sabato 9 marzo 2013

Un Padre aveva due figli...

"La Divina Misericordia ci richiama, dopo che abbiamo peccato, e ci apre, se torniamo, le braccia della sua clemenza".
S. Gregorio Magno, Omelia 33,8




Oggi, 10 marzo, celebriamo la:
IV DOMENICA DI QUARESIMA
Anno C


La grande illuminazione ricevuta in dono dallo Spirito dal figlio perduto è stata quella di ritornare dal Padre da cui si era staccato violentemente, privandosi dei beni sostanziali che lo facevano vivere. Aveva l'eredità della vita assicurata, abitando con il Padre da figlio; dilapidando i beni materiali, ha gettato via anche i beni che costituivano il senso profondo della sua stessa vita di figlio. E ora la fatica del ritorno a casa.
Buona domenica di quaresima!  Pb. Vito Valente. 


MESSALE
Antifona d'Ingresso  Cf Is 66,10-11
Rallégrati, Gerusalemme,
e voi tutti che l'amate, riunitevi.
Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza:
saziatevi dell'abbondanza
della vostra consolazione.

 
Colletta

O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina. Per il nostro Signore...

Oppure:

O Dio, Padre buono e grande nel perdono, accogli nell'abbraccio del tuo amore, tutti i figli che tornano a te con animo pentito; ricoprili delle splendide vesti di salvezza, perché possano gustare la tua gioia nella cena pasquale dell'Agnello. Egli è Dio...

LITURGIA DELLA PAROLA
Prima Lettura  Gs 5,9-12
Il popolo di Dio, entrato nella terra promessa, celebra la Pasqua.

Dal libro di Giosuè
In quei giorni, il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto».
Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico.
Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno.
E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.
  

Salmo Responsoriale
  Dal Salmo 33
Gustate e vedete com’è buono il Signore.Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

Magnificate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto
e da ogni mia paura mi ha liberato.

Guardate a lui e sarete raggianti,
i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo salva da tutte le sue angosce.


Seconda Lettura
  2 Cor 5,17-21
Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.
Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.
In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.
Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.
 

Canto al Vangelo
  Lc 15,18
Gloria e lode a te, o Cristo!

Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò:
Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te.

Gloria e lode a te, o Cristo!

  
  
Vangelo  Lc 15,1-3.11-32
Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.

Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”». Parola del Signore.

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COMMENTI

Congregazione per il Clero
La liturgia di questa domenica ha al centro il testo, molto noto, della parabola di Luca chiamata comunemente del “figlio prodigo” o del “padre misericordioso”. I primi tre versetti, che sono un’introduzione all’intero capitolo 15 del vangelo lucano, ci danno la chiave interpretativa del testo, anche per il motivo che ci offrono i “personaggi reali” che poi  vengono riprodotti da quelli del racconto parabolico. I personaggi reali sono: Gesù, i pubblicani e i peccatori, gli scribi e i farisei. Questi ultimi “mormorano”, perché Gesù, contravvenendo alla logica farisaica del suo tempo, accoglie i peccatori, addirittura condividendo la mensa con loro. La “mormorazione” non è una semplice critica del comportamento di Gesù, ma suona come una falsificazione della vera natura di Dio e, conseguentemente, della vera natura dell’uomo.
E’ per ridare a Dio e all’uomo la loro autentica immagine che Gesù racconta questa parabola. Una parabola che “ricostruisce”, secondo la dinamica di una fiction, la situazione reale al tempo di Gesù. Non è difficile infatti scorgere nel padre della parabola il comportamento di Gesù che accoglie i peccatori; scorgere nel figlio minore i pubblicani e i peccatori che si avvicinano a Gesù, non senza qualche ambiguità e incertezza; scorgere nel figlio maggiore gli scribi e i farisei nella loro critica a Gesù. Con la parabola, Gesù vuole provocarci a non rimanere chiusi nell’immagine di Dio che spesso ci costruiamo, ma ad aprirci al vero volto di Dio, che non vuole che la sua casa sia abitata da servi, ma da figli.
I due fratelli del racconto, pur seguendo strade diverse, hanno una caratteristica in comune: vivono una vita da servi. Il primo, il fratello minore, adotta una “strategia della ribellione”, ma fa naufragio. Dio rispetta la libertà dell’uomo, ma la libertà di quel figlio minore si trasforma in schiavitù, che lo pone in una situazione di degrado. E proprio nel momento della solitudine e dello sconforto, si accende in lui un raggio di luce. Decide di tornare a casa, da suo padre. Sulla strada del ritorno, prepara un discorso da porgere a suo padre, un discorso che in realtà, più che pentimento, rivela interesse, tanto da chiedere al padre di essere trattato “come uno dei suoi salariati”. Ma ecco la sorpresa: il padre non gli permetterà nemmeno di pronunciare quel discorso, perché gli correrà incontro, abbracciandolo e baciandolo. Quel figlio torna come servo, umiliato nella sua dignità di figlio che credeva perduta per sempre, e invece si ritrova ancora intatta la sua dignità filiale, perché quel padre rimane ostinatamente fedele alla sua paternità.
Anche il figlio maggiore, che adotta la “strategia del dovere”, vive da servo. Non solo si adira col padre che fa festa per il ritorno del figlio minore, ma gli rinfaccia il proprio “servizio”: “Da tanti anni ti servo e non ho mai disobbedito a un tuo comando”. Parole che rivelano una figliolanza mai vissuta, una paternità mai accolta, mai riconosciuta, mai amata. Il padre invece, nella sua risposta, lo chiama con l’appellativo filiale: “Figlio, tu sei sempre con me, e tutto ciò che  è mio è tuo”. Quel padre ha sempre vissuto una comunione di beni e soprattutto di amore verso quel figlio, mostrando la sua paternità.
I due figli  si sentono e vivono da “servi”. Il figlio maggiore è il simbolo degli scribi e farisei, ossia rappresenta gli uomini “religiosi”, che compiono sì i loro doveri,  osservano i precetti,  si impegnano nell’osservanza delle regole, ma sono affetti da sclerocardia. Hanno il cuore di pietra, perché non si lasciano sorprendere dalla novità di un Dio che è misericordia, sono incapaci di vivere la gioia della fede. Il figlio maggiore è il ritratto di tanti cristiani che vivono nella Chiesa, ma, anziché guardare al volto misericordioso e luminoso del Padre, finiscono per guardare altrove. E in questo modo alimentano lo spirito di critica, si lasciano travolgere da gelosie e invidie, sono abitati dalla tristezza e bloccati dalla noia. E così presentano al mondo un Dio e un Cristianesimo assolutamente inautentici.
Il figlio minore è il simbolo dei pubblicani e dei peccatori, e può rappresentare i “lontani”, coloro che, dopo aver abbandonato la Chiesa, ritenendola una casa priva di libertà, e dopo aver sperimentato il fallimento di un’esistenza lontana da Dio, fanno fatica ad intraprendere la via del ritorno, perché non hanno ancora una chiara coscienza del vero volto di Dio.
Agli uni e agli altri, il Padre vuole rivelare il suo vero volto, che non è quello di un padrone, ma, appunto, di un padre. E lo manifesta attraverso i gesti della parabola: l’abbraccio del figlio minore, accompagnato da tutto il corredo successivo. L’abito lungo è il segno della festa, ma soprattutto di un figlio che viene ristabilito nella sua dignità filiale: i servi infatti portano l’abito corto. L’anello al dito, con il relativo sigillo, significa che quel figlio ha riacquisito la sua antica e vera posizione in quella casa. I sandali, che i servi fanno calzare ai piedi del figlio minore, sono il segno di un uomo tornato libero, in quanto gli schiavi camminano a piedi nudi.
Con la parabola odierna, preceduta nel cap. 15 di Luca dalla parabola della pecorella smarrita e della moneta perduta, Gesù ci rivela il vero volto di Dio e ci manifesta la vera natura della conversione cristiana, “che non è tanto un processo psicologico del peccatore che ritorna a Dio, quanto il cambiamento dell’immagine di Dio che giusto e peccatore devono fare. Convertirsi significa scoprire il suo volto di tenerezza che Gesù ci rivela, volgersi dall’io a Dio, passare dalla delusione del proprio peccato – o dalla presunzione della propria giustizia – alla gioia di essere figli del Padre” (Silvano Fausti).

Per altri commenti vedi i post seguenti:

1. SABATO 2 MARZO 2013


Tu non ami te stesso più di quanto Egli ti ama


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2. VENERDÌ 9 MARZO 2012


Qual'è la festa della nostra vita?


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3. VENERDÌ 9 MARZO 2012


Il Vangelo del figlio prodigo: altri commenti


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COMMENTI PATRISTICI


S. Pier Crisologo

Dal Sermone 3

Levandosi s’incamminò verso suo padre. Costui si levò dalla caduta dello spirito e del corpo, si levò dal profondo degli inferi toccando le elevate regioni del cielo. Presso il Padre celeste il figlio si innalza in seguito al perdono più di quanto era precipitato a causa della colpa:Levandosi s’incamminò verso suo padre. Si incamminò non col passo dei piedi, ma con l’incedere della mente. Non ebbe bisogno di un lungo viaggio terreno, perché aveva trovato la scorciatoia della via della salvezza. Non ha bisogno di cercare il Padre divino percorrendo le strade chi, cercando con la fede, scopre che gli è sempre presente dappertutto. Levandosi s’incamminò verso suo padre.
Mentre era lontano. In che senso è lontano colui che viene? Perché colui che viene non è ancora giunto alla meta. Viene al pentimento, ma non è ancora giunto alla grazia; viene alla casa del Padre, ma non è ancora giunto alla gloria della condizione dell’onore di un tempo. E, mentre era lontano, lo vide suo padre. Lo vide quel Padre che abita in alto e vede ciò che sta in basso e riconosce da lontano ciò che sta in alto (Sal 112, 5). Lo vide suo padre. II padre lo vide, perché egli potesse accorgersi di lui. La vista del padre illuminò lo sguardo del figlio che avanzava così che fu dissolta tutta l’oscurità che l’aveva avvolto in seguito alla colpa. Le tenebre della notte non sono come quelle che provengono dallo sconvolgimento dei peccati. Ascolta il profeta che dice: Le mie colpe mi hanno oppresso e non ho più potuto vedere (Sal 39,13). E in un altro passo: Le mie colpe hanno pesato sopra di me (Sal 37, 5). E successivamente: E la luce dei miei occhi non è con me (Sal 37, 11). La notte seppellisce la luce del giorno precedente: i peccati sconvolgono l’intelletto, l’animo le sembianze. Se dunque, il Padre celeste non avesse colpito col suo raggio il volto del figlio che ritornava e non avesse eliminato tutta la nebbia del turbamento con la luce del suo sguardo, questo figlio non avrebbe mai visto la luminosità del volto divino.
Lo vide da lontano, e fu mosso a compassione. È mosso a compassione colui che non può muoversi dal suo posto. Gli andò incontro non con l’avanzare del corpo, ma con l’affetto paterno. Gli si gettò al collo col peso dell’amore, non con la gravezza delle membra. Gli si gettò al collo non con l’abbandono ma con la sofferenza delle viscere. Gli si gettò al collo per sollevare così chi giaceva. Gli si gettò al collo per togliere col peso dell’amore il peso dei peccati. Venite a me, dice, voi tutti che siete affaticati e oppressi; prendete su di voi il mio carico, perché è leggero (Mt 11, 28-30). Vedete che il figlio è aiutato non oppresso dal carico di questo padre. Gli si gettò al collo e lo baciò.
Così il padre giudica, così corregge, così al figlio peccatore dà baci, non flagelli. La potenza dell’amore non vede le colpe; e perciò il padre riscattò i peccati del figlio con un bacio, lo chiuse in un abbraccio per non scoprire, lui, il padre, le colpe del figlio, per non disonorare, lui, il padre, il proprio figlio. II padre cura in tal modo le ferite del figlio, per non lasciare al figlio una cicatrice, per non lasciare al figlio una macchia. Beati, dice, quelli di cui sono rimesse le iniquità e di cui sono coperti i peccati (Sal 31, 1).
Se l’azione di questo giovane è spiacevole, se la sua partenza desta orrore, noi non allontaniamoci a nessun costo da un tale padre. Lo sguardo del padre mette in fuga le colpe, caccia la pena, respinge ogni malvagità e tentazione. Certamente, se ce ne siamo andati, se abbiamo dissipato tutto il patrimonio paterno con una vita dissoluta, se abbiamo commesso qualsiasi scelleratezza e delitto possibili in cielo e in terra, se ci siamo spinti fino ad ogni precipizio, ad ogni abisso di empietà, solleviamoci una buona volta e, invitati da tale esempio, ritorniamo da un tale padre. E quando lo vide fu mosso a compassione e gli corse incontro e gli si gettò al collo e lo baciò. Ti chiedo, quale motivo c’è qui per disperare? Quale occasione c’è qui per scusarsi? Quale pretesto c’è per essere timoroso? A meno che, per caso tema l’incontro, il bacio spaventi, l’abbraccio sconvolga, e si creda che il padre accolga per vendicarsi, non che riceva per perdonare quando afferra il figlio con le mani, lo chiude in seno, lo serra tra le sue braccia. Ma questo pensiero, che sconfigge la vita ed è nemico della salvezza, è vinto ed eliminato da ciò che segue.

Ma il padre disse ai suoi servi: Presto, portate la veste migliore e fategliela indossare, mettetegli in dito l’anello d’oro e i calzari ai piedi; e conducete il vitello grasso e uccidetelo e mangiamo e facciamo festa; perché questo mio figlio era morto, ed è tornato in vita, era perduto, ed è stato ritrovato. Dopo aver ascoltato queste parole ancora esitiamo, ancora non torniamo al padre?Presto portate la veste migliore e fategliela indossare. Sopportò le colpe del figlio colui che non ne sopportò la nudità. Perciò volle che il figlio fosse vestito dai servi prima di essere veduto, affinché al solo padre ne fosse nota la nudità, perché solo il padre riesce a non rimarcare la nudità del figlio. Presto, portate la veste migliore. Questo padre che nei momenti felici non tollerò il peccato del figlio, adesso vuole godere più del perdono che della giustizia. Presto, portate la veste migliore. Non disse: Donde vieni? Dove sei stato? Dove sono i beni che ti sei preso? Perché hai scambiato una gloria così grande con una così grande vergogna? Ma: Presto, portate la veste migliore e fategliela indossare. Vedete che la potenza dell’amore non scorge le colpe; il padre è incapace di una misericordia che indugia; chi discute le colpe, le rivela.
E mettetegli in dito l’anello. L’affetto paterno non si accontenta di ripristinare la sola innocenza, se non restituisce anche l’antico onore. Ponetegli ai piedi i calzari. Come ritornò povero quello che era partito ricco! Dell’intera sostanza non riporta i calzari ai piedi. Ponetegli i calzari ai piedi. Perché nemmeno nel piede sussistesse la vergogna della nudità del figlio; senza dubbio perché calzato ritornasse al corso della vita precedente. E conducete il vitello grasso. Non basta un vitello qualsiasi, ma il migliore, ben ingrassato. Il vitello grasso attesta lo spessore dell’amore paterno.Conducete il vitello grasso e uccidetelo e mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto, ed è ritornato in vita;era perduto, ed è stato ritrovato.

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AGOSTINO DI IPPONA

DISCORSO 112/A

SU I DUE FIGLI, DAL VANGELO
Argomenti di questo Vangelo già trattati la domenica precedente.
1. Non dobbiamo soffermarci sugli argomenti già esposti esaurientemente, ma come su di essi non dobbiamo indugiare, così è anche opportuno richiamarli alla memoria. La vostra Prudenza ricorda che domenica scorsa cominciammo a tenere il discorso sui due figli, che sono stati letti anche oggi dal Vangelo, discorso che non poté essere terminato. Ma Dio nostro Signore ha voluto che anche oggi, dopo quella tribolazione, parlassimo a voi. Si deve soddisfare dunque il debito del discorso, si deve mantenere sempre il dovere della carità; ci aiuti il Signore affinché la nostra modesta persona sia capace di soddisfare la vostra aspettativa.
Che significano i due figli, la sostanza e le meretrici.
2. L'uomo che ha due figli è Dio che ha due popoli: il figlio maggiore è il popolo dei giudei, il minore è il popolo dei pagani. Le sostanze ricevute da parte del Padre sono l'anima, l'intelligenza, la memoria, l'ingegno e tutte le facoltà che Dio ci ha dato per conoscerlo e adorarlo. Ricevuto questo patrimonio, il figlio minore se ne andò in un paese lontano, cioè arrivò fino alla dimenticanza del suo Creatore. Consumò tutto il suo patrimonio vivendo da scialacquatore; pagando senza acquistare, spendendo ciò che aveva senza ricevere ciò che non aveva, vale a dire consumando tutto il proprio ingegno nelle dissolutezze, negli idoli, in tutte le passioni disoneste, che la Verità chiama meretrici.
La curiosità illecita è mancanza di verità.
3. Nulla di strano che a quella dissolutezza tenne dietro la fame. Ora in quel paese ci fu una grande carestia, non la carestia del pane visibile, ma la mancanza dell'invisibile verità. Spinto dalla carestia accorse da un capo di quel paese. Costui viene inteso come il diavolo, il capo dei demoni, sotto il cui potere vanno a precipitare tutti i curiosi, poiché ogni curiosità illecita è una funesta penuria di verità. Quel giovane invece, staccatosi da Dio per la fame della mente, fu ridotto in schiavitù ed ebbe in sorte l'incombenza di pascere i porci; di una tale schiavitù sono soliti godere i demoni più vili e immondi; non senza motivo infatti anche il Signore permise ai demoni d'entrare in un branco di porci. Questo giovane poi si cibava di carrube ma non si sfamava; noi prendiamo le carrube nel senso degli insegnamenti mondani, altisonanti, ma che dànno scarso nutrimento, degni di pascere i porci ma non gli uomini, cioè tali da rallegrare i demoni ma non giustificare i fedeli.
Che significa il ritorno in sé e il pane dei mercenari.
4. Capì alla fine in qual condizione era ridotto, che cosa aveva perduto, chi aveva oltraggiato e in potere di chi era corso a gettarsi e tornò in se stesso; prima tornò in se stesso e poi tornò dal padre. Forse avrà detto: Il mio cuore m'ha abbandonato; per questo motivo era necessario che prima tornasse in se stesso e così conoscesse d'essere lontano dal padre. Questo rimprovero rivolge la Scrittura ad alcuni, dicendo: Tornate, trasgressori, al cuore. Tornato in se stesso si trovò miserabile: Ho trovato - disse - tribolazione e dolore, e ho invocato il nome del Signore. Quanti salariati di mio padre - disse - hanno cibo in abbondanza! Io invece sto qui a morir di fame. In qual modo gli sarebbe venuta in mente una simile cosa, se non perché già veniva annunciato il nome di Dio? C'era dunque cibo presso alcuni, che in verità non pensavano rettamente e avevano di mira uno scopo diverso; dei quali è detto: Vi assicuro che hanno ricevuto la propria ricompensa. Individui siffatti sono da considerarsi mercenari e non figli, come quelli cui accenna l'Apostolo, quando dice: Sia per pretesto, sia sinceramente, purché Cristo sia annunciato. In realtà vuole intendere alcuni i quali sono mercenari per il fatto di cercare i propri interessi ma hanno un cibo abbondante per il fatto che predicano Cristo.
Il giovane propone di tornare dal padre.
5. Si alza e torna; difatti si era fermato ov'era rimasto a giacere dopo la sua caduta. Lo vede il padre da lontano e gli va incontro, poiché la voce di lui si trova nel salmo: Tu hai conosciuto i miei pensieri da lontano. Quali pensieri? I pensieri fatti dicendo tra sé: Dirò a mio padre: Ho peccato contro il cielo e contro di te, non sono più degno d'essere considerato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi mercenari . Non diceva già così ma pensava di dirlo; il padre tuttavia lo sentiva già come se lo dicesse. In realtà alle volte quando uno si trova in una tribolazione e tentazione si propone di pregare; e mentre fa un tale proposito pensa a che cosa dovrà dire a Dio, come un figlio che per un suo proprio diritto reclama il perdono del padre. Egli pensa tra sé: "Dirò a Dio questo e quello, poiché non temo che non mi esaudirà il mio Dio, quando gli dirò così, quando piangerò in questo modo". Dio per lo più esaudisce già uno che dice così; poiché quando pensava così non nascose il proprio pensiero agli occhi di Dio. Quando quello si proponeva di pregare, era già lì Colui che vi si sarebbe trovato quando avrebbe cominciato a pregare; ecco perché in un altro salmo è detto: Ho detto: confesserò al Signore contro di me il mio peccato. Vedete come ancora tra se stesso che cosa disse, che cosa si propose; e subito soggiunse: E tu hai perdonato l'empietà del mio cuore. Quanto è vicino il perdono di Dio a chi confessa i propri peccati! Dio infatti non è lontano da coloro che hanno il cuore contrito; poiché così trovi nella Scrittura: Il Signore è vicino a coloro che hanno il cuore contrito. Costui dunque aveva già il cuore contrito nel paese della carestia, poiché era tornato al cuore per avere il cuore contrito; quand'era superbo aveva abbandonato il cuore, quando era sdegnato con se stesso era tornato al cuore. Si era sdegnato con se stesso ma per punire il proprio peccato, era tornato per conciliarsi la benevolenza del padre. Adirato contro se stesso disse, conforme all'ammonimento della Scrittura: Adiratevi e non peccate. In effetti chiunque si pente si adira con se stesso; per il fatto stesso che si adira, si punisce. Di qui derivano tutti gl'impulsi e i gesti di uno che si pente davvero, che si addolora veramente: di qui lo strapparsi i capelli, mettersi il cilizio ai fianchi, il battersi il petto. Tutti questi atti sono certamente indizi di uno che infierisce e si adira contro se stesso. L'atto esterno della mano corrisponde al sentimento intimo della coscienza: si percuote con i pensieri, si batte, anzi - per dirlo più esattamente - uccide se stesso. Uccidendo se stesso infatti lo spirito contrito offre il sacrificio a Dio: Dio non disprezza il cuore contrito e umiliato. Egli perciò spezzando, umiliando, percuotendo a sangue il proprio cuore, lo uccide.
Il peso leggero di Cristo.
6. Mentre ancora il figlio si disponeva a dire al padre ciò che andava ripetendosi: Mi alzerò, andrò da lui e gli dirò, poiché il padre conosceva da lontano la risoluzione del figlio, gli corse incontro. Che vuol dire: "correre incontro" se non accordare il perdono in anticipo? Essendo ancora lontano - dice il Vangelo - gli corse incontro il padre, mosso da misericordia. Perché fu mosso da misericordia? Perché il figlio era già sfinito per la miseria. Gli corse incontro e gli si gettò al collo, gli gettò cioè il braccio al collo. Il braccio del Padre è il Figlio; gli diede la possibilità di portare Cristo: questo peso non opprime ma solleva. Il mio giogo - dice Cristo - è lieve e il mio peso leggero. Il padre era chinato sopra il figlio eretto; chinato su di lui non permetteva che cadesse di nuovo. Tanto leggero è il peso di Cristo che non solo non opprime, ma anche solleva. Poiché non è leggero come si chiamano leggeri i pesi che sono meno gravi, pur avendo un certo loro peso; ed una cosa è portare un peso gravoso, altra cosa portarne uno leggero, e una cosa diversa non portare alcun peso. Chi porta un peso gravoso sembra che sia oppresso; è oppresso di meno chi porta un peso leggero, ma tuttavia è oppresso; sembra invece che cammini con le spalle del tutto libere chi non porta alcun peso. Non è di questa specie il peso di Cristo: ci giova portarlo per essere sollevati; se lo deporremo, ci troveremo più oppressi. Non vi sembri impossibile, fratelli, quanto affermo. Forse si trova qualche esempio con cui potrete capire anche materialmente ciò che vi dico ed è anche sorprendente e assolutamente incredibile. Considerate questo fenomeno a proposito degli uccelli. Ogni uccello porta le proprie penne; fate attenzione e considerate come ripiegano le proprie ali quando scendono sulla terra per riposarsi e le depongono in certo qual modo sui loro fianchi. Si può forse pensare che sono aggravati dalle ali? Qualora si, liberassero di quel peso essi cadrebbero. Quanto meno un uccello porta quel peso, tanto meno vola. Se tu dunque toglierai loro quel peso, sembrerai, sì, misericordioso, ma se vorrai essere davvero misericordioso, guardati dal farlo; oppure, qualora siano state tolte via le penne, da' da mangiare, perché cresca il peso e s'alzi a volo dalla terra. Un peso di tal genere desiderava colui che diceva: Chi mi darà ali come d'una colomba per volare e trovare riposo?. Per il fatto dunque che il padre si gettò al collo del figlio, egli lo sollevò, non l'oppresse; l'onorò non l'onerò. In qual modo però l'uomo è capace di portare Dio, se non perché è Dio che porta quand'è portato?.
I ministri della Chiesa danno i sacramenti dal tesoro di Dio.
7. Il padre dunque ordina di portare il vestito migliore che Adamo aveva perduto peccando. Dopo aver ormai accolto il figlio col perdono e dopo averlo baciato, ordina di portargli il vestito, cioè la speranza dell'immortalità mediante il battesimo. Ordina di mettergli l'anello, cioè il pegno dello Spirito Santo e i sandali ai piedi per la prontezza ad annunciare il messaggio evangelico della pace, affinché fossero belli i piedi di colui che reca il buon annuncio del bene. Ciò Dio lo fa mediante i suoi servi, cioè mediante i ministri della Chiesa. Forse che danno la veste, l'anello e i sandali di loro proprietà? Essi devono solo rendere un servizio, compiono un dovere; quei beni li dà Colui dal cui seno misterioso e dal cui tesoro sono portati fuori. Il padre ordinò di uccidere anche il vitello che aveva ingrassato perché fosse ammesso alla tavola in cui si mangia Cristo ucciso poiché, per chi arriva da lontano e si rifugia nella Chiesa, Cristo viene ucciso quando gli si annuncia ch'è stato ucciso e viene ammesso a nutrirsi del suo corpo. Si uccide il vitello ingrassato perché colui ch'era perduto è stato ritrovato.
Perché i giudei, sebbene raramente, si convertono.
8. Ma il fratello maggiore tornando dai campi si sdegna e non vuol entrare in casa. Egli rappresenta il popolo giudaico, i cui sentimenti si manifestarono anche in quelli che avevano già creduto in Cristo. I giudei infatti si stizzirono che diventavano cristiani i pagani in sì breve tempo, senza doversi sottoporre ai precetti pesanti della Legge, né al dolore della circoncisione carnale e che per i peccati ricevevano il battesimo apportatore di salvezza; erano irritati che banchettavano con il vitello ingrassato. Certamente essi avevano già abbracciato la fede cristiana, ma fu data loro la spiegazione e rimasero soddisfatti. Così dunque avviene anche adesso quando per caso si converte un giudeo, che ha avuto nel cuore la legge di Dio e si è comportato nella sua vita in modo irreprensibile secondo i suoi precetti - come dice d'essere vissuto Saulo, divenuto Paolo presso di noi, tanto più grande quanto più piccolo, tanto più esaltato quanto più piccolo era diventato -. Paolo infatti significa "il più piccolo"; ecco perché diciamo: "Ti parlerò poco dopo", "Poco prima". Osservate che cosa vuol dire paulo ante: "poco prima". Che significa dunque Paolo? Io infatti sono il più piccolo degli Apostoli, dice lui stesso. Qualunque giudeo dunque che vivendo secondo la legge mosaica sia tale da esserne consapevole e averla nella propria coscienza, che fin dall'infanzia abbia prestato il culto all'unico Dio, al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, al Dio annunciato dalla Legge e dai Profeti e abbia osservato i precetti della Legge, si mette a riflettere sulla Chiesa costatando che il genere umano diviene seguace di Cristo; riflettendo sulla Chiesa, si avvicina a casa tornando dai campi. Così infatti sta scritto: Il figlio maggiore tornava dai campi ed era vicino a casa. In realtà allo stesso modo che il figlio minore cresce ogni giorno riguardo ai pagani che diventano credenti, così il figlio maggiore, sebbene di rado, torna tuttavia per quanto riguarda i giudei. Riflettono sulla Chiesa, si stupiscono di questo fatto; vedono la Legge e i Profeti presso di loro e presso di noi, ma costatano che non hanno più nessun sacrificio, mentre noi abbiamo il sacrificio quotidiano; comprendono d'essere stati nel campo del padre, ma che tuttavia non mangiano del vitello.
Che cos'è un concerto.
9. Proveniente dalla casa si sente il suono d'una sinfonia e un coro. Che cos'è una sinfonia? Un accordo di suoni e di canti; coloro che sono discordi, stonano; coloro invece che sono concordi, sono in armonia. Proprio quest'armonia inculcava l'Apostolo quando diceva: Vi scongiuro, fratelli, d'essere tutti d'accordo; non vi siano divisioni tra voi. A chi non piacerebbe questa santa armonia, cioè un accordo di suoni non discordante, non stonato e dissonante, che offendesse l'orecchio d'un buon intenditore? Anche il coro mira alla concordia; nel coro non piace se non il canto di più persone all'unisono, regolato e misurato, che forma di tutti un'unità, senza stonature e disaccordi, senza risultare una varietà discordante.
Ai giudei non basta che vengano convinti con la Sacra Scrittura.
10. Quello, avendo sentito le musiche risonare dalla casa, si sdegnò e non voleva entrare. In che modo realmente accade che un giudeo di buona condotta presso i suoi correligionari dica: "I cristiani sono tanto potenti"? "Noi possediamo le leggi dei nostri padri; Dio ha parlato ad Abramo, dal quale noi discendiamo. Ricevette la Legge Mosè il quale liberandoci dalla terra di Egitto ci condusse attraverso il Mar Rosso. Ora ecco che costoro, possedendo le nostre Scritture, cantano i nostri salmi per tutto il mondo e hanno il sacrificio quotidiano; noi invece abbiamo perso anche il sacrificio e il tempio". Il giudeo chiede anche al servo: "Che cosa si fa qua dentro?". Il giudeo interroghi pure qualunque servo, apra i libri dei Profeti, apra le lettere dell'Apostolo, interroghi qualunque autore della Bibbia; né l'Antico né il Nuovo Testamento passa sotto silenzio la chiamata dei pagani. Quanto al servo interrogato dobbiamo intendere la Bibbia esaminata; vi si troverà la Scrittura che dice: Tuo fratello è tornato e tuo padre ha ucciso per lui il vitello ingrassato, poiché lo ha riacquistato salvo. Ecco che cosa dirà il servo: chi è colui che il padrone ha riavuto salvo? Colui ch'era morto ed è tornato in vita, il padre lo ha riavuto per salvarlo. Si doveva quindi uccidere il vitello ingrassato per colui ch'era andato lontano, poiché era empio per essersi allontanato da Dio. Il servo, cioè l'apostolo Paolo, risponde: In effetti Cristo è morto per gli empi. Il fratello maggiore si sente rivoltare lo stomaco e, sdegnato, non vuole entrare, ma poi dietro l'esortazione del padre entra, mentre non aveva voluto entrare quando aveva avuto la risposta del servo. È veramente così che avviene, fratelli miei; per lo più convinciamo i giudei per mezzo delle divine Scritture, ma il servo ancora parla e il figlio si adira; in tal modo, sebbene rimangano convinti, rifiutano d'entrare. Perché è così? Ti muovono a sdegno i suoni del concerto, ti sconvolge il coro, l'animazione e l'allegria della casa, il banchetto del vitello ingrassato ucciso; ti turba tutto ciò. Nessuno ti scaccia. A chi lo dici? Finché lo esorta il servo, egli si adira, rifiuta d'entrare.
Il superiore ottiene più col pregare che non col comandare.
11. Torna al Signore che dice: Nessuno viene da me se non lo attira il Padre. Il padre dunque esce e prega il figlio: ecco che cos'è l'attirare; il superiore usa più violenza con il pregare che non col comandare. Questo infatti accade, carissimi, quando ascoltano individui di tal fatta occupati nello studio delle Scritture e che hanno una qualsiasi coscienza riguardo alle opere buone in modo che possano dire al loro Padre: Non ho disobbedito mai a un tuo comando. Allorché dunque sono convinti mediante le Scritture e non trovano che cosa rispondere, si sdegnano, si oppongono come se volessero aver partita vinta. Lasciato poi solo con i suoi pensieri e riflessioni gli parla interiormente Dio; ecco allora uscire il Padre e parlare al figlio: "Entra e prendi parte al banchetto".
Le riflessioni dei giudei, ai quali misteriosamente parla il Padre.
12. Ma egli al contrario risponde: Da tanti anni io sono al tuo servizio e non ho mai disubbidito a un tuo comando; eppure non mi hai dato mai un capretto per mangiarlo con i miei amici. Ora invece torna a casa questo tuo figlio che ha sperperato il suo patrimonio con le meretrici, e per lui hai fatto ammazzare il vitello ingrassato. Sono riflessioni interiori, con le quali già parla il Padre; il figlio infatti si pone degli interrogativi e dà loro una risposta tra se stesso, mentre il servo non dà alcuna risposta e il padre invece in certo qual modo lo prega e dolcemente lo esorta. "Che cosa è questo? Noi possediamo le divine Scritture e non ci siamo allontanati mai dall'unico Dio; non abbiamo teso le nostre mani a un dio straniero; abbiamo conosciuto lui soltanto, abbiamo sempre adorato Colui che ha fatto il cielo e la terra, eppure non abbiamo avuto mai un capretto". Dove si trova il capretto? Tra i peccatori. Perché questo figlio maggiore si lamenta che non gli è stato dato un capretto? Cercava di peccare per fare con esso un banchetto; proprio per questo motivo era crucciato. Ecco di che cosa si dolgono ora i giudei, ecco ciò di cui si pentono e capiscono che loro non fu dato il Cristo, perché lo credettero un capro. Riconoscono infatti la loro voce nel Vangelo, in quei giudei anteriori che dicevano: Sappiamo che costui è un peccatore. Il Cristo invece era il vitello, ma tu, reputandolo un capro, sei rimasto senza banchetto. Non mi hai dato mai un capretto; sì, perché il Padre non aveva un capretto, sapendo ch'era un vitello. Tu stai fuori perché non hai ricevuto un capretto: vieni dunque a mangiare il vitello.
Ci sono giudei seri, osservanti della legge, e giudei scellerati e sediziosi.
13. Orbene, che cosa risponde il padre? Figlio mio, tu sei sempre con me. Il padre testimoniò che i giudei erano vicini perché avevano adorato sempre l'unico Dio. Abbiamo la testimonianza dell'Apostolo, il quale afferma che i giudei erano vicini, i pagani invece lontani. Parlando infatti ai pagani dice: Egli, cioè Cristo, è venuto ad annunciare la pace a voi ch'eravate lontani e pace a quelli ch'erano vicini . "A voi lontani", come al figlio minore, mostrando che i giudei non se ne andarono lontano a pascere i porci, non abbandonarono l'unico Dio, non adorarono gl'idoli, non servirono i demoni. Ma io non parlo di tutti perché non pensiate ai giudei scellerati e sediziosi, ma vi vengano in mente coloro dai quali questi sono biasimati, cioè i giudei seri, osservanti dei comandamenti della Legge, che ancora non entrano al banchetto del vitello ingrassato, ma già capaci di dire: Non ho mai disobbedito a un tuo precetto; quando uno di questi entrerà al banchetto, il Padre gli dirà:Tu sei sempre con me. Veramente tu sei con me, perché non sei andato lontano, ma tuttavia disgraziatamente sei ancora fuori della casa: non voglio che tu sia fuori del nostro banchetto. Non invidiare tuo fratello minore; tu sei sempre con me. Per la verità Dio non comprovò la frase pronunciata forse con minor cautela e con millanteria: Non ho mai disobbedito a un tuo comando, ma disse solo: tu sei sempre con me; non disse: "Tu non hai mai disubbidito ai miei comandi". È vero ciò che disse Dio, non ciò di cui forse quello s'era vantato sebbene fosse stato forse trasgressore di alcuni precetti senza tuttavia allontanarsi dall'unico Dio; ancorché dica la verità anche il padre: tu sei sempre con me, e: tutto ciò ch'è mio è anche tuo. Ma se è tuo, non è forse anche di tuo fratello? In qual modo è tuo? Perché lo possiedi in comune, non perché protesti separatamente. Tutto ciò ch'è mio - dice- è anche tuo. Tutto ciò che dice esser suo, lo ha dato, per così dire, in possesso. Ci ha sottomesso forse il cielo e la terra o le sublimi creature angeliche? Non si deve intendere in questo senso, poiché in realtà non saranno sottomessi a noi gli angeli, alla cui uguaglianza il Signore ci promette che arriveremo come a un gran premio: Saranno - dice - uguali agli angeli di Dio . Ci sono però altri angeli, dei quali saranno giudici i fedeli servi di Dio: Non sapete - dice l'Apostolo - che giudicheremo gli angeli?  Ci sono in realtà angeli sempre santi e angeli prevaricatori; noi saremo uguali agli angeli buoni, ma giudicheremo gli angeli cattivi. In che senso dunque tutto ciò ch'è mio è anche tuo? In realtà tutto ciò ch'è di Dio è anche nostro, ma non tutto ci sarà sottomesso; poiché un conto è dire: "Servo mio", e un altro: "Fratello mio". Tutto ciò che tu dici "mio", dici una cosa vera, parli con verità, è tuo; ma uno è forse fratello allo stesso titolo che uno è servo? Tu dici "la mia casa" in un senso e "mia moglie" in un altro senso; dici in un senso "i miei figli" e in un altro senso: "mio padre, mia madre"; all'infuori di me - lo comprendo - tutto è tuo. "Dio mio" tu dici; ma tuttavia puoi forse dire: "Dio mio" come: "mio servo"? No, ma anzi "Dio mio" come "Signore mio". Abbiamo dunque uno superiore a noi, nostro Signore, per goderlo; abbiamo tutto il resto sottomesso a noi per dominarlo. Tutto dunque è nostro, se noi saremo di Dio.
A quali condizioni tutto ciò che è del Padre è nostro.
14. Tutto ciò ch'è mio - dice - è tuo. Se sarai promotore di pace, se ti riconcilierai, se godrai del ritorno di tuo fratello, se il nostro banchetto non ti rattristerà, se non rimarrai fuori dalla casa sebbene tu sia già tornato dai campi, tutto ciò ch'è mio è tuo. Ma dobbiamo far festa e rallegrarci, poiché il Cristo è morto per gli empi ed è risorto. Ecco che cosa vuol dire l'affermazione: Poiché tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.