Il conto alla rovescia è partito, mentre mancano pochi giorni alla discussione in Aula del ddl Cirinnà, fra dieci giorni a Roma tornerà in piazza il popolo pro-family. Quello che lo scorso 20 giugno riempì piazza san Giovanni per un appuntamento che ha suonato la sveglia a molte orecchie. Quella piazza sbalordì analisti e addetti ai lavori soprattutto per il fatto di essersi auto-convocata, grazie all'impegno di un comitato nato dal basso e capace di tempi di reattività (e risultati) impensabili. Presidente del Comitato “Difendiamo i nostri figli” è il professor Massimo Gandolfini che la Nuova Bussola ha incontrato per chiedere come procede l’ avvicinamento al 30 gennaio.
Allora professor Gandolfini, quale partecipazione vi aspettate?
«Ci aspettiamo una partecipazione di popolo enorme e quindi posso dare innanzitutto la notizia che, per ragioni organizzative, non vi sarà un corteo, come avevamo prospettato, ma sarà un appuntamento di piazza così come fu lo scorso 20 giugno. Il ritrovo per tutti quindi è sabato 30 gennaio alle 14 al Circo Massimo a Roma».
Quali sono le adesioni alla manifestazione, molti parlano di vari movimenti?
«Le adesioni sono moltissime, ben di più di quelle che saranno date in modo “ufficiale”. Molti movimenti daranno il loro appoggio in vario modo, non solo i Neocatecumenali, ma anche altri come, ad esempio, il Rinnovamento nello Spirito, il Movimento per la Vita e lo stesso Forum delle Associazioni Familiari. Anche Cl credo sia molto vicina alla manifestazione, ho buoni motivi per sperare che promuova in qualche modo la partecipazione all'evento. Comunque l'organizzazione e la paternità della piazza è del Comitato Difendiamo i nostri figli».
Recentemente le dichiarazioni favorevoli del cardinale Bagnasco hanno mostrato un cambio di passo anche da parte dei vescovi italiani a proposito del Family day?
«La dichiarazione del cardinale Bagnasco è stata preziosissima e penso rappresenti il sentire dell'episcopato italiano. Ci sono moltissimi vescovi diocesani che da tempo sono uniti a noi in questa battaglia, sono mesi che nelle varie diocesi vengono organizzati incontri e serate su questo tema a cui noi siamo stati invitati a parlare. Si può dire che siano centinaia i vescovi che su questo tema mostrano condivisione del nostro impegno pubblico. Tuttavia, e questo tengo a sottolinearlo, la nostra è una iniziativa laica senza alcun “vescovo-pilota”».
Sappiamo che siete contrari a “stepchild adoption”, affido “rafforzato” e utero in affitto, ma qual è la vostra posizione rispetto al ddl Cirinnà nel suo complesso?
«Il nostro è un “no” a tutto il ddl Cirinnà. É un no a ogni tentativo di trasformare le cosiddette unioni civili in qualcosa che possa anche solo assomigliare al matrimonio così come è indicato dall'art. 29 della Costituzione. Dirò di più: non vediamo alcuna necessità di procedere alla creazione di nuovi istituti giuridici quali le unioni civili, se proprio si vuole procedere in una qualche direzione, allora si metta insieme organicamente ciò che già esiste nel nostro ordinamento a proposito di diritti civili legati alla singola persona».
Eppure quelli che promuovono il ddl Cirinnà parlano di diritti...
«É esattamente il contrario. Quella del ddl Cirinnà è una battaglia che nega i diritti fondamentali, uno su tutti: il diritto di ogni bambino di avere una mamma e un papà. E poi vorrei ricordarne un altro, in Italia ci sono, secondo l'Istat, circa 1milione e 400mila famiglie sotto la soglia di povertà, allora noi sosteniamo che prima di tutto c'è un diritto da difendere. Quello di aiutare le famiglie indigenti. Se il ddl Cirinnà andasse in porto si stimano spese per le casse dello Stato che vanno dai 30 ai 300 milioni di euro, allora, questi soldi si utilizzino per le famiglie bisognose, che purtroppo non mancano. La tutela, anche economica, deve prioritariamente andare alle famiglie».
Cosa vi aspettate dal popolo di piazza S. Giovanni?
«Conto sul fatto che possiamo essere uniti, determinati e coraggiosi. Consapevoli che la battaglia non finirà il 30 gennaio, anzi dovremo trovare modi per concretizzare strutture che sappiano vigilare e nello stesso tempo dare risposte concrete di fronte alle povertà delle famiglie che, purtroppo, vanno dall'aspetto economico a quello relazionale, morale e spirituale».
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Motivi di ragione per dire no alle unioni civili
di Aldo Vitale
Il disegno di legge Cirinnà sarà approvato per il semplice motivo storico per cui le peggiori leggi contro la famiglia e la vita, cioè quella sul divorzio e quella sull’aborto, furono approvate sotto l’ala di maggioranze democristiane e Governi guidati da cattolici, rispettivamente Rumor nel 1970 e Andreotti nel 1978, per cui anche quest’ennesimo scempio giuridico costituito dalle unioni civili sembra avere altissime probabilità di essere approvato da un Parlamento sostanzialmente democristiano sotto un Governo guidato da un sedicente cattolico come Matteo Renzi.
Questo per quanto attiene la vicenda politica che, come tale, è alla fine sempre marginale, specialmente se, come in questo e nei precedenti casi, non determinata dal perseguimento del bene comune, ma soltanto da logiche di spartizione del potere, di reciproci “do ut des”, di campagne ideologiche, di pressioni lobbistiche.
A fronte di tutto ciò, cioè della politica nel senso deteriore del termine, si stagliano motivi razionali e ragionevoli ben precisi che dovrebbero indurre la ragione e la coscienza dei parlamentari e degli italiani (in caso di referendum) a votare e schierarsi contro il ddl Cirinnà per poter ripristinare un impegno politico nel senso nobile del termine, cioè proteso davvero al bonum commune, ovvero, aristotelicamente, alla difesa di principi universali e interessi generali e non di capricci personali e guadagni particolari.
Si devono distinguere, quindi, motivi sistemici e motivi specifici per dire no alle unioni civili.
Tra i motivi sistemici se ne trovano alcuni che occorre tenere sempre ben presenti.
In primo luogo: l’idea di progresso sociale che da più parti si sbandiera non è effettivamente tale solo perché tale lo si annuncia.
Insomma, se al progresso sociale segue un regresso morale, il progresso sociale è solo un presunto progresso, ma in sostanza un effettivo regresso.
Il socialismo o il fascismo, in fondo, sono stati presentati come momenti di progresso dell’umanità, ma ben si sa in che regressione antiumana hanno condotto l’intero XX secolo.
Le unioni civili, in questo senso, sono (kantianamente) un regresso morale poiché elevano e impongono il capriccio soggettivo a legge generale.
In primo luogo: l’idea di progresso sociale che da più parti si sbandiera non è effettivamente tale solo perché tale lo si annuncia.
Insomma, se al progresso sociale segue un regresso morale, il progresso sociale è solo un presunto progresso, ma in sostanza un effettivo regresso.
Il socialismo o il fascismo, in fondo, sono stati presentati come momenti di progresso dell’umanità, ma ben si sa in che regressione antiumana hanno condotto l’intero XX secolo.
Le unioni civili, in questo senso, sono (kantianamente) un regresso morale poiché elevano e impongono il capriccio soggettivo a legge generale.
In secondo luogo: l’idea che il bene sia soltanto ciò che ciascuno desidera per sé e che la legge non può impedire comporta, appunto, che non si persegua più il bene di tutti, ma soltanto quello di alcuni, cioè, di volta in volta, dei più forti, dei più ricchi, dei più influenti.
La politica diventa insomma la semplice traduzione legale degli interessi di una oligarchia e non il perseguimento del bene comune, cioè di tutti.
Il mercatismo capitalistico ha ben insegnato, in questi anni di dura crisi, che tipo di distorsioni sociali e morali si generano se la politica si occupa soltanto della difesa degli interessi di alcuni a scapito della giustizia e dei principi etici sovraordinati.
Le unioni civili, in questo senso, rappresentano soltanto la trasposizione legale degli interessi della potentissima oligarchia Lgbt.
La politica diventa insomma la semplice traduzione legale degli interessi di una oligarchia e non il perseguimento del bene comune, cioè di tutti.
Il mercatismo capitalistico ha ben insegnato, in questi anni di dura crisi, che tipo di distorsioni sociali e morali si generano se la politica si occupa soltanto della difesa degli interessi di alcuni a scapito della giustizia e dei principi etici sovraordinati.
Le unioni civili, in questo senso, rappresentano soltanto la trasposizione legale degli interessi della potentissima oligarchia Lgbt.
In terzo luogo: ritenere che il bene non sia universale, ma interpretabile, invece, secondo una logica soggettivistica (individuale o di un piccolo gruppo), o, addirittura, che non sia per nulla conoscibile, significa adottare una logica sostanzialmente relativistica, mostrando cioè quella innata, e tipica del relativismo, sfiducia nella ragione umana e nella sua capacità di conoscere il mondo e i principi (anche) etici che lo governano.
Il relativismo etico del XX secolo ha dimostrato fin troppo bene le conseguenze nefaste che si producono ogni qual volta si ritiene che la ragione non possa conoscere il bene o la verità universalmente intesi.
Le unioni civili, in questo senso, sono la perfetta espressione dell’idea per cui il bene ciascuno se lo crea da sé e la legge non può impedire di soddisfare i propri desideri.
Il relativismo etico del XX secolo ha dimostrato fin troppo bene le conseguenze nefaste che si producono ogni qual volta si ritiene che la ragione non possa conoscere il bene o la verità universalmente intesi.
Le unioni civili, in questo senso, sono la perfetta espressione dell’idea per cui il bene ciascuno se lo crea da sé e la legge non può impedire di soddisfare i propri desideri.
Oltre i motivi sistemici vi sono anche i motivi specifici per cui alla luce della semplice ragione occorre che tutti ci si opponga al disegno di legge Cirinnà in via di approvazione.
In primo luogo: l’unione civile già esiste, e si chiama matrimonio, sancita e disciplinata dal Codice Civile a determinate condizioni e presupposti, come ogni istituto giuridico.
Tentare di stravolgere la disciplina del Codice Civile sul solo assunto che sarebbero mutati gli assetti e le esigenze sociali significa voler utilizzare logiche inconciliabili, cioè quella del diritto da un lato e quella della statistica dall’altro, tra loro tanto incompatibili quanto lo sarebbe la pretesa di voler bilanciare una equazione di chimica tramite gli strumenti offerti dalla sintassi per una traduzione dal greco antico.
Tentare di stravolgere la disciplina del Codice Civile sul solo assunto che sarebbero mutati gli assetti e le esigenze sociali significa voler utilizzare logiche inconciliabili, cioè quella del diritto da un lato e quella della statistica dall’altro, tra loro tanto incompatibili quanto lo sarebbe la pretesa di voler bilanciare una equazione di chimica tramite gli strumenti offerti dalla sintassi per una traduzione dal greco antico.
In secondo luogo: ritenere che le unioni civili si debbano approvare soltanto perché altri Paesi lo hanno già fatto significa essere vittime di una forma di infantilismo giuridico che come tale, dunque, è ben poco razionale e soprattutto poco ragionevole.
Infatti, ritenere che ci si debba comportare non come si deve, ma soltanto imitando chi sta accanto significa adottare il tipico processo mimetico che caratterizza il ragionare infantilmente.
Del resto, a scuola si insegna proprio che chi copia dal compagnetto di banco sbaglia; nei concorsi pubblici si viene esclusi; nella vita si rischia di compiere gli errori altrui.
Ci si deve comportare, o si deve legiferare, dunque, non secondo ciò che altri fanno o non fanno, ma secondo ciò che è giusto; questo, ovviamente, soltanto a patto che si riconosca il giusto – ovvero il vero del diritto – in senso universale, slegato dalle contingenze degli interessi particolari di partiti, gruppi o fazioni (che come già visto, invece, stanno a fondamento dell’approvazione del ddl Cirinnà).
Le unioni civili non devono essere approvate, dunque, perché proprio la verità del diritto sarebbe violata, storpiando l’istituto familiare, aprendo all’utero in affitto, riconoscendo legami che, nonostante ciò che viene ripetuto a tamburo battente, non hanno nulla in comune con la relazionalità famigliare e che quindi non possono assurgere allo stesso rango di rilevanza costituzionale e alla medesima tutela giuridica (per questo la stessa Corte Costituzionale ha chiarito espressamente che semmai devono essere ricondotte sotto la tutela dell’articolo 2 e non dell’articolo 29 della Costituzione).
Infatti, ritenere che ci si debba comportare non come si deve, ma soltanto imitando chi sta accanto significa adottare il tipico processo mimetico che caratterizza il ragionare infantilmente.
Del resto, a scuola si insegna proprio che chi copia dal compagnetto di banco sbaglia; nei concorsi pubblici si viene esclusi; nella vita si rischia di compiere gli errori altrui.
Ci si deve comportare, o si deve legiferare, dunque, non secondo ciò che altri fanno o non fanno, ma secondo ciò che è giusto; questo, ovviamente, soltanto a patto che si riconosca il giusto – ovvero il vero del diritto – in senso universale, slegato dalle contingenze degli interessi particolari di partiti, gruppi o fazioni (che come già visto, invece, stanno a fondamento dell’approvazione del ddl Cirinnà).
Le unioni civili non devono essere approvate, dunque, perché proprio la verità del diritto sarebbe violata, storpiando l’istituto familiare, aprendo all’utero in affitto, riconoscendo legami che, nonostante ciò che viene ripetuto a tamburo battente, non hanno nulla in comune con la relazionalità famigliare e che quindi non possono assurgere allo stesso rango di rilevanza costituzionale e alla medesima tutela giuridica (per questo la stessa Corte Costituzionale ha chiarito espressamente che semmai devono essere ricondotte sotto la tutela dell’articolo 2 e non dell’articolo 29 della Costituzione).
In terzo luogo: ritenere che le unioni civili debbano essere approvate perché la società è cambiata e l’ordinamento si deve adeguare, significa adottare una logica puramente formalistica del diritto che verrebbe a coincidere soltanto con la volontà (storicamente determinata e mutevole) del legislatore di turno.
In quest’ottica tutto diventa legittimo compresi i tanti provvedimenti legislativi che pur essendo stati emanati validamente, regolarmente approvati da un Parlamento a maggioranza, espressione del sentire sociale dell’epoca, sono pur sempre criticabili poiché molto ideologici e poco giuridici, cioè pur validi, ma comunque ingiusti: si pensi, per esempio, alle Leggi di Norimberga, o alla normativa svedese dei primi del ‘900 sulla sterilizzazione forzata, o a tantissimi altri casi analoghi di cui abbondano la storia del diritto e della legislazione.
Le unioni civili, dunque, non devono essere approvate proprio per preservare la natura del diritto che non consiste nella mera ratificazione formale della volontà del legislatore o del “sentire sociale”, ma nella trasposizione della giustizia, cioè, in altri termini, della retta ragione (come insegnano, tra i tanti, sia Aristotele, nel mondo pagano, sia S. Tommaso d’Aquino, nel mondo cristiano).
In quest’ottica tutto diventa legittimo compresi i tanti provvedimenti legislativi che pur essendo stati emanati validamente, regolarmente approvati da un Parlamento a maggioranza, espressione del sentire sociale dell’epoca, sono pur sempre criticabili poiché molto ideologici e poco giuridici, cioè pur validi, ma comunque ingiusti: si pensi, per esempio, alle Leggi di Norimberga, o alla normativa svedese dei primi del ‘900 sulla sterilizzazione forzata, o a tantissimi altri casi analoghi di cui abbondano la storia del diritto e della legislazione.
Le unioni civili, dunque, non devono essere approvate proprio per preservare la natura del diritto che non consiste nella mera ratificazione formale della volontà del legislatore o del “sentire sociale”, ma nella trasposizione della giustizia, cioè, in altri termini, della retta ragione (come insegnano, tra i tanti, sia Aristotele, nel mondo pagano, sia S. Tommaso d’Aquino, nel mondo cristiano).
In quarto luogo: ritenere che le unioni civili si debbano approvare sull’assunto che anche il matrimonio è un contratto, significa non avere le idee chiare e più ancora muoversi maldestramente tra i concetti giuridici, poiché il matrimonio, almeno nell’ordinamento italiano, non è un contratto, in quanto non ha come obiettivo la regolazione di interessi patrimoniali, cioè economicamente valutabili.
Su questa base occorre decidersi: se le unioni civili sono simili al matrimonio non possono essere considerate un contratto, e, allora, non vi sarebbe ragione di approvare uno pseudo-matrimonio se già esiste il matrimonio vero e proprio di cui occorre rispettare modalità e presupposti (per esempio maggiore età e differenza di sesso); se, per converso, fossero da considerare un contratto non si potrebbero e dovrebbero assimilare al matrimonio da cui, anzi, sarebbe opportuno che si differenziassero in modo netto ed inequivocabile, e, quindi, non vi sarebbe comunque ragione di approvare un ulteriore tipo di contratto ben potendosi ricorrere e adattare agli schemi contrattuali già esistenti.
In entrambi i casi il ddl Cirinnà non dovrebbe essere approvato.
Su questa base occorre decidersi: se le unioni civili sono simili al matrimonio non possono essere considerate un contratto, e, allora, non vi sarebbe ragione di approvare uno pseudo-matrimonio se già esiste il matrimonio vero e proprio di cui occorre rispettare modalità e presupposti (per esempio maggiore età e differenza di sesso); se, per converso, fossero da considerare un contratto non si potrebbero e dovrebbero assimilare al matrimonio da cui, anzi, sarebbe opportuno che si differenziassero in modo netto ed inequivocabile, e, quindi, non vi sarebbe comunque ragione di approvare un ulteriore tipo di contratto ben potendosi ricorrere e adattare agli schemi contrattuali già esistenti.
In entrambi i casi il ddl Cirinnà non dovrebbe essere approvato.
In quinto luogo: ritenere che le unioni civili debbano essere necessariamente approvate perché lo richiede l’esigenza di non discriminare i pur pochi che ne farebbero uso senza ledere i molti che non vi ricorrerebbero, significa necessariamente correre il rischio di accettare le conseguenze di un simile pericoloso modo di procedere.
In quest’ottica, infatti, nessuno potrebbe evitare che poco più avanti si approvasse di tutto, come per esempio la poligamia o altre bizzarrie come il matrimonio di gruppo, il poliamore, gli amori incestuosi, l’efebofilia, la pedofilia e altro ancora.
La questione non è del resto ipotetica, ma reale e concreta, come dimostra l’ultimo intervento di Chiara Lalli su Internazionale in cui già si confessa apertamente che le unioni civili sono da rottamare poiché è l’ora di cominciare a parlare del cosiddetto “matrimonio plurale”: «Discutiamo da anni di Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi (Dico), Diritti doveri reciprocità (Didore), Patto civile di solidarietà (Pacs), unioni civili. Del matrimonio, però, no, perché non si fa […]. La legge deve favorire oppure ostacolare i diritti individuali, se non danneggiano altri? Perché non ci si può sposare in più di due? Chi lo ha stabilito e chi dice che non possa cambiare? Molti comportamenti in passato erano giudicati inammissibili, molte leggi erano ritenute giustificabili – e ora non è più così. Siccome abbiamo sbagliato spesso nel passato, non dovremmo essere tanto sicuri che il nostro giudizio morale attuale sia infallibile. Il matrimonio (civile) è un contratto, determinato dal contesto politico e sociale, mutato e mutabile nel tempo. Non è una verità rivelata. Che ci si possa sposare tra due persone è una convenzione e non è nemmeno universale. Deve essere una condizione immutabile? Per sostenere il divieto andrebbero dimostrate le ragioni per cui sarebbe dannoso farle cadere. Non basta che a qualcuno potrebbe non piacere, che poi se non gli piace basta non sposare più di una persona, semplice. La domanda è giuridica, non morale, non religiosa, non personale. Quello che fareste voi è irrilevante, se non per voi e forse per i vostri amici. La domanda è se ci sono abbastanza ragioni giuridiche per vietare l’ampliamento numerico. E la risposta è sorprendente: no, non ci sono […]. Perché ostinarsi a dettare le regole? In fondo Liz Taylor si è sposata otto volte. È stata una poligama seriale verticale invece che orizzontale. Sono forse affari vostri?».
In quest’ottica, infatti, nessuno potrebbe evitare che poco più avanti si approvasse di tutto, come per esempio la poligamia o altre bizzarrie come il matrimonio di gruppo, il poliamore, gli amori incestuosi, l’efebofilia, la pedofilia e altro ancora.
La questione non è del resto ipotetica, ma reale e concreta, come dimostra l’ultimo intervento di Chiara Lalli su Internazionale in cui già si confessa apertamente che le unioni civili sono da rottamare poiché è l’ora di cominciare a parlare del cosiddetto “matrimonio plurale”: «Discutiamo da anni di Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi (Dico), Diritti doveri reciprocità (Didore), Patto civile di solidarietà (Pacs), unioni civili. Del matrimonio, però, no, perché non si fa […]. La legge deve favorire oppure ostacolare i diritti individuali, se non danneggiano altri? Perché non ci si può sposare in più di due? Chi lo ha stabilito e chi dice che non possa cambiare? Molti comportamenti in passato erano giudicati inammissibili, molte leggi erano ritenute giustificabili – e ora non è più così. Siccome abbiamo sbagliato spesso nel passato, non dovremmo essere tanto sicuri che il nostro giudizio morale attuale sia infallibile. Il matrimonio (civile) è un contratto, determinato dal contesto politico e sociale, mutato e mutabile nel tempo. Non è una verità rivelata. Che ci si possa sposare tra due persone è una convenzione e non è nemmeno universale. Deve essere una condizione immutabile? Per sostenere il divieto andrebbero dimostrate le ragioni per cui sarebbe dannoso farle cadere. Non basta che a qualcuno potrebbe non piacere, che poi se non gli piace basta non sposare più di una persona, semplice. La domanda è giuridica, non morale, non religiosa, non personale. Quello che fareste voi è irrilevante, se non per voi e forse per i vostri amici. La domanda è se ci sono abbastanza ragioni giuridiche per vietare l’ampliamento numerico. E la risposta è sorprendente: no, non ci sono […]. Perché ostinarsi a dettare le regole? In fondo Liz Taylor si è sposata otto volte. È stata una poligama seriale verticale invece che orizzontale. Sono forse affari vostri?».
Le unioni civili non si devono approvare proprio per evitare una simile deriva.
Il ddl Cirinnà, insomma, non deve essere approvato per motivi puramente razionali, e perché occorre ricordare che è il sentire sociale che deve orientarsi alla retta ragione e non il contrario.
Il ddl Cirinnà, insomma, non deve essere approvato per motivi puramente razionali, e perché occorre ricordare che è il sentire sociale che deve orientarsi alla retta ragione e non il contrario.
Tempi
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Appello dei giuristi contro la legge Cirinnà. Nuove firme
Il 13 gennaio il Centro studi Livatino ha reso pubblico un appello (clicca qui) di oltre 100 giuristi - magistrati, avvocati, docenti universitari di materie giuridiche, notai di differenti fori d’Italia - per esprimere preoccupazione e critiche al disegno di legge c.d. sulle unioni civili, primo firmatario il prof. Mauro Ronco.
Nei giorni successivi e fino a oggi sono pervenute numerose altreadesioni che hanno portato le sottoscrizioni a quota 321 (qui l'elenco aggiornato). Fra coloro che hanno firmato in questa seconda fase ci sono quelle di presidenti o vicepresidenti emeriti della Corte Costituzionale come Riccardo Chieppa e Fernando Santosuosso, che si aggiungono a Paolo Maddalena; di docenti universitari che hanno fatto la storia dell’Accademia in Italia, come Ferrando Mantovani, Pierangelo Catalano, Ivo Caraccioli, di costituzionalisti come Luca Antonini e Felice Ancora, di civilisti come Paolo Papanti Pelletier; di magistrati ordinari con competenza specifica nel settore dei minori come Simonetta Matone, sost. procuratore gen. a Roma e M. Cristina Rizzo, procuratore della Rep. per i minorenni a Lecce, o da poco andati in congedo con immutato prestigio, come Alda Maria Vanoni, già presidente di sez. civile al Tribunale di Milano e Renato Samek Lodovici, già presidente di Corte di assise a Milano, o già componenti del Consiglio Superiore della Magistratura come Antonello Racanelli, Fabio Massimo Gallo e Francesco Mario Agnoli; di magistrati di altre giurisdizioni, come Salvatore Sfrecola, presidente di sezione della Corte dei Conti; di avvocati con incarichi rappresentativi del mondo forense, come Carlo Testa; di notai provenienti dall’intero territorio nazionale.
Il numero e l’autorevolezza delle sottoscrizioni, conferisce peso maggiore alle critiche al ddl, e faauspicare in un supplemento di riflessione da parte del Parlamento. Fra le perplessità sollevate: a) la sovrapposizione, contenuta nel ddl, del regime matrimoniale a quello delle unioni civili, la cui sostanza fa parlare a pieno titolo di “matrimonio” fra persone dello stesso sesso, b) il danno per il bambino derivante dall’adozione same sex, con la eliminazione di una delle figure di genitore e la duplicazione dell’altra, c) la circostanza che si giungerebbe direttamente alla legittimazione dell’utero in affitto. Col pretesto di ampliare il novero dei “diritti”, in realtà l’approvazione del ddl moltiplicherebbe mortificazione e danni, anzitutto alle donne e ai bambini. Per questo, in conclusione, l’appello auspica un impegno del Legislatore e delle istituzioni per un rilancio effettivo della famiglia e perché non si proceda oltre nell’approvazione di leggi, come il ddl Cirinnà, ingiuste e incostituzionali.
Per adesioni www.centrostudilivatino.it o info@centrostudilivatino.it . Per info: 329 4105375 - info@centrostudilivatino.it