«L’unica vera ricetta per usciere dalla crisi economica e rilanciare la natalità e difendere la vita». Virginia Coda Nunziante, portavoce della Marcia per la Vita, spiega perché oggi è più che mai è necessario promuovere la cultura della vita. Intanto a Roma è tutto pronto per la sesta edizione della Marcia pro-life che si terrà domenica. Il ritrovo dei manifestanti è previsto alle 8.30 a Piazza Bocca della Verità.
Arriverete in piazza San Pietro per il regina Coeli delle 12. Sperate in un saluto del Santo Padre?
«Certamente, speriamo in saluto del Santo Padre che abbiamo chiesto perché abbiamo comunicato la nostra presenza. Voglio far vedere al Papa che ci sono i laici che sul tema della vita nascente e terminale sono pronti a scendere in piazza. Vogliamo quindi lanciare un segnale forte al mondo politico e alla Chiesa».
Recentemente il Papa ha ricevuto e incoraggiato il presidente del Family Day, Massimo Gandolfini. Il sostegno di Francesco all’impegno per la famiglia rincuora anche voi?
«Lo sentiamo allo stesso modo, l’esortazione ad andare avanti senza la guida delle gerarchie ecclesiastiche credo che valga anche per noi. É una direzione che dobbiamo seguire perché non sempre la gerarchia pubblicamente dà il suo appoggio, ma non importa perché noi vogliamo mandare un messaggio chiaro a tutta la società».
Alla marcia ci saranno membri del clero?
«Come no! Quest’anno probabilmente avremo il primo vescovo diocesano italiano, ma al momento preferisco non rivelare il suo nome per questioni di rispetto e opportunità. Ci sono stati e ci saranno molti sacerdoti. L’altro giorno ho incontrato 60 parroci romani e uno dei vescovi ausiliari di Roma. Il clero ha una grossa sensibilità su questi temi, poi talvolta reputa di uscire allo scoperto, a volte no. Quando lo fa per noi è una grande gioia».
C’è una spinta propulsiva del Family Day? Quello che è successo a Roma a gennaio può essere un trampolino anche per altre iniziative?
«Io la vedo come un aiuto reciproco, sono convinta che il Family Day ha tratto forza dalle precedenti Marce della vita. Con le nostre manifestazioni si era già operata una svolta nel mondo cattolico che ha portato la gente a scendere in piazza. Inoltre, la Marcia della vita e gli ultimi Family Day nascono entrambi nel mondo laico, mentre il raduno per la famiglia del 2007 fu guidato da Ruini. L’appello ai laici di scendere nella piazza pubblica pronunciato da Benedetto XVI nel 2011 ci ha dato la spinta per la prima Marcia della vita».
Questa sesta edizione è dedicata a un aspetto particolare della battaglia per la difesa della vita?
«Lo slogan è sempre quello, “Per la vita senza compromessi”, ma quest’anno puntiamo i riflettori sul fatto che il nostro governo spende 200 milioni di euro all’anno per gli aborti. Noi diciamo che invece di uccidere i nostri bambini bisogna mettere questi fondi a sostegno delle nascite perché è da lì che riparte la nazione. Sappiamo che l’Italia si sta suicidando, e un governo serio dovrebbe porre rimedio a questo. Lo va ripetendo da sempre un economista come Gotti Tedeschi, ma persino il direttore della Morgan Stanley dice che per rilanciare l’economia bisogna rilanciare la demografia. Il governo deve mettere quei fondi per l’aiuto alla natalità».
Se non sbaglio, ancora adesso in Italia ogni cinque bambini uno viene abortito...
«Dicono che gli aborti sono diminuiti, ma questo è legato al fatto che è diminuito il numero complessivo delle gravidanze. Abbiamo praticamente un aborto ogni cinque minuti e mezzo, resta il dramma quotidiano dell’uccisione di chi non può difendersi».
In Europa c’è qualcuno che sta tentando di invertire la rotta?
«La Polonia. Infatti, alla Marcia di domenica ci sarà il rappresentante polacco del movimento che ha portato avanti la campagna per riscrivere la legge sull’aborto e interverrà dal palco».
Il messaggio è che il dato acquisito può essere cambiato?
«Si tutto dipende da noi, da quanto noi promuoviamo la cultura della vita sapendo che l’ultima parola è sempre della Provvidenza, perché siamo convinti che senza la preghiera nulla si può fare. Ad ogni modo, in America dopo quarant’anni di marce è cambiata la percezione dell’opinione pubblica, ora abbiamo il 50% della popolazione statunitense pro-life e un 50% pro-choice, noi partiamo da molto più indietro, ma possiamo ottenere lo stesso risultato».
Tuttavia a oggi anche molti cattolici sono contrari all’abolizione della 194. E più in generale la popolazione Italiana è fortemente contraria a rendere illegale l’aborto…
«Certamente, questo lo sappiamo, noi siamo in ritardo di quarant’anni, perché non c’è mai stata opposizione seria contro la legge, però siamo convinti anche se questo non è possibile adesso magari tra dieci anni se ne potrà parlare. Lavoriamo perché le future generazioni prendano coscienza sul valore della vita che va difeso sempre e che da questo dipende il futuro della nostra nazione».
Oltre agli aiuti economici serve quindi anche un cambio di visione antropologica. D’altra parte, Paesi come la Germania che hanno un ottimo welfare sono anche loro a nascite zero…
«Serve un cambio di visione della vita, gli aiuti servono fino ad un certo punto. La nostra società è materialista, edonista e egoista, molto poco aperta alla vita proprio per questi motivi di fondo. Non era così società italiana di un tempo, dobbiamo seminare la visione di una società aperta alla vita. È chiaro poi che ogni figlio è un dono ma anche un sacrificio, oggi si è persa la nozione di sacrificio e della bellezza che questa comporta. Se uno è aperto al sacrificio è aperto alla vita».
Le scelte politiche sono fondamentali nell’indirizzare la sensibilità dell’opinione pubblica. A giugno si vota per le amministrative, darete indicazioni o vi impegnerete in prima persona per i candidati pro-life?
«Noi non entriamo nel merito confronto elettorale, il nostro scopo è creare una cultura della vita , che dopo, ovviamente, si dovrà esprimere anche pubblicamente creando una mentalità sana nella società. È chiaro poi che il politici sono sensibili ai voti quando percepiranno che la società richiede la protezione della vita si comporteranno di conseguenza. Insomma, noi puntiamo a cambiare la società nel lungo periodo».
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L'embrione e la madre, dialogo che non si vuole vedere
Due recenti ricerche scientifiche pubblicate su Nature eCell Biology sono balzate agli onori della cronaca perché per la prima volta è stato riprodotto in vitro l’annidamento dell’embrione in utero riuscendo a coltivarlo per 13 giorni. “Nessuno – ha riportato il Corriere – era riuscito a coltivare degli embrioni per più di nove giorni. Ora, due studi, uno americano e uno inglese, hanno dimostrato che è possibile spingersi fino al tredicesimo giorno e probabilmente anche oltre, fornendo agli embrioni il giusto ambiente chimico e una matrice adatta a cui attaccarsi”.
Il riferimento a quell’ “oltre” è al limite di 14 giorni imposto dalla Comunità Scientifica per le sperimentazioni sugli embrioni (che in Italia sono vietate). L’articolo ha così “virato” sulla portata “rivoluzionaria” dello studio fino a mettere in discussione il limite invalicabile dei 14 giorni, spingendosi dunque oltre nell’attività di sperimentazione. A sostegno di questa necessità lo studio dimostrerebbe che all’interno di questi 13 giorni in cui è avvenuta l’osservazione “gli embrioni sono capaci di autorganizzarsi seguendo un piano di sviluppo ordinato in assenza di segnali esterni e che quindi il dialogo con il corpo materno non è ancora necessario”.
Una conclusione che apre il campo a congetture e strumentalizzazioni circa lo status dell’embrione, che, secondo questi studi non avrebbero bisogno dunque del dialogo con la madre per svilupparsi. Un tema esplosivo. Ma è davvero così? Davvero l’embrione non dialoga con la madre nei primissimi giorni di vita? La Nuova Bq l’ha chiesto al ginecologo e professore universitario Giuseppe Noia.
Professore, che cosa pensa della tesi secondo cui nei 13 giorni iniziali l’embrione non dialoga con il corpo della madre?
E’ una tesi sbagliata e antiscientifica. Ma prima mi permetta di fare una premessa.
Prego.
L’essere umano non può essere mai utilizzato come cavia, neppure in funzione di un eventuale aumento di conoscenza. Dico questo confortato dal fatto che la scienza è arrivata a dimostrare in maniera non invasiva ciò che la sperimentazione si prefiggeva.
Ad esempio?
Per studiare la motricità degli embrioni e per capire quali muscoli venissero organizzati dal sistema centrale, 50 anni fa si facevano esperimenti sugli embrioni, ma dopo 15 anni per avere quelle stesse conoscenze, ma in maniera incruenta, si arrivò all’ecografia. Dunque la sperimentazione oltre ad essere eticamente inaccettabile non serve dal punto di vista scientifico.
E per quanto riguarda l’assenza di dialogo con la madre?
Nel 2002 Hellen Pearson pubblicò su Nature un importante lavoro chiamato: your destiny from day one (il tuo destino dal primo giorno ndr). In questo studio si dimostra maniera inoppugnabile che già dal primo giorno c’è un protagonismo non solo dell’embrione il quale ancor prima di impiantarsi colloquia in maniera biochimica, ormonale e immunologica con la madre.
E questo può essere ritenuto in dialogo?
Sì perché vengono mandati alla madre dei segnali di diversi ordini. Per esempio l’EPF (Early Pregnancy Factor) viene prodotto dall’embrione e viene mandato verso la madre già dal primo giorno. Ad una osservazione anche empirica è altresì evidente che l’embrione, che solo per il 50% è composto dalla madre, non viene rigettato. Noi non siamo rigettati, pur essendo diversi da nostra madre per un 50%. Lo stesso impianto è un fattore di dialogo.
Che cosa vorrebbe dunque dimostrare questa tesi?
Sembra voler riportare in auge il concetto del pre-embrione che è andato avanti negli anni ‘80 col gruppo della professoressa McLaren, la quale disse che l’embrione fino a 14 giorni non ha una sua dignità in quanto non ci sono caratteristiche pienamente umane non riconosciute. Si cerca di ritornare a quell’idea perché sdoganando i 14 giorni si possono scongelare tutti gli embrioni per darli alla ricerca. Ma l’idea di sacrificare degli esseri umani per la ricerca è un’idea nazista.
Quali sono gli altri fattori che dimostrano il dialogo immediato con la madre?
L’attecchimento in utero avviene dopo 7 giorni dal concepimento, noi veniamo concepiti nella tuba e non bisogna dimenticare che lo spermatozoo riesce ad entrare grazie all’aiuto che gli dà l’ovocita, che produce progesterone e proteina zp3.
Però lo studio sembra affermare che l’embrione sia protagonista…
Affermano una cosa che noi diciamo da sempre: l’embrione è un protagonista però fanno confusione sul cosiddetto contatto di tipo anatomico. L’embrione infatti, non essendo attaccato anatomicamente alla parete della tuba non riceve ossigeno, ciononostante riesce a specializzarsi e moltiplicarsi pur non avendo l’energia che gli viene dalle fonti ossigenative. Ma lo studio fa confusione tra il dialogo di tipo anatomico e quello di tipo biochimico. Ora: nessuna realtà biologica riesce a sopravvivere e moltiplicarsi senza avere una capacità ossigenativa.
Ma l’embrione come fa allora?
La trova comunque. E lo sa dove la trova questa capacità ossigenativa?
Dove?
La trova nei liquidi zuccherini che sono nella tuba e nei gameti femminili. Quindi l’embrione è protagonista, ma ha bisogno di un dialogo biochimico immediato con la madre. Pena la sua sopravvivenza.
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Il vero obiettivo della "manifattura umana"
Hanno fatto scalpore due studi appena pubblicati sulle riviste Nature e Nature Cell Biology riguardo il processo di sviluppo embrionale in un'epoca corrispondente alla fase di annidamento. Descritti a grandi linee i fatti sono questi. Due distinti gruppi di lavoro, uno americano della Rockefeller University ed uno dell'Università di Cambridge in Gran Bretagna, sono riusciti a fare sviluppare in vitro embrioni umani fino a 13 giorni di vita (fino ad ora il limite era stato di 9 giorni) e studiare i processi di annidamento senza utilizzare tessuto materno come supporto.
La tecnica consente di analizzare processi di sviluppo embrionaleprecoce fino ad oggi sconosciuti. Ad esempio i ricercatori hanno scoperto che i fattori prodotti dagli embrioni umani sono assai differenti da quelli prodotti dai topi ed attraverso la ripresa video hanno evidenziato la presenza di cellule che si raggruppano al decimo e scompaiono al dodicesimo giorno di vita embrionale. Non sanno ancora la funzione di questo gruppo di cellule che al culmine costituiscono il 5-10% della massa embrionale, ma ipotizzano che possano costituire una sorta di organo transitorio.
Le applicazioni possibili di questa tecnologia sono vaste: dalla possibilità di verifica dell'accuratezza di chi lavora sulle cellule staminali embrionali, alla disponibilità di strutture embrionali da utilizzare come modelli per lo studio dei difetti di sviluppo o degli effetti di sostanze tossiche, allo studio delle fasi di annidamento soprattutto nell'ambito della fecondazione artificiale.
Gli embrioni impiegati in questi studi erano embrioni sovranumerari ottenuti da procedure di fecondazione artificiale e, come si dice, donati alla scienza. Gli esperimenti sono stati interrotti prima del 14º giorno di vita perché così impone la regolamentazione americana del 1979 ed il rapporto della commissione Warnock del 1984 in Inghilterra che hanno entrambi stabilito come limite etico invalicabile per la ricerca sugli embrioni umani la comparsa della stria primitiva, la struttura da cui si svilupperà il foglietto germinativo del mesoderma, la cui comparsa segna il limite oltre il quale si ritiene non sia più possibile la formazione di gemelli.
In Italia questo genere di ricerche è proibito dalla legge 40 e, stante la posizione che cercherò di argomentare, aggiungo giustamente. Era così anche negli Stati Uniti, fino a quando un ordine esecutivo del 9 marzo 2009 (Executive Order 13505) firmato da Barack Obama ha stabilito che il National Institutes of Health (NIH) può sostenere e condurre la ricerca sulle staminali embrionali umane.
Quali considerazioni possiamo fare riguardo la eticità di questi studi? La prima considerazione riguarda la fonte: esseri umani ceduti come cose, cose scartabili, cose sacrificabili. È questo uno dei frutti marci della manifattura umana realizzata nelle procedure di fecondazione artificiale, chiamata negli USA tecnologia riproduttiva assistita (ART) e da noi procreazione medicalmente assistita (PMA). Mi rendo conto che altri bioeticisti li considerano benefiche estensioni applicative e lo farei anch'io se non ci fossero di mezzo esseri umani totalmente inermi e colpevoli solo della loro esistenza che la norcineria tecnologica sfrutta senza buttare via niente.
Si dice che questo genere di ricerche ha il potenziale di dare grandi benefici per la prevenzione e la cura di patologie oggi incurabili. Intento più che meritorio, ma che preso a se stante non è garanzia di eticità. In fin dei conti anche a Dachau si voleva capire il tempo a disposizione per recuperare in mare un pilota abbattuto prima che congelasse e come curare le ferite di guerra infettate e si pensò che quegli individui sub-umani accatastati nelle baracche del campo in attesa di una morte certa potessero essere utili e sacrificabili strumenti di conoscenza.
E che quegli esperimenti servirono come base per importanti studi negli anni '50 pubblicati sulle più importanti riviste di fisiologia e chirurgia è cosa incontestabile che appartiene alla storia della scienza biomedica. Al dunque il problema è evidentemente lo statuto morale dell'embrione. Qualcuno è stupito dalla notevole indipendenza organizzativa dimostrata dagli embrioni precoci, ma è cosa arcinota il protagonismo biologico dell'embrione, da cui usare termini come "ovocita fecondato" per un embrione che cerca di annidarsi è tipico di una comunicazione ingannevole volta a celare l'effetto abortivo di prodotti farmacologici post-coitali.
Non è inoltre corretto affermare, come ha fatto nel sottotitolo il Corriere della Sera, che nelle prime fasi dello sviluppo non vi sia "nessun dialogo con il corpo materno". Questi esperimenti sono stati infatti condotti proprio ponendo come condizione sperimentale l'assenza di contributo materno, ma sappiamo che nella realtà il dialogo materno-fetale biochimico e citologico è imponente ed essenziale alla vita del nascituro. Il tema è inoltre utile per chiarire quanto qui possibile l'argomento dei gemelli, spesso evocato per negare lo statuto di persona dell'embrione umano precoce.
Una volta in un convegno medico una bioeticista pensò che questo dato potesse inficiare la mia argomentazione contro la moralità dell'aborto; se l'indivisibilità è caratteristica definitoria della persona, diceva, così come insegnato da Boezio (persona est rationabilis natura individua substantia/subsistentia), allora l'embrione in questa fase non può essere persona. Questa filosofa poco accorta però confondeva i concetti di individualità con quelli di indivisibilità. Quando si parla di individuo ci si riferisce al concetto filosofico di "indivisum in se", ovvero di un essere che non è un assemblato di parti indipendenti, ovvero ciò che la biologia esprime con il termine di "organismo".
Nel momento in cui amputandomi il braccio fosse possibile la ricrescita del mio braccio e dal braccio amputato fosse possibile fare ricrescere un altro me, non cesserei di essere un individuo, perché sia prima che dopo l'amputazione manterrei sempre la mia unità organica. La gemellazione non è identificabile solo come divisione, ma anche come filiazione asessuata, laddove un blastomero assume un piano di sviluppo indipendente ed i gemelli non sono mai totalmente identici, ma bensì mostrano differenze nel DNA mitocondriale ed epigenetiche (chi conosce di persona gemelli monozigoti sa che esistono tra i due piccole differenze). Non è un caso che lo stesso rapporto Warnock riconosceva che non esistono cesure nello sviluppo embrionale, ma un unico ed ininterrotto processo, per cui il termine dei 14 giorni "fu convenuto" "per placare l'ansia del pubblico". Già, l'innocente viene sempre offerto alla folla vociante dai Pilato di ogni tempo.