
Imparzialità della pace
Convegno. Pubblichiamo buona parte del discorso di apertura che il cardinale segretario di Stato tiene nel pomeriggio del 15 ottobre intervenendo al convegno «Inutile strage». I cattolici e la Santa Sede nella prima guerra mondiale, che si svolge a Roma, fino al 17 ottobre. All’incontro — organizzato dal Pontificio comitato di Scienze storiche, in collaborazione con l’Accademia di Ungheria in Roma e la Commission Internationale d’Histoire et d’Études du Christianisme — partecipano, tra gli altri, Bernard Ardura, che apre il convegno, Andreas Gottsmann, Roberto Morozzo della Rocca, Johan Ickx, Giancarlo Rocca, Claude Prudhomme, Alexander Chubarian, Daniele Menozzi e Gianpaolo Romanato.
(Pietro Parolin) Un secolo fa, il 28 luglio 1914, l’Austria-Ungheria dichiarava guerra alla Serbia, un mese dopo l’assassinio a Sarajevo dell’arciduca Francesco-Ferdinando. Dal 1° al 6 agosto, l’Europa entrava in una guerra che rimane tuttora nella memoria comune come una immensa tragedia, le cui conseguenze si fanno ancora sentire all’alba del XXI secolo. Si contava su una guerra breve; fu una interminabile catastrofe. Si immaginava una guerra di movimento; fu una guerra di posizione e di logoramento. Un sentimento diffuso di esaltato ed eccessivo ottimismo dava per scontata, nei vari campi, la vittoria; il conflitto mobilitò 65 milioni di soldati, cancellato tre imperi, fece 20 milioni di morti, civili e militari, e 21 milioni di feriti.Il 2 agosto 1914, diciannove giorni prima di morire, Pio X fece sentire la sua voce, per scongiurare il pericolo della guerra. Angosciosamente, inviò l’esortazione Dum Europa a tutti i cattolici del mondo per implorare la cessazione dei conflitti appena scoppiati, che, purtroppo, sfociarono nella prima guerra mondiale. È un accorato appello a porre fine alle ostilità e a esperire ogni strada per la composizione del conflitto nell’interesse superiore dell’umanità e della pace. È un testamento di pace fra i più alti che siano stati consegnati alle future generazioni: «Mentre quasi tutta l’Europa è trascinata nella tormenta di una guerra deplorevole fra tutte, di cui nessuno può prevedere i pericoli, i massacri e le conseguenze, senza sentirsi angosciati di dolore e di terrore, Ci è impossibile non esserne profondamente toccati, anche Noi, e di non sentire la Nostra anima lacerata dal più straziante dolore, nella Nostra sollecitudine per la salvezza e la vita di tanti individui e popoli».
Pio X non fu ascoltato e l’Europa cadde nel precipizio di una immane tragedia, di cui sono tristi testimoni i monumenti ai caduti della prima guerra mondiale sparsi in molti Paesi del mondo e perfino nelle più piccole comunità, le quali conservano il ricordo di tanti uomini falciati in giovane età.
Dopo l’efferata battaglia di Verdun che fece più di un milione di morti e feriti, Benedetto XV inviava, il 1° agosto 1917, a tutti i capi dei popoli belligeranti un messaggio con cui lanciava un accorato appello alla pace. Egli spiegava la sua missione di «Padre comune», che «tutti ama con pari affetto i suoi figli», missione che gli imponeva «una perfetta imparzialità verso tutti i belligeranti», «senza distinzione di nazionalità o di religione, come Ci detta e la legge universale della carità e il supremo ufficio spirituale a Noi affidato da Cristo».
La Santa Sede seguiva una via che non è quella della mera neutralità, bensì quella della perfetta imparzialità e della beneficenza, nell’«esortare e popoli e Governi belligeranti a tornare fratelli», secondo le parole dello stesso Benedetto XV. Mentre la neutralità di uno Stato implica una certa estraneità se non indifferenza rispetto alla sostanza di un conflitto tra terzi e agli interessi dei belligeranti, l’imparzialità contiene in sé un agire, ispirato a una rivendicata equità, nonché orientato verso un bene superiore.
Benedetto XV scelse di muoversi su questa difficile e ardua linea di condotta, per manifestare — precisava nel suo messaggio del 1° agosto 1917 — «la cura assidua, richiesta dalla Nostra missione pacificatrice, di nulla omettere, per quanto era in poter Nostro, che giovasse ad affrettare la fine di questa calamità, inducendo i popoli e i loro Capi a più miti consigli, alle serene deliberazioni della pace, di una pace giusta e duratura». Preoccupato di «giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage», il Pontefice propose, per arginare il disastro, alcune misure significative, che tuttavia non furono accettate dai capi degli Stati belligeranti. Benedetto XV dovette soffrire che la imparzialità della Santa Sede fosse interpretata come una mancanza di coraggio politico, visto che non intendeva denunciare pubblicamente gli atti odiosi dell’avversario.
Desideroso, però, di svolgere una missione di assistenza sempre più necessaria con il protrarsi del conflitto, Benedetto XV, già dalla fine del 1914, si era preoccupato della sorte dei feriti e dei prigionieri di guerra. Aveva affidato a monsignor Eugenio Pacelli la direzione di un servizio di assistenza che, con il concorso degli Stati belligeranti, permise di trattare all’incirca 600.000 lettere d’informazioni, di provvedere a 40.000 rimpatri e di fornire più di 50.000 comunicazioni alle famiglie.
Sul piano strettamente diplomatico, la Santa Sede si rese rapidamente conto dei limiti ristretti della sua azione, non soltanto a motivo della sua “imparzialità”, ma ancora a causa della non risoluta “questione romana”. Di fatto, l’Italia si oppose ininterrottamente, fino al 1929, alla partecipazione della Santa Sede a tutte le negoziazioni internazionali, affinché la “questione romana” non fosse mai portata a livello internazionale.
Tuttavia, sarebbe scorretto valutare il ruolo della Chiesa limitandosi all’azione effettivamente limitata della Santa Sede, perché l’insieme dei cattolici, sacerdoti, religiose, religiosi, laici uomini e donne, fu coinvolto nella tragedia e ha lasciato numerosissime testimonianze di generoso, coraggioso e indefesso impegno nel servizio della carità e dell’assistenza sui campi di battaglia e nelle trincee, negli ospedali, nel soccorso agli orfani, così come nel servizio della Patria, per il quale caddero a milioni, insieme ai loro fratelli di varie confessioni cristiane o di altre religioni.
Commemorare l’inizio della prima guerra mondiale non può limitarsi a un dovuto omaggio a tanti uomini e donne che caddero vittime di un’inaudita violenza, ma offre l’occasione di riflettere sul dono meraviglioso della pace, un bene che si apprezza soprattutto quando viene a mancare.
Pio XII richiamava questa profonda realtà, il 29 agosto 1939, rivolgendo un suo radiomessaggio ai governanti e ai popoli, nell’imminenza del pericolo della seconda guerra mondiale, già in germe nel trattato di pace del 1919. Pio XII diceva: «Rivolgiamo con animo paterno un nuovo e più caldo appello ai Governanti e ai popoli: a quelli, perché, deposte le accuse, le minacce, le cause della reciproca diffidenza, tentino di risolvere le attuali divergenze coll’unico mezzo a ciò adatto, cioè con comuni e leali intese». E aggiungeva parole entrate a far parte dell’antologia della pace: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare».
Ancora una volta, nel rivendicare la coerenza della propria linea d’imparzialità, la Santa Sede dovette resistere a fortissime pressioni, che molti ignorano ancora, come testimonia un telegramma dell’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede al ministero degli Affari Esteri, denunciando il rifiuto della Santa Sede di prendere posizione in favore della Germania nella lotta contro l’Unione Sovietica.
Il XX secolo, chiamato “il secolo breve”, è ricco di eventi, alcuni noti, altri rimasti ancora sconosciuti, che testimoniano la solidarietà vissuta dalla Chiesa con l’umanità. Non possiamo dimenticare il famoso radiomessaggio pronunciato da Giovanni XXIII, nel mezzo della crisi dei missili di Cuba, per salvaguardare la pace e promuovere l’intesa e la concordia tra i popoli. Alle ore 12 di giovedì 25 ottobre 1962 il Papa dirigeva ai popoli del mondo intero e ai loro governanti un fervido appello per instaurare e consolidare il supremo bene della pace. Contrariamente ad altri tentativi di pace da parte della Santa Sede, quel messaggio suscitò generali e vivi consensi e diede un impulso decisivo a risolvere la gravissima situazione prodottasi per lo scontro fra Stati Uniti e Cuba.
Il Papa diceva: «Noi ricordiamo i gravi doveri di coloro che hanno la responsabilità del potere. E aggiungiamo: con la mano sulla coscienza, che ascoltino il grido angoscioso che, da tutti i punti della terra, dai bambini innocenti agli anziani, dalle persone alle comunità, sale verso il cielo: Pace! Pace!. Noi rinnoviamo oggi questa solenne implorazione. Noi supplichiamo tutti i Governanti a non restare sordi a questo grido dell’umanità. Che facciano tutto quello che è in loro potere per salvare la pace. Eviteranno così al mondo gli orrori di una guerra, di cui non si può prevedere quali saranno le terribili conseguenze». Il Papa fu ascoltato, a differenza dei suoi predecessori, e il pericolo della guerra fu scongiurato, pericolo della prima guerra dell’era nucleare. Nell’enciclica Pacem in terris, considerata come il suo testamento spirituale, Giovanni XXIII chiamava gli uomini a essere artefici di pace, iniziando dall’instaurare la pace nei cuori.
Memoria delle guerre e auspicio di pace, risuona l’invito di Paolo VI nel suo discorso alle Nazioni Unite, il 4 ottobre 1965: «Noi sentiamo di fare nostra la voce dei morti e dei vivi; dei morti, caduti nelle tremende guerre passate sognando la concordia e la pace del mondo; dei vivi, che a quelle hanno sopravvissuto portando nei cuori la condanna per coloro che tentassero rinnovarle; e di altri vivi ancora, che avanzano nuovi e fidenti, i giovani delle presenti generazioni, che sognano a buon diritto una migliore umanità. E facciamo nostra la voce dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso». .
Indirizzando la sua parola ai rappresentanti dei Governi di tutte le Nazioni, Paolo VI manifestava un profondo realismo: «Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con armi offensive in pugno. Le armi, quelle terribili specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli».
Giovanni Paolo II è intervenuto con coraggio e perseveranza per porre fine alle guerre — ricordiamo i suoi innumerevoli appelli in favore della pace durante la guerra in Jugoslavia — o nella speranza di scongiurare lo scoppio di nuovi conflitti — in particolare per allontanare la terribile prospettiva di una guerra in Iraq — senza che i suoi accorati appelli fossero ascoltati. Quello che è successo in seguito ha ampiamente dimostrato che la voce del Papa era la voce della saggezza, una voce inascoltata, una voce imparziale avendo per solo scopo il bene comune dell’umanità.
L’impegno dei cattolici e della Santa Sede per la risoluzione dei conflitti e la promozione di una pace giusta e duratura nella verità non è mai venuto meno, come testimoniano le molteplici iniziative di Benedetto XVI e, recentemente, di Papa Francesco in favore del Vicino oriente, dell’Iraq e dell’Ucraina.
Papa Francesco ricordava, nello scorso mese di giugno, il necessario impegno umano per la promozione della pace, e, inseparabilmente, la dimensione divina della medesima pace: «L’ulivo, che ho piantato nei Giardini Vaticani insieme con il Patriarca di Costantinopoli e i Presidenti israeliano e palestinese, richiama quella pace che è sicura solo se è coltivata a più mani. Chi si impegna a coltivare non deve però dimenticare che la crescita dipende dal vero Agricoltore che è Dio. Del resto, la vera pace, quella che il mondo non può dare, ce la dona Gesù Cristo. Perciò, nonostante le gravi ferite che purtroppo subisce anche oggi, essa può risorgere sempre».