mercoledì 18 giugno 2014

Meditazione sulla vita e la morte



Dall’accademico di Francia François Cheng. 

(Lucetta Scaraffia)
Della morte oggi si parla molto, ma è una morte contesa fra chi vuole l’eutanasia e chi combatte per prolungare la vita a ogni costo: in sostanza, si tratta sempre del tentativo di impadronirsi del destino di morte, di addomesticarlo in nome di ideologie o principi che, nella contrapposizione, si irrigidiscono. Non ci si accosta più alla morte come oggetto di meditazione, anzi come il tema di meditazione per eccellenza per ogni essere umano. Per questo è particolarmente felice e opportuno il libro di François Cheng — migrante cinese diventato accademico di Francia — Cinque meditazioni sulla morte, ovvero sulla vita (Torino, Bollati Boringhieri, 2014, pagine 128, euro 15), svolte prima a voce davanti a un pubblico scelto, poi scritte. In esse Cheng intreccia la sua vita, le sue esperienze e le sue letture, soprattutto di poesia, con le grandi tradizioni di pensiero e religiose che conosce, e che conosce molto bene: quella cinese e quella ebraico-cristiana. Si tratta quindi di un libro al tempo stesso laico e profondamente religioso, ricchissimo di spunti e di osservazioni profonde, di piacevole e non difficile lettura.
Nel rispetto della tradizione cinese, così attenta agli antenati, egli comincia ricordando che veniamo da lontano: «Ciascuno di noi è erede di una lunga stirpe, fatta di generazioni che non conosce, ed è stato determinato da inestricabili legami di sangue che non aveva scelto». E restituisce un senso alla vita partendo da questa semplice constatazione: «Se la nostra esistenza non avesse alcun senso, l’idea stessa di senso non ci avrebbe mai sfiorati». Mentre sappiamo invece che l’umanità si è sempre interrogata sul senso della vita, e ancora di più su quello della morte. Che siano indissolubilmente legati, costituisce una realtà indubbia, perché è proprio la coscienza della morte che ci fa provare amore per la vita, ce la fa vedere come un bene assoluto.
Proprio per questo Cheng ritorna alla «nostra sorella morte» di Francesco, e ne coglie l’occasione per proporre un mutamento di prospettiva: cioè guardare la vita dal punto di vista della morte, capovolgendo così la nostra posizione abituale. Questa visione, più aperta, ci porta a vedere nella nostra vita uno slancio verso la grande Avventura e non una corsa verso la fine.
Mettersi in una posizione simile, che cioè sta al confine fra la vita e la morte, permette di instaurare il dialogo fra i vivi e i morti, i quali, se non vengono dimenticati, possono partecipare alle nostre vite, proteggerci: «Non dimenticare i morti significa dunque, in senso più universale, imparare la gratitudine nei loro confronti e, attraverso di loro, nei confronti della vita».
Perché è proprio la coscienza della morte, che pure ci tormenta, a farci comprendere che la vita è un dono inaudito, sacro. E da questa intuizione nasce un miracolo: «Tra gli esseri caratterizzati dalla finitezza scaturisce una gioia che è propria dell’infinito».
Dal momento che tutti sperimentiamo nella nostra vita tante morti a noi stessi, a un sé angusto e chiuso, per accedere a una vita più libera e più aperta, siamo consapevoli che dobbiamo «fare atto continuamente di essere a partire dal non-essere». In questa consapevolezza Cheng individua il punto di contatto fra le due tradizioni a cui ha avuto accesso, l’orientale cinese e l’occidentale, cristiana: entrambe hanno in comune l’idea di morire a se stessi, di svuotarsi per poi essere riempiti, da Dio o dal Soffio primordiale.
La coscienza della morte ci invita a superare noi stessi, a realizzarsi, a superare la nostra condizione ordinaria, e lo facciamo attraverso la passione, l’avventura. Una passione che è anche passione d’amore, un amore forte come la morte come quello invocato dal Cantico dei cantici.
La morte ci invita anche alla trascendenza, cioè al riconoscimento di un terzo fra mente e corpo, l’anima. Un terzo elemento «che permette all’uomo di comunicare senza ostacoli con l’anima dell’universo».
Cheng vede collegati alla morte due misteri: quello della bellezza e quello del male.
La bellezza è un dono gratuito, non necessario — l’universo avrebbe potuto essere unicamente funzionale, non anche bello — che ci avvicina alla morte proprio perché ci sfugge: «Attaccamento-distacco: è questa la condizione della bellezza. Essa acuisce la nostra consapevolezza della morte».
Solo gli artisti, creatori di bellezza, riescono a superare lo spazio-tempo e trascendere la separazione e la morte.
Il male invece strumentalizza la morte, trasformandola — con l’omicidio — in un buco nero nel regno del vivente.
Nella quarta meditazione, Cheng affronta il problema dell’immortalità dell’anima, non solo ripercorrendo le credenze nell’immortalità di varie culture, ma raccontando anche sue significative esperienze personali. In conclusione, egli scrive di provare «la netta sensazione di una trasmissione da anima a anima, la singolare convinzione che, alla fine, da qualche parte, qualcosa si sia realizzato. E che il tempo della metamorfosi possa fin d’ora mettersi in cammino».
La riflessione sull’immortalità diventa ovviamente una riflessione su Dio, davanti al cui mistero mille domande s’infrangono. Anche qui, Cheng propone un rovesciamento interessante: «Piuttosto che porci sempre di fronte al Creatore, e fissarlo come rivoltosi o questuanti, proviamo a porci nel cuore stesso della Creazione e immaginare ciò che è possibile». Comprenderemmo così che lo sviluppo della vita «è un’avventura sia per gli uomini sia per Dio. O meglio, se gli uomini fallissero, sarebbe un fallimento per lui. Questo Dio da cui è cominciata la vita, da cui il cammino della Via è assicurato, non è quello che si era accontentato di dare un colpetto iniziale per mettere in moto la storia».
Il suo fine, infatti, è quello di tramutare il processo della vita nell’ordine superiore della vera vita, e per ottenere questo «a Dio servirà niente meno che tutta l’esperienza vissuta dall’umanità su questa terra. Avrà bisogno di tutti coloro che hanno attraversato una vita quaggiù, che sono passati per la morte e portano in sé tutta la sete e la fame, tutte le ferite e le privazioni, tutti gli slanci senza fine verso la vera vita. Attraverso tutte le prove dell’amore irrealizzato, le loro anime hanno assorbito i doni del corpo e dello spirito. Diventati anime, sono finalmente liberi, e pronti a vivere la vera vita». Perché, proprio come dice il poeta, «la terra è una valle in cui crescono le anime».
L'Osservatore Romano