lunedì 20 ottobre 2014

Immane suicidio dell’umanità


Il giovane Montini e la Grande guerra.

(Cesare Repossi) Due tempi diversamente eccezionali, la guerra e la scelta vocazionale, si sovrappongono ponendo al giovane Montini gravi domande e sollecitando forti risposte. E la guerra rende più “emozionante” la decisione: «Poiché è appunto ad una vita di sacrificio che vorrei prepararmi, ma lussureggiante d’amore. E sono già tre anni che penso a questo momento. Ora è lo svolto più importante della mia esistenza terrena. Questi momenti solenni della mia vita, resi più decisi e emozionanti dalla tragedia che ci circonda, non poteva il Signore rendermeli più belli che con tutta la dimostrazione d’affetto di cui voi tutti mi fate oggetto» (al fratello Lodovico; Verolavecchia, 1 ottobre 1916).
Montini dà della guerra una definizione solenne e tragica («Questo immane suicidio dell’umanità»): un giudizio grave che precede di quasi un anno quello analogo di Benedetto XV nel documento che contiene la più famosa definizione di «inutile strage».
Alla constatazione devastante del male, Montini, com’è caratteristico del suo pensiero spirituale, reagisce indicando la prospettiva del bene, ora affidata alla preghiera: «Ecco come siamo facili noi a indagare i fatti altrui! E quel che è peggio, non però in questo caso, il desiderio delle notizie ci fa dimenticare la gravità delle notizie stesse: quanti ti sanno ripetere tutto il giornale e non sanno cosa significhi guerra! Quanta gente alla concezione tremenda di questa guerra che dovrebbe venirci considerando i gravissimi momenti che attraversiamo, sostituiscono la chiacchiera, la scommessa, la sentenza da caffè, vi sostituiscono desideri meschini o feroci! E invece a dispetto d’ogni discorso, d’ogni civiltà, imperversa questo immane suicidio dell’umanità. E la frase della Scrittura verificata: — Saranno confusi nella loro pretesa sapienza! — (...) Ricevemmo una lettera ieri di D. Galloni in cui ci salutava prima d’un’avanzata in piena regola e ben preparata, e si raccomandava alle preghiere nostre: è, si può dire, la parola d’ordine, la parola comune questa; parola di preghiera che vicendevolmente ci trasmettiamo quasi per incitarci a compiere questo dovere, il cui compimento solo può essere ed è realmente il nostro conforto dinanzi al cumulo di dolori portati dalla guerra. Preghiamo e saremo uniti qui e lassù. Che ne dici?» (a Lodovico Uberti; Brescia, 8 settembre 1916).
È interessante notare come anche nelle notizie forzatamente concise si riconosca il metodo che è e sarà tipico di Montini anche nei più importanti pronunciamenti di vescovo e di Pontefice: «Penso spesso alla tua vita, così strana e diventata tanto comune, e mi auguro che il merito del sacrificio che porta seco sia a vantaggio di tanti dolori, di tante anime cieche e sperdute nel turbine oscuro di questo misero mondo. A quando la fine? Mi pare perfino ridicolo nominare con tanta frequenza questa parola: fine della guerra, la pace, mentre tutto concorre a farla vedere lontana. Ma il Signore è con noi e anche in questa immane sciagura esige da noi una confidenza illimitata: Modice fidei, quare dubitasti?» (Matteo, 14, 31, a Lionello Nardini; Brescia, 26 ottobre 1916).
Con il fratello Lodovico il dialogo è più complesso: Montini inserisce, all’interno del ragionamento filosofico, spunti di analisi morale e teologica: «Ora sento come avessero ragione il Papà e la Mamma di dirci che quelle giornate passate tranquillamente insieme fossero le migliori che si potessero trascorrere quaggiù e che valevano bene ogni altro divertimento! Ma mortalia facta peribunt... e a noi non resta che invocare la memoria e ricorrere con ansia e fiducia a pensieri di cose che non periscono, al desiderio di formare con queste azioni fugaci opere immortali. Ora noi ci assoggettiamo a questa lontananza dolorosa, a questa guerra, a tutto il dolore che ne circonda: che ne potrà venire, se non bene?» (Boario, 29 agosto 1916).

Il culmine della meditazione spirituale sulla guerra arriva il giorno dell’armistizio. Il 4 novembre scrive a Lodovico: «Salute! Gaudeamus omnes in Domino! Ecco che a noi oggi è dato d’assistere a quanto forse l’animo fiaccato nell’attesa non più ardiva sperare! Gaudeamus. E la storia che precipitando il suo corso — motus in fine velocior — ci dà lo spettacolo del trionfo di popoli combattenti per un ideale. La catastrofe parla. Sì parla. È una conseguenza logica della nostra fede quella di credere al significato degli avvenimenti: sottrarci alla visione d’ordine spirituale ch’essi ci offrono sarebbe rimaner ciechi nel materialismo storico più abbietto e più colpevole di queste ore di guerra, sarebbe negare il valore della storia stessa, attribuendole la misera portata d’un fatto caduco e destinato alla polvere delle biblioteche, e alle fatiche degli studiosi dei secoli venturi. Parla la storia, e ci parla, come un chirografo vergato di sangue, ci parla necessariamente della Provvidenza che sa trarre dal libero intreccio degli eventi umani un prestabilito ordine di bene. Di bene, non d’altro. Dunque la vittoria ci parla di bene; guardiamola nel trionfo della giustizia: deposuit potentes de sede et esaltavi humiles: è una storia e un programma evangelico che si ripete con raffronti mirabili nei secoli. È una forza che ci fa amare la giustizia al di sopra di quella sete di giustizia che le nostre passioni potessero avere: senz’odio, senz’ira, senza la stupida smania nazionalistica che semina orgoglio e raccoglie, dopo generazioni, sconfitte come quella dei vinti d’oggi».
L'Osservatore Romano

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