sabato 11 ottobre 2014

Papa Montini e Duns Scoto maestro di dialogo.



 Un uomo per tutte le stagioni

(Pietro Messa)
Paolo VI il 14 luglio 1966 firmava la lettera apostolica Alma parens in occasione del secondo congresso Scolastico — tenutosi a Oxford in occasione del settimo centenario della nascita di Giovanni Duns Scoto — indicando i motivi della attualità del suo pensiero. Successivamente nell’udienza generale di mercoledì 24 agosto sempre del 1966 lo stesso Paolo VI indicò il congresso citato non solo come un segno della vitalità della Chiesa, ma anche come una delle manifestazioni a cui la Sede Apostolica dà un certo qual «riconoscimento d’autenticità».L’Alma parens può essere considerata come punto di osservazione del magistero di Papa Montini come si può constatare da alcuni aspetti ivi presenti. Ad esempio se Leone XIII nella lettera enciclica Aeterni Patris segnalando la posizione del pensiero di Tommaso d’Aquino rispetto agli altri dottori scolastici enunciava longe eminet Thomas Aquinas — come ricorda lo stesso Paolo VI mediante una citazione dello scritto leonino — nell’Alma parens il raffronto tra Scoto e il pensiero tomista è indicato mediante una formula più attenuata, ossia quamvis dissimili structura et mole (“pur dissimile per struttura e mole”) e non, ad esempio, longe dissimili structura et mole come sarebbe stato più logico se avesse voluto mantenere una continuità con il giudizio perentorio di Leone XIII precedentemente citato. Un piccolo cambiamento, da longe a quamvis, che indica uno spostamento non soltanto di prospettiva, ma di proporzioni, come può ben notare soprattutto un buon esperto di latino. Tale cambiamento può essere preso come espressione della modifica del metro di misura dell’ortodossia del pensiero di Scoto: infatti ancora nel 1920 il cardinale domenicano Andrea Frühwirth definiva la dottrina di Scoto contraria alla fede essendo in molti aspetti difforme al pensiero di san Tommaso d’Aquino prescritto dalla Chiesa. Fu nel 1971 che gli scritti di Scoto furono approvati e proprio perché il metro di misura non furono più le opere di san Tommaso ma la dottrina della Chiesa; un cambiamento secondo alcuni epocale, per cui questa vicenda della causa di Scoto è da inserirsi nei manuali di teologia e storia ecclesiastica.
Quindi, dopo aver riconosciuto la dignità del pensiero del maestro minorita indicando una nuova valutazione rispetto al giudizio di Leone XIII, modificandone il giudizio sulla proporzione di Scoto rispetto a Tommaso, tra le altre cose il Pontefice auspicava che la dottrina scotista potesse dare elementi utili al dialogo, soprattutto con gli anglicani, che aveva avuto un momento importante nell’incontro del 23 marzo 1966 nella Cappella Sistina con il più alto dignitario anglicano, l’arcivescovo di Canterbury, Michael Ramsey.
In ciò il Papa si appellava al giudizio dato da Giovanni di Gerson secondo il quale Scoto era mosso «non dalla contenziosa singolarità di vincere, ma dall’umiltà di trovare un accordo». Scoto è presentato nell’Alma parens come modello esemplare di dialogo. E che tale immagine, confermata dalla citazione storica del giudizio di Gerson, avesse nel 1966 una grande attualità, è dimostrato dal fatto che soltanto due anni prima lo stesso Paolo VI nella sua enciclica programmatica Ecclesiam suam indicava come via privilegiata del suo pontificato quella del dialogo, non solo ecumenico, ma anche con il mondo contemporaneo.
Quindi Scoto come un antesignano del dialogo ecumenico e del dialogo con il mondo contemporaneo auspicato dalla Ecclesiam suam, anche se l’enciclica non è citata nella lettera Alma parens. La porta era aperta perché molti — in particolari francescani — scrivessero a proposito della attualità del pensiero scotista, prendendo soprattutto spunto dal documento pontificio; c’è tuttavia da riconoscere che questa contemporaneità non sempre è giudicata totalmente positiva; anzi a volte è considerata come segno evidente della problematicità del pensiero scotista.
Senza voler passare in rassegna l’immenso numero di opere in merito, è importante analizzarne alcune per mettere in evidenza in cosa consista questa attualità di Scoto.
La lettera apostolica Alma parens fu pubblicata su «L’Osservatore Romano» del 24 luglio e nei giorni successivi apparvero sul medesimo giornale alcuni articoli di padre Carlo Balić a commento della stessa; sostanzialmente corrispondono a essi ciò che sempre Balić scrisse in un articolo apparso successivamente in latino nella rivista «Antonianum». Qui Balić, ispiratore, fautore e cooperatore nella stesura della stessa lettera apostolica in quanto presidente della Commissione scotista, presenta proprio il dialogo come una delle peculiarità di Scoto riconosciute dalla Alma, con un intero paragrafo su Duns Scotus et dialogus extra et intra Ecclesiam catholicam, e concludendo indicando Scoto come via per l’unità e la pace.
Queste affermazioni riprendono quanto lo stesso Balić scrisse nell’aprile precedente su «L’Osservatore Romano» con un articolo diviso in due parti proprio dal titolo Giovanni Duns Scoto e il “dialogo”: la presenza “anticipata” di tanti temi toccati dalla Alma parens, credo che mostrino in modo evidente il grande apporto di Balić stesso, se non proprio alla stesura, certamente alla formulazione, del documento pontificio. Egli in tale articolo precursore presenta esplicitamente Scoto come colui che incarna la via auspicata dal concilio Vaticano II e proclamata dalla Ecclesiam suam: dialogo non significa che si deve essere sempre d’accordo, ma «deve intendersi piuttosto come studio sereno e la conoscenza reciproca, che comporta rispetto e comprensione delle diverse opinioni».
Concludendo il suo articolo, riferendosi a Scoto, formula un auspicio che sarà realizzato dall’Alma parens: «Ma ci sembra che da quanto abbiamo detto si possa ragionevolmente additare in lui un teorico e un esemplare del dialogo che la Chiesa vuole instaurare in quest’epoca postconciliare».
Il tema del dialogo abbinato a Scoto non appare nella lettera enciclica che Costantino Koser, vicario generale dell’Ordine dei frati minori — in quanto suprema autorità nell’Ordine fino al Capitolo del 1967, essendo nel 1965 il ministro generale Agostino Sépinski eletto vescovo come Delegato apostolico di Gerusalemme e Palestina — ha inviato a tutto l’Ordine solo dopo un mese dalla lettera Alma parens.
Tuttavia nel discorso di apertura del Congresso di Oxford il delegato apostolico, monsignor Igino Eugenio Cardinale, si sofferma proprio sull’attualità del pensiero di Scoto in merito al dialogo: «Scoto appartiene a quel periodo quando l’unità dell’Occidente cristiano non era ancora stata frantumata nelle diverse denominazioni e la dottrina cristiana non era divenuta monopolio del Continente. L’ortodossia fondamentale della sua dottrina, comunemente insegnata in Gran Bretagna, per tre secoli prima della rottura con la Santa Sede, e il suo amore per la autentica tradizione presentano una solida base per il dialogo fra cristiani e tutta l’umanità. Più che mai, in questa era postconciliare, il dialogo è il mezzo più efficace delle relazioni umane. Attraverso il dialogo si tende a ristabilire contatti amichevoli fra i diversi gruppi che consentano uno studio sereno, nella mutua conoscenza, fraterna comprensione e sincero rispetto».
Quindi il pensiero di Scoto si presenta non solo importante dal punto di vista ecumenico in quanto capace di offrire strumenti per «un serio dialogo» tra cattolici e anglicani, come disse Paolo VI, ma rappresenta anche «una solida base per il dialogo fra cristiani e tutta l’umanità». Continuando, monsignor cardinale afferma che «la Chiesa in concilio era desiderosa di stabilire mezzi efficaci di contatto con gli uomini di buona volontà. Nella sua prima enciclica, Paolo VI la presentava al mondo come Chiesa del dialogo.
Il decreto conciliare sull’ecumenismo e la costituzione pastorale sulla presenza della Chiesa nel mondo sviluppano il tema del dialogo della Chiesa con i fratelli di altre confessioni e con il mondo moderno, mentre segretariati speciali sono stati incaricati di stabilire vie di comunicazioni con altri credenti cristiani e non-cristiani, come anche con i non credenti di buona volontà. Come afferma Paolo VI, i princìpi che furono l’anima del metodo critico di Scoto possono esercitare una influenza positiva per l’efficacia di questi contatti.
Quindi ancora una volta Scoto è indicato come possibile via per stabilire e affrontare contatti con cristiani di altre confessioni, non-cristiani e anche non-credenti. Se nella lettera Alma parens non vi era menzione dell’Ecclesiam suam, ora il suddetto monsignore rimanda a tale enciclica ricordando che se con essa Paolo VI presentava al mondo la comunità cattolica come Chiesa del dialogo, il pensiero di Scoto non può essere che un modello. Nell’elencare questi principi di Scoto che ancora oggi possono presentarsi come via per il dialogo, presenta per primo il seguente: «La conoscenza della verità è sempre progredita di pari passo con l’umanità», benché la verità in se stessa non può mai cambiare.
Insufficienza della conoscenza, pigrizia mentale, cattiva volontà, o assenza d’abilità, dice Scoto, possono viziare il ragionamento di uomini anche eminenti. Dati questi presupposti, le conclusioni non possono essere che l’affermazione secondo cui Scoto «giustamente è stato chiamato “un uomo per tutti i tempi”»: infatti «il suo sforzo di riconciliare i bisogni crescenti e le richieste del suo tempo con le tradizioni della Chiesa, la sua sincera ricerca della verità nella carità di Cristo, il suo atteggiamento irenico e aperto e sensibile verso i problemi da trattare, tutto questo aumenta il suo valore come modello ideale per il dialogo nel quale sono impegnati tutti gli uomini di buona volontà».
Quindi Scoto quale «modello ideale per il dialogo nel quale sono impegnati tutti gli uomini di buona volontà» e in ciò monsignor cardinale rafforza la sua affermazione citando Paolo VI che aveva manifestato la speranza che gli insegnamenti di Scoto potessero fornire «un quadro soddisfacente per un serio dialogo». Ecco l’ attualità di Scoto: uomo del dialogo per una Chiesa del dialogo! Nello stesso congresso di Oxford Carlo Balić fece un intervento parlando De methodo Ioannis Duns Scoti in cui nel terzo paragrafo ha illustrato De aliquibus aspectibus extrinsecis methodum Scoti illustrantibus tra i quali appare anche inquisitio veritatis pacifica, cum modestia et omni reverentia.
La lettera Alma parens fu occasione per evidenziare il possibile apporto del pensiero scotista al pensiero conciliare. Gerardo Cardaropoli nel 1967 riconosce che il documento papale inerente Scoto evidenzia «diversi aspetti della sua dottrina in chiave di attualità» e che il pensiero scotista è riscoperto «specialmente là dove si cerca un contatto tra il pensiero cristiano e le esigenze dei tempi». Riconoscendo che tale sintonia conciliare con il pensiero scotista è forse più che tutto una coincidenza, afferma che «appunto per questo occorre riesaminare la dottrina di Scoto in una prospettiva nuova». Preceduta da una descrizione del tempo storico di Scoto — nel rileggerla non si può non scorgervi la proiezione di problematiche contemporanee all’autore, certamente l’uso di immagini e linguaggio dell’immediato post-concilio — Cardaropoli sostiene che «se non nel metodo, almeno in tanta parte della sua dottrina Scoto appartiene più all’epoca moderna che al medioevo». Egli stesso riconosce che «l’affermazione può sembrare troppo apologetica» e la stessa affermazione successiva secondo la quale «con ciò non si vuole mitizzare Duns Scoto» fa intuire che qualche sospetto nel senso inverso in lui sorgeva. Una contemporaneità caratterizzata dalla ricerca dell’unità dell’umanità mediante il dialogo a cui la cristologia di Scoto può dare un apporto; Cardaropoli, con grande onestà intellettuale, scrive che «certo, non tutto il suo pensiero è ugualmente valido: lo è solo nella proporzione in cui la sua situazione storica ha elementi comuni col nostro tempo».
Riconoscendo rispetto ai tempi «l’anticipazione di Scoto» afferma che, grazie anche alla sua cristologia, «è più facile trovare un punto di incontro per il dialogo ecumenico, e perfino un punto di intesa con i non cristiani».
L'Osservatore Romano