Portò a compimento il Concilio, inaugurò la stagione dei viaggi papali, riuscì a tenere unita la Chiesa nella bufera della contestazione. Il colpo finale alla sua vita fu l'uccisione di Moro
ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO
Paolo VI, al secolo Giovanni Battista Montini, bresciano, figlio di un direttore di giornale e politico cattolico, per molti anni uomo chiave della Curia romana, arcivescovo di Milano e quindi papa dal 1963 al 1978, oggi viene proclamato beato dal suo quarto successore. Francesco condivide con lui lo sguardo positivo verso il mondo - al quale il cristiano guarda, scrisse don Montini nel lontano 1929 «non come a un abisso di perdizione ma come a un campo di messe» - e lo slancio missionario per annunciare il Vangelo a tutti, anche ai più lontani, con parole e approcci nuovi. Paolo VI è tutt'oggi un papa poco conosciuto, quasi schiacciato tra le grandi e popolari figure di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Eppure è stato una figura chiave della Chiesa del Novecento.
Il timoniere del Concilio
La prima grande opera di Paolo VI è stata la guida del Concilio ecumenico Vaticano II, che Montini eredita da Giovanni XXIII e conduce non senza fatica in porto, contrastando sia le minoritarie incontrollate spinte in avanti, sia i minoritari tentativi frenanti, riuscendo a concluderlo con un voto praticamente unanime su tutti i documenti. La sua è una regia attenta, discreta, ma ogni qual volta lo ritiene necessario, anche decisa: il Papa non esita a intervenire per correggere i testi. E su alcune tematiche dibattute, come il celibato dei preti e la pillola anticoncezionale, avoca a sé lo studio e le decisioni in merito.
Il dialogo con tutti
Montini negli anni dell'episcopato milanese (1955-1963) aveva toccato con mano come certi settori della società italiana fossero diventati impermeabili al messaggio cristiano. Tutto il suo impegno è dunque volto al dialogo con questi mondi - ad esempio quello operaio e quello della cultura - per presentare il Vangelo con parole nuove. La Chiesa che «si fa dialogo» è anche il cuore del messaggio della prima enciclica di Paolo VI, l'«Ecclesiam suam». Montini è anche protagonista di storici gesti ecumenici, a partire dall'abbraccio, dopo secoli di divisioni e reciproche scomuniche, con il patriarca di Costantinopoli Atenagora.
L'iniziatore dei viaggi
Nella memoria collettiva rimane l'idea che il papa viaggiatore sia stato Wojtyla. Ma il primo pontefice a salire su un aereo, il primo a visitare tutti i cinque Continenti spingendosi fino alla «fine del mondo», fu Paolo VI. Il suo primo viaggio, storico e deciso in solitudine, fu quello di tre giorni in Terra Santa, nel gennaio 1964: mai un vescovo di Roma aveva fatto ritorno là dove Gesù era vissuto e da dove era partito san Pietro. Montini farà in tutto nove viaggi, visitando l'Africa, l'America Latina, gli Stati Uniti (con il famoso discorso all'Onu contro la guerra), l'India, le Filippine e l'Oceania.
Il Papa più contestato
Negli anni del post-concilio, mentre la Chiesa cambia volto, con tante riforme - la liturgia nelle lingue nazionali, la fine del fasto della corte pontificia, una curia romana più moderna - Paolo VI è sottoposto ad attacchi durissimi, provenienti anche da vescovi e cardinali. Anche dentro la Chiesa c'è chi vuole mettere tutto in discussione e c'è il rischio di scismi. Il Papa ribadisce le verità essenziali della fede nel «Credo del popolo di Dio» e nel 1968 pubblica la sua ultima enciclica, «Humanae vitae», che dice no ai contraccettivi.
Vicino agli ultimi e ai poveri
È dirompente il messaggio sociale dell'enciclica «Populorum progressio» (1967), che rifacendosi ai padri della Chiesa dichiara «la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario». E afferma il diritto dei popoli a ribellarsi anche con la forza contro i tiranni.
La fine di Moro
Figlio di un deputato del Partito popolare, decisamente favorevole al partito unico dei cattolici, Montini negli anni del fascismo aveva «allevato» nella Fuci una generazione di giovani che saranno i protagonisti della vita politica italiana del Dopoguerra. Per questo l'uccisione di Moro, che sembra far scivolare il Paese nel baratro, lo colpisce profondamente e in qualche modo accelera la sua fine. Il Papa, che era pronto a pagare un riscatto miliardario per salvare la vita dello statista cattolico, morirà nella solitudine di Castelgandolfo il 6 agosto 1978.
In questi giorni è in libreria e edicola, abbinato a "La Stampa", il libro "Paolo VI. Il santo della modernità", scritto da Domenico Agasso jr. e Andrea Tornielli
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Paolo VI e quei tempi difficili che sono tornati
La solenne beatificazione di Papa Paolo VI ha concluso il Sinodo dei vescovi. Papa Montini aveva uno stile completamente diverso da Papa Francesco: riservato, timido, tormentato quanto il suo successore è esuberante, volentieri scherzoso e solare. Tuttavia il Paolo VI tratteggiato nell’omelia della Messa di beatificazione e nell’Angelus da Francesco assomiglia molto al Pontefice argentino, soprattutto nei problemi che si trovò ad affrontare.
Francesco è partito dalla frase centrale del Vangelo del giorno:«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21). Mentre spesso il Magistero ha costruito su questa frase una dottrina dei rapporti fra Chiesa e Stato, qui Papa Francesco la legge sotto un’angolazione diversa. «Alla provocazione dei farisei che, per così dire, volevano fargli l’esame di religione e condurlo in errore – spiega il Papa», «Gesù risponde con questa frase ironica e geniale. È una risposta a effetto che il Signore consegna a tutti coloro che si pongono problemi di coscienza, soprattutto quando entrano in gioco le loro convenienze, le loro ricchezze, il loro prestigio, il loro potere e la loro fama. E questo succede in ogni tempo, da sempre». Per capire questa chiave di lettura – che certamente non esclude l’altra, politica – il Pontefice c’invita a porre attenzione non, come facciamo spesso, alla prima parte della frase, relativa a Cesare, ma alla seconda: «E (rendete) a Dio quello che è di Dio». Qui nella sostanza Gesù ci ripropone il primo dei Dieci Comandamenti, invitandoci a «riconoscere e professare – di fronte a qualunque tipo di potere – che Dio solo è il Signore dell'uomo, e non c’è alcun altro». «“Dare a Dio quello che è di Dio” significa aprirsi alla Sua volontà e dedicare a Lui la nostra vita e cooperare al suo Regno di misericordia, di amore e di pace».
Venendo al Sinodo, il Papa ha detto che questa fiducia nella signoria di Dio ci aiuta a non avere paura delle sue sorprese. «Lui non ha paura delle novità! Per questo, continuamente ci sorprende, aprendoci e conducendoci a vie impensate». A chi pensasse che nella Chiesa non possano e non debbano esserci riforme e novità, Papa Francesco ricorda che «Dio ci fa “nuovi” continuamente», e non è dunque sorprendente che anche nella storia della Chiesa ci siano «novità», non perché la Chiesa sia smaniosa d’inventarle ma perché il contesto sempre muta e pone «innumerevoli sfide nuove». Saperle riconoscere e affrontare è «la nostra vera forza, il fermento che la fa lievitare e il sale che dà sapore ad ogni sforzo umano contro il pessimismo prevalente che ci propone il mondo. Qui sta la nostra speranza perché la speranza in Dio non è quindi una fuga dalla realtà, non è un alibi: è restituire operosamente a Dio quello che Gli appartiene». A cosa è servito allora il Sinodo? A far sentire, risponde il Papa, la voce delle chiese di ogni parte del mondo – sono queste «la sinodalità e la collegialità» – «per aiutare le famiglie di oggi a camminare sulla via del Vangelo, con lo sguardo fisso su Gesù», per «prendersi cura delle ferite che sanguinano e a riaccendere la speranza per tanta gente senza speranza».
Il Sinodo dei vescovi è stato precisamente voluto dal beato Paolo VI. Papa Francesco ha citato le parole del motu proprio Apostolica sollicitudo, con il quale Papa Montini lo istituiva: «Scrutando attentamente i segni dei tempi, cerchiamo di adattare le vie ed i metodi ... alle accresciute necessità dei nostri giorni ed alle mutate condizioni della società». Ma come scrutare i segni dei tempi? Come adattare i metodi della Chiesa a condizioni cambiate? Qui Papa Bergoglio paragona la sua situazione al Sinodo – o ai Sinodi, perché come ha ricordato ce ne sarà un altro nel 2015 – a quella di Papa Montini rispetto al Concilio Ecumenico Vaticano II, di cui fu – afferma – il «grande timoniere». Francesco ha ricordato che cosa scrisse il beato Paolo VI nel suo diario al momento della fine del Concilio: «Forse il Signore mi ha chiamato e mi tiene a questo servizio non tanto perché io vi abbia qualche attitudine, o affinché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, e non altri, la guida e la salva».
Era, ha ricordato Papa Francesco, un tempo di difficoltà. «Si profilava una società secolarizzata e ostile». Il beato Paolo VI si trovò a dover «condurre con saggezza lungimirante – e talvolta in solitudine – il timone della barca di Pietro». Certo consultò e si consultò: ma alla fine decise lui: «talvolta in solitudine», afferma Francesco con un accenno implicito ma evidente alla Humanae vitae. Infatti il beato Paolo VI sapeva che si deve anzitutto «dare a Dio quello che è di Dio» e che il Papa, come disse nell’omelia del rito d’incoronazione del 1963, deve dedicare tutta la propria vita all’«impegno sacro, solenne e gravissimo: quello di continuare nel tempo e di dilatare sulla terra la missione di Cristo». E nell’enciclica Ecclesiam suam ribadì l’impegno a guidare la Chiesa perché fosse «nello stesso tempo madre amorevole di tutti gli uomini e dispensatrice di salvezza».
Coniugare il servizio alla Chiesa da una parte come dispensatrice di salvezza secondo la verità e dall’altra come madre amorevole secondo la misericordia non è facile neppure per i Papi. Il beato Paolo VI lo sperimentò dopo il Concilio. Non è facile, segnala Francesco alludendo a se stesso, neppure ai giorni nostri dopo il Sinodo. Perché è il Papa a dover decidere, «talvolta in solitudine». Il beato Paolo VI lascia però ai suoi successori due insegnamenti per guidare la Chiesa senza perdere «la gioia e la speranza». Papa Francesco li ha ricordati all’Angelus. Il primo è quello di non stancarsi mai di fare missione, di evangelizzare. Perché precisamente evangelizzando e non rimanendo chiusi, magari a fare polemiche, nel proprio recinto si sperimenta una vera gioia – è il tema dell’esortazione apostolica di Papa Francesco Evangelii gaudium – e si vedono le cose con occhio diverso e più sereno. Il beato Paolo VI è stato il Papa della missione: «ne è testimonianza soprattutto l’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi con la quale ha inteso risvegliare lo slancio e l’impegno per la missione della Chiesa».
In secondo luogo, il beato Montini ha lasciato ai Papi suoi successori un segreto: per governare la Chiesa serve una «profonda devozione mariana». Il beato Paolo VI non la ostentava, ma la viveva, come risulta dal suo diario. E, ha detto Francesco, «a questo Pontefice il popolo cristiano sarà sempre grato per l’Esortazione apostolica “Marialis cultus” e per aver proclamato Maria “Madre della Chiesa”, in occasione della chiusura della terza sessione del Concilio Vaticano II». Fidiamoci della Madonna, ha concluso Francesco. Impareremo a fidarci con serenità della Chiesa e dei Papi.
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Dal blog SETTIMO CIELO, solo in italiano:
Paolo VI secondo Ratzinger. Perché fu "grande e credibile"
di S. Magister