domenica 15 giugno 2014

Il diritto ai figli e il dovere di abortire

Corte CostituzionaleNegri: La Consulta tradisce la Costituzione
di Riccardo Cascioli


Stupefatto e preoccupato per la deriva ideologica della più alta magistratura italiana, che tradisce la Costituzione arrogandosi competenze non sue e promuovendo forme giuridiche e istituzionali nuove. È la reazione di monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio – ma ci tiene a precisare che in questo caso parla da «cittadino comune, senza implicare la responsabilità ecclesiale» – alle ultime sentenze della Corte costituzionale che hanno stabilito «il diritto al figlio» e imposto al Parlamento di riconoscere le unioni civili, anche fra persone dello stesso sesso.
Monsignor Negri, anche a proposito di queste ultime sentenze della Corte Costituzionale si è parlato in questi giorni di magistratura creativa.Non so se la magistratura debba essere creativa, io so che la magistratura deve cercare di applicare la legge in un modo che sia adeguato: adeguato alla vita della società, adeguato anche a coloro che contingentemente si trovano ad essere oggetto della responsabilità della magistratura. Invece il cittadino comune assiste ogni giorno più stupefatto alla sostanziale modifica dei criteri fondamentali che hanno costituito il riferimento ideale della Costituzione e delle nostre istituzioni. In questi giorni ci siamo sentiti dire che appartiene alla struttura ultima della Costituzione italiana il diritto ad avere un figlio come principio incoercibile ed espressione della autodeterminazione della persona.
Princìpi che in effetti non troviamo nella Costituzione.Autodeterminazione è concetto ideologico, facilmente recuperabile all’interno di quel movimento secolarista, laicista e anticattolico che costituisce una parte delle ideologie presenti nel nostro paese, ma che certamente non ha determinato i princìpi fondamentali della Costituzione. Dire che in nome della Costituzione è necessario consentire questo diritto ad avere un figlio è fatto sostanzialmente incomprensibile.
Cosa è invece il figlio per la Costituzione?Per la immagine di famiglia naturale - e non di famiglia cattolica, si badi bene - che sta alla base della nostra Costituzione, il figlio trova la sua collocazione ideale e pratica all’interno di una comunione di vita precisamente normata dalla Costituzione e dal diritto italiano e che non lo vede come diritto dell’autodeterminazione né del singolo né della coppia, ma lo vede come gravissima e irriducibile responsabilità culturale, etica e sociale. Affermare che il figlio è un diritto incoercibile significa surrettiziamente far passare dei principi di riferimento della famiglia e del nostro Stato che non trovano alcuna formulazione né alcuna difesa nella nostra Costituzione. Questo è il fatto grave per il presente e per il futuro della nostra società.
Certe sentenze vengono giustificate con la difficoltà che hanno tante coppie nell’avere figli e dei problemi che ne derivano.Ma tutt’altro la “gente gente” (il popolo, secondo la definizione che ne dava monsignor Luigi Giussani) si sarebbe aspettata dai difensori della nostra Costituzione: collocare la difficoltà con cui talune coppie sono chiamate a vivere questa loro responsabilità ma in termini che tengano presenti tutti i fattori che costituiscono il riferimento della nostra Costituzione e hanno costituito l’impianto vivo e attivo della nostra socialità.
Poi è arrivata anche la sentenza sulla coppia dove uno dei protagonisti cambia sesso e però vogliono restare sposati. Qui la Corte Costituzionale ha confermato lo scioglimento del matrimonio ma imponendo al Parlamento di riconoscere le unioni civili in modo che i due possano continuare a godere degli stessi diritti.È una sentenza altrettanto stupefacente, anche questa chiaramente ideologica. È certo che non compete alla più alta magistratura – sia essa la Corte Costituzionale o la Corte di Cassazione - operare interventi di carattere ideologico che eccede i suoi compiti e le sue responsabilità. Oggi come oggi il diritto della persona, della famiglia, dei gruppi, delle realtà sociali, sembra più riferito o dipendente dalle ideologie che di volta in volta vengono messe in primo piano da una parte della magistratura, che non da quell’ethos sociale e storico di cui la magistratura dovrebbe essere in ogni caso custode e promotrice. Le grandi rivoluzioni - se proprio si vuole sprecare questo termine per queste vicende assolutamente banali - non si affermano in questo modo surrettizio e ultimamente imposto alla mentalità dei nostri cittadini e della nostra vita sociale.
Protestiamo giustamente per queste sentenze della Corte Costituzionale che toccano famiglia e vita, però vediamo che nel frattempo in Parlamento sta arrivando una valanga di proposte di legge che vanno nella stessa direzione.Con una grande differenza: che il Parlamento fa il suo lavoro. Esso è espressione di una vita sociale in difficoltà, in contrapposizione, talora in contraddizione in cui vivono profonde lacerazioni; è comprensibile che sia chiamato a legiferare tenendo conto della varietà delle posizioni. Toccherà poi alla maggioranza stabilire una linea e alla minoranza eventualmente mettere in atto tutte le contromisure.
Il Parlamento nell’affronto di questi problemi gode di una sua sovranità, la magistratura invece non ha il compito di promuovere forme giuridiche e istituzionali nuove. Se lo fa eccede dal suo preciso ambito e competenze. Mi sembra avesse ragione il presidente Cossiga, che in molte occasioni esprimeva fortissime riserve con questo modo di procedere della magistratura, che adesso sta raggiungendo le estreme e deplorevoli conseguenze.


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Quando l'aborto diventa un "obbligo"
di Tommaso Scandroglio

Un noto adagio recita che fa più rumore un albero che cade che un’intera foresta che cresce. Eppure sul fronte della vita nascente intere foreste vengono rase al suolo senza però che si senta il benché minimo rumore. Alcuni esempi. La Usl 16 di Piove di Sacco nell’agosto 2013 aveva firmato una convenzione con il Movimento per la Vita (Mpv) affinchè aprisse uno sportello presso l’ospedale cittadino per fornire consulenza alle donne che volevano abortire. Dava anche la possibilità ai volontari di girare per i reparti muniti di un distintivo di riconoscimento.

Il consigliere regionale Pietrangelo Pettenò (Federazione della Sinistra) propose allora un’interrogazione alla giunta Zaia per bloccare l’iniziativa: «Non risulta approvato nessun regolamento regionale in materia, come prevede la legge. Inoltre viene sollevato il dubbio sulla legittimità, e sull’opportunità, che un direttore generale possa autonomamente stabilire che in corsia possano aggirarsi dei volontari per contattare donne ricoverate. La giunta chiarisca e intervenga per garantire i diritti delle donne». Gli fece eco Daniela Ruffini, presidente del consiglio comunale: «In qualità di capogruppo di Rc farò di tutto per contrastare un’idea di pessimo gusto, volgare. Mi vengono i brividi a pensare che in un momento così critico una donna debba pure essere tormentata. Con tutti i problemi che assillano la nostra sanità, il taglio dei letti, dei servizi e dei convenzionati, spendere soldi per gli antiabortisti è un affronto ai cittadini e ai malati. E’ una decisione di una gravità assoluta». 
Ed ecco che nei giorni scorsi è arrivata la decisione della Regione valida per tutti gli ospedali: bocciata la proposta di permettere ai volontari pro-life di entrare nelle strutture ospedaliere. L’IDV, Sinistra Veneta e PD hanno votato a favore del “divieto di accesso” ai volontari; Forza Italia e NCD si sono astenuti.
Tutto questo in barba all’articolo 2 della 194 che così recita: “I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato”. Tra l’altro tale decisione dei dirigenti ospedalieri di aprire le porte alle associazioni pro-life non deve sottostare al nulla osta né del Comune, né della Provincia, né della Regione. 
Giriamo pagina. Il 7 giugno scorso la Consulta di Bioetica onlus lancia per il terzo anno consecutivo la campagna “Il buon medico non obietta”, volta a strozzare il diritto costituzionalmente garantito dell’obiezione di coscienza. Tanto per descrivere la fisionomia della Consulta ricordiamo che il suo presidente è Maurizio Mori; uno dei vicepresidenti è Francesca Minerva, che insieme ad Alberto Giubilini – consigliere della Consulta – firmò quel famigerato articolo sulla liceità di praticare il cosiddetto post-aborto (infanticidio); e come tesoriere figura il dottor Mario Riccio, che aiutò Piergiorgio Wekby a morire.

La campagna “Il buon medico non obietta” prevede una serie di incontri in giro per l’Italia al fine di attirare "l'attenzione sull'inaccettabilità morale del diritto all'obiezione di coscienza a più di trent'anni all'approvazione della legge 194". In una nota la Consulta fa sapere che “oggi non c'è più bisogno di riconoscere il diritto all'obiezione di coscienza in quanto chi contesta l'accettabilità morale dell'interruzione di gravidanza può sempre scegliere una professione o specializzazione che non prevede questa pratica". Come dire che uno dei fini del medico, oltre a quello di curare e nel caso guarire, è anche quello di sopprimere i bambini nel ventre delle loro madri. E se non accetti questo aspetto della professione, caro medico, allora è meglio che cambi mestiere (lasciando così il campo aperto solo agli abortisti).
"Il progetto – continua la nota - vuole essere un manifesto per la libertà delle donne che vogliono interrompere la gravidanza e che oggi, nonostante la legge, vivono grossi disagi tra tempi d'attesa lunghi e difficoltà a trovare medici non obiettori. Dire che gli operatori sanitari devono avere il diritto di agire secondo coscienza significa non vedere che il dovere principale dell'operatore sanitario è quello di essere vicino alle scelte delle donne e promuovere il loro bene". Da qui la richiesta di "abrogazione dell'articolo 9 della legge 194" che tutela l’obiezione di coscienza. 
In merito proprio all’obiezione di coscienza moltissimi sono stati gli attacchi recenti a questo istituto (si legga “Quando il piccione da impallinare è l’obiettore” e “Gli obiettori nel mirino del ministro Bonino”). Nel gennaio del 2014 la CGIL ha presentato un reclamo al Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa perché gli obiettori in Italia sarebbero troppi. Il mese dopo il Consiglio per i diritti dell’uomo delle Nazioni unite pubblica un Report sulla “Tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani e degradanti" dove l’obiezione di coscienza figura come pratica di tortura. Poi nel maggio successivo l’ex Ministro degli esteri Emma Bonino in un convegno a Milano afferma che “l’esercizio del diritto all’obiezione di coscienza […] sta mettendo a rischio il diritto delle donne di interrompere la gravidanza nei tempi e nelle modalità previste dalla legge 194”.

A giugno – come raccontavamo in un precedente articolo – “una trentina di senatori di Pd, Pdl, Gal, Scelta civica, M5s, Sel hanno presentato una mozione in Senato affinchè si preveda che il 50% dei medici non sia obiettore e che l’aborto sia considerato come una reale opzione per le donne”. Da qui un’indagine del governo per passare al setaccio gli obiettori e verificare che non mettano il bastone tra le ruote all’aborto di Stato. Risultato: la macchina abortiva funziona benissimo, soprattutto - per paradosso - laddove ci sono più obiettori (come già faceva notare un documento del Comitato Nazionale di Bioetica).
Giriamo ancora un’altra pagina di questo libro nero sul diritto alla vita. A fine marzo di quest’anno si tagliano i fondi ai progetti Nasko e Cresco voluti dalla Regione Lombardia per aiutare le donne in difficoltà economiche a portare avanti la gravidanza e a crescere il loro bambino in tutta serenità. Il taglio è avvenuto rendendo più difficile per le mamme entrare nelle categorie di persone che possono beneficiare dei sussidi: si è passati da un anno di residenza in Lombardia per poter accedere ai fondi a cinque anni; da un reddito di 12mila euro a uno di 7.700. Il taglio ha penalizzato soprattutto le mamme extracomunitarie.
C’è un filo rosso sangue che lega tutte queste vicende. Il fine non è tanto quello di rendere sempre più agevole abortire a chi ha l’intenzione di farlo – questo avviene già in tutta comodità – bensì di spingere a sopprimere il proprio bambino la donna che non è proprio convinta di abortire. Ecco perché allontanare i volontari pro-life dagli ospedali, ecco perché mettere in un angolo il medico obiettore – perché la sua coscienza obiettrice può far risvegliare altre coscienze non ancora totalmente obnubilate dal male – ecco perché non aiutare quelle donne che con qualche euro in più potrebbero cambiare proposito. L’obiettivo quindi è di andare a caccia delle madri dubbiose o in difficoltà eliminando tutti coloro che si frappongo alla meta. Aborto per tutte, dunque, anche per quelle con altre idee per la testa.