Avevamo progettato questo numero di «donne chiesa mondo» prima che giungesse la terribile notizia delle tre suore italiane, Lucia Pulici, Olga Raschietti e Bernardetta Boggian uccise nel loro convento a Kamenge nel Burundi. Volevamo in queste pagine dar conto — per quanto possibile — dell’abnegazione, del coraggio e dell’eroismo delle religiose che hanno scelto il grande continente africano (dove i cattolici sono una minoranza) per la loro testimonianza di fede. E qui vivono, lavorano, aiutano le popolazioni locali e persone di altre religioni in situazioni di difficoltà e di rischio inimmaginabili.
Ce le racconta suor Elvira Tutolo con parole semplici e terribili da Berberati nella Repubblica Centroafricana. «Omicidi, torture, stupri anche su minorenni, matrimoni forzati. E, ancora, saccheggi di chiese, missioni, uffici case e delle poche imprese che c’erano. Anche il nostro centro culturale — denuncia — è stato preso di mira». Eppure resistono. Combattendo contro la malattia, la morte, l’ignoranza. Come Marie Stella Kouak, suora togolese, che affronta ogni giorno la disperazione e la speranza dei malati di Aids. Nei villaggi più sperduti, al termine di una strada battuta, si trova spesso una piccola missione, con due o tre suore, un cortile pulito, la macchinetta del caffè sul fornello e dei buoni biscotti, narra Alessandra Ferri, una psicologa che da vent’anni lavora in Africa con le suore e che testimonia nell’articolo inviatoci non solo delle difficoltà e della drammaticità della vita, ma anche dei risultati — piccoli e grandi — raggiunti dalle religiose. «Non lasciamo l’Africa da sola» ha detto di recente Papa Francesco ricordando la terribile epidemia di ebola che ha colpito tanti Paesi di un continente già gravemente ferito. Molte sono le religiose che sono già lì a testimoniare la loro fede e ad alleviare tante solitudini nel modo più semplice e concreto e, proprio per questo, eccezionale ed eroico, makobo na makobo che — ci informa suor Elvira — nella lingua locale significa mano nella mano, cuore nel cuore. (r.a.)
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Per una nuova spiritualità della donna africana
(Alicia Lopez Araújo) La politica e l’economia mondiali guardano in maniera crescente all’Africa, dal momento che nei prossimi decenni diventerà uno dei principali centri della produzione globale e uno dei maggiori mercati, così da concorrere a sfatare gli stereotipi sul continente che ancora sopravvivono nei più. Questa evoluzione ha avuto ricadute positive sul ruolo delle donne in Africa, le quali infatti ricoprono incarichi sempre più importanti in vari ambiti, come nei casi di Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia e premio Nobel per la pace, di Joyce Banda, ex presidente del Malawi o della sudafricana Nkosazana Clarise Dhlamini Zuma, dal 2012 presidente della commissione dell’Unione Africana, massima istituzione intergovernativa continentale, che ha dedicato il decennio 2010-2020 alla donna africana (African Women’s Decade). Già altre donne hanno dato lustro all’Africa quali la scomparsa ambientalista keniota Wangari Maathai, prima africana a ricevere il Nobel per la pace nel 2004 o la militante pacifista liberiana Leymah Gbowee, anche lei insignita del premio (2011), che promuove iniziative mediante il Women Peace and Security Network.
Accanto a queste figure di rilievo vanno ricordate però le tante donne africane senza volto e senza voce, emarginate e sofferenti, a causa delle asimmetrie che lacerano l’Africa. Sono le tante madri ancora escluse dal processo complessivo dello sviluppo del continente, che lavorano e lottano con responsabilità per garantire un futuro migliore ai propri figli.
Eppure non basta denunciare le disparità né le ingiustizie sociali e le violenze, di cui sono vittime le donne. Bisognerebbe più di ogni altra cosa incentivare una loro piena e uguale partecipazione a tutte le sfere della vita, in vista non solo di uno sviluppo sociale ed economico, ma soprattutto di una crescita spirituale, poiché l’umanità stessa dell’Africa passa tramite il femminile. Pertanto è quanto mai necessario iniziare a considerare le donne africane come pensatrici anche nell’ambito delle scienze teologiche. Da questo punto di vista constatiamo purtroppo un ritardo di espressione. Pensare la spiritualità in Africa relazionata al mondo femminile ci pone, infatti, di fronte a uno spazio incognito e indefinito, un vuoto intangibile apparentemente incolmabile e tuttavia fecondo.
A causa della colonizzazione la donna africana, al pari dell’uomo, ha subito uno svuotamento culturale e identitario, sicché non meraviglia che in un continente così depauperato non fosse stata contemplata la possibilità di una piena libertà del femminile, tale da favorire il manifestarsi di un suo eventuale contributo spirituale. Tuttavia, per quanto l’ideologia coloniale avesse esercitato la propria azione alienante, la linfa materna in Africa non è mai venuta meno. Giovanni Paolo II riconosceva «un ruolo primordiale alla donna, poiché generalmente è la madre il primo evangelizzatore», garantendo «una migliore qualità della vita sociale e il progresso della nuova Africa, l’Africa della vita», ovviamente con gli strumenti e con la sensibilità che le sono propri. A tal proposito Papa Wojtyła nei suoi numerosi viaggi nel continente parlò d’inculturazione del messaggio evangelico, incoraggiando a integrare fede e vita cristiane nelle culture africane. In particolare durante il viaggio in Togo nel 1985 affermò che «ciascun Paese africano deve vivere il Vangelo con la sua sensibilità e le sue qualità proprie; deve tradurlo non solo nella sua lingua, ma anche nei suoi costumi, tenendo conto dei valori umani del proprio patrimonio».
Alla luce di tutto ciò l’Africa deve poter esprimere la sua spiritualità anche attraverso le sue donne. È indispensabile raccogliere questa sfida. La donna africana a imitazione di Maria, in fuga da Betlemme, è in cammino; è portatrice di speranza e può contribuire alla spiritualità, compiendo un viaggio a ritroso, alla ricerca di quegli elementi che, prudentemente conservati, la possano ricollegare a un futuro, in cui è chiamata finalmente a esprimersi. Si tratta di un futuro ancora in gestazione, dunque il mondo interiore della donna africana va scandagliato e interrogato. Ogni viaggio implica un ritorno alle origini, non per confutarle, bensì per analizzarle in modo maturo, interpretando l’identità africana da un’altra prospettiva. Come l’Africa oggi si sforza di individuare una dimora spirituale intesa però non come ricerca squisitamente identitaria, così non è possibile parlare d’identità africana, senza riconoscerne la spiritualità.
La donna in Africa è chiamata a essere un soggetto storico attivo anche nel campo teologico, contribuendo a umanizzare questo martoriato continente e a creare un’identità culturale africana fondata sul Vangelo. Deve gettare luce sul proprio destino, ripensandosi come testimone dei valori evangelici, per poter incidere nella cultura e nella società dell’Africa di oggi. È necessario che la donna africana colga gli insegnamenti della Chiesa, li comprenda e li traduca in pratica, perché potrà raggiungere la liberazione spirituale solo attraverso una riflessione con al centro Cristo.
Affinché si mostri il volto femminile di Dio in Africa, è opportuno aprirsi alla speranza, inaugurando un nuovo percorso di emancipazione, che sappia dare voce alle donne dell’Africa, o meglio delle Afriche, in modo che in virtù dei propri talenti siano sempre più partecipi delle strutture ecclesiali e sociali.
