giovedì 14 aprile 2016

La situazione attuale dei cristiani in Terra Santa. Intervento di mons. Fouad Twal.



La situazione attuale dei cristiani in Terra Santa. Intervento di mons. Fouad Twal alla Pontificia Università della Santa Croce, Roma, 14.04.2016 
Pontificia Università della Santa Croce
Giovedì 14 aprile 2016
Incontro con Sua Beatitudine
Mons. Fouad TWAL
Patriarca latino di Gerusalemme
LA SITUAZIONE ATTUALE DEI CRISTIANI IN TERRA SANTA
Aula Magna “Giovanni Paolo II”
* * *
Ringrazio questa Pontificia Università della Santa Croce, nella persona del suo rettore, Mons. Luis Romera, le altre Autorità accademiche e tutti coloro che hanno voluto e organizzato questo incontro.
Articolerò il mio discorso in tre passaggi:1. La presenza dei cristiani in Terra Santa, in generale.
2. La situazione in Palestina
3. La situazione in Israele.
1. La presenza dei cristiani in Terra Santa, in generale. 
AOrigine.
Per quanto riguarda l’origine e provenienza dei Cristiani di Terra Santa, ci tengo a sottolineare un aspetto che mi sta a cuore: i cristiani odierni di Terra Santa sono i discendenti in linea diretta dei cristiani della primissima comunità Cristiana, la Chiesa Madre di Gerusalemme. 
I primi credenti in Gesù Cristo erano ebrei: gli apostoli, i discepoli, le pie donne e i primi credenti in Gesù di Nazareth. Ma già dal tempo di Gesù, e soprattutto degli apostoli e comunque dei primi secoli, molti pagani credettero in Gesù Cristo. La prima Chiesa di Gerusalemme era così composta di due elementi: l’“Ecclesia ex circumcisione’’, i giudeo-cristiani, e l’ Ecclesia ex gentibus” (greci, romani, aramei, cananei, fenici, filistei, nabatei, moabiti, ammoniti, etc.). Tutti parlavano la lingua aramaica, nelle città molti parlavano il greco e anche il latino.
I giudeo-cristiani si svilupparono in Terra Santa e persino nel Medio Oriente e in diverse città dell’impero romano. Poi si divisero, presero dei nomi nuovi: i Nazareni, gli Ebioniti, i Minîm, ecc. Non accettarono facilmente i primi concilii ecumenici, si staccarono sempre più dalla comunità cristiana ex gentibus e, verso il 7° secolo, spariscono dalla scena della Terra Santa. Adesso abbiamo un risveglio interessante di ricerche sulla loro presenza, la loro teologia e liturgia, sui loro simboli e sulle loro tombe.
Mentre la Comunità ex gentibus si sviluppò molto bene e, nei primi secoli, diventò una ‘grande Chiesa’, evangelizzò persino i beduini, evangelizzò dunque i miei antenati della tribù degli Ozeizât.
Nel 135 l’imperatore Adriano cambiò il nome della regione che da allora in poi si chiamò Palestina. Piano piano, tutto si chiamò con questo nome, cultura palestinese, Luoghi Santi palestinesi, popolo palestinese, comunità palestinese. Nei 5°, 6° e 7°secolo, i cosiddetti secoli “romano-bizantini”, tutta la Palestina diventò cristiana. 
Nel 7°secolo, con l’arrivo dell’Islam le cose cominciarono a cambiare lentamente, ma radicalmente. Gradatamente la Comunità cristiana si ridusse e la popolazione passò alla lingua araba e alla cultura araba. Anche la nostra comunità cristiana si chiamò Chiesa palestinese araba. 
Una Chiesa che attraversò molti regimi: arabo, crociato, mamelucco, ottomano, inglese. Oggi tre paesi si suddividono l’antica Terra Santa: Palestina, Giordania, Israele. In questi tre paesi, i cristiani sono prevalentemente arabi, per lingua e cultura, discendenti in linea diretta di quella prima comunità cristiana. 
Si tratta di Cristiani autoctoni, indigeni, consapevoli, ieri come oggi, della portata storico-salvifica di ciò che è accaduto vicino alle loro case e di come, nel tempo, si sia da qui diffuso tale lieto annuncio. 
Sentono profondamento di essere, ancor oggi, la memoria vivente della Storia di Gesù.
La giurisdizione del Patriarcato Latino copre: Palestina, Israele, Giordania e Cipro. Per un buon lavoro pastorale, il Patriarca si fa aiutare da quattro Vicari Patriarcali, uno per ogni paese. Un quinto vicariato, non territoriale ma personale, chiamato Vicariato di San Giacomo, è stato creato per la Comunità degli Ebrei cattolici. 
Nelle varie epoche della storia, i cristiani arabi, in generale, e palestinesi, in particolare, hanno vissuto abbastanza pacificamente coi fedeli di altre religioni del Vicino Oriente, principalmente con l'Islam e l’Ebraismo.
I cristiani in Terra Santa sono gente semplice, amante della pace e ospitale, con un dono straordinario di resistenza.
B. Qualche dato statistico circa tale presenza.
In Terra Santa la presenza dei cristiani è molto esigua, poco meno del 2% della popolazione complessiva: circa 450.000 fedeli su un totale di circa 18 milioni di persone, tanti sono gli abitanti di Giordania, Palestina ed Israele, cui sono da aggiungere gli abitanti di Cipro.
La città di Gerusalemme, che nel 1948, alla fondazione dello Stato di Israele, contava una presenza di cristiani pari a circa ¼ della sua popolazione di allora, si trova ad avere oggi appena 11.900 cristiani su un numero complessivo di circa 500.000 ebrei e 300.000 musulmani, pari all’1,97% (Oliver Maksan, 31 / 03 / 2014). 
Il tasso di disoccupazione medio in Israele è attorno al 6%. Come emerso da un recente rapporto della Bank of Israel, tuttavia, tra gli arabi israeliani, la disoccupazione è del 12%
In Palestina il tasso di disoccupazione sarebbe del 25%. La situazione peggiora ulteriormente quando si parla delle donne arabe. A Gaza il tasso di disoccupazione sarebbe del 40%.
C. Denominazioni cristiane.
In Terra Santa vivono le tre grandi famiglie cristiane: la cattolica e l’ortodossa con i loro riti, (latino, greco, siriaco, armeno, maronita, etiopico, copto, ecc.) e quella protestante (soprattutto anglicana, luterana e evangelica americana). 
Questo fatto, se da una parte può essere un problema, dall’altra è un segno di speranza, perché testimonia la reale possibilità di vivere insieme nello stesso luogo. Condividere poi con Ebrei e Musulmani l’eredità della Città Santa, apre alla prospettiva, anche se difficile ed esigente, del dialogo interreligioso. 
D. Caratteristiche della presenza cristiana. 
I cristiani sono come un cuscinetto tra le due “presenze maggioritarie”, quel “piccolo gregge” di cui parla il vangelo, a cui è chiesto di essere “ponte” tra due religioni, tra due civiltà, tra due culture, e infine, tra due politiche.
I cristiani sono, infatti, parte integrante ed essenziale della loro comunità, vivono a contatto con musulmani ed ebrei, cercando di affrontare le innumerevoli difficoltà causate dal conflitto del Medio Oriente. 
Tali difficoltà provengono dall’occupazione militare e dal conflitto israelo-palestinese, dalla violenza reciproca, dalle umiliazioni quotidiane e dal fanatismo religioso crescente, sia israeliano che musulmano.
Basti pensare al muro di separazione, lungo più di 700 km e alto circa 8 m., che di fatto isola la popolazione palestinese. Limita la libertà di movimento, di studio, di lavoro, di viaggio, di cure mediche. 
In mezzo a queste difficoltà, ansie e paure condivise da tutti, c’è da concludere che la situazione è precaria e c’è sempre il timore dello scoppio di nuovi conflitti. 
D’altra parte i recenti episodi di violenza occorsi in territorio sia palestinese sia israeliano sono segni della tensione latente, ma sempre presente (“l’intifada dei coltelli’’). 
Ricordate certamente le tre guerre di Gaza nel 2008, nel 2010 e nel 2014; ne rimangono tuttora incalcolabili le conseguenze dolorose, soprattutto tra la popolazione più giovane, le profonde ferite psichiche, relazionali, esistenziali, lasciate dai traumi subiti.
La comunità internazionale ha stimato necessaria la somma di 5 miliardi di dollari, per risanare le infrastrutture distrutte a Gaza. Somma che non è mai stata erogata, perché la pace è conditio sine qua non perché gli aiuti possano arrivare.
Ma, mi chiedo: Chi può far guarire davvero un bambino di 8 anni che ha visto morire i genitori, o la nonna che non poteva scendere dal palazzo perché non riusciva a camminare, oppure era troppo sorda per accorgersi del pericolo? chi può fare di questo bambino un cittadino sano, normale, che provi affetto e rispetto per tutti?
Per tutti questi motivi sociali e politici che creano un clima di insicurezza esistenziale generale, stiamo assistendo ad un vero e proprio esodo di cristiani dalla Terra Santa. Sono soprattutto i giovani e gli intellettuali ad abbandonare il paese, in cerca di un avvenire più sicuro e più umano altrove. Si tratta di una emorragia che priva la Chiesa di Gerusalemme dei suoi migliori elementi.
2. La situazione in Palestina
A. Cominciamo dalla Striscia di Gaza dove i cristiani di tutte le confessioni sono ormai poco più di un migliaio. Le condizioni in cui vivono sono molto difficili. Ho visto e sentito i racconti strazianti di persone disperate e affamate: c’è disoccupazione, i bambini sono numerosi, spesso ci sono malati gravi che necessitano di cure. Molte abitazioni sono fatiscenti con pareti e tetto ancora di lamiera, e senza energia elettrica. Il freddo dell’inverno penetra dappertutto. La parrocchia cattolica (di rito latino) sta portando avanti 12 progetti per creare spazi e avviare servizi a vantaggio della popolazione. 
Quest’anno per la prima volta dopo 8 anni, 5 ragazzi cristiani di Gaza, su 700 di Terra Santa, potranno partecipare alla prossima Giornata Mondiale della Gioventù, in programma a Cracovia.
B. In tutto i cattolici di Palestina di rito latino, compresi gli immigrati (per lo più asiatici) sono circa 100 mila.
I cristiani della Terra Santa possiedono una storia, una lingua e una cultura comune con i musulmani, un contesto arabo comune, in cui vivono insieme da molti secoli. Per questo le relazioni tra le due comunità sono in linea generale buone e restano buone anche oggi, nonostante alcuni episodi di fondamentalismo. D’altra parte è generalmente riconosciuto che la presenza cristiana gioca un ruolo positivo nella società araba, facilitando le relazioni tra le diverse componenti sociali.
Nello scorso mese di febbraio, per es., il Ministro palestinese dell'Istruzione, Mr. Sabri Saidam, invitato a partecipare ad una giornata di riflessione nelle nostre scuole, a Gerico, sul tema della Misericordia, ha espresso la sua gratitudine alle scuole cristiane per il ruolo importante che svolgono nella formazione dei giovani palestinesi, ricordando che la Palestina è uno dei paesi del Medio Oriente con il maggior numero di alfabetizzati. 
Ma occorre anche dire che il cristianesimo talvolta viene interpretato dagli altri arabi palestinesi come una posizione politica di disimpegno, come se i nostri cristiani impegnati sul fronte della giustizia, della pace, del dialogo, non prendessero posizione “contro il nemico” occupante. 
La teologia della misericordia, la pastorale del perdono e della “purificazione della memoria” non sono sempre capiti, vengono facilmente interpretate come prassi del disimpegno.
D’altronde i cristiani, facendo parte integrante della popolazione, subiscono le conseguenze della tragica situazione in cui versa tutta la Palestina. La disoccupazione ingente, la situazione politica e la situazione di insicurezza generale, fanno sì che anche i cattolici siano tentati di emigrare verso regioni del mondo più sicure, dal punto di vista occupazionale, professionale e religioso. 
C. Accordo tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina, firmato il 26 giugno 2015.
Prima di firmare l’accordo, la Santa Sede voleva conoscere l’opinione della Chiesa locale. Durante la nostra Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa, tenuta a Gerusalemme in marzo 2015, il Nunzio Apostolico Mons. Giuseppe Lazzarotto chiedeva per iscritto il nostro parere.
La mia risposta è stata: “La Santa sede, d’accordo con la sua coscienza e in spirito di giustizia, deve riconoscere lo Stato di Palestina adesso e non aspettare il riconoscimento da parte di tutta l’Europa per pronunciarsi, altrimenti non avrebbe nessun merito. Riconoscendo adesso lo Stato di Palestina avrà la gratitudine di tutto il mondo musulmano.”
Tale accordo ha preso in considerazione the “Basic Agreement” tra Santa Sede e l’Organizzazione di Liberazione di Palestina, entrato in vigore il 15 febbraio 2000.
Nel primo articolo, in riconoscimento del diritto del popolo palestinese alla propria autodeterminazione, la Santa Sede riconosce lo Stato di Palestina e la sua ammissione nell’ O.N.U. come membro-Osservatore. Tale accordo si applica a tutto il Territorio palestinese, d’accordo con le norme internazionali (cioè sulla base delle frontiere del 1967, prima dell’occupazione israeliana).
All’entrata in vigore dell’accordo, le due parti eleveranno le loro relazioni diplomatiche a livelli riconosciuti e secondo la legge internazionale.
Qui si è posto il problema: se il Delegato apostolico, residente a Gerusalemme, dovesse prendere il nome di Nunzio Apostolico, rischierebbe di dover cambiare sede e ci sarebbe bisogno di nominare un altro diplomatico.
Per questo, mentre lo Stato di Palestina ha elevato il rango del proprio ambasciatore a “Rappresentante dello Stato di Palestina”, la Santa Sede si è contentata di avere solamente un “Delegato Apostolico”.
L’Accordo è composto di 8 capitoli e di 31 articoli. In esso sono stati garantiti: la libertà di coscienza e di religione, i diritti di organizzazione e di giurisdizione personale, la libertà di circolazione e lo Statuto personale, la libertà di culto e dei Luoghi Santi, la libertà di fondare istituzioni, di carità, di cultura e di mezzi di comunicazione, fino all’obiezione di coscienza, il diritto di proprietà e di gestione.
La Delegazione Palestinese era d’accordo su tutto e chiedeva alla Santa Sede, in cambio, il riconoscimento dello Stato di Palestina.
L’impatto è stato molto positivo in tutto il mondo arabo e musulmano. Anzi, ci auguriamo che tutti i paesi arabi musulmani, seguano l’esempio della Palestina, e firmino altri accordi simili con la Santa Sede.
L’unico paese scontento di tale Agreement è stato Israele. Come reazione ha ordinato la costruzione di un nuovo tratto del muro di separazione nella valle di Cremisan, progetto folle e senza senso. Appena un anno fa, infatti, la corte di Giustizia Israeliana, aveva dichiarato tale muro non necessario per la sicurezza di Israele. In quella data, abbiamo gridato vittoria: vittoria dei giudici israeliani che non hanno obbedito agli ordini militari, vittoria della Società legale Saint Yves, che ha preso in mano il caso, vittoria per i cristiani che pregavano ogni venerdì nel campo per impedire la costruzione del muro.
D. Da osservare che:
a. L’Accordo fa cenno al contributo della comunità cattolica palestinese durante tutto il corso della lunga trattativa iniziata nel 2010.
b. Considera i Cristiani come “cittadini a pieno titolo”, “che intendono continuare a svolgere questo loro ruolo...insieme con gli altri concittadini considerati come fratelli” (papa Francesco, Incontro con le Autorità Palestinesi, 24 maggio 2014)
c. nel Preambolo c’è un esplicito riferimento alla necessità di un “accordo tra le Autorità Palestinesi e quelle Israeliane” in vista di una pace “giusta e duratura”, fattore indispensabile per una serena convivenza in questi luoghi. Solo così la piaga dell’emigrazione potrà essere non solamente limitata ma davvero guarita.
3. La situazione in Israele
A.
 Israele conta circa la metà della popolazione ebraica mondiale e i cristiani vivono, lavorano e dipendono in gran parte da essa, dal 1948 in poi. 
Le sfide che il mondo ebraico lancia alla Chiesa e ai cattolici di Israele sono acutissime. Gli ebrei rimangono coloro dai quali Dio non ha ritirato l’elezione in Abramo (cf. Rm 11,1-11), elezione inclusiva di tutti i popoli, non certo esclusiva.
La comunità cristiana ha il compito di aiutare i fratelli ebrei a misurarsi di nuovo con la loro vocazione all’universalità, all’incontro con gli altri popoli, di qualsiasi espressione religiosa, a cominciare dagli arabi - cristiani e musulmani -che abitano in Israele e nei Territori palestinesi. 
B. Immigrati
Una situazione particolare vivono gli immigrati, che in Israele provengono per lo più dalle Filippine, da alcuni Paesi dell’Africa e dall’India. Pur essendo di solito cristiani, la scolarizzazione dei loro figli avviene nelle scuole ebraiche, con il risultato che insieme alla lingua, ricevono anche la sola religione ebraica, rischiando di perdere le proprie radici cristiane. 
Per questo, sono state istituite diverse cappellanie per questi immigranti, distribuite per gruppi linguistici. Esiste un Delegato episcopale dedito particolarmente al coordinamento della cura pastorale dei migranti e dei loro figli. Per questi ultimi ci sono alcune strutture di accoglienza dei bambini che non vanno ancora a scuola, di quelli che fanno il doposcuola o che seguono le celebrazioni e le catechesi apposite in lingua ebraica, condivise all’interno del “Vicariato di San Giacomo’’ per i Cattolici Ebrei o ebreofoni.
Anche in Israele, comunque, la Chiesa si muove su un terreno prevalentemente arabo-palestinese, messa a confronto con i musulmani e in dialettica con le sfide del mondo ebraico che, se da una parte rappresenta il mondo delle nostre radici di fede, dall’altra, politicamente, rappresenta “l’occupante”, colui che detiene il potere.
Israele, infatti, anche se si proclama uno Stato laico e democratico, in realtà si sta comportando sempre più come un regime militare confessionale giudaico. E’ la prima volta che una minoranza cristiana si trova a vivere in uno Stato ebraico con tutte le conseguenze legate al fatto di essere minoranza; ed è il primo caso nella storia in cui una maggioranza ebraica abbia uno Stato. Ma questa maggioranza continua a comportarsi, e soprattutto a difendersi, come se fosse in realtà una minoranza, con la tentazione di vivere come uno Stato teocratico ispirato dalla Bibbia e non come uno Stato laico.
C. Nell’Accordo Fondamentale con la S. Sede, firmato il 30 dicembre 1993, e non ancora ratificato e neanche totalmente applicato, lo Stato di Israele affermava tra l’altro di impegnarsi alla libertà di religione e di coscienza, alla promozione della reciproca comprensione tra le nazioni, alla tolleranza fra le comunità e al rispetto per la vita e la dignità umana.” (art.1.1,2).
Eppure i cristiani dei Paesi arabi e i nostri fedeli di Betlemme e dei villaggi palestinesi non possono arrivare ai Luoghi Santi che con un permesso rilasciato dalle Autorità militari israeliane. 
Vedendo come i palestinesi passano i tanti check-points, scusate l’espressione, quasi come animali, si nota che siamo lontanissimi dal rispetto per la vita e la dignità umana.
l’Art. 3, al paragrafo 2 recita: “Lo Stato d'Israele riconosce il diritto della Chiesa cattolica a svolgere i propri compiti religiosi, morali, educativi e caritativi, e ad avere istituzioni sue proprie...” 
Da diversi anni stiamo lottando per avere il sussidio dovuto alle scuole cristiane d’Israele. Il sussidio dato alle scuole religiose israeliane giunge al 100 per cento. Il nostro è stato ridotto al 29 per cento. Dopo uno sciopero, durato quasi un mese, sono state fatte delle promesse da parte dai Ministri dell’Educazione e delle Finanze ed è stata formata una Commissione mista. Fino ad ora niente è stato realizzato. Manca la buona volontà.
Una delle soluzioni presentate da Israele è: “diventate scuole pubbliche, praticamente, dateci le vostre scuole e vi daremo il sussidio completo!” Ma allora l’identità delle nostre scuole si perderebbe e la missione della Chiesa verrebbe meno. (Ci sono alcuni amici Israeliani, che ci stanno aiutando presso il Ministro delle Finanze per trovare una soluzione al problema delle nostre scuole... e speriamo bene)
Eppure l’Art. 6 dichiara: “La Santa Sede e lo Stato d'Israele congiuntamente ribadiscono il diritto della Chiesa cattolica a istituire, mantenere e dirigere scuole e istituti a tutti i livelli; l'esercizio di tale diritto sarà in armonia con i diritti dello stato nel campo dell'educazione”. 
Come spiegare il recente smantellamento da parte dell’esercito israeliano, nella notte tra il 20 e il 21 febbraio 2016, di una scuola elementare in costruzione ad Abu Nuwar in Cisgiordania, finanziata dagli aiuti umanitari francesi?
Si trattava di un progetto situato in una zona individuata dall’Unione Europea come una posizione - chiave per la fattibilità della soluzione dei due Stati. Tali demolizioni e confische delle strutture umanitarie in Cisgiordania hanno colpito una popolazione già particolarmente fragile.
Art. 4, 1.3 “Lo Stato d’Israele afferma il proprio permanente impegno a mantenere e a rispettare lo status quo nei Luoghi Santi cristiani per i quali è valido, e i relativi diritti delle comunità cristiane che vi sono comprese. La Santa Sede afferma l’impegno permanente della chiesa cattolica a rispettare il summenzionato statu quo e i suddetti diretti.” Questo Statu quo è stato rispettato dal Governo Ottomano, Inglese, Giordano e anche Israeliano per 22 anni. Israele adesso viene meno a questo impegno per “dimostrare” la sua sovranità sui territori occupati, dal punto di vista del diritto internazionale.
Sempre nell’Accordo, Israele si impegnava al rispetto e alla tutela “del carattere proprio dei luoghi sacri cattolici, quali le chiese, i monasteri, i conventi, i cimiteri e simili” (art. 4, 3). 
I recenti episodi di violenza e di fanatismo come l’incendio, appiccato per ben due volte nell’arco di un anno, al Monastero Benedettino di Tabgha o la profanazione del cimitero di Beit Jemal pochi mesi fa, da parte di alcuni ebrei fondamentalisti che lasciano anche la “firma” sui muri del Movimento cui appartengono, sono solo alcuni degli episodi frequenti, che per lo più restano impuniti. La ricerca della sicurezza sta diventando una sorta di ossessione, un mito in nome del quale si giustifica ogni sopruso ed il ricorso immediato alla violenza in ogni circostanza.
Art.10.1, dichiara che “La Santa sede e lo Stato d’Israele congiuntamente ribadiscono il diritto della chiesa cattolica alla proprietà.”
Non mancano i casi in cui Israele, non potendo sequestrare un terreno del Patriarcato, l’ha dichiarato “zona verde” oppure peggio “parco nazionale”. Cioè il terreno è nostro sulla carta, ma non possiamo neanche metterci piede, né vendere né costruire.
I due casi significativi che non hanno ancora trovato soluzione sono:
a. Il nostro terreno con chiesa, scuola e casa a Cesarea Marittima. Israele ha promesso di darci un altro terreno per costruire un centro di turismo e di cultura, ma fuori della Cittadella storica. Stiamo ancora aspettando.
b. Il Cenacolo. La Custodia ne ha il titolo di proprietà dal 1333 riconfermato nel 1343. Confiscato e diventato in seguito moschea e waqf, Israele ha preso il tutto con la guerra del 1948 e non vuol neanche discutere sulla proprietà, ma accetta di discutere sull’uso. Su quest’ultimo punto ci potrebbe essere la possibilità di un accordo.
Ridare il Cenacolo alla Custodia, sarebbe un precedente legale controproducente per Israele. In questo caso dovrebbe ridare tutte le altre proprietà confiscate e la Palestina occupata con la forza. 
Nell’art. 11, 1, Israele dichiarava di voler mantenere l’impegno “alla promozione della pacifica risoluzione dei conflitti tra gli stati e le nazioni, con l'esclusione della violenza e del terrore dalla vita internazionale.” Eppure Israele non ha mai rispettato le tante risoluzioni internazionali circa il conflitto, gli insediamenti, le frontiere.
D. L’occupazione è sempre una realtà odiosa: fa male all’occupante che perde il senso del rispetto e della dignità altrui, come fa male all’occupato, in cui cresce il senso di rifiuto, di rancore, di ribellione. 
Israele rimarrà uno stato sionista, oppure diventerà uno stato veramente “democratico” dove tutti i suoi cittadini hanno il diritto di votare? Nel caso di un solo Stato, tutti gli arabi rischiano di votare per un primo ministro palestinese. Oppure ci saranno due Stati, con frontiere chiare e sicure come vuole la comunità internazionale e anche la Santa Sede? Queste sono le importanti domande nella politica israeliana oggi.
Conclusione
I cristiani, con le loro istituzioni, continuano quindi ad essere soprattutto i testimoni viventi della storia della salvezza. Sono presenza e testimonianza di fede messa alla prova nei Luoghi Santi, come accade in modo a volte ancora più terribile oggi in altre parti del mondo. 
1. Ed è proprio così, con una tale presenza, una tale offerta, con la loro preghiera e il loro amore, con le loro prove, con la loro fede, che i cristiani impediscono e impediranno che i Luoghi Santi stessi si riducano ad essere solo dei siti archeologici. 
2. I cristiani della Terra Santa sono chiamati a lavorare con gli altri, a vivere una dimensione ecumenica, di dialogo. Proprio per questo, le diverse Chiese cristiane sono alla ricerca di una collaborazione sempre più profonda tra loro per cercare di superare le barriere dei riti, per dare una risposta cristiana ai problemi che li circondano da ogni parte. Perché, quando le domande riguardano la persona umana, i suoi diritti e la sua dignità, la Giustizia e la Pace, non si può avere una risposta cattolica, greca o riformata: c’è una risposta cristiana... 
3. I cristiani di Terra Santa giocano un ruolo di ponte tra l'Oriente e l’Occidente. E per essere ponte, hanno bisogno di essere ancorati solidamente su entrambi i lati. In effetti, sono ancorati nell’Oriente, che è il loro ambiente storico, culturale, linguistico, letterario, psicologico e politico e sono ancorati anche nell’Occidente per la loro fede, il loro patrimonio spirituale e la loro apertura intellettuale. 
4. Dimensione universale e interreligiosa della Chiesa in Terra Santa, il suo essere “lievito”.
Le statistiche parlano di più di 100 nazionalità presenti in Terra Santa.
È in questa terra, in questa città che ci sono anche i nostri “registri anagrafici”, là sono registrati i nostri, ma anche i vostri nomi e quelli di tutti i popoli: “Tutti là sono nati”, dice il salmista.
La fede resta il fondamento della speranza dei cristiani di Terra Santa. 
Ciò significa che da parte nostra, come Chiesa Cattolica , è necessaria un'azione umile ed allo stesso tempo efficace: umile e dinamica.
Un giorno, i capi politici, Israeliani e Palestinesi, insieme alla Comunità Internazionale, arriveranno a comprendere, al di là del gioco di interessi e delle ambizioni politiche, il senso, la natura e la vocazione di questa Terra benedetta, scelta da Dio per unire gli uomini a Sé e tra di loro. 
Lasciate che vi rinnovi l’invito: la Terra Santa è la terra di tutti, luogo della Chiesa Madre per tutti i cristiani. E nel Patriarcato Latino di Gerusalemme troverete sempre accoglienza e fraternità. Grazie.

+ Fouad Twal

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