mercoledì 20 gennaio 2016

Quello che i cristiani hanno dimenticato. Il nome della Chiesa è concordia




(Elpidophoros Lambriniadis, Metropolita ortodosso di Bursa) «Il nome della Chiesa è nome di sinfonia e di concordia» sottolineava san Giovanni Crisostomo. Eppure, la storia della contesa cristiana è tanto antica, quanto è antica la storia della Chiesa. Come osservò Teodoro Studita, «dagli apostoli in poi, in molti modi, molte eresie irruppero contro essa e sudiciume empio e non canonico abbondò». La Chiesa, “l’Una” di Cristo e l’unica fede in Dio e salvatore Gesù, che fu accolta con «semplicità di cuore» dalla Chiesa nascente (Atti degli apostoli, 2, 46), cominciò rapidamente a spezzettarsi nella misura in cui tutto quanto il mondo cristiano ancora in fase iniziale, apparve come un mosaico di percezioni contrastanti.
Così, le scomuniche del luglio 1054 avvennero in un clima già di sfiducia e di alienazione di entrambi i mondi, delle Chiese d’Oriente e d’Occidente, cioè in una situazione di distanza già esistente, di rapporti negativi e di sospetto. Questo non vuol dire che ci fosse semplicemente una mancanza di comunicazione, ma significa che c’era un’allontanamento teologico e una diversificazione nei cruciali punti teologici e strutturali dei due mondi ecclesiastici. Le scomuniche, quindi, del 1054 non crearono questa situazione, ma nemmeno la fissarono in modo definitivo. Ciò significa, quindi, che queste scomuniche, nonostante l’opinione che generalmente prevale, non crearono dal nulla il grande Scisma tra Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente, né però resero definitiva la esistente distanza. Questa constatazione è importante sia per interpretare gli eventi di allora sia per valutare giustamente la revoca delle scomuniche nel 1965, 50 anni fa. Come la ricerca e la realtà storica dimostrano, lo scisma non avvenne perciò in un preciso momento, né in una data particolare. Invece, si constata che l’estraniazione tra le due Chiese avvenne gradatamente nell’arco non solo di molti anni, ma potremmo dire di molti secoli. La storia ci informa anche che già subito dopo il grande scisma del 1054, innumerevoli furono i tentativi per lo svolgimento del dialogo teologico tra l’Oriente ortodosso e l’Occidente latino. Gli sforzi di unione dall’XI al XV secolo sono stati degli esempi chiari dell’intenzione della Nuova Roma per la riconciliazione e la comunione con l’Antica Roma, indipendentemente dal fatto che la questione della riunificazione delle due Chiese sorelle non veniva sempre collocata su una base retta, ma veniva trasformata in una questione politica e in un mezzo per raggiungere scopi altrui. L’elezione del patriarca Atenagora nel novembre del 1948 segnò una nuova era. Nel suo discorso di intronizzazione rivolse il consueto saluto di pace non solo ai capi delle Chiese ortodosse ma anche ai capi delle altre Chiese cristiane, «tenendo la mano anche a loro per una collaborazione di fronte ai pericoli contro la Chiesa e la società». La particolarità di Atenagora consiste nella sua volontà irremovibile di promuovere il dialogo dell’amore e della verità, nonostante le reazioni costanti e dirette che incontrava nella realizzazione delle sue visioni per una riconciliazione e collaborazione cristiana, da parte di coloro che ritenevano — e persino oggi ce ne sono in parecchi che lo ritengono — che «il nome di Cristo viene glorificato soltanto e soprattutto mediante contrapposizioni fanatiche, scomuniche reciproche, e scontri smisurati». Parlando davanti ai padri del Monte Athos, durante la sua visita nel 1963, il patriarca Atenagora diceva che: «Metto in rilievo, con tutta la mia forza, che non ci sia cosa più dolce per l’uomo di avere dialogo con l’altro. E non c’è maggior sfortuna per l’uomo di non essere in dialogo con l’altro. Se il mondo è diviso, questo è dovuto alla mancanza di dialogo tra le persone». Alla luce di ciò si può dire che il più grande successo con la revoca delle scomuniche è che si è aperta la via per i contatti tra i cristiani in tutti i livelli. Dopo il ristabilimento di un clima d’amore e di fratellanza ai più alti livelli della guida delle nostre Chiese, questo amore ha iniziato a dispiegarsi come un’aura divina anche nelle Chiese locali, nei vescovi, nei sacerdoti e nei nostri fedeli. La storia dimostra che quando i padri e le guide spirituali ci mostrano la via giusta, allora il giorno della fratellanza, del ristabilimento della pace e del comune calice non tarderà a giungere. Come lo scisma non avvenne in un attimo, ma è stato provocato dall’accumularsi di molti anni di allontanamento e di intolleranza, così anche l’unione non avverrà solo con l’atteso accordo sulle nostre differenze teologiche, ma sarà edificata con pazienza, con perseveranza, con la preghiera, con amore, con la collaborazione di noi tutti.

L'Osservatore Romano