio: nell’isola di Leyte ho visto uno striscione dove in inglese c’era scritto: “Il tifone ha distrutto questa cappella, ma non ha distrutto la nostra fede”. Si tratta di una frase molto significativa, “perché — proseguiva — la nostra fede è più forte del tifone”.
Diverso, invece, lo scenario nella parte iniziale del viaggio, in Sri Lanka?
Di sicuro era differente il contesto, tenendo conto, tra l’altro, che i cattolici in Sri Lanka costituiscono poco più del 6 per cento della popolazione, ma le due tappe hanno avuto, per così dire, un comune denominatore, ovvero la testimonianza di prossimità della Chiesa e del Papa a situazioni di sofferenza. Nella “perla dell’oceano Indiano”, come è chiamato lo Sri Lanka, sono ancora aperte le ferite della guerra civile, un conflitto trentennale particolarmente crudele che ha segnato i corpi e i cuori delle persone. Per questo, accanto alla ricostruzione materiale, già avviata, c’è bisogno di una riconciliazione profonda, come il Papa ha avuto la gioia di sentirsi dire dal Presidente recentemente eletto. Una riconciliazione che passa necessariamente per i sentieri della verità, della giustizia, del perdono e dell’amore. A essa la Chiesa può offrire un contributo determinante, perché essa, tra l’altro, abbraccia fedeli delle due etnie principali del Paese, quella cingalese e quella tamil. Per questo è stato particolarmente significativo il pellegrinaggio del Papa al santuario mariano di Madhu, sia perché si trova in una zona che ha pagato un sanguinoso tributo alle violenze, sia soprattutto perché, accanto alla Madre del Signore e nostra, tutti pregano volentieri, cattolici tamil e cattolici cingalesi, ma anche non-cattolici, cristiani di altre confessioni, buddisti, induisti, e via dicendo. Alcuni grandi valori comuni a diverse tradizioni servono alla causa della riconciliazione e dell’unità nazionale, anche in realtà profondamente lacerate.
Eppure in ogni parte del mondo si continua a strumentalizzare il nome di Dio.
Papa Francesco è stato molto fermo nella condanna del terrorismo e della manipolazione della religione ai fini della violenza. Su questo punto non ci possono essere incertezze o ambiguità. Inoltre, ha ripetutamente chiesto ai leader musulmani, specie in questo ultimo periodo di tempo, di pronunciarsi in maniera esplicita e ferma contro simili manipolazioni e di far prevalere il volto tollerante, pacifico e rispettoso dell’islam. In piena sintonia con il suo magistero e attraverso vari canali, lo hanno fatto anche i suoi collaboratori. C’è chi non è d’accordo su un approccio ispirato al dialogo — ovviamente un dialogo non ingenuo — e ritiene più efficace adottare atteggiamenti maggiormente aggressivi. Ma il Papa è molto chiaro: per combattere il fondamentalismo e le sue derive bisogna dialogare, aprirsi gli uni agli altri, incontrarsi. Proprio stamattina, in aereo, stavo riflettendo su tali non facili questioni, quando nel breviario ho letto questo pensiero di sant’Ignazio di Antiochia: la pace disarma i nemici materiali e spirituali. Forse qui c’è una risposta a quelli che si domandano e ci domandano se non è tempo perso fare il dialogo. I risultati immediati non si vedono, ma, con il Papa, sono convinto che questa è la strada giusta. Prego affinché il Signore dia a tutti luce, forza, coraggio e pazienza per percorrerla fino in fondo.
Il discorso sul dialogo proprio mentre stiamo sorvolando lo spazio aereo cinese offre lo spunto per un’ultima domanda sui rapporti della Santa Sede con questo Paese asiatico. Ci sono novità su questo fronte?
Ci sono segnali che sembrano andare nel senso di una disponibilità reciproca e per questo, come ho detto in altra circostanza, risultano promettenti. Non vorrei esagerarne la portata, ma mi pare che già il fatto che per la seconda volta, dopo il viaggio in Corea, la rotta del volo papale comprenda il sorvolo del territorio cinese è significativo. Speriamo, preghiamo e operiamo affinché, quando il Signore vorrà, l’incontro avvenga, nella verità e nell’amore. Sarà senz’altro di immenso beneficio per la Chiesa cattolica in Cina, per la sua vita interna e per il ruolo che essa è chiamata a svolgere, come fermento evangelico, in quella grande e nobile società, per il Paese stesso e per la pace del mondo intero.
Soprattutto la constatazione che è stato un viaggio per certi versi nuovo, diverso, almeno rispetto a quelli in cui ho avuto la grazia e la gioia di accompagnare Papa Francesco a partire dalla Terra Santa nel maggio 2014, per le folle immense di fedeli sia nello Sri Lanka sia nelle Filippine, a Manila, a Tacloban, a Palo, alle celebrazioni, come lungo le strade. La cosa più bella e più commovente, per me, è stato vedere la partecipazione corale di questo popolo, il suo senso di appartenenza alla Chiesa cattolica, la devozione e l’amore per il Papa. Come mi ha detto il cardinale Tagle, i filippini sono profondamente attaccati alla sua figura. E lo hanno dimostrato con la loro gioia e il loro entusiasmo, nonostante una quotidianità segnata da grandi problemi, di cui apparivano qua e là le tracce. Papa Francesco, del resto, ha inteso compiere il viaggio nelle Filippine sotto il segno dei poveri, come ha commentato lui stesso in un’intervista in aereo. Da parte mia non potrò mai dimenticare quanto ho visto a Tacloban e Palo e quanto mi è stato raccontato, perché molte devastazioni sono state già riparate, grazie alla solidarietà nazionale e internazionale. Ma ciò che mi ha più profondamente toccato è stata la fede di quel popolo, espressa nel loro entusiasmo, nelle testimonianze delle famiglie e dei giovani, nelle celebrazioni eucaristiche e negli altri momenti di preghiera. Una fede che mi ha arricchito, confortato e incoraggiato. Cito solo un esempio: nell’isola di Leyte ho visto uno striscione dove in inglese c’era scritto: “Il tifone ha distrutto questa cappella, ma non ha distrutto la nostra fede”. Si tratta di una frase molto significativa, “perché — proseguiva — la nostra fede è più forte del tifone”.
Diverso, invece, lo scenario nella parte iniziale del viaggio, in Sri Lanka?
Di sicuro era differente il contesto, tenendo conto, tra l’altro, che i cattolici in Sri Lanka costituiscono poco più del 6 per cento della popolazione, ma le due tappe hanno avuto, per così dire, un comune denominatore, ovvero la testimonianza di prossimità della Chiesa e del Papa a situazioni di sofferenza. Nella “perla dell’oceano Indiano”, come è chiamato lo Sri Lanka, sono ancora aperte le ferite della guerra civile, un conflitto trentennale particolarmente crudele che ha segnato i corpi e i cuori delle persone. Per questo, accanto alla ricostruzione materiale, già avviata, c’è bisogno di una riconciliazione profonda, come il Papa ha avuto la gioia di sentirsi dire dal Presidente recentemente eletto. Una riconciliazione che passa necessariamente per i sentieri della verità, della giustizia, del perdono e dell’amore. A essa la Chiesa può offrire un contributo determinante, perché essa, tra l’altro, abbraccia fedeli delle due etnie principali del Paese, quella cingalese e quella tamil. Per questo è stato particolarmente significativo il pellegrinaggio del Papa al santuario mariano di Madhu, sia perché si trova in una zona che ha pagato un sanguinoso tributo alle violenze, sia soprattutto perché, accanto alla Madre del Signore e nostra, tutti pregano volentieri, cattolici tamil e cattolici cingalesi, ma anche non-cattolici, cristiani di altre confessioni, buddisti, induisti, e via dicendo. Alcuni grandi valori comuni a diverse tradizioni servono alla causa della riconciliazione e dell’unità nazionale, anche in realtà profondamente lacerate.
Eppure in ogni parte del mondo si continua a strumentalizzare il nome di Dio.
Papa Francesco è stato molto fermo nella condanna del terrorismo e della manipolazione della religione ai fini della violenza. Su questo punto non ci possono essere incertezze o ambiguità. Inoltre, ha ripetutamente chiesto ai leader musulmani, specie in questo ultimo periodo di tempo, di pronunciarsi in maniera esplicita e ferma contro simili manipolazioni e di far prevalere il volto tollerante, pacifico e rispettoso dell’islam. In piena sintonia con il suo magistero e attraverso vari canali, lo hanno fatto anche i suoi collaboratori. C’è chi non è d’accordo su un approccio ispirato al dialogo — ovviamente un dialogo non ingenuo — e ritiene più efficace adottare atteggiamenti maggiormente aggressivi. Ma il Papa è molto chiaro: per combattere il fondamentalismo e le sue derive bisogna dialogare, aprirsi gli uni agli altri, incontrarsi. Proprio stamattina, in aereo, stavo riflettendo su tali non facili questioni, quando nel breviario ho letto questo pensiero di sant’Ignazio di Antiochia: la pace disarma i nemici materiali e spirituali. Forse qui c’è una risposta a quelli che si domandano e ci domandano se non è tempo perso fare il dialogo. I risultati immediati non si vedono, ma, con il Papa, sono convinto che questa è la strada giusta. Prego affinché il Signore dia a tutti luce, forza, coraggio e pazienza per percorrerla fino in fondo.
Il discorso sul dialogo proprio mentre stiamo sorvolando lo spazio aereo cinese offre lo spunto per un’ultima domanda sui rapporti della Santa Sede con questo Paese asiatico. Ci sono novità su questo fronte?
Ci sono segnali che sembrano andare nel senso di una disponibilità reciproca e per questo, come ho detto in altra circostanza, risultano promettenti. Non vorrei esagerarne la portata, ma mi pare che già il fatto che per la seconda volta, dopo il viaggio in Corea, la rotta del volo papale comprenda il sorvolo del territorio cinese è significativo. Speriamo, preghiamo e operiamo affinché, quando il Signore vorrà, l’incontro avvenga, nella verità e nell’amore. Sarà senz’altro di immenso beneficio per la Chiesa cattolica in Cina, per la sua vita interna e per il ruolo che essa è chiamata a svolgere, come fermento evangelico, in quella grande e nobile società, per il Paese stesso e per la pace del mondo intero.
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A colloquio con i cardinali Gracias e Quevedo. Il duplice dono di Francesco
(Gianluca Biccini)«Speranza e gioia: è il duplice dono che Francesco ha fatto alle Filippine. Un Paese che ha sofferto molto, ma che proprio nella tristezza, grazie alla presenza del Papa, può riscoprire l’essenza del Vangelo». Come presidente della Federazione delle conferenze episcopali asiatiche, il cardinale Oswald Gracias conosce bene la realtà del continente. Tanto da essere stato scelto dal Pontefice per portare il punto di vista della Chiesa asiatica nel Consiglio dei cardinali che lo aiutano nella riforma della Curia. E anche grazie a questo delicato incarico il porporato indiano conosce meglio di altri quanto il Papa abbia a cuore l’Asia.
Avendo vissuto i diversi momenti del viaggio papale sia in Sri Lanka sia nelle Filippine, il cardinale Gracias spiega che per entrambi i popoli Francesco ha dimostrato una grande simpatia e da entrambi è amato.«Il suo messaggio è andato al cuore della gente — dice — e il messaggio è che la fede è il fondamento di tutto». Arcivescovo di Bombay, il cardinale Gracias ha colto anche gli aspetti pastorali della visita a Manila: entrambe le città, infatti, costituiscono due sterminate metropoli asiatiche con milioni di abitanti. La differenza, naturalmente, è che nel caso dell’India la Chiesa è una minoranza, mentre nelle Filippine il cristianesimo permea ogni aspetto della vita, riflettendosi nella quotidianità delle famiglie, nella cultura e nella società in genere.
Anche per il cardinale filippino Orlando B. Quevedo il merito principale di Francesco è stato quello di testimoniare come la fede possa «sostenere il nostro popolo nel rialzarsi dopo il tifone Yolanda di quattordici mesi fa e i continui disastri naturali di cui esso è vittima». Non a caso a Tacloban c’era anche un gruppo di vittime del terremoto dell’ottobre 2013, che interessò specialmente l’isola di Bohol. «Ha portato Roma in una periferia del mondo come l’isola di Leyte — afferma il porporato — e perciò ha fatto vedere la comunione della Chiesa universale con una piccolissima Chiesa locale».
Guardando alle cinque giornate trascorse nelle Filippine, il cardinale sottolinea l’importanza della testimonianza personale di Francesco. «Tantissima gente ha potuto vedere la sua persona nella realtà, non come avviene di solito attraverso la televisione. E più di tutto hanno colpito la sua umiltà e la sua carità». Infine l’arcivescovo di Cotabato accenna alle parole pronunciate da Francesco durante l’incontro con il presidente Aquino, le principali autorità del Paese e il corpo diplomatico accreditato a Manila: «Esprimo la mia fiducia che il progresso compiuto nel portare la pace nel sud del Paese produrrà soluzioni giuste in accordo con i principi fondanti della nazione e nel rispetto dei diritti inalienabili di tutti, comprese le popolazioni indigene e le minoranze religiose». E in proposito rivela che a Tacloban, provenienti da Zamboanga, erano presenti alcune vittime del conflitto armato nella parte meridionale del Paese.
Anche per il cardinale filippino Orlando B. Quevedo il merito principale di Francesco è stato quello di testimoniare come la fede possa «sostenere il nostro popolo nel rialzarsi dopo il tifone Yolanda di quattordici mesi fa e i continui disastri naturali di cui esso è vittima». Non a caso a Tacloban c’era anche un gruppo di vittime del terremoto dell’ottobre 2013, che interessò specialmente l’isola di Bohol. «Ha portato Roma in una periferia del mondo come l’isola di Leyte — afferma il porporato — e perciò ha fatto vedere la comunione della Chiesa universale con una piccolissima Chiesa locale».
Guardando alle cinque giornate trascorse nelle Filippine, il cardinale sottolinea l’importanza della testimonianza personale di Francesco. «Tantissima gente ha potuto vedere la sua persona nella realtà, non come avviene di solito attraverso la televisione. E più di tutto hanno colpito la sua umiltà e la sua carità». Infine l’arcivescovo di Cotabato accenna alle parole pronunciate da Francesco durante l’incontro con il presidente Aquino, le principali autorità del Paese e il corpo diplomatico accreditato a Manila: «Esprimo la mia fiducia che il progresso compiuto nel portare la pace nel sud del Paese produrrà soluzioni giuste in accordo con i principi fondanti della nazione e nel rispetto dei diritti inalienabili di tutti, comprese le popolazioni indigene e le minoranze religiose». E in proposito rivela che a Tacloban, provenienti da Zamboanga, erano presenti alcune vittime del conflitto armato nella parte meridionale del Paese.
L'Osservatore Romano
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Il Papa in Asia: il dono del popolo
Avvenire
(Stefania Falasca) E adesso: è l’ora dei bilanci o delle domande? I bilanci di solito si fanno per archiviare, ma il passaggio a Oriente del Papa si è concluso lasciando aperta la porta e la finestra sul mondo. Non su un mondo esotico di elefanti bardati e di tifoni, lontano da noi, ma sulla realtà del mondo in cui siamo, a cui apparteniamo e che c’interpella tutti. Di fronte alla ragazzina di strada, abusata, che a Manila con le parole rotte dal pianto chiede al Papa perché soffrono i bambini chi può rispondere parlando di astratte strategie? (...)
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Sul no alla contraccezione Francesco segue Paolo VI
Corriere della Sera
Corriere della Sera
(Luigi Accattoli) Parlando ieri con i giornalisti in aereo, durante il volo che lo riportava da Manila a Roma, papa Bergoglio ha chiarito un poco — ma forse non abbastanza — la sua posizione sulla Humanae Vitae , l’enciclica di Paolo VI, pubblicata nel 1968, che proibiva la contraccezione. Ne aveva già parlato a Manila incontrando le famiglie, i giornalisti hanno rilanciato la questione e lui ha fatto un paio di precisazioni.
Ha detto che «il rifiuto di Paolo VI (dei metodi artificiali di controllo delle nascite: questa era la dizione esatta) non era legato soltanto ai casi personali, e infatti dirà ai confessori di essere comprensivi e misericordiosi; lui guardava al neo-malthusianesimo universale che è in corso e che cercava un controllo della natalità da parte delle potenze: meno dell’uno per cento delle nascite in Italia, lo stesso in Spagna».
Altra precisazione: «Questo (cioè la contrarietà di Paolo VI ai metodi artificiali) non significa che il cristiano deve fare figli in serie. Ho rimproverato una donna che era all’ottava gravidanza e aveva avuto sette parti cesarei: vuole lasciare orfani i suoi figli? Non bisogna tentare Dio». Conclusione: «Ma volevo dire che Paolo VI è stato un profeta». Cioè ha visto in anticipo che l’Occidente avrebbe perseguito un progetto di riduzione delle nascite su scala mondiale: una politica che Francesco attribuisce alle «potenze» e che chiama «neo-malthusianesimo universale».
È abituale che nella Chiesa Cattolica si dica che Paolo VI è stato «profetico» con quell’enciclica. Chi è per la tradizione lo dice con riferimento alla «rivoluzione sessuale» che aveva trovato nella «pillola» un alleato. Chi è per una revisione del severo insegnamento di Paolo VI esalta invece il ruolo di quell’enciclica a difesa dei popoli estranei agli interessi dell’Occidente e convinti di avere nell’alta natalità la loro prima risorsa. Dalle parole di ieri, si direbbe che papa Bergoglio tra le due letture sia più vicino a questa seconda .
fonte
Ha detto che «il rifiuto di Paolo VI (dei metodi artificiali di controllo delle nascite: questa era la dizione esatta) non era legato soltanto ai casi personali, e infatti dirà ai confessori di essere comprensivi e misericordiosi; lui guardava al neo-malthusianesimo universale che è in corso e che cercava un controllo della natalità da parte delle potenze: meno dell’uno per cento delle nascite in Italia, lo stesso in Spagna».
Altra precisazione: «Questo (cioè la contrarietà di Paolo VI ai metodi artificiali) non significa che il cristiano deve fare figli in serie. Ho rimproverato una donna che era all’ottava gravidanza e aveva avuto sette parti cesarei: vuole lasciare orfani i suoi figli? Non bisogna tentare Dio». Conclusione: «Ma volevo dire che Paolo VI è stato un profeta». Cioè ha visto in anticipo che l’Occidente avrebbe perseguito un progetto di riduzione delle nascite su scala mondiale: una politica che Francesco attribuisce alle «potenze» e che chiama «neo-malthusianesimo universale».
È abituale che nella Chiesa Cattolica si dica che Paolo VI è stato «profetico» con quell’enciclica. Chi è per la tradizione lo dice con riferimento alla «rivoluzione sessuale» che aveva trovato nella «pillola» un alleato. Chi è per una revisione del severo insegnamento di Paolo VI esalta invece il ruolo di quell’enciclica a difesa dei popoli estranei agli interessi dell’Occidente e convinti di avere nell’alta natalità la loro prima risorsa. Dalle parole di ieri, si direbbe che papa Bergoglio tra le due letture sia più vicino a questa seconda .
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Il Corriere della Sera
Di ritorno dal suo settimo viaggio internazionale, nelle Filippine, dove ha celebrato la messa davanti a sette milioni di fedeli, il Papa ha parlato ancora ai giornalisti: «Paternità responsabile significa che si devono fare figli, ma responsabilmente. Alcuni credono (...)
Il Papa invita alla procreazione responsabile: "I cattolici facciano figli, ma non come conigli" (Marco Ansaldo, La Repubblica)

