sabato 18 ottobre 2014

Il Sinodo efferverscente...

SinodoNette divisioni nella chiesa, lo dice il novatore Marx. Nuovi testi in vista: un messaggio e il documento finale. Si va al voto   
Il Foglio
 

(Matteo Matzuzzi) Parla il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga nonché capo dei vescovi tedeschi. E’ lui a intervenire nel consueto briefing quotidiano in Sala stampa, e lo fa il giorno dopo la pubblicazione delle relazioni dei circoli minori che emendano e in parte riscrivono il documento (...)
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Intervento di p. Antonio Spadaro S.I. al III Sinodo Straordinario dei Vescovi sulla Famiglia   
Cyber Teologia
 
(Antonio Spadaro, S.I.) 1. Il vangelo della famiglia e le sfide di oggi (IL II.1.59-60 e I.3) La forza e la carica di umanità della famiglia sono incalcolabili. Il primo compito dei pastori deve essere innanzitutto quello di valorizzare ciò che è attrattivo nella vita familiare. Proprio per questo mai la famiglia può essere issata come una bandiera ideologica di alcun tipo. (...)







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Sinodo, malumori e ostilità tra i prelati: Francesco preoccupato   
Corriere della Sera
 
(Massimo Franco) La discussione ha preso una piega non voluta da alcuni: troppa enfasi su divorzi e unioni civili. Cresce la vulgata di un Pontefice riformatore ma osteggiato dall’interno -- Un’imprudenza. Tale è stata considerata la pubblicazione della relazione seguita alla prima settimana di Sinodo (...)
*La dottrina non è in saldo
di Tommaso Scandroglio

Sui temi quali la comunione ai divorziati risposati, l’omosessualità, l’indissolubilità del matrimonio e simili sempre più prelati – sia dentro che fuori dal Sinodo -  si sbilanciano nel dire che ci vorrebbe più pastorale e meno dottrina, quasi fossero in competizione tra loro. Da qui la strana idea che tanto più sei attento alla pastorale tanto meno dovrai esserlo sulla dottrina e viceversa.
In realtà la pastorale sta alla dottrina come, in ambito morale, l'ortoprassi sta all'ortodossia. Se io non penso bene non potrò agire mai bene (pensare bene però non è l’unica condizione per comportarsi bene). La pastorale è la declinazione nei contesti concreti dell'immutabile dottrina della Chiesa, nei modi più efficaci secondo spazio e tempo per trasmettere la fede e la morale. Se il contenuto è immutabile, muta e deve mutare la forma per trasmettere il contenuto. Quindi se vogliamo la dottrina può anche far meno della pastorale, nel senso che dal punto di vista teoretico può essere studiata e amata di per sé. La verità sta in piedi da sola.  La verità è Cristo e in quanto Dio non abbisogna di nulla. Ma la pastorale non può far a meno della dottrina, perché il contenuto delle azioni di evangelizzazioni derivano da quest’ultima.
Anche il Concilio Vaticano II, così tanto evocato nei lavori sinodali e nei media, ha naturalmente rispettato questa gerarchia: prima la dottrina e poi la pastorale. Il fine di questo Concilio era pastorale non nel senso che poco importava la dottrina della Chiesa ai padri conciliari, ma nel senso che da una parte non si proponeva il fine di una nuova definizione dogmatica e dall’altra voleva trovare gli strumenti più consoni ai tempi moderni per trasmettere le verità di fede e morale.

Nel Discorso di apertura del Concilio Vaticano II il Santo Padre Giovanni XXIII infatti illustra il fine del Concilio con queste parole: “Nell’indire questa grandiosa assemblea, il più recente e umile Successore del Principe degli Apostoli, che vi parla, si è proposto di riaffermare ancora una volta il Magistero Ecclesiastico, che non viene mai meno e perdura sino alla fine dei tempi; Magistero che con questo Concilio si presenta in modo straordinario a tutti gli uomini che sono nel mondo, tenendo conto delle deviazioni, delle esigenze, delle opportunità dell’età contemporanea” (2.2). E poi più avanti nel paragrafo, già di suo esplicativo nel titolo, “Compito principale del Concilio: difendere e diffondere la dottrina”, così il Papa si esprime: “Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace (5.1). […] Il ventunesimo Concilio Ecumenico […] vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica (6.2). […] Occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione (6.5)”.
Uno degli ingredienti più efficaci della pedagogia cristiana nell’evangelizzazione è poi la gradualità dell’azione pastorale nei confronti dei lontani – categoria assai richiamata dai padri sinodali - i quali lontani sono spesso assai vicini per non dire dentro la Chiesa stessa. È quanto insegna Cristo: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera" (Gv 16,13), espressione che rimanda ad un percorso di perfezione a tappe. Così anche San Paolo: «Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete» (1Cor 3,1-2). Insegnamento fatto proprio anche da Tommaso D’Aquino il quale nell’azione di educazione al bene poneva come centrale la legge della gradualità (cfr. Summa Theologiae, I-II, q. 96, a. 2). Legge della gradualità, ma non gradualità della legge (cfr. Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la conclusione del VI Sinodo dei Vescovi, 25 Ottobre 1980; 8). La dottrina può essere appresa gradualmente, ma senza alterarne il contenuto: sì alla comunione ai divorziati, sì a derubricare l’omosessualità a peccato lieve, etc.
Detto in altri termini c’è un pericolo: tacere parte della verità o comunicarla secondo le frequenze d’onda del mio interlocutore può adulterare la verità stessa. Prendere toma per Roma è facile nella trasmissione delle fede. Anche nella Bibbia si dice che “Dio non esiste”. Peccato che però prima ci sia scritto: “lo stolto pensa” (Salmo 52, 2). Omettere questo particolare fa torto alla verità. Così la Gaudium et spes al n. 62: “Altro è, infatti, il deposito o le verità della fede, altro è il modo con cui vengono espresse, a condizione tuttavia di salvaguardarne il significato e il senso profondo”. Insomma possiamo dar da mangiare la verità ai lontani a bocconi e non intera per non strozzarli (legge della gradualità), ma a patto che i bocconi non siano avvelenati (gradualità della legge).
Ma oggi il vero problema pastorale – evidentissimo in alcune relazioni sinodali - non è quello della misconoscenza della legge di gradualità, bensì della piena vigenza della legge dell’immobilità. Si rimane fermi, quando va bene, ad un mera condivisione con il mondo laico – mondo presentissimo anche alla Domenica a Messa - di scipiti punti comuni propri di un umanitaresimo libertario per non urtare le coscienze, per non allontanare, per non dividere. Insomma si evita a giusta posta di arrivare ai punti nevralgici della fede cristiana, soprattutto quelli di ordine morale, messi costantemente tra parentesi per malintesi motivi di ordine pastorale, per non perdere consensi. Un cristianesimo senza Cristo, un’insipida pappetta priva di quei sapori troppo forti per piacere a tutti.  Anzi con convinzione si crede ormai in molti ambienti sedicenti cattolici che questa pappetta sia davvero ciò che Cristo ha “cucinato” per noi.
La pedagogia graduale di Cristo invece ad un certo punto arriva al nocciolo della questione che, non c’è nulla da fare, divide e lacera perché inflessibile. Ce lo ricorda Giovanni quando, dopo un discorso di Gesù incentrato sulle esigenze ineludibili di chi vuole seguirlo, alcuni discepoli così commentavano le sue parole: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?” (Gv 6,60). E non si riferivano solo alla profondità e quindi per loro alla cripticità di ciò che stava dicendo Gesù, bensì alle difficili e impegnative richieste che Questi rivolgeva a chi desiderava diventare suo discepolo. Ed infatti “da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (6, 66).

Puoi rimandare l’appuntamento con gli aspetti più scomodi della dottrina cattolica, temporeggiare aspettando tempi e circostanze migliori per fare apostolato, ma non all’infinito. Prima o poi il “lontano” sarà lui stesso a chiederti di prendere una posizione definitiva interrompendo questo gioco di melina. La pastorale porta alla verità, ma se quest’ultima alla fine risultasse indigesta (divieto a chi è in peccato mortale di ricevere la Santa Comunione) non possiamo darla via in saldo, fare un passo indietro per compiacere Scalfari, Vito Mancuso e il nostro collega divorziato e risposato.


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Ci salveranno i vescovi africani
di Matteo Matzuzzi
Il giorno dopo lo scontro sulla pubblicazione delle relazioni dei circoli minori, al briefing dell’ora di pranzo in sala stampa vaticana si presenta il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e presidente della conferenza episcopale tedesca. È lui che ammette che si sono registrati “momenti di tensione e di grande effervescenza” nel corso del confronto: “Si fanno due passi avanti e uno dietro, ma si va avanti”. E ha riconosciuto che i punti di vista, tra i padri, sono diversi.

D’altronde, anche il cardinale Godfried Danneels, arcivescovo emerito di Bruxelles e da decenni capofila della corrente progressista, aveva osservato che le posizioni dell’Europa occidentale non corrispondono a quelle dell’Africa e dell’America latina. Marx sposa in pieno le tesi esposte nel concistoro di febbraio dal connazionale Walter Kasper, spiega che con lui c’è la maggioranza dei vescovi tedeschi e aggiunge che la questione del riaccostamento dei divorziati risposati ai sacramenti è un tema “molto sentito in Germania, dove se ne discute da ben prima che Francesco fosse eletto”.
Ancora più netto, l’arcivescovo di Monaco si è mostrato sull’apertura alle coppie omosessuali: “Non possiamo dire che se uno è omosessuale non può vivere il Vangelo. E’ impensabile”. Ciò che serve è “accompagnamento spirituale per tutti”. Se la realtà presenta “una relazione omosessuale fedele per trent’anni, non si può dire che non è niente”. Certo, ha detto, “non è tutto a posto”, ma non si può ragionare come se tutto fosse “o bianco o nero”. Questa, ha spiegato Marx, è la pastorale. “L’esclusione non è la lingua della chiesa”, non si possono bollare le persone come fossero “cristiani di prima, seconda o terza classe”. Ciò che è necessario fare è “prendere sul serio le situazioni delle persone, riconoscendo ciò che c’è di evangelicamente buono anche laddove non c’è la sacramentalità della relazione”.

Il Papa, ha chiosato il presidente dei vescovi tedeschi, “non ha convocato due sinodi per ripetere ciò che era stato già detto, ma per dare un nuovo impulso alla pastorale familiare”. Di più, visto che “il magistero della chiesa si può ovviamente cambiare, visto che non è una raccolta statica di frasi”. Il presidente dei vescovi francesi, mons. Georges Pontier, prevede che la Relatio Synodi sarà approvata dalla maggioranza dei padri, anche se sono possibili divergenze su qualche paragrafo. Marx, a ogni modo, premette che il testo finale mostrerà sì la volontà di “trovare un cammino comune”, ma sarà necessario sviluppare ulteriormente i temi dibattuti in queste due settimane.

Il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, ha pubblicato sul proprio blog un post in cui loda il contributo dei padri sinodali africani alla discussione in Aula: “Loro ci dicono che non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo essere popolari. Ciò che dobbiamo fare è presentare la verità e invitare la gente ad abbracciarla”.

Oggi sarà diffuso il Messaggio steso dal cardinale Gianfranco Ravasi, mentre nel pomeriggio si terrà la votazione sulla Relatio. Il testo completo, ha confermato padre Federico Lombardi, sarà con ogni probabilità pronto per l’inizio della prossima settimana. La Relatio Synodi fungerà da documento preparatorio all’assemblea ordinaria del prossimo anno e sarà discussa nelle diocesi.

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Un vescovo che va troppo Forte
di Alessio Tamburrini

Alcune narrazioni sono rassicuranti: va tutto bene, grande armonia tra i padri, grande convergenza di idee… Si cambia tutto, ma con serenità ed unanimità. È ben evidente, oramai, che la realtà è altra. Svariate dichiarazioni di padri sinodali lo testimoniano. Non pochi di essi, su posizioni moderate, disponibili anche ad alcune “aperture”, si stanno però ritraendo, scandalizzati. Perché qualcuno spinge troppo sull’acceleratore, infischiandosene allegramente del vero dibattito. Dicendo che accade ciò che si vuole che accada. 
Il maggiore imputato è monsignor Bruno Forte, vescovo e collaboratore del quotidiano finanziario Sole 24 ore. Forte è segretario speciale per il Sinodo sulla famiglia; in questa veste ha redatto almeno parte della ormai celeberrima Relatio, ed è chiamato a proseguire il suo lavoro: raccogliere in unità, insieme ad altri padri, di tendenza in massima parte kasperiana, la relazione finale. 
Ma le voci sulla inopportunità che continui nel suo ruolo, che dovrebbe essere super partes, aumentano. A scandalizzare è stata la sua evidente parzialità. Proprio la presentazione della Relatio, infatti, ha rivelato un modus agendi poco limpido. Il presidente del Sinodo, cardinal Erdö, infatti, ha preso le distanze da parte del documento, in particolare dai passaggi sull’omosessualità, scaricando su Forte la responsabilità del testo: «Lo hai scritto tu, rispondi tu ai giornalisti». Si tratta di un fatto inaudito. Ma c’è altro.

Dopo la Relatio monsignor Bruno Forte - che tutto fa pensare abbia espresso nella Relatio non il pensiero maggioritario dei padri, ma il suo personale -, ha fatto dell’altro. In una intervista a Vatican Insider, commentando i passaggi sui gay della Relatio, ha fatto una ulteriore aggiunta, andando assai oltre il testo da lui stesso redatto: «..Detto questo, mi sembra evidente che le persone umane coinvolte nelle diverse esperienze hanno dei diritti che devono essere tutelati. Dunque il problema è anzitutto non la equiparazione tout court, anche terminologica, ma naturalmente questo non vuole affatto dire che bisogna allora escludere la ricerca anche di una codificazione di diritti che possano essere garantiti a persone che vivono in unioni omosessuali. È un discorso - credo - di civiltà e di rispetto della dignità delle persone». 
Forte, intervistato in qualità di segretario di un Sinodo, è arrivato dunque ad affermare che bisogna codificare i diritti delle relazioni omosessuali. Sposando così, in tutta evidenza, la lotta delle lobby gay per arrivare, via unioni civili, al matrimonio omosessuale. La cosa non è sfuggita ai giornali laici, che hanno esultato, né a Matteo Renzi, che, libero oramai da qualsiasi freno, ha rilanciato: faremo le unioni civili gay!
Il problema è tutto qui: come può un vescovo chiamato a farsi interprete del pensiero dei padri, forzare così il dibattito, sino al punto di presentare una visione del tutto minoritaria, come la visione della Chiesa? Come può l’interprete di un sinodo forzare la mano nella redazione di un testo che dovrebbe esserne lo specchio, ed andare ancora oltre in interviste pubbliche? Come può un vescovo che si dice cattolico, sposare una posizione contraria al diritto naturale e alla teologia cattolica? Come si può, infine, dimenticare che non molti anni fa, la Cei, con il sostegno di papa Benedetto XVI, e oltre un milione di cattolici, scesero in piazza proprio contro il tentativo di equiparare il matrimonio con le unioni civili, gay e non?