Cammino Neocatecumenale: domani il Papa invia 31 missio ad gentes
Formate da 200 nuclei familiari con 600 figli, le missio andranno in ogni angolo del mondo. Kiko Argüello: "Un evento di nuova evangelizzazione"
di Giuseppe Gennarini
Nel corso dell'Udienza di domani con il Cammino Neocatecumenale, in Aula Paolo VI, Papa Francesco invierà 31 nuove missio ad gentes, formate da 200 famiglie con 600 figli. Di queste, 16 saranno mandate in Europa, 4 in America, 9 in Asia e 2 in Oceania. Ognuna di esse è costituita da un presbitero e da tre o quattro famiglie con numerosi figli, anche grandi, che faranno presente una comunità cristiana. Sono famiglie, queste, che hanno percorso per molti anni un itinerario neocatecumenale di riscoperta del battesimo.
Le missio ad gentes sono chiamate dai vescovi per fare una implantatio ecclesiae in zone dove la Chiesa non esiste o non è più in grado di raggiungere le persone. Il vescovo dà unamissio al presbitero, gli affida una zona normalmente secolarizzata e le facoltà per battezzare, sposare, dare i sacramenti, celebrare la eucarestia etc. Il vescovo fa anche un contratto con i responsabili del Cammino Neocatecumenale che gli garantiscono la presenza di queste famiglie e si responsabilizzano di esse in modo che non siano un peso per la diocesi.
Dietro ognuna di queste famiglie c’è una comunità cristiana, che è quella della loro parrocchia di origine che la aiuta, paga i viaggi, sta in contatto con loro di modo che la comunità è coinvolta nell’evangelizzazione; se questa famiglia non trova lavoro, la comunità li aiuta fino a che non lo trovino.
Per cominciare la missione, queste famiglie cercano un locale dove riunirsi e formare la comunità, si mettono poi in cerca di un lavoro, di un posto dove abitare e i figli iniziano a studiare nella scuola. Questi, con il passare del tempo, invitano nelle loro case i compagni di scuola e gli amici, che restano sorpresi di vedere una famiglia cristiana. La maggioranza dei genitori di questi ragazzi sono separati, per cui si sorprendono nel vedere una famiglia numerosa, con il padre e la madre insieme. Anche i genitori entrano in contatto con vicini e conoscenti.
Ogni settimana le famiglie escono per strada a cantare con le chitarre e svolgono una missione in un luogo pubblico dove conoscono altre persone. Dopo un certo tempo si invitano le persone conosciute ad ascoltare una catechesi. Molte erano persone che avevano lasciato la Chiesa; altri non sono battezzati, e intraprendono il Cammino Neocatecumenale come itinerario di preparazione al battesimo. Tutte le missio ad genteshanno già fatto una o più comunità di pagani.
"Oggi ci troviamo di fronte a un cambio d’epoca", sottolinea Kiko Argüello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale, spiegando cosa sono le missio ad gentes. "C’è stato un periodo - dice - in cui la prima evangelizzazione l’hanno fatta i vescovi itineranti come Paolo e Barnaba. La seconda evangelizzazione l’hanno fatta i monaci, san Bonifacio, San Colombano, San Benedetto. Dopo passiamo dal medio evo e da un regime feudale a un regime borghese: dove appaiono le città, la borghesia, il denaro. Il padre di San Francesco, Bernardone era ricchissimo, e commerciava con la Francia. Ma di fronte a un cambio d’epoca Dio suscita dei carismi per rispondere a questa situazione: gli ordini mendicanti, perché la Chiesa ha il pericolo di istallarsi. E allora Dio ispira san Francesco che va scalzo, senza soldi e San Domenico di Guzman. Dopo gli ordini mendicanti arriviamo a un altro cambio di epoca che è il momento di Trento e del luteranesimo, il passaggio alla modernità, la scoperta dell’America: si mette l’uomo al centro di tutto, una rivoluzione di mentalità e di filosofia. E Dio suscita altri carismi come i gesuiti".
"Dopo la rivoluzione francese in Francia - spiega ancora Kiko - sorgono tanti ordini religiosi che evangelizzano tutto il mondo. Anche adesso ci troviamo di fronte a un altro cambio di epoca, ma c’è una novità: tocca ai laici, alle famiglie evangelizzare, però non come una trovata o un’idea, ma come una necessità. Perché molta gente non è più religiosa. Questo cambio di epoca è stato preceduto da due guerre mondiali, sessanta milioni di morti, che hanno provocato un grande nihilismo, e poi le nuove filosofie atee: tutta una situazione per la quale l’uomo si è a poco a poco secolarizzato".
"Di fronte a questa situazione, Giovanni Paolo II nel Simposio dei Vescovi Europei nel 1985 disse che bisognava ritornare al primissimo modello apostolico", ricorda l'iniziatore del Cammino. "I primi cristiani quando dovettero uscire dalle sinagoghe si riunirono nelle case per ricevere l'istruzione dagli Apostoli, per la frazione del pane e per le preghiere, come leggiamo negli Atti degli Apostoli. Questo, pensiamo, forma parte del primissimo modello apostolico. Cosi queste missio ad gentes, seguendo quanto ha detto San Giovanni Paolo II, si riuniscono nelle case in mezzo ai non battezzati".
"Gesù cristo nel Vangelo dice amatevi come io vi ho amato. Qui c’è un punto sorprendente per il mondo. Cristo ha dato la vita per noi quando eravamo i suoi nemici. Ecco, qui c’è una qualità dell’amore nuova, l’amore al nemico, cosa che normalmente non si vede da nessuna parte perché la preoccupazione della giustizia, o, piuttosto, di come noi comprendiamo la giustizia, ci impedisce di amare il nemico. Sartre diceva, l’altro è l’inferno".
"Oggi in tante nazioni moderne la gente vive sola. I rapporti con l’altro sono sempre più difficili. Il 78% delle persone in Scandinavia vive sola dopo avere passato per cinque o sei esperienze, finiscono soli, dove si vede la difficoltà di relazionarsi nell’amore. Così questa gente è sorpresa delle relazioni di amore che vedono in queste famiglie".
"Amatevi come io vi ho amato, in questo amore conosceranno, i pagani che vi attorniano, che siete discepoli di Gesù Cristo. E aggiunge anche: se siete perfettamente uno il mondo crederà, cioè se questa vostra relazione arriva ad una unità come quella che ha la Santissima Trinità, il Padre ed il Figlio perfettamente uno nello Spirito Santo, il mondo crederà. Ma chi fa questa unità? Lo Spirito Santo che viene dato a noi e quando lo Spirito Santo scende in un cristiano, questa unità della Trinità si visibilizza e appare il miracolo morale, appare la Chiesa come sacramento di salvezza per il mondo".
Quindi, "facendo missio ad gentes in mezzo a tanta gente lontana dalla Chiesa, presentiamo questa realtà che è la Chiesa nell’amore della Santissima Trinità", sottolinea Argüello. Ciò si realizza attraverso "famiglie formate, che hanno avuto 14, 17, 20 anni di cammino, famiglie cristiane, che possono presentare che cosa sia la Chiesa oggi".
"Anche l’evangelizzazione della Cina e dell’Asia, che stiamo portando avanti, passa per queste famiglie", dice Kiko. "Oggi - aggiunge - assistiamo alla enorme quantità di suicidi, alla crisi della relazione della famiglia, ogni quattro minuti si rompe un matrimonio in Italia e in Spagna. La crisi della relazione che distrugge tante famiglie fa sì che la relazione d’amore di queste famiglie cristiane sia una notizia, un evento di nuova evangelizzazione".
Allora quello che fa il Cammino è "mostrare questa nuova relazione di amore". Perché, conclude Kiko, "tutti gli uomini desiderano amare, desiderano essere amati. C’è tanta gente che si sucida perché sono molti anni che non amano nessuno. È difficile vivere senza amore, se non ti senti amato da nessuno la vita senza amore è un inferno. Ecco che il mondo ci attende".
Le prime missio ad gentes vennero inviate da Benedetto XVI e poi da Papa Francesco. In totale vi sono 96 missio ad gentes, delle quali 58 in Europa, 9 in America, 25 in Asia, 1 in Africa e 3 in Oceania, per un totale di 487 famiglie con 2087 figli. Il numero delle comunità neocatecumenali nel mondo è invece di circa 21.000 in 124 nazioni, per un totale di circa un milione di persone. Mentre i Seminari missionari diocesani Redemptoris Mater sono adesso 103, di cui il primo è quello formato a Roma nel 1987 da Giovanni Paolo II. In totale da questi seminari sono stati ordinati oltre 2.000 presbiteri e i seminaristi attualmente in formazione sono oltre 2.200. Le prime famiglie in missione vennero inviate da Giovanni Paolo II nel 1985 e attualmente le famiglie in missione in tutti i continenti sono oltre 1.100 con 4.600 figli.
Zenit
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Domani, venerdì 6 marzo alle ore 11,30 Papa Francesco riceverà in udienza gli iniziatori del Cammino Neocatecumenale assieme a centinaia di membri di questa realtà ecclesiale che è presente in 124 nazioni e conta circa un milione di fedeli.
L’incontro avrà luogo nell’aula Paolo VI e sarà l’occasione per inviare 31 nuove “Missio ad gentes” che partiranno per diversi paesi del mondo: la maggior parte si trasferiranno in città europee, altre in Asia, in Oceania e in America. Si tratta, in totale, di 200 famiglie con 600 figli. Questo nuovo tipo di missione messo in atto dal Cammino Neocatecumenale è indirizzato ai lontani, a coloro che si sono allontanati dalla Chiesa o che non hanno mai ricevuto l’annuncio del Vangelo. Attualmente ci sono 96 “Missio ad gentes” sparse in tutto il mondo per un totale di 487 famiglie.
L’evento sarà trasmesso in diretta televisiva ed in streaming dalla televisione della Conferenza Episcopale TV2000 (canale 28 del digitale terreste e su internet all’indirizzo www.sat2000.it) e da TelePace. Tramite radio sarà possibile seguire l’incontro sintonizzandosi su Radio Maria (diretta in lingua italiana) e su Radio Vaticana (diretta in 4 lingue: italiano, spagnolo, francese, inglese).
Non è la prima volta che Francesco incontra i membri del Cammino Neocatecumenale. Il primo febbraio dello scorso anno, in un aula Paolo VI strapiena di sacerdoti, famiglie e bambini, il Santo Padre ha incoraggiato l’opera di evangelizzazione portata avanti da questa realtà ecclesiale attraverso le famiglie in missione invitando a non perdere mai la gioia che anima l’evangelizzazione. In quella occasione Francesco inviò 40 nuove “missio ad gentes”: piccoli nuclei di evangelizzazione formati da 4 famiglie con i loro figli, un sacerdote ed un seminarista. Si tratta di una piccola comunità che parte per annunciare il Vangelo lì dove la Chiesa non è ancora, o non è più presente, su richiesta dei vescovi locali. Nelle città dove arrivano, queste famiglie formano assieme al sacerdote una implantatio ecclesiae che diviene punto di riferimento per coloro che vogliano avvicinarsi per la prima volta, o nuovamente, alla Chiesa.
Diventare seme del Vangelo significa dare la propria vita, morire per portare Cristo agli uomini: è ciò che fanno queste famiglie affrontando le numerose difficoltà della missione: l’inculturazione, la lingua, la precarietà economica, il rifiuto del Vangelo, la mancanza di gratificazioni e la sensazione di un “fallimento” che può abbattere e scoraggiare. Il combattimento spirituale che comporta questa missione non potrebbe essere affrontato senza il sostegno di una comunità con la quale condividere i momenti, tristi e gioiosi, della missione. Ma sono soprattutto l’ascolto della Parola di Dio, la celebrazione dell’Eucaristia e i sacramenti che rafforzano la fede, la sorgente che alimenta la missione che ogni giorno queste famiglie affrontano.
Il 5 dicembre dello scorso anno Kiko Argüello, in un colloquio privato col Santo Padre, espresse il desiderio di organizzare un nuovo incontro per inviare altre famiglie pronte per partire in missione. In quella occasione il papa, ribadendo la propria gratitudine per il lavoro realizzato in tutto il mondo, ha accolto con entusiasmo la proposta per parlare della missionarietà della Chiesa, una delle caratteristiche principali del Cammino.
Il primo papa ad “inviare” delle famiglie in missione fu Giovanni Paolo II in un incontro avvenuto il 30 dicembre del 1988, giorno della Sacra Famiglia, nel centro neocatecumenale internazionale a Porto San Giorgio, nelle Marche. Durante l’omelia il papa polacco parlò delle famiglie in missione come immagine del mistero della Trinità affermando: “Famiglia in missione, Trinità in missione”.
Intervistato da RadioVaticana sull’operato delle “Missio ad gentes”, Kiko Argüello ha spiegato che la loro missione è quella di testimoniare al mondo l’amore di Dio rendendolo una realtà concreta nella piccola comunità cristiana: “Il Signore ha detto ‘Amatevi: in questo modo vi riconosceranno come miei discepoli, e se sarete perfettamente uno, il mondo crederà’. Ecco, questa è la missione ad gentes, e nel fondo c’è l’invito pronunciato da Nostro Signore durante l’Ultima Cena, che chiamiamo il Testamento di Nostro Signore Gesù Cristo quando, prima di patire in croce, dice: ‘Padre, io in loro e tu in me, perché siano perfettamente Uno e il mondo creda che Tu mi hai inviato’. Allora, perché il mondo creda che il Padre ha inviato suo Figlio a salvare il mondo, c’è bisogno che appaia la relazione della Santissima Trinità, la perfetta Unità'”.
testadelserpente.wordpress.com
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Da don Giussani a papa Francesco
Davide Prosperi, ricercatore all'Università di Milano Bicocca, racconta la sua esperienza da membro di Comunione e Liberazione e vicepresidente della Fraternità di CL
di L. Marcolivio e Antonio Gaspari
Ci sarà tutto il “popolo” di Comunione e Liberazione all’udienza di sabato prossimo in piazza San Pietro con papa Francesco. Persone da tutti e cinque i continenti, appartenenti ad ogni settore della società: missionari, insegnanti, artisti, politici, imprenditori, medici, scienziati. Per ricordare, a dieci anni dalla scomparsa, don Luigi Giussani (1922-2005), un uomo il cui sguardo attento e gioioso sulla realtà tutta, ha generato un movimento la cui espansione in sessant’anni è andata molto oltre quelli che erano i progetti originari.
Tra i partecipanti all’incontro, vi sarà Davide Prosperi, esperto di nanotecnologia e ricercatore in Biochimica presso il Dipartimento di Biotecnologie e Bioscienze dell’Università di Milano Bicocca, e vicepresidente di Comunione e Liberazione. A colloquio con ZENIT, il professor Prosperi ha raccontato le attese sue e dell’intero movimento riguardo all’evento di sabato prossimo e ha espresso il proprio ricordo personale di don Giussani.
Professor Prosperi, cosa significa per Comunione e Liberazione incontrare un personaggio come papa Francesco?
Un incontro con lui, molti di noi l’hanno già avuto lo scorso 9 maggio, quando c’è stata l’udienza con il mondo della scuola: lì noi ci siamo sentititi molto coinvolti, avendo avuto il movimento, sin dalla sua nascita, una connotazione educativa. Questo però è indubbiamente il primo momento in cui incontriamo il Papa come Comunione e Liberazione.
Noi siamo stati molto legati a tutti i papi precedenti: la figura del successore di Pietro per noi è fondamentale in quanto tale, a prescindere dalle caratteristiche dei singoli papi che si sono succeduti. Papa Francesco sicuramente, oltre che grande simpatia, suscita grande stima perché gli riconosciamo un’essenzialità che lui vive e comunica a riguardo di quello che realmente vale nella vita di ogni uomo e quindi nella vita dei cristiani, perché noi siamo uomini come tutti gli altri, che hanno incontrato il segreto della vita, rivelato attraverso un uomo che era Dio. Papa Francesco comunica questa grande umanità in cui si vede l’essenzialità di qualcosa che viene dall’alto e non si riduce all’apparenza. Nella prima udienza privata con don Julian Carron, la cosa fondamentale che il Papa ci ha trasmesso è stato il suo desiderio di aiutarci a comunicare al mondo l’essenziale per la vita di ogni uomo che è Cristo.
Cosa direte al Papa in questa occasione?
Secondo l’esperienza che stiamo vivendo, cercheremo di trasmettergli come stiamo prendendo sul serio questo suo mandato. Naturalmente gli domanderemo cosa lui chiede a noi: non abbiamo un pensiero particolare su cosa potrebbe dirci o su cosa vorremmo sentirci dire, siamo soltanto molto curiosi di poterlo incontrare ed esprimergli tutta la nostra partecipazione al suo grave compito e l’affezione che da questo nasce.
Lo inviterete al Meeting?
Averlo al Meeting, sarebbe un desiderio grandissimo, ma capisco che ciò avrebbe dei limiti oggettivi, per cui anche solo un suo messaggio, come già avvenuto in passato, per noi è una grandissima grazia.
A sessant’anni dalla fondazione, cosa sta vivendo oggi la Fraternità di Comunione e Liberazione?
Siamo diffusi in più di novanta paesi e la cosa più interessante è che ovunque vai nel mondo puoi riconoscere un tipo di personalità che possiede una sorta di origine comune. Uno degli aspetti che ha colpito me e che colpisce anche persone dei posti più lontani è che l’incontro con l’esperienza cristiana, attraverso il carisma di don Giussani, valorizza completamente la personalità, la libertà e il cammino di ciascuno senza schiacciarlo su uno stereotipo. Al punto che oggi sono legati al movimento anche ortodossi, anglicani, ebrei e musulmani.
La Fraternità, in qualche modo, è ciò che custodisce questa esperienza, il che è il livello più adulto e consapevole dell’esperienza del movimento. Alla Fraternità si può decidere di aderire come riconoscimento che l’esperienza del movimento, quindi il carisma di don Giussani, sono la modalità più persuasiva per sé per vivere integralmente l’esperienza della fede.
Ritiene che il messaggio di don Giussani stia diventando sempre più attuale?
Credo che il contenuto della proposta di don Giussani oggi abbia un grande impatto sulla mentalità dell’uomo moderno, perché don Giussani ha scommesso tutto su un’ipotesi che all’uomo moderno poteva sembrare quasi assurda, cioè che la fede sia un fatto reale, fondato sulla ragione, che valorizza integralmente la libertà dell’uomo, che la fede è qualcosa che unisce e che non divide.
Quando abbiamo proiettato a Milano il dvd su don Giussani, abbiamo invitato personalità non del nostro stretto giro, alcune anche lontane dal nostro modo di pensare, come Pietro Modiano, uomo di sinistra, il quale ha affermato che la cosa che l’ha colpito di più di don Giussani è la grande certezza e convinzione della fede che lui comunica, una fede che unisce e non divide, qualcosa di cui, ha detto Modiano, c’è un grande bisogno.
Di don Giussani è stato chiesto l’avvio del processo di beatificazione. Dietro ogni santo, tuttavia, c’è sempre un grande uomo: umanamente cos’era che colpiva di più in lui?
Sicuramente la cosa che colpiva di più in don Giussani era la sua grande umanità, insieme alla certezza della fede che era capace di comunicare. Non aveva il problema di convincerti di qualcosa, si capiva che era curioso e interessato a entrare in rapporto con chi gli stava di fronte: l’esperienza che si faceva accanto a lui, anche quando parlava pubblicamente era la percezione di un coinvolgimento. Aveva una grandissima sensibilità umana e la capacità di valorizzare ciò che era più lontano dalla concezione cristiana, di cui però lui coglieva quella radice vera e umana su cui l’incontro con Cristo poteva diventare novità per ogni uomo. Personalmente non ho conosciuto nessuno con la stessa capacità di spaziare da Leopardi a Donizetti, fino ad autori anche moderni, recuperando e valorizzando, a differenza della cultura dominante, un’originalità in cui si vedeva veramente cos’è l’uomo. Ciò era affascinante perché mostrava come ogni uomo abbia dentro di sé la capacità di accogliere Cristo come possibilità di incontro.
Lei è uno scienziato: che approccio aveva don Giussani con il mondo della scienza?
Sia nei dialoghi che ho avuto con don Giussani ma anche nelle cose che lui ha detto in contesti pubblici, ciò che emergeva sempre era la sua attitudine a guardare tutta la realtà, compresa la scienza. C’era quindi in lui una grande curiosità, che non partiva mai da un preconcetto (cosa che spesso è presente anche nei contesti cattolici moderni) o dalla pretesa di dimostrare certe tesi a tutti i costi. Quello che a me personalmente colpiva, da scienziato, era vedere un uomo che cercava di vedere cosa muoveva certe scelte e certe scoperte, cosa faceva sì che la realtà funzionasse in un certo modo e potesse essere guardata in un certo modo. Il fatto stesso che la realtà potesse essere conosciuta era fattore di stupore e di grande interesse. Io credo che quello che ho più imparato da lui non sono delle nozioni, però quando una cosa lo interessava arrivava a dei livelli di dettaglio veramente impressionanti, anche in campo scientifico. Ciò che desidero tuttora avere in comune con lui è questo sguardo curioso sulle cose, senza pregiudizi, per cercare di riconoscere il mistero che sta dentro tutte le cose. Noi non abbiamo il problema di dimostrare una tesi: quello di cui siamo certi è il mistero che è realmente presente dentro la realtà e che noi vogliamo vedere, scoprire, riconoscere.
Zenit
