
Don Giussani secondo un sessantottino.
(Piero Sansonetti) È difficile per me parlare del libro e di don Giussani, perché parto da un punto di vista molto diverso dal suo: io credo di essere mortale, mentre lui pensava di vivere per l’eternità! È una differenza talmente grande che non è riconducibile ad altre. Qui stiamo parlando di due idee completamente diverse della persona.
Questo libro però ti porta lì. Giussani e il libro ti portano alla questione di fondo. Io non solo non sono cristiano, sono ateo. È per questo, non per un’altra ragione, che posso sentirmi vicinissimo a questo libro, anche se sono un po’ intimidito perché mi trovo in posizione minoritaria, nel senso che c’è una bella differenza fra la vita mortale e la vita eterna. Ed è la differenza essenziale, perché non c’è una pagina di questo libro dalla quale non emerga il senso dello spirito.
«La realtà è più grande della ragione» (p. 43 del libro). Domando: è un dubbio illegittimo chiedere se la realtà non sia più grande anche della religione? È interessantissimo il ragionamento che nel libro viene svolto da Giussani sul rapporto fra ragione e religione, e la spiegazione per la quale non sono in contrapposizione. Sarebbe sciocco contrapporre una ragione in grado di interpretare il mondo a una religione che parte per la tangente, ma mi chiedo se può uno spirito religioso, una donna o un uomo di fede, pensare che la realtà sia più complessa anche della religione. Non è scontato che la risposta sia negativa.
Seconda grandissima questione: Cristo al centro della vita e della cultura. Mi pare proprio il succo del libro e di tutta la vita di don Giussani. E qui faccio di nuovo una domanda: Cristo è per voi o è anche per me? Può un ateo porre Cristo al centro della sua cultura e della sua vita? O invece occorre un passaggio religioso? E faccio un’altra domanda: in questa cultura che si centra su Cristo può esserci la ribellione? La ribellione di cui da studente ho letto nel Vangelo, la posso ritrovare e la posso riproporre nella mia vita pubblica come parte della cultura cristiana? Non sono un teologo, però qualche frase del Vangelo la ricordo, e pongo ad esempio l’episodio dell’adultera e quindi il pezzo formidabile del Vangelo quando Gesù dice: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra»; e poi, seconda parte: «Donna va’ e non peccare più»; non c’è lì l’esclusione dell’autorità? Che non vuol dire necessariamente anarchia; lo pongo dal punto di vista culturale, non dal punto di vista dei comportamenti. Rimanendo sulla questione di Cristo al centro della cultura e del rifiuto di qualunque autorità che non sia l’autorità divina, si può porre la questione del dio degli atei? È il massimo dell’ossimoro: il dio degli atei in quanto antiautorità, in quanto ribaltamento dell’autorità, nel riconoscimento di una autorità che non è umana. Gesù era Dio e lo diceva: «Io sono Dio». E allora, dice Giussani, o mettiamo in discussione questo principio, consideriamo Gesù un pazzo, una persona spostata, squilibrata e quindi mettiamo in discussione tutto il suo insegnamento, oppure, nel momento in cui diceva che era Dio, lo era realmente. Formulo una domanda ancora più provocatoria: Dio è Gesù o Gesù è Dio? Non è un gioco di parole. Posso dire: per me Dio è solo Gesù, cioè solo uomo? Posso fermarmi al fatto che Dio, facendosi uomo, resta uomo, risorge come uomo, entra nella storia come uomo e io mi confronto con Lui solo come uomo?
Giussani parla del progressivo «ridurre l’influenza della fede e della Chiesa sulla propria azione sociopolitica ad un impulso estrinseco, ad una semplice ispirazione». Per esempio, c’è chi dice che il Vangelo spinge a interessarsi ai poveri; questo è certo, osserva Giussani, e subito dopo aggiunge: «Ma se uno si ferma qui, allora il Vangelo tende ad essere solo uno slancio etico, moralistico. Invece il Vangelo ha qualcosa da dire anche sul modo, sulla struttura di giudizio e di comportamento con i quali uno affronta il tema della povertà».
Mi ha molto colpito il capitolo sul Sessantotto. Il 1968 è l'anno in cui io sono diventato grande, in cui ho iniziato a far politica e in cui ho deciso tante cose. Mi ha sorpreso, da una parte, come don Giussani abbia vissuto drammaticamente il Sessantotto: come una messa in discussione che lo ha costretto a rivedere molte cose, soprattutto dal punto di vista del rapporto con i giovani. Penso a una vicenda specifica, che nel libro viene raccontata, quella di don Enzo Mazzi; forse i più giovani non lo conoscono, don Mazzi era un prete (morto nel 2011) della Comunità dell’Isolotto di Firenze, che rivolse una critica molto forte alla gerarchia ecclesiastica ed entrò in conflitto con il Vescovo di Firenze, monsignor Florit. Nel 1969 Giussani dice a una ragazza del movimento di non andarci più (cfr. p. 411). Non credete che la Chiesa abbia perso una grande occasione? In quella rivolta c’era tanto di spirito cristiano, non è solo maoismo, non è solo il liberalismo, non è solo katanga (nome di una provincia secessionista congolese: così venivano chiamati i membri del servizio d’ordine del movimento studentesco presente a Milano dai primi anni Settanta). In ogni caso, avverto in Giussani una grande forza, quella di misurarsi sempre con la modernità a partire dalla sua fortissima posizione di fede. È la pretesa della fede, che non posso avere, a tenermi lontano dal mondo cristiano, ma in Giussani riconosco una fortissima aspirazione alla libertà e alla modernità. Del movimento che ha creato la cosa più bella, davvero bellissima, è il nome: forse non ce ne rendiamo conto, ma Comunione e Liberazione è un nome fantastico, c’è tutto dentro, compreso il problema di oggi: l’assenza di comunità e di libertà, di comunione e di liberazione. La forza del movimento di Cl che io da ragazzino contrastai molto, perché era su posizioni del tutto opposte a quelle dei movimenti nei quali io militavo, fu essenzialmente l’anticonformismo, e quando fai una scelta anticonformista costringi tutti a pensare.
Questa è la grandiosità che io ho trovato in tutte le pagine del libro: don Giussani pensa, non rinuncia mai a pensare! Non chiede mai alle persone sulle quali esprime il suo carisma: «Smetti di pensare!». L’attualità di Giussani è l’attualità di Cristo; per il cristianesimo non c’è un’altra attualità. Qual è il motivo che mi attrae? In fondo è molto semplice: è l’esistenza come elemento determinante o no del potere; è tutto lì. La domanda sulla gratuità dell’amore, un’espressione cristiana molto bella ma per me difficile da avvicinare, non è lontanissima da quello che sto dicendo: nei suoi momenti più alti la politica ha saputo coniugare etica e potere. Mentre oggi pensa a come trasformare il mondo ma difficilmente pensa a come vivere il mondo. Nell’esperienza di Gesù Cristo vedo esattamente questa grandezza: la capacità di esprimere carisma senza potere, pensiero senza potere, vita senza potere, insegnamento senza potere. A costo di apparire blasfemo, anziché sant’Agostino o san Paolo, cito Fabrizio De André e il verso più bello che io conosca di questo cantautore: «Guardate la fine di quel nazareno / e un ladro non muore di meno». Giussani e Cl, grazie di essere andati controcorrente! La forza di Cl, che nei primi anni Settanta ha il coraggio di presentarsi in università e di andare controcorrente, la ricordo personalmente perché in quegli anni c’ero anch’io, è una forza straordinaria, che forse allora non capii bene. Non ha nessuna importanza se un’operazione di questo genere spinge in avanti o indietro, se spinge a destra o a sinistra. Comunque rompe, e non c’è nulla di più terribile in una comunità o in un Paese di un pensiero obbligatorio. Lì la rottura è grandiosa, perché nessuno era in grado di realizzarla. Esisteva il senso comune del Sessantotto che era anche il mio; esisteva la politica ufficiale, che non riusciva ad aggiungere nulla di nuovo, ed esisteva la reazione fascista; e fu grandioso l’intervento di Comunione e Liberazione che rompe, non ammette nulla a priori e pone valori. Pone valori, non pone moderazione.
Ero nel mio ufficio a lavorare quando nella schermata del computer sono apparsi i lanci del discorso di papa Francesco sulla giustizia. Un discorso formidabile. Sono uscito dalla mia stanza, sono entrato in redazione e ho detto: «Sapete dove ci si iscrive per diventare chierichetti?»; io non ho tendenze a fare il chierichetto, però nel papa trovo un gigantesco leader morale (certo, io non ci vedo il rappresentante di Cristo) che non vedo da nessun’altra parte. Come vecchio comunista che ha fatto politica tutta la vita, che ha fatto l’intellettuale, che ha scritto sui giornali, che ha diretto giornali, noto oggi un vuoto spaventoso in qualunque altro luogo della vita pubblica e invece provo un’attrazione formidabile per la guida della comunità cristiana.
Sono uscito un istante dalla Vita di Giussani per parlare di papa Francesco, ma è difficile non arrivarci perché non riesco a parlare di cristianesimo e quindi anche di don Giussani senza tenere conto di questo fenomeno che per me è eccezionale: l’irrompere di una figura come quella di Francesco. E ancora, mi ha appassionato il Sinodo, l’altezza di quella discussione e anche l’assoluta novità della sua trasparenza, di fronte all’aridità del dibattito pubblico in Occidente, non solo in Italia, il che mi costringe a riflettere sulla capacità del mondo cristiano e delle sue gerarchie di porsi in relazione con la modernità che non vedo nel mondo laico: è questa la cosa che mi sconvolge. E mi chiedo quanto tutto questo c’entri con don Giussani, perché in lui scopro come rovesciato proprio il parametro del rapporto con la modernità: mentre il mondo laico riesce solo a guardare indietro, ha gli occhi nella nuca, il mondo cristiano guarda avanti, al secolo d’oro. Di fronte a un mondo laico terrorizzato dalla crisi dei tempi — non ci vuole un genio a capire che siamo a un passaggio d’epoca nella storia dell’umanità, in cui sono cambiati tutti i parametri delle relazioni umane — di fronte a questa crisi, avverto un mondo cristiano che sa affrontarla, badando alla modernità e non preoccupandosi di difendere l’esistente. E invece sono colpito da un mondo cristiano che guarda avanti.
L'Osservatore Romano