sabato 11 ottobre 2014

Martire per difendere gli schiavi



A Sassari la beatificazione di Francesco Zirano. 

(Marco Tasca, Ministro generale dell’ordine dei frati minori conventuali) Frate minore conventuale di Sassari, ucciso in odium fidei ad appena 39 anni nella città di Algeri il 25 gennaio 1603, Francesco Zirano è il primo martire sardo dell’epoca moderna a essere elevato dalla Chiesa alla gloria degli altari. Il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, a nome di Papa Francesco, lo beatificherà durante la solenne celebrazione in programma a Sassari nella mattina di domenica 12 ottobre. 
La testimonianza di Zirano, che «lavò le sue vesti nel sangue dell’Agnello» (Apocalisse, 7, 14), è significativa in un tempo come il nostro, nel quale il martirio torna drammaticamente d’attualità e molti cristiani si trovano a pagare col sacrificio estremo la loro appartenenza al Cristo. Dare la vita per non rinnegare la fede, ci ricorda la Lumen gentium, è «la massima testimonianza d’amore davanti agli uomini e specialmente davanti ai persecutori» e assimila il discepolo al maestro «che liberamente accetta la morte per la salvezza del mondo» (n. 42). E il martirio, dono concesso a pochi — paucis datur — è stimato nella Chiesa «come dono insigne e suprema prova di carità».
Riassumere la sua movimentata esistenza è impresa ardua in queste poche righe: mi limito a richiamare quale sia stato il centro propulsivo della sua vita, quella passione dominante che ne determinò l’esito fatale, cioè l’opera svolta per riscattare gli schiavi catturati dai corsari musulmani o almeno assisterli per evitare che essi, nella situazione in cui versavano, sconfessassero la fede cristiana. Una vocazione che si rafforzò definitivamente dopo che il cugino Francesco Serra, frate conventuale come lui, finì nelle mani dei pirati algerini. Fu questo desiderio di libertà e liberazione a portarlo ad Algeri e a spingerlo ad andare incontro al martirio di sangue. 
Francesco Zirano si muove nella scia del capitolo XVI della Regola non bollata che indica ai frati che sentono la particolare missione di stare inter saracenos quale sia l’atteggiamento con cui offrire la bella testimonianza del Vangelo: «Non facciano liti né dispute, ma siano soggetti a ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani». Non parole, dunque; non discorsi e tanto meno prediche, ma una presenza offerta con tutta discrezione e soprattutto con cuore pacificato e fraternizzante.
Francesco Zirano muore, come Cristo, affidandosi totalmente nelle mani di Dio («Nelle tue mani, Signore, raccomando l’anima mia», sono le sue ultime parole), e custodisce nel cuore quella carità che gli impedisce — pur nel crogiolo della prova — ogni animosità verso chi fa strazio del suo corpo. Così come la sua fede resta salda di fronte alla richiesta di rinnegarla: «Io sono cristiano e religioso del mio padre san Francesco e come tale voglio morire. E supplico Dio che illumini voi perché lo abbiate a conoscere». Si ripete l’espressione mite e fiera al contempo, del Christianus sum, presente in quasi tutti gli Acta martyrum; espressione con la quale i martiri dei primi secoli rispondevano ai procuratori romani che li lusingavano, invitandoli a rinnegare la fede. Altrettanto chiaro e vibrante è il riferimento al «mio padre san Francesco», che dice di un’appartenenza radicata e amorevole all’ordine. Non manca, infine, il desiderio, fatto quasi preghiera, che i persecutori si ravvedano e possano scorgere e accogliere nella loro vita la luce della fede attraverso l’incontro con Cristo.
Il martirio di Zirano incarna la carità al massimo grado e ci parla di un umanesimo nuovo, proprio come quello testimoniato nel cuore del ventesimo secolo da san Massimiliano Kolbe, anch’esso frate minore conventuale: alla disumanizzazione sistematica e brutale del regime nazista egli rispose col dono totale di sé, incarnato dalle sue note parole: «L’odio non serve a niente, solo l’amore crea!».
Mi piace sottolineare in particolare l’attualità del ministero che ha occupato buona parte della vita del nostro fratello martire, vale a dire la cura verso i rapiti, gli schiavi, coloro che erano stati privati della libertà e venivano sfruttati nel più palese misconoscimento degli elementari diritti dell’uomo. Che cosa sono gli immigrati di oggi, se non persone che subiscono violenza su violenza nel loro viaggio verso la speranza? Guerre, carestie, povertà e ingiustizie chiamano in causa la nostra identità di frati, di «fratelli universali» capaci di accoglienza senza frontiere e di un amore che si esprime in gesti concreti di attenzione alla persona.
L'Osservatore Romano

*

Domani la Messa del Papa per "i due giganti della evangelizzazione in Quebec"


Il card. Lacroix e l'anglicano mons. Drainville descrivono la figura di mons. Francesco de Laval e l'orsolina Maria dell'Incarnazione, canonizzati il 3 aprile scorso


Missionari, evangelizzatori, fondatori e pilastri della Chiesa in Quebec, e dal 3 aprile scorso anche Santi. Sono tutto questo mons. Francesco de Laval e la religiosa orsolina Maria dell’Incarnazione, per la cui Canonizzazione equipollente il Papa presiederà domani una Messa di ringraziamento nella Basilica vaticana

In occasione dell'evento, il cardinale arcivescovo di Quebec, Gérard Cyprien Lacroix, e il vescovo anglicano di Quebec, Dennis P. Drainville, hanno tracciato la figura dei due Santi in un briefing con i giornalisti oggi in Sala Stampa vaticana. 
Nati in Francia nel XVII secolo, il sacerdote e la suora canadesi furono sempre animati da un forte spirito missionario e dal desiderio di costruire una società fondata sui valori del Vangelo di Gesù Cristo. Virtù, queste, che furono fondamentali per l’evangelizzazione della Nuova Francia.
"Questi due giganti della prima evangelizzazione in Quebec sono state persone molto impegnate nella missione della Chiesa", ha affermato infatti Lacroix,sottolineando come sia auspicio dello stesso Pontefice che entrambi diventino modelli per la missione della nuova evangelizzazione in Quebec, così come in tutti i Paesi di tradizione cristiana.
In particolare, mons. de Laval - ha raccontato il porporato - "è stato un grande visionario e missionario che ha saputo organizzare la giovane chiesa nascente nel Paese, fondando il seminario di Quebec, sostenendo i missionari che partivano per lontane regioni per incontrare gli indigeni e  accompagnando le piccole comunità di coloni che si andavano creando".
"Era conosciuto come uomo di Dio - ha aggiunto - molto generoso con i poveri, anch’egli povero di beni, ma ricco di presenza accanto alle persone. Un uomo ritenuto in grande comunione con Dio e al tempo stesso un pastore molto attento ai bisogni del suo nuovo Paese". 
Da parte sua, l’orsolina Maria dell’Incarnazione "ha lasciato tracce profonde in Quebec". Conosciuta in tutta la colonia, fu una donna dalla "straordinaria vita spirituale" e "profondamente radicata nella sua relazione con Dio", tanto che venne definita come la 'Teresa del nuovo mondo'”. "I suoi scritti - spiega il cardinale - ci regalano una grande mistica, il cuore a Dio e i piedi ben saldi sulla terra, nella realtà. Portava bene il suo nome Maria dell’Incarnazione, una donna ben presente nella vita che la circondava e che anche la preoccupava". 
Entrambi i Santi, poi, "credevano fortemente nella costruzione di una comunità umana e cristiana che divenisse poi rete di giustizia, pace e sviluppo". Amore, verità, dare se stessi agli altri, soprattutto ai più bisognosi, erano i sentimenti che guidavano la loro vita. Una vita - ha rimarcato l'arcivescovo di Quebec, caratterizzata da "testimonianza di fiducia in Dio, missionarietà, perseveranza, piena aderenza alla fede e alla vita spirituale". Insomma, tutto ciò "che oggi è indispensabile per vivere la missione della Chiesa".
S. Cernuzio