mercoledì 18 giugno 2014

Caro cardo salutis


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di Raffaele Iannuzzi
“Caro cardo salutis”. Una verità richiamata da Tertulliano, scrittore e apologeta cristiano del II° sec. d.C.: stiamo al dato, dunque.
La carne è il cardine della salvezza. Non lo spirito. Non l’anima. Non la bontà di chissà cosa e chi. Non astratti principi generali e naturalmente non sottoponibili ad evidenza umana. No, la carne. La realtà più fragile e, insieme, la più degna di redenzione, la più redimibile nella sua paradossale fragranza di legno da ardere e fango da salvare. La carne.
L’Incarnazione di Cristo è questo: Dio accetta e sceglie la strada della caducità, rendendo quest’ultima, la carne, una ferita sanabile attraverso la quale passa la feritoia della grazia.
Questo il dato, il fatto, l’evento, come recita anche il Vangelo di San Luca.
Un paradosso senza il quale l’equilibrio – che è sempre un’unità – umano sarebbe soltanto frutto di psicologismi tanto precari quanto codificabili, dunque privi di grande speranza ultima, tecnicamente perfetti e divinamente sterili. La sterilità non è accettata da Dio, così, senza fare storie e perfino la carne grida tutto il suo dolore quando in essa incorre. Dannata la carne sterile ma anch’essa, in mano al Dio della vita, sempre redenta.
Ecco, la strada del matrimonio è questa: la carne. Il martirio della carne che genera salvezza nella dualità che tiene dentro un Terzo fattore, quello fondamentale. Massimo Serretti ha scritto pagine importanti su questo mistero del Terzo, presente in ogni struttura umana, civile innanzitutto, nel codice civile, ad esempio.
Questa dinamica della carne che genera rapporto non è solo natura, ma senza natura non si dà: ecco l’instabile equilibrio, che fa unità là dove altrimenti si darebbe soltanto dialettica oppositiva. Infatti, ogniqualvolta uomo e donna hanno voluto fronteggiarsi sul piano della animalità naturale e del sesso come genere astratto e materia ideologica ne sono usciti fuori feroci vaticini novecenteschi e una ricca e sterile stura dell’immaginazione sociologica, con tanto di crepe nella semplicità del sì donato alla vita dell’altro, per rendere più bella e compiuta la propria, ma tant’è, questa è la falsa presenza della dialettica nella vita umana. Jean-Luc Nancy, con piglio retorico postmoderno, definisce tutto questo “inquietudine”, io la dico tutta come la vedo: è il diavolo che domina il mondo, cioè il suo regno, secondo il Vangelo di San Giovanni e una montagna di tanta bella materia teologica e patristica.
Ma, si sa, di carne si vive e di carne si muore. O ferita e basta, o ferita che apre alla feritoia e allora un altro mondo in questo mondo.
Quando si giocò la partita fra duellanti – referendum sul divorzio: sì vs no, il fatale 1974, scrive Il Foglio -, la deriva era già chiara – richiamare Tertulliano, con attenzione – e Fanfani l’aveva già letta perfettamente, da buon cattolico non chiesastico e dunque non clericale, ma di pancia e sostanza: “Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l’aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la serva” (26 aprile 1974, Caltanissetta).
Anche Pasolini dava man forte sul tema. Ma non è un tema: è natura. Principio di natura, direbbe Contri. Legge e realtà. Stop. Mi imbarazza anche tematizzarla, questa cosa. Eppure.
Funziona così, leggo i processi logici e reali: a) mi sposo e la dualità, cioè io e lei, teniamo duro, perché ci siamo sposati davanti a Cristo e alla Chiesa (moralismo che costa senza la natura in ballo); b) lei mi sfugge nel rapporto, forse mi tradisce, anzi mi tradisce o comunque pensa al suo compimento senza di me (San Paolo: trattasi di tradimento): io cedo per soggettiva tensione e viene meno il giudizio, cioè l’emozione non è giudicata, ergo non tiene più niente, reattività pura; c) l’esito ultimo è lo scollamento non da un rapporto fra due soggetti liberi e oggi in difficoltà – questo ci sta, la vita è un casino, vogliamo cominciare a dirlo ai nostri ragazzi, prima che sia troppo tardi? – ma dalla natura, cioè dal fatto che l’indissolubilità è legge di natura, principio di ragione e dunque si dà – eccome! – ad ogni livello dell’uso della libertà e della ragione, prima e dentro il Sacramento, perché? Perché l’abbiamo detto: “Caro cardo salutis”. Non c’è realtà sacramentale che non si dia come natura che eleva e, insieme elevando riafferma la grandezza della mia natura.
“Chi è l’uomo perché te ne curi? Il figlio dell’uomo perché te ne dia pensiero? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai rononato” (Sal 8). Il dettaglio aureo è “quel poco meno” degli angeli: ciò che viene elevato è per ciò stesso riaffermato nella sua oggettiva natura.
La battaglia, dunque, tra sì e no nel 1974 fu preda di equivoci da parte dei cattoprogressisti nonché (ex?) cattolici “adulti”, perché questi ultimi iper-sacramentalizzarono la storia volendola ricondurre all’Eone Gesù Cristo, senza carne e senza natura, e dunque intervenne lo scollamento tra ragione e libertà umana, tra valore ontologico e naturale del matrimonio come cemento della società e non solo nido d’amore di due fragili creature finché romantica estasi non li separi (cioè, presto, prestissimo). Così venne meno – ad un tempo – la natura e il Sacramento. Noi e Loro: Noi, cattolici con il simulacro sacramentale e dunque impegnati a difendere l’ostaggio di sempre; Loro, gli agnostici “smarriti” a richiamare la libertà dell’ego, ormai depauperato della natura. Uno scacco universale della verità che si radica nella natura, perché, se di Lui ci nutriamo, è perché in natura, attraverso il segno, ciò è possibile fare. Ma, si sa, se non aderisco a natura, abortisco come pensiero. E’ questione di rara fattura epistemologica. Ne dovremo richiamare i lineamenti essenziali. Un’altra volta.