Tokujin Yoshioka, Rainbow Church (La chiesa dell'arcobaleno), 2014.
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Nella seconda Domenica dopo Natale, la liturgia ci ripropone il Prologo del Vangelo secondo Giovanni: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”:
“Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo … Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”.
“Dio è luce e in lui non ci sono tenebre”, dichiara la 1ª Lettera di S. Giovanni (1,5). Ed è questa luce che irrompe nelle tenebre del caos iniziale. Non viene a togliere qualcosa all’uomo, non viene a minare la sua libertà! Viene – e lo abbiamo celebrato a Natale presente tra di noi, lo proclamiamo presente in ogni azione liturgica – viene perché tutto quello che è vita, creatività, gioia, libertà, amore… possa esplodere nella pienezza di Dio. Oggi, questo Dio-luce, da molti non è compreso, è rifiutato…, forse perché in 2000 anni di cristianesimo ci siamo abituati alla luce e pensiamo che sia opera nostra. Ma se Dio scompare dall’orizzonte umano è l’uomo a precipitare nel caos delle tenebre e del non senso, perché “il mondo è stato fatto per mezzo di Cristo”, la luce che Dio ha provveduto per l’uomo. “Non abbiate paura di Dio, spalancate le porte a Lui, alla sua luce”, ci ha ripetuto più volte S. Giovanni Paolo II. È in lui, fatto carne per noi, venuto ad abitare in mezzo a noi, che si apre la speranza, perché ci dà il potere “di diventare figli di Dio”, di essere illuminati dalla sua gloria, di dare alla nostra piccola statura umana, la dimensione infinita di Dio. In Cristo, luce del mondo, è il cuore dell’uomo che si apre a misura di Dio e diventa capace di amare, di farsi dono agli altri. Il Vangelo di oggi proclama e annunzia quest’opera: tu e Cristo, non più due, ma uno solo, una sola carne, rivestita di grazia e di verità. Davanti a noi c’è un nuovo anno, dove permettere a Cristo di rivelare e compiere in noi l’opera per cui il Padre lo ha mandato. (Pasotti)
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Se le parole buone e belle che diciamo potessero rivestirsi di carne, e, ricolme di Spirito Santo, cominciassero a vivere compiendosi in un amore vero, visibile, carnale, che meraviglia! Se le parole che un marito sussurra a sua moglie diventassero carne capace di riflettere la loro “grazia”, ovvero la gratuità, e la loro “verità”, ovvero l’autenticità, che matrimonio diventerebbe. Immaginatele con gambe, occhi e mani realizzare ciò che dicono. Quale moglie dubiterebbe più di suo marito? O quale figlio potrebbe covare rancore verso i suoi genitori se le parole con cui questi affermano che darebbero la vita per loro diventassero gesti da vedere e toccare? E così via, tra amici, fidanzati, colleghi. Immaginate che, in un istante, si materializzassero qui, “in mezzo a noi”, tutte le promesse, le dichiarazioni di fedeltà, i complimenti e le tenerezze, ogni parola che ci nasce nel cuore e sussurriamo a volte tremanti a volte con un po’ di presunzione.
No, è ci è impossibile anche il solo immaginarlo, perché in fondo sappiamo di dire l’impossibile, di rivestire con le parole i desideri più intimi; eppure già così ci sembra di vederli in qualche modo realizzati. Ci basta dire ti amo, ed è già amore. E attenzione, non è sempre ipocrisia e sentimentalismo. Non possiamo di più, ecco tutto. Vorremmo compiere quello che diciamo, ma l’incarnazione delle nostre parole abortisce sempre nell’incoerenza, come quella di Pietro: “ti seguirò ovunque e darò la mia vita per te”. Ed era sicuro che ce l’avrebbe fatta, perché lo desiderava con tutto il suo cuore. Ma non aveva fatto i conti con la paura della morte che ancora lo teneva schiavo.
Eppure, proprio giunto a quel triste capolinea dove finalmente scendeva l’illusione, Pietro ha incontrato la carne che avrebbe compiuto ogni suo desiderio di bene e di amore. Lo sguardo di Gesù lo sconvolgeva, aprendo d’un colpo la diga che gli bloccava le lacrime in petto. I suoi occhi vedevano infatti la Parola di misericordia fissarlo e accoglierlo così come era mentre si faceva carne prendendo su di sé il suo tradimento. Quelle lacrime diventavano un battesimo nel quale la Parola buona pronunciata da Dio su ciascun uomo scendeva di nuovo per farsi carne nell’incoerenza e trasformarla in fedeltà.
Come può accadere in questa Domenica nella quale la Parola di Dio viene a cercare le nostre parole per purificarle e assorbirle nella sua Parola che si fa carne per essere vista e accolta. I Rabbini insegnavano che per vedere Dio occorre accostarsi alla scala che, nel sogno, ha permesso a Giacobbe di vedere il Cielo aperto. Essa era una profezia della scala del Sinai, sulla cui sommità Dio ha consegnato la Torah a Mosè e al Popolo. Ma era anche una profezia della Croce! Per vedere Dio è dunque necessario accostarsi alla scala di Giacobbe, attraverso l'ascolto della Torah, la Parola che la Chiesa ci predica, con il cuore finalmente contrito e desideroso di accoglierla nell'obbedienza.
Come accadde a Giacobbe quando incontrò il gemello Esaù dopo la notte passata al guado dello Jabbok, dove ha lottato con Dio. In quel battesimo aveva sperimentato la sua debolezza e la forza di Dio, uscendone claudicante ma finalmente appoggiato a Lui; da quelle acque era nato Israele, un nome nuovo per un uomo rinato a vita nuova. Ora Giacobbe poteva incontrare il fratello che aveva temuto e riconciliarsi con lui, e in quell'esperienza vedere la Parola fatta carne nella sua debolezza risplendere viva dinanzi ai suoi occhi, sino ad affermare che "vedere il volto di Esaù è come vedere il volto di Dio" (cfr. Gen 33,10). Solo un cuore umiliato e contrito che si appoggia completamente a Dio può riconciliarsi prima con se stesso e la propria storia, e poi con i fratelli vedendo in essi il volto di Dio.
Anche per noi è preparata una notte simile, quando attraverso la Croce Dio si fa carne per lottare con il nostro uomo vecchio, ridurlo a nulla e donarci il nome nuovo di figlio di Dio, che "non per volere di carne né di sangue ma da Dio, per pura Grazia, è generato". La nostra natura è ferita dal peccato, e per questo ci atterriscono l’umiliazione, il dolore, la morte e la frustrazione delle nostre idee, dei progetti, degli ideali. Ma nella Liturgia di questa Domenica, di nuovo si compie il mistero dell’Incarnazione, e risplende per noi come per Giacobbe la luce della vittoria di Cristo su ogni peccato compiuto nella carne. La Parola che la Chiesa ci predica, infatti, “si fa carne” oggi nei sacramenti e nel Popolo Santo di Dio, “per abitare in mezzo a noi” e offrirci così la possibilità di accoglierla e camminare senza paura verso i fratello e la storia che ci attendono.
Guardiamoci intorno, è tutto un incarnarsi della Parola di Dio! Non c’è una sua promessa andata a vuoto. Non c’è un matrimonio raggiunto dalla sua Parola che non sia stato salvato e rigenerato. Accettiamo la nostra debolezza, come Giacobbe e come Pietro, perché proprio essa ci spinge, umilmente, ad accogliere il Signore e appoggiarci a Lui. E appoggiarsi significa la fede, senza la quale la Parola non si può incarnare. Ma chi nella Chiesa cresce in essa sperimentando nella propria vita il "potere" di Cristo nei figli di Dio, vedrà in “tutto” un nuovo "Principio", una nuova creazione.
Forse sino ad oggi hai vissuto incastrato nel mondo che non ha riconosciuto il Messia farsi carne, e per questo non hai accettato la luce che risplendeva nelle tue tenebre. Per questo non hai potuto sopportare tua moglie imputando al suo carattere le difficoltà nel vostro matrimonio. Oppure hai rifiutato i tuoi genitori, o il lavoro, o te stesso. Stop, fermati, oggi la Liturgia ti annuncia che non deve per forza continuare così!
Gesù "è nel mondo" ora, nel tuo mondo, ed esso "è stato fatto per mezzo di Lui". Sì, è ferito dal peccato, ma Lui vi è disceso per assumere sulla sua carne le ferite che ti scandalizzano e ti impediscono di accettare e amare le persone e la storia. La "Grazia e la Verità" vengono oggi a te attraverso l'amore che si è infilato proprio dentro il tuo mondo, nel modo più impensabile. Lasciando cioè che ogni tuo peccato, come quello di chi ti è accanto, giungesse alla sua carne per disintegrarsi sulla roccia incorruttibile della natura divina che essa celava.
Coraggio allora, perché se è vero che nessuno ha visto Dio, e per questo tutti brancoliamo nelle tenebre del non senso e della frustrazione, nella Chiesa Gesù, che è rivolto verso il Padre con amore, si volge a noi e ce lo rivela. Sì, nella Chiesa possiamo vedere Dio! E chi vede Dio nella propria vita, chi cioè sperimenta il suo amore che perdona e rigenera, come Giacobbe e come Pietro, può vivere, nell'umiltà, una vita nuova e piena, compiuta nello stesso amore che lo ha raggiunto, perché “dalla sua pienezza tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”.
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Tokujin Yoshioka, Rainbow Church (La chiesa dell'arcobaleno), Museo di arte contemporanea, Tokyo. Una breve descrizione dell'opera si trova al termine della meditazione sul Vangelo
Un abisso di luce
3 gennaio 2016II dopo NataleGv 1,1-18Commento al Vangelodi ENZO BIANCHI
1 In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2Egli era, in principio, presso Dio:
3tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
4In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l'hanno vinta.
6Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
7Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
9Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
11Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
12A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
16Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
17Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2Egli era, in principio, presso Dio:
3tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
4In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l'hanno vinta.
6Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
7Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
9Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
11Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
12A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
16Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
17Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.
Il prologo del vangelo secondo Giovanni è un canto dossologico dell’operare di Dio nell’universo: dalla creazione nell’in-principio (cf. Gen 1,1) alla venuta di Dio stesso nel mondo attraverso il farsi carne umana (sárx) della sua Parola (Lógos). Questo testo è un abisso di luce, una cascata di illuminazioni che fanno segno, che indicano come Dio ha voluto entrare nella storia e diventare uomo tra noi umani. Impossibile farne qui un commento, perciò ci mettiamo solo in ascolto di alcune parole che ritmano questo canto.
Innanzitutto l’evangelista osa immergere il suo sguardo nell’eternità, tempo-spazio impossibile da comprendere pienamente per noi umani, così fragili e di passaggio in questo mondo. All’inizio, prima dunque della creazione dell’universo, la Parola era, esisteva fuori del tempo, da tutta l’eternità. Era Parola di Dio, era rivolta verso Dio, era Dio stesso. Ma questa vita divina, questa circolarità di vita in un movimento estatico ha voluto donarsi, ha voluto uscire da se stessa, ed è così che ha creato l’universo. Proprio quella Parola di Dio, uscendo da Dio accompagnata dal Soffio di Dio, da lei inseparabile (cf. Gen 1,2-3) – come si vede anche dall’analogia con l’azione umana del parlare, unione inestricabile di soffio e parola –, ha dato inizio alla creazione, mostrandosi vita e luce capaci di vincere le tenebre: le tenebre, infatti, facevano e fanno resistenza, ma non sono mai riuscite né mai riusciranno a fermare e a sopraffare questa luce.
Ma questa uscita, questo esilio della Parola di Dio da Dio stesso non è cessato con la creazione, che in realtà non è mai terminata. Per unirsi sempre di più alla creazione, questa Parola che era la forma data all’adam, all’essere umano, volle diventare la carne umana stessa, un terrestre tratto dalla terra. Così è entrata nel tempo e ha piantato la sua tenda (skené) tra di noi in un uomo nato da una donna e dal Soffio divino: Gesù di Nazaret. La Parola che era fuori del tempo si è fatta fragile e mortale, un uomo che si poteva vedere, ascoltare, palpare (cf. 1Gv 1,1). C’è stata come una discesa graduale della Parola da Dio nel mondo (cf. Eb 1,1), attraverso una parola indirizzata ad Abramo, donata a Mosè, caduta sui profeti; una Parola che ha preso dimora in Israele come sapienza; una Parola come Presenza, Shekinà di Dio nel Santo dei santi del tempio. Ma in Gesù questa Parola di Dio non è stata solo indirizzata a, residente in, ma è divenuta “Parola fatta carne” in lui (cf. Eb 1,2-3). “Venuta la pienezza del tempo” (Gal 4,4), compiutosi il tempo (cf. Lc 2,6), la Presenza di Dio è umana, e Gesù di Nazaret è veramente e totalmente uomo come noi, “figlio di adam” (Lc 3,38).
Da quell’ora del concepimento di Gesù nell’utero di Maria, Dio è un uomo e un uomo è Dio! Così avviene l’ammirabile scambio (“O admirabile commercium”, come canta un antico testo liturgico); così è avvenuta la rivelazione totale del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe nella nostra carne; così Dio si è donato a noi, si è dato all’umanità, si è unito alla creazione, perché l’aveva creata per amore, un amore mai venuto meno, ma sempre rinnovato in tutta la storia. E la vita di Gesù – come ha ben compreso il quarto vangelo – sarà l’esplicitazione di ciò che è annunciato qui nel prologo: Gesù è la vita del mondo (cf. Gv 11,25), è “la luce del mondo” (Gv 8,12), è il racconto, la rivelazione del Dio che nessuno ha mai visto, come il prologo si conclude.
Ma un Dio che si esilia da stesso per amare chi è fuori di lui, un Dio che si mostra mortale, che Dio è?, possiamo chiederci. Questo è lo scandalo dell’incarnazione, che è sempre stata la verità più difficile da credere, in ogni tempo, anche da parte degli stessi cristiani. Cosa non ha fatto i cristiani in questi duemila anni per occultare l’umanità vera e reale di Gesù Cristo! Lo hanno privato di una vita umana, lo hanno privato della fede, lo hanno privato dei limiti psicologici, lo hanno svuotato della sua debolezza e della sua morte per renderlo uguale agli dèi. Gli uomini, cercando Dio come a tentoni ma non arrivando a trovarlo e a conoscerlo (cf. At 17,27), lo hanno fabbricato con i loro desideri e proiezioni; e così hanno tentato di fare anche con Gesù! Se c’è una colpa che i cristiani dovrebbero confessare più di molte altre è il non aver saputo confessare che Gesù è venuto nella carne e con il sangue (cf. 1Gv 5,6-8), è venuto “imparando l’obbedienza dalle cose che patì” (cf. Eb 5,8), è venuto come l’uomo per eccellenza: “Ecce homo!” (Gv 19,5). “Ecco l’uomo!” è la dichiarazione di Pilato, o addirittura di Gesù stesso, nel momento del dono totale della sua vita, del suo corpo e del suo sangue all’umanità.
Potremmo parafrasare le parole dell’Apostolo Paolo (cf. 1Cor 1,22-24): “Mentre i giudei cercano manifestazioni di un Dio onnipotente e le genti manifestazioni di Dio nei ragionamenti intellettuali, noi predichiamo che Dio è umano, umanissimo, è un Dio che si è fatto vedere in Gesù, uomo mortale, ma capace di dare la vita per gli altri (cf. Gv 10,10; 15,13), uomo fragile e limitato ma capace di vincere le forze del male. Un uomo che è nato dall’utero di una madre, che si è fatto peccato assimilandosi ai peccatori (cf. 2Cor 5,21), morto come uno schiavo e un malfattore, sepolto nella terra, disceso agli inferi tra i morti, come ogni figlio di adam: dunque un Dio che si è sprofondato nella creazione, come avviene per ogni umano che viene al mondo, vive e muore”. D’altra parte, Gesù è stato un uomo unico nell’amare gli altri, nel dare se stesso agli altri, nello stare dalla nostra parte davanti a Dio: questa la sua unicità umana così affascinante e, potremmo dire, così divina…
Nella storia la Parola è stata l’uomo Gesù rivolto verso Dio, essendo Dio fattosi uomo, facendosi esegesi (exeghésato: Gv 1,18), narrazione, spiegazione, rivelazione di Dio, perché ci ha raccontato definitivamente chi è Dio: l’amore (cf. 1Gv 4,8.16). Per essere dunque figli e figlie di Dio, dobbiamo soltanto essere uomini e donne a immagine dell’uomo Gesù, il Figlio di Dio.
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*Tokujin Yoshioka, artista e designer giapponese, ha pensato questa installazione che pur avendo come titolo "Chiesa dell'arcobaleno" non è un vero e proprio spazio liturgico poichè si trova all'interno di un museo. L'installazione però vuole proporre a chi la vive una esperienza di introspezione e ascolto, così come avverrebbe in una chiesa. Si viene inondati dalla luce che penetra da un altissimo taglio nella parete. Tecnicamente la luce naturale viene "filtrata" da migliaia di cristalli posti uno accanto all'altro con sfaccettature differenti. Questi permettono che la luce si moltiplichi risultando abbagliante e allo stesso tempo producono migliaia di arcobaleni e raggi cromatici. E' possibile, a chi si trova nella sala, percepire fisicamente la luce che attraversa lo spazio: un vero e proprioabisso di luce. Così come il prologo di Giovanni come dice il commento a questo brano "osa immergere il suo sguardo nell’eternità, tempo-spazio impossibile da comprendere pienamente per noi umani, così fragili" anche questa installazione osa avvicinarsi, per quanto sia possibile agli uomini, ad una atmosfera sospesa fuori dal tempo e capace di far emergere in noi una preghiera.