(Jean-Louis Tauran, Cardinale presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso) Nell’anno appena trascorso il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso ha dovuto svolgere la sua missione in un contesto ancora più travagliato e drammatico. Penso agli attentati di Parigi, di gennaio e novembre scorsi, senza peraltro dimenticare altri atti terroristici compiuti nel mondo quasi ogni giorno.
Non si può negare che tale situazione rischi di pregiudicare la credibilità del dialogo tra le religioni. Ma direi che più si complica la situazione generale e diminuisce l’ottimismo, più s’impone il dialogo — da continuare o da iniziare — perché a questo non c’è alternativa.Nonostante tutto, il nostro dicastero ha potuto raccogliere, anche quest’anno, una serie di risultati incoraggianti. Ne ricordo alcuni fra gli altri. A cominciare dalla traduzione in lingua “farsi” del Catechismo della Chiesa cattolica, realizzata dall’Università delle religioni e denominazioni di Qom e presentata in gennaio presso la Pontificia università Gregoriana. Durante il 2015 si è svolta anche la riunione con il Royal Institute for Inter-Faith Studies, di Amman, in Giordania, per preparare il quarto colloquio che avrà luogo a Roma, nel maggio 2016. E si è lavorato in vista del quarto Christian-Muslim Summit, con la partecipazione di cattolici ed episcopaliani, per la parte cristiana, e di sunniti e sciiti, per la parte musulmana. Tale importante evento avrà luogo nel dicembre 2016, a Teheran. All’inizio di questo nuovo anno, precisamente nel mese di febbraio, si terrà invece la riunione preparatoria del decimo colloquio con i partner del Center for Interreligious Dialogue, che fa capo all’Islamic Culture and Relations Organization (Icro), con sede a Teheran. L’incontro doveva svolgersi a Roma nel novembre 2015, ma, per motivi pratici, è stato rinviato di qualche mese.
Il 18 e il 19 settembre scorsi, insieme al segretario del dicastero, padre Miguel Ángel Ayuso Guixot, mi sono recato a Buenos Aires, in Argentina, per partecipare a una conferenza internazionale organizzata dal Pontificio Consiglio insieme con l’Islamic Educational, Scientific and Cultural Organization (Isesco), con il Governo argentino e l’Islamic Organization for Latin America and the Caribbean (Oipalc), sul tema «Promuovere una cultura di rispetto reciproco e di solidarietà umana fra i fedeli delle religioni». Erano presenti membri del Forum of Heads of Islamic Cultural Centers and Associations in Latin America and the Caribbean, nonché esperti e rappresentanti di organizzazioni internazionali.
Il tradizionale messaggio del dicastero ai musulmani per il mese del Ramadan e la festa che lo conclude (‘Id al-Fitr), con un tema, purtroppo, di grande attualità — «Cristiani e musulmani: insieme per contrastare la violenza perpetrata in nome della religione» — ha trovato calorosa accoglienza presso numerosi musulmani, specialmente personalità che rivestono responsabilità politiche.
Il Pontificio Consiglio sta cercando inoltre di ampliare la propria collaborazione con istituti e organizzazioni islamiche. Si è tenuta ultimamente a Roma una riunione con la comunità ismaelita, guidata dall’Aga Khan, per cercare di stabilire un comitato permanente di dialogo.
Ovviamente la celebrazione del cinquantesimo anniversario della Nostra aetate, il decreto conciliare sui rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane, ha segnato il culmine dell’attività del 2015, dimostrando che la buona volontà permette di superare tutti gli ostacoli. Per l’occasione il dicastero, insieme alla Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e alla Pontificia università Gregoriana, ha organizzato, dal 26 al 28 ottobre, un convegno internazionale. Articolato in tavole rotonde, con relatori di varie religioni, l’incontro si è svolto presso la stessa Gregoriana e ha spaziato sui temi: il dialogo interreligioso, credenti al servizio dell’essere umano; violenza e impegno delle religioni per la pace; la sfida della libertà religiosa; l’educazione e la trasmissione dei valori.
Poi, per espresso desiderio del Papa, la mattina di mercoledì 28 ottobre si è tenuta un’udienza generale interreligiosa in piazza San Pietro, alla quale, oltre ai partecipanti al convegno internazionale, sono stati presenti tanti fratelli e sorelle di diverse religioni.
Nell’ambito del suo lavoro per la promozione del dialogo il dicastero continua a sostenere le attività del Centro internazionale di dialogo (Kaiciid) con sede a Vienna. Inaugurato ufficialmente il 26 novembre 2012, il Kaiciid si sforza di portare avanti diverse iniziative di pace, mutua comprensione e formazione all’incontro con l’altro. È stata apprezzata, per esempio, l’iniziativa «United Against Violence in the Name of Religion», per la composita presenza di politici, autorità religiose e intellettuali. Inoltre menzionerei le attività per allentare le tensioni interreligiose in varie parti del mondo, come nella Repubblica Centrafricana, Paese che Papa Francesco ha di recente visitato con coraggio. Come ho già detto nel discorso all’inaugurazione del Kaiciid, è mio auspicio che non si tralasci di proseguire sulla via dell’onestà, visione e credibilità.
Si spera in un miglioramento delle relazioni con l’università al Azhar del Cairo, con la creazione di un clima di maggiore fiducia.
Sotto la guida di Papa Francesco, che gode di grande rispetto e simpatia presso i musulmani e altri credenti, la Chiesa cerca di essere per l’umanità dolente dei nostri tempi, segno e fattore di pace, unità e fraternità, in particolare attraverso un dialogo «nella verità e nella carità».
Abbiamo anche cercato di non trascurare il dialogo con le altre religioni. Alla fine del mese di aprile, mi sono recato in Costa d’Avorio per meglio capire la natura della religione tradizionale africana. Nella seconda metà del mese di maggio, a Washington, ho incontrato gli induisti e i giainisti residenti negli Stati Uniti, rispettivamente allo Shree Durga Temple Campus, Fairfax Station, nella diocesi di Arlington, in Virginia, e alla Jain Society of Metropolitan Washington, Silverspring, in Maryland. È stata la prima volta che, negli Stati Uniti, con la cooperazione della Conferenza episcopale cattolica (Usccb), i membri di queste religioni e i cattolici si sono incontrati. Sempre su ispirazione dei vescovi statunitensi, si è svolto al centro Mariapoli di Castel Gandolfo un dialogo tra 45 responsabili buddisti e cattolici sul tema «Sofferenza, liberazione e fraternità».
Il 12 e il 13 febbraio, a Bodh Gaya, in India, con la collaborazione dei vescovi del Paese e di Religions for Peace, si è svolto il quinto colloquio buddista-cristiano, sul tema «Buddisti e cristiani insieme per promuovere la fraternità».
Il 6 giugno, il sotto-segretario del dicastero, monsignor Indunil Koditthuwakku, ha partecipato al quindicesimo anniversario dell’erezione del tempio buddista Daiseion-Ji a Wipperfürth, in Germania. E il 15 settembre, nella sede del Rissho Kosei-kai Centre a Roma, ha preso parte alla commemorazione del cinquantesimo anniversario dell’incontro tra Paolo VI e il reverendo Nikkyo Niwano, fondatore del movimento buddhista Rissho Kosei-Kai, che partecipò al concilio Vaticano II .
Non si devono infine dimenticare i messaggi inviati nel 2015 rispettivamente ai buddisti e agli shintoisti, sui temi: «Buddisti e cristiani: insieme per contrastare la schiavitù moderna» e «Cristiani e shintoisti: pregare per la pace e l’armonia».
In conclusione, va riaffermato che il dialogo tra le religioni non cristiane rimane una delle grandi sfide per il mondo di oggi, e in particolare, per i responsabili religiosi. Mi pare che esso debba affrontare tre sfide. La prima è la sfida politica: coniugare identità e apertura, superando pregiudizi e paura. Si tratta pure di riconoscere le reciproche tradizioni che hanno un proprio valore. In secondo luogo, la sfida intellettuale, che riguarda il patrimonio teologico e l’incontro con la modernità. Dobbiamo aiutarci gli uni gli altri a praticare il discernimento e a non trascurare le nuove correnti di pensiero teologico e spirituale. Infine, la sfida spirituale: nel mondo di oggi, più sensibile ai testimoni che ai maestri, dobbiamo riconoscere il messaggio di pace di tutte le religioni. Chiamando alla fraternità, esse permettono di guardare al futuro con meno perplessità e paura. Come cristiani, dobbiamo vivere la dimensione dell’accoglienza e del perdono, fattore di rinnovamento della società, specialmente in questo anno della misericordia.
Il cosiddetto “Stato islamico” è, senz’altro, un problema geopolitico. L’Europa deve agire con determinazione per garantire la dignità delle persone, i diritti delle minoranze e il rispetto delle convinzioni spirituali. Dalla situazione presente, cerchiamo di trarre lezioni per il futuro. Un islam fedele alla sua vocazione può far scoprire a tutti, musulmani e non, l’importanza della preghiera e della carità. L’incontro dei cristiani con altri credenti li invita ad approfondire il bisogno di formarsi per essere in grado di rendere ragione della propria fede. I musulmani, dal canto loro, possono scoprire la tenerezza di Dio, che non è solo giudice, ma anche padre.
Nel dialogo con le altre religioni, ciò che conta per prima cosa non è la cultura, ma l’esperienza di fede. Il dialogo interreligioso è un’attività prettamente spirituale.
I credenti non devono aver paura gli uni degli altri, ma piuttosto essere tutti convinti che possono dare speranza al mondo e perciò devono ritrovare i valori comuni, capaci di trasformare le società di oggi. Dunque dobbiamo pregare: «Il Signore ci faccia crescere e sovrabbondare nell’amore scambievole e verso tutti» (1 Tessalonicesi, 3, 12).
L'Osservatore Romano