mercoledì 13 aprile 2016

L'anima del corpo.





Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – La porta dell’appartamento che affaccia su una gran bella piazza della Milano di Bonvesin de la Riva è già mezza aperta all’andirivieni di operai addetti alla caldaia. Entriamo e attendiamo in flagranza di famigliarità, gentilmente invitati dalla padrona di casa ad approfittare di una seggiola nel soggiorno che fa da studio e camera da letto, che la troupe faccia fagotto. Ci sono state riprese per realizzare un documentario, par di capire. E un’intervista sulla storia del femminismo. Se fosse così, l’intervistata campeggerebbe nella pellicola tra le capostipiti (con il suo quasi mezzo secolo di attivismo pensante e militante) del femminismo


Di Luisa Muraro, matriarca e regina italiana del pensiero al femminile, è appena uscito in libreria un volumetto edito dalla bresciana La Scuola. Titolo: L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto. Qualcosa di definitivo. Compreso il fantastico capitoletto che annienta il blasfemico argomento sulla Madonna surrogata sui generis. Prescindere ovviamente dall’aspetto commerciale della faccenda, «non si può, perché nel racconto sacro la madre resta in presenza, diversamente dalla surrogata, alla quale subentra un’altra, la cosiddetta “madre intenzionale”. Maria è e resta l’unica madre di Gesù». Annienta la rimanente analogia di «un esempio di donna che fa della sua fecondità uno strumento a disposizione di Dio per la Sua venuta in questo mondo». «No, neanche in questo senso» l’analogia tiene, «perché Maria non solo accettò di diventare la madre del salvatore promesso al popolo ebraico, ma quando molti hanno visto in lui il loro Dio fatto uomo, lei fu chiamata Madre di Dio». E su questo punto Luisa Muraro riprende il passaggio del suo librino e si commuove pensando a «quei grandi padri della Chiesa che nel Concilio di Efeso del 431 cercarono le parole per dire il mistero dell’incarnazione di Dio nell’uomo Gesù: quello che volevano affermare di lui, vero uomo e vero Dio in una persona, implicava l’assoluta non strumentalizzazione della fecondità femminile, e i padri della Chiesa l’hanno audacemente trovata. Madre di Dio… Che forza quegli uomini! Non erano certo femministi, ma sapevano ragionare…»



Luisa Muraro ha avuto un marito. Ha un figlio. E due nipotini. Dal 1966 ha scoperto di non essere fatta per la vita coniugale. E in effetti è diventata una mistica. Guarda il fondo delle questioni che si dibattono in tema di “nuovi diritti”. E sente che, come nella “Goccia” di Chopin, la nota di sottofondo è sempre la stessa.
«È da tanto tempo che mi porto dentro l’idea che si procedesse nella direzione di far fuori la differenza sessuale, irriducibile alla logica del capitalismo finanziario. Per me il femminismo è un campo di battaglia che si allarga ogni giorno di più al campo della vita in generale». Ci indica un quadro della battaglia di Anghiari dipinto da una sua amica. «Ecco, vede là, in alto a sinistra? C’è uno stendardo. Ci si scontra per uno stendardo. E lo stendardo è: il senso libero della differenza sessuale». Cosa significa? «Per semplificare direi così: c’è una parte del femminismo che vuole la parità e punta a togliere di mezzo la differenza sessuale perché la vede come fonte di discriminazione delle donne. E c’è l’altra parte del femminismo, quella in cui mi sento ingaggiata, che invece dice che la differenza sessuale va salvata stando attenti a non confondere l’eredità naturale con lo stereotipo culturale provvisorio. Cos’è la differenza sessuale? È la vita stessa. Ben prima che apparissero gli esseri umani la vita si è biforcata in maschio e femmina. Vogliamo cancellare questa cosa o la vogliamo tradurre in cultura? Io dico: non buttiamoci sulla differenza sessuale secondo le interpretazioni che di essa abbiamo ereditato. Poniamoci davanti, in tutta tranquillità e libertà, il problema che noi siamo esseri radicati nella vita naturale e la sessuazione è eredità che la natura ci affida. Non rimuoviamo questa evidenza e andiamo avanti, al di là di ogni stereotipo, a interpretarla culturalmente».
Placida cenobita, il suo conversare lima gli angoli, scioglie nodi, ricompagina divisioni. E nel caso, se le esponi una cosa che proprio le dà l’orticaria, magari glissa soavemente per non rischiare di essere trascinata in polemiche partigiane. Il suo occhio azzurro è prossimo alla tristezza fin che si resta sulla cronaca. Ma come si vivacizza se a un certo punto il conversare arriva all’interrogativo metafisico e all’interrogare Dio. D’altra parte Gustavo Bontadini, il più geniale dei filosofi della Cattolica, la prese con sé assistente giovinetta solo perché a domanda del professore lei rispose: «Se la filosofia non si misura con la metafisica diventa una banalità». Vai a capire perché una così, che porta mirra ripudiata dalla modernità e la porta pur senza togliere neanche un grammo di incenso alla postmodernità, una che avrà 76 anni il prossimo 14 giugno, veneta di ramo vicentino, figlia di madre forte, prole numerosa e di campagna, si è giocata la vita sulla “differenza”.
A proposito di “differenza”. Pare minacciata dall’irrompere della teoria del gender. Che dagli Stati Uniti ha invaso l’Europa e propone una neolingua neutralizzante, appunto, ogni differenza. Una neolingua che è assunta nei documenti degli organismi internazionali e ora anche in Italia, dall’anagrafe alle scuole, si propone come nuovo codice simbolico e antropologico.
Ho scritto una paginetta in proposito per il sito della Libreria delle donne. Gliene ripropongo una parte. In sostanza io penso che la differenza sessuale è un imprevisto che falsifica le teorie, compresa la gender theory. Devo però ammettere che in un certo senso la stessa Judith Butler ci dà ragione. Infatti, la stessa Butler, nota proprio come teorica della gender theory, nel suo Undoing Gender (2004), intitola così un capitolo: “Fine della differenza sessuale?”. E lo conclude così: questa rimarrà una questione persistente e aperta. Tant’è che, prosegue la Butler, «intendo suggerire di non avere alcuna fretta di dare una definizione inconfutabile di differenza sessuale, e che preferisco lasciare la faccenda aperta, problematica, irrisolta, e promettente». Resta vero però che solo l’America può correggere gli errori dell’America: la disparità di potere e di prestigio rispetto a paesi come l’Italia è tale che tra noi e gli Stati Uniti c’è un piano inclinato a senso unico, anche tra femministe, come abbiamo potuto constatare con la sistematica opera di sostituzione del linguaggio sessuato da parte del linguaggio gender. Pensato per gli scopi della ricerca storica, il cosiddetto “genere” è dilagato come uno pseudonimo di “sesso”, o come un eufemismo: il “genere” non fa pensare al femminismo e ha l’ulteriore vantaggio che si può adottare nel linguaggio ufficiale e accademico senza suscitare imbarazzanti associazioni sessuali. In questo ha ragione lei quando parla di “minaccia alla differenza”: la differenza sessuale è minacciata di esclusione dalle cose umane, per essere sostituita da un travestitismo generalizzato senza ricerca soggettiva di sé, disegnato dalle mode e funzionale ai rapporti di potere. Insomma: l’insignificanza della differenza e l’indifferenza verso i soggetti in carne e ossa. Ma a questo esito, piuttosto congeniale alla cultura dell’economia finanziaria, non si arriva senza passare sopra il movimento delle donne cominciato con il femminismo degli anni Sessanta-Settanta. Il che non è ancora accaduto. Finché il femminismo è vivo la partita è ancora aperta.
Si tratta di una partita, però, come lei sa, in cui il femminismo rischia di essere circondato e, in definitiva, sconfitto da nuove forme di maschilismo. Magari sotto la specie dell’“egualitarismo”.
In effetti l’elemento discordante introdotto dalla gender theory nasce dalla lotta per l’uguaglianza condotta dalle minoranze sessuali, nel quadro di accordi presi da gruppi molto diversi tra loro, e ha come elemento ricorrente la leadership maschile. Le minoranze sono composte da uomini omosessuali, donne omosessuali e, tra le altre componenti, quella che maggiormente spicca sono le transessuali. Chiamo tutte al femminile ma in realtà ci sono anche i transessuali. Chiamo le transessuali quelle persone che nascono con identità maschile ma che non accettano l’identità maschile e desiderano per sé l’identità femminile, si “sentono” donne. E poi ci sono altre sfumature, le queer, i bisessuali eccetera. In realtà tutti questi gruppi di persone sono molto difformi tra loro. Ma insomma, perché ho brevemente tratteggiato queste minoranze? Perché sono queste che negli Stati Uniti hanno assunto la battaglia per i diritti. Questo è un dato specificatamente americano: in America funziona così la politica, funziona anzitutto come spazio per la rivendicazione di certi diritti. Dalle campagne per i disabili a quelle ecologiche, da quelle contro la pena di morte a quelle per la salute. Insomma la politica funziona all’interno di campagne per i diritti organizzate dai diversi gruppi sociali. Tutto ciò, per inciso, non è nella nostra tradizione del fare politico: noi qui avevamo i partiti, le associazioni, i corpi intermedi, i movimenti eccetera. Erano questi i principali soggetti della politica, non i gruppi di pressione che si organizzano in funzione della rivendicazione di certi diritti. Ora, per tornare alla questione del gender, abbiamo assistito a una radicalizzazione, al tentativo estremo e, diciamo pure, individualistico di assumere nell’identità personale qualunque identità. Con ciò si è arrivati a teorizzare l’abolizione di ogni differenza. Non si può più dire che vi siano donne e uomini e non si possono dare altre connotazioni all’identità se non ciò che ciascuno sceglie di darsi come identità. Tutti siamo interpreti di noi stessi. Questa decostruzione della differenza sessuale, se guardiamo bene, non arriva mai a togliere una impronta di primato maschile. Infatti, nell’associazionismo delle minoranze sessuali, gli omosessuali hanno esercitato la loro leadership di maschi – esempio recente – proprio in materia di “maternità surrogata”. Loro, dicono, vogliono fare una famiglia. La legge dell’adozione forse permetterà questa strada. Ma ad oggi questa possibilità non esiste sul piano legislativo. Però sono stati i maschi a gestire la legge sulle unioni civili mettendo a rischio l’approvazione in parlamento. Era da tempo che dicevamo alle nostre amiche lesbiche: «State un po’ più attente, quelli comandano, sono sempre in primo piano». L’immagine propagandistica dei due maschi che vanno a spasso tenendo per mano un bambino era un’immagine completamente sbagliata. E allora loro, le femmine, le lesbiche, si sono giustamente ribellate a questa impostazione. Detto ciò, è evidente che per due donne l’istituto dell’affido di un bambino segue una logica inerente alla maternità. Mentre per due uomini non c’è possibilità alcuna se non all’interno di un istituto che ammetta la surrogazione della maternità.
Tanto, dicono, si arriverà un giorno all’utero artificiale, che problema c’è?
Ho sentito anch’io questa battuta da uomini benpensanti. Resto sempre sconcertata dal modo superficiale con cui si immagina di adattarsi, diciamo così, senza colpo ferire, all’ipotesi di questa bruttura. Massì, buttiamo a mare la relazione materna e l’esperienza femminile millenaria. Viva la produzione di umanità attraverso le macchine! Mi sembrano uomini improvvisamente diventati ottusi, vuoti, disumani, quelli che ragionano così. In verità, per dirla in estrema sintesi, la maternità surrogata è un grande business e un attacco diretto alla relazione materna. Che è stata e resta fondamentale per la civiltà umana. Su un punto soprattutto: l’imparare a parlare. La mia autorità preferita in questo è Dante. Il quale a un certo punto mette da parte la lingua latina perché, dice Dante, per parlare di cose d’amore ci vuole la lingua della nutrice, cioè della donna che ti ha portato in braccio, introducendoti alla vita.
Non conta la differenza, conta l’amore. Questo è l’argomento decisivo con cui si tende a giustificare qualunque cosa.
È l’argomento che ho visto sulla fascetta del libro di Michela Marzano, Papà, mamma e gender: “L’amore non ha né sesso né genere”. Non si accorgono che separate le due cose, il sesso e l’amore, la logica conduce al sesso senza amore. Oltre che nel fardello millenario della prostituzione di cui sono responsabili gli uomini, già nella eugenetica prenazista, democratica e benintenzionata, dice una mia amica che studia queste cose, si nota questa logica di separazione, di scorporamento, di fare a pezzi l’essere umano. In realtà, separare l’amore dalla procreazione e scorporare la riproduzione dalla libido, dal piacere e dalla gioia del sesso, significa lavorare per un mondo astratto e meccanizzato dove scompare il soggetto umano. Infatti, l’eugenetica che troverà nei campi nazisti la sua definitiva affermazione, non è nata con Hitler. È nata in Svezia. Così come le sterilizzazioni di massa delle donne furono avviate dagli Stati Uniti nei paesi del Terzo mondo. Devo ammettere che i paesi cattolici hanno rifiutato questi programmi che, invece, si sono diffusi a partire dai paesi protestanti, democratici, progressisti. I quali hanno avviato queste pratiche sulla base di una concezione separata, divisa, parcellizzata dell’essere umano.
Riparto dalla Muraro di Bontadini: «Non considero seria una filosofia che non si misura con la metafisica». Alla fine della filosofia che un po’ abbiamo fatto anche in questa conversazione sulla differenza sessuale, le chiedo: ma qual è il punto di unità tra una donna e un uomo?
È una grande questione. Quand’è che i due fanno uno? Forse proprio di nuovo Dante ce lo dice: non è che a livello umano ci riusciamo, è solo in Dio che fanno uno. E nel Dio cristiano che è trinitario.
È troppo se le dico che quello che mi ha appena confidato lo trovo espresso anche in queste parole di Giovanni Paolo II, un papa che so non le sta molto simpatico? «Tutto il vero amore umano è reale partecipazione all’amore di Dio».
Posso essere d’accordo. Ho studiato le mistiche femminili. E ho provato ad approfondire l’intelligenza dell’amore. L’intus legere, il leggere dentro. Però resto molto esitante a usare questo linguaggio. Anzi, non lo uso proprio. Perché, vede, noi siamo esseri finiti, come possiamo dire con verità che «il vero amore umano è reale partecipazione all’amore di Dio»? Mi sento difettosa, mi vergognerei di pronunciare queste sublimi parole. E così mi ritrovo di più in papa Francesco, che è così accomodante e compassionevole.
In effetti, Dio nessuno lo ha visto e solo Gesù ha detto di sé: «Chi vede me, vede il Padre».
D’altronde anche san Paolo, che non ha mai visto Gesù, sembra un pazzo nel modo in cui parla di Gesù. Mi sono scervellata anch’io su questo e ho letto molto anche del Gesù storico. Ho concluso che si sa ben poco di Gesù. Di sicuro sappiamo che è stato condannato a morte ed è finito in croce. Perché sovversivo? Blasfemo? Zelota? Può darsi. Chissà. Ma insomma, alla fine, cosa ne sappiamo noi? Così una volta ho scritto a un amico teologo belga: «Senti, Paolo “ama Gesù”, la mia amica Romana Guarnieri, donna straordinaria, studiosa delle beghine, diceva che lei “amava Gesù”. Teresina di Lisieux di cui sono una estimatrice, “ama Gesù”. Ma insomma, mi vuoi spiegare tu personalmente come fai ad amare Gesù?». E allora lui mi risponde: «Sai, è la più bella domanda che ho mai sentito fare in vita mia». Ma non mi ha dato la risposta.
Però…
No, adesso che ricordo in realtà poi mi rispose questo: «Io amo quest’uomo che ha potuto sopportare una grandezza assoluta e portarla in giro, e viverla, questa grandezza».


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