Divorziati, le ambigue soluzioni dei "pietisti"
A margine delle discussioni che hanno preceduto e tuttora accompagnano il Sinodo straordinario sulla famiglia (5–19 ottobre 2014) va osservato il continuo e crescente avvicendarsi di “cattivi maestri” e di “falsi profeti” che annunciano come già in arrivo una nuova Chiesa non più sottomessa ai vincoli del dogma e della morale, aperta alle istanze della “base” e pronta a cancellare gli “storici steccati” che separano i cattolici dai protestanti e dagli ortodossi.
Molti studiosi italiani hanno messo in evidenza la deriva "anti-dogmatica”, o meglio “a-dogmatica” di questi discorsi, recepiti con entusiasmo (naturalmente!) dai media laicisti, dalla Repubblica al Sole24Ore e alla Stampa (qui scrive tra gli altri Gianni Vattimo, il filosofo del «pensiero debole», che già vent’anni fa chiedeva a gran voce un «cristianesimo senza papa e senza dogmi»). Io ne ho parlato approfonditamente nel mio trattato su Vera e falsa teologia (2012) e più recentemente pubblicando una raccolta di scritti del cardinale Giuseppe Siri che ho intitolato Dogma e liturgia (2014). Ma anche papa Benedetto XVI aveva sapientemente precisato che «pastorale e dogma s’intrecciano in modo indissolubile; è la verità di Colui che è a un tempo “Logos” e “Pastore”, come ha profondamente compreso la primitiva arte cristiana, che raffigurava il Logos come Pastore e nel Pastore scorgeva il Verbo eterno che è per l’uomo la vera indicazione della vita».
Molti studiosi italiani hanno messo in evidenza la deriva "anti-dogmatica”, o meglio “a-dogmatica” di questi discorsi, recepiti con entusiasmo (naturalmente!) dai media laicisti, dalla Repubblica al Sole24Ore e alla Stampa (qui scrive tra gli altri Gianni Vattimo, il filosofo del «pensiero debole», che già vent’anni fa chiedeva a gran voce un «cristianesimo senza papa e senza dogmi»). Io ne ho parlato approfonditamente nel mio trattato su Vera e falsa teologia (2012) e più recentemente pubblicando una raccolta di scritti del cardinale Giuseppe Siri che ho intitolato Dogma e liturgia (2014). Ma anche papa Benedetto XVI aveva sapientemente precisato che «pastorale e dogma s’intrecciano in modo indissolubile; è la verità di Colui che è a un tempo “Logos” e “Pastore”, come ha profondamente compreso la primitiva arte cristiana, che raffigurava il Logos come Pastore e nel Pastore scorgeva il Verbo eterno che è per l’uomo la vera indicazione della vita».
Sull’argomento è poi tornato il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un libro-intervista che è uscito un mese fa contemporaneamente in Italia, in Spagna e negli Stati Uniti (l’edizione italiana, a cura dell’Ares, si intitola La speranza della famiglia), il porporato tedesco ha messo molto bene in evidenza il carattere a-dogmatico delle proposte di cambiamento della prassi ecclesiastica a riguardo del matrimonio e della famiglia.
Nel denunciare l’impossibilità di accettare quelle proposte – che, secondo Walter Kasper e tanti altri, sarebbero giustificate dai mutamenti sociali in atto e dall’insofferenza di molti fedeli alla morale cattolica - il cardinale Müller ha detto con grande precisione teologica: «Un semplice “adattamento” della realtà del matrimonio alle attese del mondo non dà alcun frutto, anzi risulta controproducente: la Chiesa non può rispondere alle sfide del mondo attuale con un adattamento pragmatico. Opponendoci a un facile adattamento pragmatico, siamo chiamati a scegliere l’audacia profetica del martirio. Con essa, potremo testimoniare il Vangelo della santità del matrimonio. Un profeta tiepido, mediante un adeguamento allo spirito dell’epoca, cercherebbe la propria salvezza, non la salvezza che solamente Dio può dare».
Sono stati tanti i cardinali (oltre al già citato Gerhard Ludwig Müller, ricordo Carlo Caffarra, Velasio De Paolis, Walter Brandmüller, Thomas Collins e Raymond L. Burke) che hanno voluto pubblicare degli scritti per opporsi, con argomentazioni serene e soprattutto pertinenti, al tentativo di fare pressione sul Sinodo nella speranza di ottenere un pronunciamento della maggioranza dei centonovantuno padri sinodali e addirittura di papa Francesco a favore del cambiamento della prassi pastorale della Chiesa.
Ciò peraltro non è possibile che accada, perché costituirebbe un sostanziale cambiamento della Chiesa stessa, ossia l’avvento di quella nuova Chiesa a-dogmatica che da anni tanti cattivi maestri come Hans Küng e tanti falsi profeti come Enzo Bianchi vanno annunciando e preparando (preparando con l’annunciarla), senza peritarsi di attribuire allo stesso papa Francesco i loro disegni rivoluzionari. L’attuazione di tali disegni, per quanto riguarda la pastorale del matrimonio e della famiglia, comporterebbe l’abolizione dell’enciclicaHumane vitae (Paolo VI) e dell’esortazione apostolica Familiaris consortio (Giovanni Paolo II), oltre naturalmente ai canoni del Concilio ecumenico di Trento sui sacramenti del Matrimonio, dell’Eucaristia e della Penitenza.
Insomma, ci sono solide ed evidenti ragioni per rassicurare quei fedeli che possono essere stati turbati da tante estemporanee e imprudenti esternazioni di alcuni teologi, sia veri (come Dionigi Tettamanzi) che presunti (come Gianfranco Ravasi), i quali si sono dichiarati convinti delle argomentazioni di Walter Kasper sulla necessità di riformare la pastorale. Io vado ripetendo a tutti di stare tranquilli, perché la fede e la speranza teologali ci assicurano dell’indefettibilità della Chiesa, garantita da Cristo stesso, e ciò vuol dire che nessuna maggioranza sinodale (e tanto meno una minoranza, per quanto vociante) finirà per imporre al papa l’autodistruzione della Chiesa, che Cristo gli ha affidato per governarla in suo nome, come suo Vicario.
Nel denunciare l’impossibilità di accettare quelle proposte – che, secondo Walter Kasper e tanti altri, sarebbero giustificate dai mutamenti sociali in atto e dall’insofferenza di molti fedeli alla morale cattolica - il cardinale Müller ha detto con grande precisione teologica: «Un semplice “adattamento” della realtà del matrimonio alle attese del mondo non dà alcun frutto, anzi risulta controproducente: la Chiesa non può rispondere alle sfide del mondo attuale con un adattamento pragmatico. Opponendoci a un facile adattamento pragmatico, siamo chiamati a scegliere l’audacia profetica del martirio. Con essa, potremo testimoniare il Vangelo della santità del matrimonio. Un profeta tiepido, mediante un adeguamento allo spirito dell’epoca, cercherebbe la propria salvezza, non la salvezza che solamente Dio può dare».
Sono stati tanti i cardinali (oltre al già citato Gerhard Ludwig Müller, ricordo Carlo Caffarra, Velasio De Paolis, Walter Brandmüller, Thomas Collins e Raymond L. Burke) che hanno voluto pubblicare degli scritti per opporsi, con argomentazioni serene e soprattutto pertinenti, al tentativo di fare pressione sul Sinodo nella speranza di ottenere un pronunciamento della maggioranza dei centonovantuno padri sinodali e addirittura di papa Francesco a favore del cambiamento della prassi pastorale della Chiesa.
Ciò peraltro non è possibile che accada, perché costituirebbe un sostanziale cambiamento della Chiesa stessa, ossia l’avvento di quella nuova Chiesa a-dogmatica che da anni tanti cattivi maestri come Hans Küng e tanti falsi profeti come Enzo Bianchi vanno annunciando e preparando (preparando con l’annunciarla), senza peritarsi di attribuire allo stesso papa Francesco i loro disegni rivoluzionari. L’attuazione di tali disegni, per quanto riguarda la pastorale del matrimonio e della famiglia, comporterebbe l’abolizione dell’enciclicaHumane vitae (Paolo VI) e dell’esortazione apostolica Familiaris consortio (Giovanni Paolo II), oltre naturalmente ai canoni del Concilio ecumenico di Trento sui sacramenti del Matrimonio, dell’Eucaristia e della Penitenza.
Insomma, ci sono solide ed evidenti ragioni per rassicurare quei fedeli che possono essere stati turbati da tante estemporanee e imprudenti esternazioni di alcuni teologi, sia veri (come Dionigi Tettamanzi) che presunti (come Gianfranco Ravasi), i quali si sono dichiarati convinti delle argomentazioni di Walter Kasper sulla necessità di riformare la pastorale. Io vado ripetendo a tutti di stare tranquilli, perché la fede e la speranza teologali ci assicurano dell’indefettibilità della Chiesa, garantita da Cristo stesso, e ciò vuol dire che nessuna maggioranza sinodale (e tanto meno una minoranza, per quanto vociante) finirà per imporre al papa l’autodistruzione della Chiesa, che Cristo gli ha affidato per governarla in suo nome, come suo Vicario.
Ma prima, oltre a queste considerazioni propriamente teologiche, ho voluto citare una frase del cardinale Gerhard Ludwig Müller perché serve a integrare il discorso con l’opportuno richiamo alla categoria logico-retorica del “pragmatismo”. Il pragmatismo è infatti la versione “performativa” (ossia, operativa) del relativismo, sotto la cui dittatura viviamo ufficialmente dai tempi di papa Benedetto XVI, che la denunciò vigorosamente. L’«adattamento pragmatico» di cui parla Müller consiste nell’adattare la Chiesa alle (presunte) nuove istanze dei fedeli, e anche degli infedeli, ai quali si vuol apparire dialoganti sempre e a ogni costo. Ciò implica la decisione di mettere in soffitta il dogma, appellandosi alle sole (presunte) esigenze di azione pastorale nella liturgia, nella catechesi, nell’amministrazione dei sacramenti. Si dice infatti e si ripete che «la dottrina non viene toccata ma si affrontano le sfide della società di oggi». In altri termini, la dottrina da una parte e la pastorale dall’altra. Qualcosa come “i commenti separati dalle notizie”, come dicevano i settimanali politici di un tempo.
Ma che cosa vuol dire in concreto, che «la dottrina resta immutata mentre la pastorale deve cambiare per adeguarsi ai tempi»? Prima ancora di discutere se questa affermazione è ortodossa, bisogna chiedersi se ha senso. La risposta che io, come studioso di logica e di filosofia del linguaggio, ritengo che si debba dare è che frasi di questo genere non hanno di per sé alcun senso.
In effetti, la pastorale è un insieme di decisioni, di iniziative, di scelte, insomma di azioni, i cui soggetti sono persone consapevoli e (si spera) responsabili. Ora, qualunque azione umana, sia di un singolo come privato sia di un singolo come rappresentante di un’istituzione, è regolata intrinsecamente – a rigor di logica, e dalla logica non si scappa – da un’intenzione, da un criterio, quindi in definitiva da dei principi, dunque da una dottrina. Di conseguenza, quando certi teologi e anche certi ecclesiastici con autorità episcopale dicono che cercano soluzioni “pastorali” diverse da quelle che la Chiesa ha adottato finora, e aggiungono che però non intendono cambiare la dottrina, dicono una cosa assolutamente illogica, una cosa che essi vorrebbero fosse presa per buona (ossia, come un’ipotesi plausibile) da parte del pubblico al quale si rivolgono, ma che loro per primi sanno che non ha alcun senso. In realtà quelle frasi sono mera retorica, una cortina fumogena che serva a nascondere i veri obiettivi, i fini reali dei cambiamenti che si vogliono attuare.
Non posso certamente sapere che cosa costoro hanno in mente e nella coscienza, ma – stando alla logica dei fatti (e i discorsi sono anch’essi dei fatti) - le possibilità sono solo due: o quelle frasi nascondono l’intenzione di cambiare davvero la dottrina, ma senza dirlo esplicitamente (il che sarebbe proprio da ipocriti, e quindi certamente non è il caso delle persone cui mi riferisco); oppure nascondono un’intenzione che in astratto può apparire meno eterodossa ma in pratica costituisce una minaccia grave per la fede cattolica: l’intenzione di lasciare la dottrina della Chiesa così com’è, senza introdurre cambiamenti formali ma senza nemmeno applicarla alla vita della Chiesa, il che significa cominciare (o continuare) ad agire nella prassi pastorale secondo altri principi e altri criteri: altri principi e altri criteri, che allora sarebbero non-dottrinali, estranei cioè al dogma, quindi indipendenti da quello che Dio ha rivelato come verità salvifiche e che ogni fedele è tenuto a credere nel proprio cuore, a professare esteriormente e a vivere personalmente. Quindi non si tratterebbe di criteri teologici ma di criteri umani, sostanzialmente politici, come si deduce dal linguaggio usato nei loro messaggi e dai mezzi adoperati per diffonderlo nell’opinione pubblica.
In effetti, la pastorale è un insieme di decisioni, di iniziative, di scelte, insomma di azioni, i cui soggetti sono persone consapevoli e (si spera) responsabili. Ora, qualunque azione umana, sia di un singolo come privato sia di un singolo come rappresentante di un’istituzione, è regolata intrinsecamente – a rigor di logica, e dalla logica non si scappa – da un’intenzione, da un criterio, quindi in definitiva da dei principi, dunque da una dottrina. Di conseguenza, quando certi teologi e anche certi ecclesiastici con autorità episcopale dicono che cercano soluzioni “pastorali” diverse da quelle che la Chiesa ha adottato finora, e aggiungono che però non intendono cambiare la dottrina, dicono una cosa assolutamente illogica, una cosa che essi vorrebbero fosse presa per buona (ossia, come un’ipotesi plausibile) da parte del pubblico al quale si rivolgono, ma che loro per primi sanno che non ha alcun senso. In realtà quelle frasi sono mera retorica, una cortina fumogena che serva a nascondere i veri obiettivi, i fini reali dei cambiamenti che si vogliono attuare.
Non posso certamente sapere che cosa costoro hanno in mente e nella coscienza, ma – stando alla logica dei fatti (e i discorsi sono anch’essi dei fatti) - le possibilità sono solo due: o quelle frasi nascondono l’intenzione di cambiare davvero la dottrina, ma senza dirlo esplicitamente (il che sarebbe proprio da ipocriti, e quindi certamente non è il caso delle persone cui mi riferisco); oppure nascondono un’intenzione che in astratto può apparire meno eterodossa ma in pratica costituisce una minaccia grave per la fede cattolica: l’intenzione di lasciare la dottrina della Chiesa così com’è, senza introdurre cambiamenti formali ma senza nemmeno applicarla alla vita della Chiesa, il che significa cominciare (o continuare) ad agire nella prassi pastorale secondo altri principi e altri criteri: altri principi e altri criteri, che allora sarebbero non-dottrinali, estranei cioè al dogma, quindi indipendenti da quello che Dio ha rivelato come verità salvifiche e che ogni fedele è tenuto a credere nel proprio cuore, a professare esteriormente e a vivere personalmente. Quindi non si tratterebbe di criteri teologici ma di criteri umani, sostanzialmente politici, come si deduce dal linguaggio usato nei loro messaggi e dai mezzi adoperati per diffonderlo nell’opinione pubblica.
Si tratta di un fenomeno (negativo) di comunicazione sociale che sto studiando da anni nel linguaggio di coloro che parlano di filosofia. Anche tra i filosofi la retorica (l’ambiguità del linguaggio, la sollecitazione dei sentimenti più superficiali e degli ideali utopici, la restrizione mentale) sostituisce troppo spesso l’argomentazione razionale, l’onesta manifestazione dei principi dai quali si parte e dei fini che ci si prefigge. E sempre, quando si agisce con fini politici, l’arma della propaganda si basa sulla suggestione delle parole che ipostatizzano concetti astratti (la Storia, il Futuro, il Cambiamento, il Progresso, l’Apertura), nella speranza che il pubblico non si accorga che manca qualsiasi forma di coerenza logica tra questi termini e il “senso comune”, ossia l’esperienza esistenziale, concreta, di tutti gli uomini.
Analogamente, molti all’interno della Chiesa si servono della retorica per attuare i loro fini politici, e così facendo uniscono le loro forze alle forze politiche che dall’esterno combattono la vera Chiesa di Cristo. So benissimo che la retorica può essere anche finalizzata a veicolare idee buone (lo insegnava Aristotele molti secoli or sono), così come può essere buona anche la politica. Ma quando la retorica è l’arma che si adopera per trionfare in una discussione teologica come quella che riguarda i problemi della pastorale che il Sinodo sta affrontando, allora la politica (i fini) non può essere buona, perché la missione che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è di “fare politica” ma di evangelizzare, santificare, governare in nome di Cristo stesso e con la sua grazia. Nemmeno sarà buona la retorica (i mezzi) perché gli insegnamenti della Chiesa non sono efficaci, non evangelizzano veramente, se non sono semplici, chiari e basati più sulla conoscenza (teologale) della volontà salvifica di Dio che sulla conoscenza (sociologica) della volontà di quei fedeli e di quei Pastori che esprimono le loro personali opinioni umane, di minoranza o di maggioranza che siano.
Analogamente, molti all’interno della Chiesa si servono della retorica per attuare i loro fini politici, e così facendo uniscono le loro forze alle forze politiche che dall’esterno combattono la vera Chiesa di Cristo. So benissimo che la retorica può essere anche finalizzata a veicolare idee buone (lo insegnava Aristotele molti secoli or sono), così come può essere buona anche la politica. Ma quando la retorica è l’arma che si adopera per trionfare in una discussione teologica come quella che riguarda i problemi della pastorale che il Sinodo sta affrontando, allora la politica (i fini) non può essere buona, perché la missione che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è di “fare politica” ma di evangelizzare, santificare, governare in nome di Cristo stesso e con la sua grazia. Nemmeno sarà buona la retorica (i mezzi) perché gli insegnamenti della Chiesa non sono efficaci, non evangelizzano veramente, se non sono semplici, chiari e basati più sulla conoscenza (teologale) della volontà salvifica di Dio che sulla conoscenza (sociologica) della volontà di quei fedeli e di quei Pastori che esprimono le loro personali opinioni umane, di minoranza o di maggioranza che siano.
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Sull'accesso alla comunione il dibattito più caldo
La questione dei divorziati risposati ha tenuto banco negli ultimi due giorni, con un dibattito che s’è fatto via via più «partecipato, appassionato e coinvolgente». Che sul tema non ci sia un’uniformità di vedute lo ha confermato padre Lombardi durante l'apertura del briefing quotidiano: «C’è una linea che sostiene con molta decisione che se il legame è valido non è ammissibile il riaccostamento dei divorziati risposati e c’è una linea che invece chiede di venire incontro alle diverse situazioni specifiche, ipotizzando l’accesso all’eucaristia».
Impossibile fare oggi la conta, ha aggiunto il portavoce vaticano,benché nella Relatio Synodi sarà chiaro l’orientamento prevalente. Come la pensi il Papa, l’ha rivelato il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi: «Salvare la dottrina, ma partire dalle singole persone e dalle loro concrete situazioni di necessità e sofferenze». Il percorso potrebbe portare i vescovi diocesani, «o un gruppo di vescovi», a decidere caso per caso, aprendo quindi al riaccostamento alla comunione dei divorziati risposati. La pastorale, è stato aggiunto, dovrà essere «colma di misericordia, non repressiva».
Impossibile fare oggi la conta, ha aggiunto il portavoce vaticano,benché nella Relatio Synodi sarà chiaro l’orientamento prevalente. Come la pensi il Papa, l’ha rivelato il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi: «Salvare la dottrina, ma partire dalle singole persone e dalle loro concrete situazioni di necessità e sofferenze». Il percorso potrebbe portare i vescovi diocesani, «o un gruppo di vescovi», a decidere caso per caso, aprendo quindi al riaccostamento alla comunione dei divorziati risposati. La pastorale, è stato aggiunto, dovrà essere «colma di misericordia, non repressiva».
Molto consenso, invece, ha riscosso la proposta di rendere più semplici le procedure di nullità matrimoniale, proposta avanzata tempo fa anche dal cardinale Angelo Scola in un saggio pubblicato suCommunio e che trova come principale oppositore l’attuale prefetto della Segnatura apostolica, il cardinale Raymond Leo Burke, che ieri in un’intervista alla Radio Vaticana ha confermato la propria contrarietà a tale ipotesi: «Perché per una cosa così importante, ovvero la validità del matrimonio – che tocca anche la salvezza dell’anima – la Chiesa vuole che un primo giudizio sia confermato in seconda istanza».
In apertura di congregazione, ieri mattina, si è toccato il tema della contraccezione, con il presidente delegato, il cardinale André Vingt-Trois, che ha ribadito il valore attuale della dottrina cattolica sulla contraccezione in un mondo «sempre più secolarizzato». Il fatto è che, ha notato l’arcivescovo di Parigi, «molte coppie oggi hanno perso il senso del peccato nell’uso dei metodi contraccettivi, vietati dal magistero della Chiesa: non si confessano e si accostano alla Comunione». Tanti, ha proseguito il porporato francese, «fanno fatica a comprendere la differenza tra i metodi naturali di regolamentazione della fertilità e la contraccezione».
Considerazioni, quelle di Vingt-Trois, che hanno trovato spazio nel dibattito, visto che «è stato sottolineato l’impatto negativo della contraccezione sulla società, che ha comportato l’abbassamento della natalità. Di fronte a tale scenario, i cattolici non devono restare in silenzio, bensì devono portare un messaggio di speranza: i bambini sono importanti, donano vita e gioia ai loro genitori e rafforzano la fede e le pratiche religiose».
Considerazioni, quelle di Vingt-Trois, che hanno trovato spazio nel dibattito, visto che «è stato sottolineato l’impatto negativo della contraccezione sulla società, che ha comportato l’abbassamento della natalità. Di fronte a tale scenario, i cattolici non devono restare in silenzio, bensì devono portare un messaggio di speranza: i bambini sono importanti, donano vita e gioia ai loro genitori e rafforzano la fede e le pratiche religiose».
Chiusura netta, invece, sulle unioni tra persone dello stesso sesso. Del tema, ha chiarito padre Lombardi, se ne è parlato «molto poco», e comunque è stato ribadito con forza che «il matrimonio è solo tra un uomo e una donna». Nessuna possibilità neppure per qualche forma di benedizione a quel tipo d’unione, ha chiarito il cardinale Coccopalmerio: «Rispetto sì, ma non accettazione».
Con ieri pomeriggio, stando a quanto fatto sapere da padre Lombardi, dovrebbero essersi conclusi gli interventi dei padri sinodali in discussione generale.
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Quanti equivoci sull'accoglienza ai gay
Sollecitato da un amico, sono costretto ad occuparmi del Sinodo straordinario attualmente in corso e a leggere l'articolo di Marco Tosatti su «l'accoglienza di figli gay». Scopro che, in questo Sinodo sulla famiglia è stata invitata una coppia australiana che ha parlato dell'importanza della sessualità nel matrimonio. Non si sa bene per quale motivo, sta di fatto che i due coniugi hanno ritenuto opportuno aggiungere altra carne al fuoco parlando di accoglienza a «figli gay». Queste le loro parole nel virgolettato riportato da Tosatti: «Dei nostri amici stavano progettando la loro riunione di famiglia per Natale, quando il loro figlio gay ha detto di voler portare a casa il compagno. Loro credevano fino in fondo agli insegnamenti della Chiesa e sapevano che i loro nipoti avrebbero voluto vederli accogliere il loro figlio e il suo compagno in famiglia. La loro risposta potrebbe essere riassunta in tre parole: È nostro figlio».
Ovviamente (lo sapevo, e avrei voluto evitarlo) sono stato assalito dalle domande: come mai, in un Sinodo al quale i laici non sono ammessi, è stata invitata questa coppia? Da chi? Perché proprio loro? Perché hanno introdotto il tema dell'omosessualità? Chi li ha invitati conosceva il loro intervento? La loro affermazione conclusiva richiama un documento intitolato «Always our children» pubblicato nel 1997 dal Comitato su Matrimonio e Famiglia della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti. Nove giorni dopo l'approvazione del documento l'allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Ratzinger, inviò ai vescovi una (durissima) lettera con la quale chiedeva di apportare al documento dieci modifiche e alcune integrazioni. Il riferimento a questo documento è voluto o casuale?
Ovviamente (lo sapevo, e avrei voluto evitarlo) sono stato assalito dalle domande: come mai, in un Sinodo al quale i laici non sono ammessi, è stata invitata questa coppia? Da chi? Perché proprio loro? Perché hanno introdotto il tema dell'omosessualità? Chi li ha invitati conosceva il loro intervento? La loro affermazione conclusiva richiama un documento intitolato «Always our children» pubblicato nel 1997 dal Comitato su Matrimonio e Famiglia della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti. Nove giorni dopo l'approvazione del documento l'allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Ratzinger, inviò ai vescovi una (durissima) lettera con la quale chiedeva di apportare al documento dieci modifiche e alcune integrazioni. Il riferimento a questo documento è voluto o casuale?
Sempre su Vatican Insider, questa volta a firma di Andrea Tornielli, leggo che secondo un non meglio identificato padre sinodale «espressioni quali “intrinsecamente disordinato” (utilizzata a proposito dell’omosessualità, ndr) o “mentalità contraccettiva” non aiutano a portare le persone a Cristo».
Sembra quasi che certi padri sinodali abbiamo deciso di accogliere le richieste della conferenza teologica internazionale «Le strade dell'amore» (clicca qui) promossa dal Forum europeo di cristiani Lgbt e realizzata con il contributo del ministero dell'Istruzione dei Paesi Bassi (?).
Che dire?
Innanzitutto possiamo dire che la Chiesa predica l'accoglienza delle persone con tendenze omosessuali in modo esplicito fin dal 1975 (cfr. Persona humana, § 8; Catechismo della Chiesa Cattolica § 238), e il fatto che al Sinodo l'invito all'accoglienza di queste persone suoni come una novità è sconcertante.
Secondariamente va detto che l'accoglienza della persona con tendenze omosessuali non implica una accettazione delle tendenze stesse. Questo è il motivo per cui il Magistero non parla di «omosessuali» o di «gay», ma di «persone con tendenze omosessuali», distinguendo tra persona e tendenze. È una distinzione importante, spiegata dai documenti, nei quali leggiamo (Homosexualitatis problema, § 16): «La Chiesa offre quel contesto nel quale oggi si sente una estrema esigenza per la cura della persona umana, proprio quando rifiuta di considerare la persona puramente come un “eterosessuale” o un “omosessuale” e sottolinea che ognuno ha la stessa identità fondamentale: essere creatura e, per grazia, figlio di Dio, erede della vita eterna».
Ancora più deciso monsignor Livio Melina, Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi su Matrimonio e Famiglia, che scrive: «[...] Le persone con inclinazioni omosessuali sono uomini e donne e pertanto [...] sembrerebbe orpportuno superare il termine “persona omosessuale” e sostituirlo con “persona con inclinazioni omosessuali”, in quanto una inclinazione che non assume significati rilevanti non può definire esaurientemente il soggetto». È la vecchia distinzione aristotelica tra «sostanza» e «accidente». Ma tutto questo al Sinodo non pare aver diritto di cittadinanza, e si parla tranquillamente di «figlio gay» (nemmeno «omosessuale», proprio «gay» come se tutte le persone con tendenze omosessuali fossero attivisti omosessualisti) come se l'omosessualità fosse sostanza (e non, come insegna il Magistero, accidente).
Ancora più deciso monsignor Livio Melina, Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi su Matrimonio e Famiglia, che scrive: «[...] Le persone con inclinazioni omosessuali sono uomini e donne e pertanto [...] sembrerebbe orpportuno superare il termine “persona omosessuale” e sostituirlo con “persona con inclinazioni omosessuali”, in quanto una inclinazione che non assume significati rilevanti non può definire esaurientemente il soggetto». È la vecchia distinzione aristotelica tra «sostanza» e «accidente». Ma tutto questo al Sinodo non pare aver diritto di cittadinanza, e si parla tranquillamente di «figlio gay» (nemmeno «omosessuale», proprio «gay» come se tutte le persone con tendenze omosessuali fossero attivisti omosessualisti) come se l'omosessualità fosse sostanza (e non, come insegna il Magistero, accidente).
Infine, come commentare l'anonimo padre sinodale secondo il quale definire l'omosessualità come una inclinazione «oggettivamente disordinata» non aiuterebbe a portare le persone a Cristo? Cominciamo con il dire che è (ancora) il Magistero a definire l'omosessualità come «oggettivamente disordinata» perché «costituisce [...] una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale» (Homosexualitatis problema § 3; cfr. il Catechismo della Chiesa Cattolica § 2358). Gli atti omosessuali, infatti, sono considerati (sempre secondo il Catechismo) offese alla castità, semplicemente perché sono atti sessuali compiuti al di fuori del matrimonio, «precludono all'atto sessuale il dono della vita, non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale» (ibidem). Non vedo altri modi per non definire in questo modo gli atti omosessuali se non: 1) elevando a sacramento il «matrimonio gay» (e, almeno su questo, non pare che il Sinodo voglia concedere tale apertura) oppure 2) modificando la Dottrina che considera leciti solamente gli atti sessuali casti (cioè aperti alla vita e che siano un dono totale di sé all'altro).
In effetti, se la proposta del cardinale Kasper dovesse essere accettata (permettere che i divorziati che hanno rapporti sessuali con un convivente che non è il coniuge si accostino all'Eucarestia senza pentirsi, confessarsi ed aver ricevuto l'assoluzione), questa Dottrina sarebbe ovviamente divelta. E allora perché continuare a considerare peccaminosi gli atti sessuali, ad esempio, di due fidanzati? In questo modo potrebbero non essere più considerati peccaminosi gli atti omosessuali, e quindi l'omosessualità non sarebbe più una inclinazione «oggettivamente disordinata».
Il discorso potrebbe continuare chiedendosi perché, a questo punto, abolire solo il sesto comandamento. Perché non abolire il quinto, il settimo o l'ottavo? Perché non giungere ad abolire il primo comandamento che, detto in tutta franchezza, non aiuta certo a portare le persone a Cristo?
Mi fermo qui, per non incorrere nell'accusa di volermi autonominare teologo.
Resta solo la desolante impressione che almeno una parte dei padri sinodali, abbandonando l'uso del latino per l'italiano corrente come lingua ufficiale, sembrano abbandonare anche il Magistero per la mentalità di questo mondo come pensiero ufficiale.
*
di L.Mola
C’è già un po’ di mediatica delusione tra gli zelanti "devoti" che da mesi guardavano al Sinodo sulla famiglia come a una rissosa riunione di condominio. Gli uni contro gli altri a sbraitare reciproche accuse, in un clima di intolleranza e di condanne: «Sia anatema a voi, propugnatori di misericordioso lassismo». «No, pentitevi voi, oltranzisti della verità». Spiace veder naufragare queste attese da scontro western. Il dibattito non manca, certo. Tra i quasi 150 padri sinodali già intervenuti, in tanti hanno posto l’accento sul problema dei divorziati risposati, mettendo in luce sia l’esigenza dell’accoglienza e del dialogo – che a tutti appare inderogabile – sia la necessità di salvaguardare il principio dell’indissolubilità.
Ma nessun intervento è apparso teso ad affermare una tesi univoca. Nessun intervento è apparso costruito senza tener conto della complessità e della vastità del problema da affrontare. Anzi, la maggior parte degli interventi sono stati improntati al rispetto e alla mitezza, nello sforzo palese di non dimenticare alcuna delle tante correlazioni – l’aspetto teologico, ma anche quello pastorale, sociale, educativo e così via – legate a un tema così delicato.
A riprova che la pretesa di ridurre un Sinodo così importante e così ambizioso – vista la vastità degli argomenti in campo – a una disfida tra tradizionalisti e progressisti, era solo un giochetto per osservatori ingenui. O in malafede. Si parla di tanto – non solo di divorziati risposati – con profondità e toni pacati. Al centro il bene della Chiesa e il futuro della famiglia. Accidenti. Previsioni fallite.
Avvenire
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Il cardinale Tettamanzi contro quelli che vogliono avere un figlio per forza: «I figli sono un dovere, non un diritto»
Corriere della Sera
(Giangiacomo Schiavi) Troppo conservatore per i progressisti, troppo progressista per i conservatori. Lo dicevano di Paolo VI. Si può dire del cardinale Tettamanzi. Anche se oggi è un arcivescovo emerito lontano dalle geometrie del potere il suo messaggio è diretto, come quando a Milano chiedeva alla politica onestà, schiettezza, pulizia morale. Siamo ancora nella stessa palude, si cercano gli stessi segnali di speranza. Il cardinale si interroga: «Papa Francesco non è un segno di speranza? Le sue parole semplici e attuali, che rimandano alla semplicità gioiosa del Vangelo, non sono un segno di speranza? Certo. Sono un seme che va raccolto e coltivato dentro la Chiesa e anche ben oltre i suoi confini: sono parole che nutrono la fede e fanno bene all’umanità»