
L’incontro tra padre Bergoglio e il vescovo di La Rioja negli anni della dittatura. Braccato dai lupi per le vie di Buenos Aires
Sommersi e salvati. I sommersi e i salvati di Bergoglio (Casale Monferrato, Piemme 2014, pagine 266, euro 16,50), in libreria dal 14 ottobre, è la capillare indagine che l’autore — cronista di razza e redattore di «Avvenire» — ha condotto sul grande e delicato impegno profuso da padre Bergoglio per salvare tanti dissidenti dalla dittatura argentina e in altri parti del Sud America. Ne pubblichiamo uno stralcio.
(Nello Scavo) Violenze squadriste, stato d’assedio, feroce repressione del dissenso, 340 centri di detenzione illegale, torture e omicidi su scala industriale: con il golpe militare del marzo 1976, l’Argentina si trasformò in un immenso campo di concentramento a cielo aperto.
Fu allora che il Colegio Máximo dei gesuiti a San Miguel divenne — prima saltuariamente e poi stabilmente — la sede di una silenziosa rete di protezione e salvataggio dei dissidenti in fuga dal regime. A crearla, a gestirla e a dirigerla era Jorge Mario Bergoglio. Padre Enrique Martínez lo comprese poco alla volta: «Ne avevamo il sospetto, poi ne avemmo la certezza».
Martínez, per tutti «padre Quique», non era ancora un prete. E non studiava da gesuita. Una cosa però la sapeva. Gli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola «devono essere svolti in silenzio, senza lasciarsi distrarre né disturbare». Per dirla con i testi di spiritualità ignaziana, «sono un modo di preparare e disporre l’anima a togliere tutti gli affetti disordinati e, dopo averli rimossi, a cercare e trovare la volontà di Dio nella disposizione della propria vita, per la salvezza della propria anima». Un certo isolamento si addice a questa scalata interiore.
A San Miguel vi era un’ala del Colegio Máximo destinata a questo scopo. «C’erano molte stanze singole» ricorda padre Quique. «Venivano assegnate ai laici che affrontavano un periodo di meditazione. Durante gli esercizi non parlavano praticamente con nessuno. Di solito venivano ospitati durante i fine settimana. Poi se ne andavano e tornavano alla propria quotidianità». A quel tempo, Bergoglio doveva occuparsi di una quindicina di case gesuitiche sparse per l’intera nazione argentina, circa duecento confratelli e meno di trenta novizi. San Miguel alle volte sembrava un porto di mare. Gesuiti di passaggio, studenti in ritiro spirituale, docenti. Il viavai era la normalità. «Perciò quel braccio dell’edificio era l’ideale per nascondere qualcuno. In apparenza non c’era niente di insolito» spiega padre Martínez.
A San Miguel, Martínez arrivò con altri due seminaristi, Miguel La Civita e Carlos González. Ad accompagnarli era il loro vescovo, Enrique Angelelli, che in quel modo volle metterli sotto la protezione di Bergoglio. All’inizio, i tre giovani non se ne resero conto. Del resto, lo stesso Angelelli non aveva svelato loro la vera ragione di quel trasferimento. «Lo capimmo solo dopo. All’inizio credevamo che monsignor Enrique lo avesse fatto per farci ultimare gli studi» ricorda La Civita, rievocando l’eroica e tragica figura dell’uomo che, insieme a Bergoglio, salvò loro la vita.
Enrique Angelelli era nato a Córdoba nel 1923. Nel 1968 era stato nominato vescovo di La Rioja e nel suo primo messaggio aveva affermato: «Non vengo per essere servito ma per servire tutti senza alcuna distinzione, né di classe sociale né di modo di pensare e di credere. Come Gesù voglio essere servitore dei nostri fratelli poveri». In fondo, un proposito perfino scontato per uno che è diventato vescovo. Eppure, agli occhiuti controllori della retta via che i militari si apprestavano a tracciare, apparve come il proclama di un vero comunista con la tonaca.
Quello fu l’inizio di una lunga ostilità tra il vescovo, esponente della teologia della liberazione, e il potere. Ostilità che, col passare degli anni e l’intensificarsi delle tensioni sociali e politiche, cominciò a sconfinare nella violenza e a coinvolgere anche l’entourage di monsignor Enrique.
Quando Angelelli cominciò a cercare un luogo dove mettere al sicuro i suoi seminaristi, furono in molti a sbattergli la porta in faccia. Invano il presule domandò a diversi collegi della capitale di prendere in carico i tre studenti: nessuno, a quanto pareva, era intenzionato ad accoglierli. Del resto, quelli di La Rioja non erano ben visti neanche all’interno dei vertici episcopali. Troppo pericolosi, troppo invisi alle forze che andavano prendendo il potere nel Paese, troppo “rossi”. Angelelli sapeva che il branco di lupi gli stava ormai addosso e si aggirava per Buenos Aires come un pastore in cerca di un riparo per le sue pecore. Finché non approdò a San Miguel.
Bergoglio non fece fatica a credere alle allarmate parole del vescovo. Per quanto non avesse in simpatia i teologi della liberazione e le loro concessioni all’analisi marxista, sapeva bene che non si poteva generalizzare. E che, in ogni caso, quei ragazzi stavano correndo rischi seri.
Già qualche anno prima, infatti, il provinciale dei gesuiti aveva potuto respirare quella stessa aria avvelenata dall’odio e dalla violenza che adesso Angelelli gli descriveva. Era successo quando Bergoglio si era recato nel nord del Paese insieme al preposito generale della compagnia, il «papa nero» Pedro Arrupe. «Quando io e padre Arrupe, nell’agosto del 1974, facemmo visita a La Rioja, molti settori della società espressero pubblicamente la loro indignazione per quella nostra visita a dei gesuiti impegnati con i più poveri» racconterà padre Bergoglio ai giudici di Buenos Aires rievocando l’atmosfera lugubre di quegli anni.
Angelelli tornò a La Rioja sapendo di non essere più solo. Ma il suo destino era scritto nel piano per il Processo di riorganizzazione nazionale. Il 4 agosto 1976 il vescovo Angelelli morì in uno strano incidente stradale. Alla guida c’era padre Arturo Aldo Pinto. Sul sedile posteriore Angelelli aveva disposto alcuni fascicoli con testimonianze e documenti che avrebbero potuto inchiodare i militari responsabili dell’omicidio di due preti scomodi, Carlos de Dios Murias e Gabriel Longueville, eliminati quindici giorni prima insieme al laico Wenceslao Pedernera.
Quando la Fiat 125 su cui il vescovo viaggiava si trovò in una zona montagnosa, lungo uno di quei tornanti da cui non passa quasi mai nessuno, improvvisamente sbucò una Peugeot nera che spinse Angelelli e Pinto in un dirupo. In meno di un giorno la polizia archiviò il caso, liquidandolo come uno «sfortunato incidente stradale» nonostante le proteste dello stesso Pinto, che inizialmente era stato creduto morto ma che in realtà era stato estratto dai rottami e medicato da alcuni automobilisti di passaggio. Un colpo di fortuna che i sicari non avevano previsto.
Uccidendo il vescovo di La Rioja, i militari vollero scrollarsi di dosso un problema, eppure con quel finto incidente del 4 agosto 1976 la dittatura cominciò a scrivere la propria condanna. Non importa quanto tempo ci sarebbe voluto. Gli assassini non ne sarebbero usciti indenni, perché la gente di Angelelli, i suoi poveri, i suoi seminaristi, non avrebbero mai lasciato che il loro martire venisse dimenticato.
Trent’anni dopo, il giovane provinciale gesuita che aveva dato un riparo ai ragazzi di Angelelli era diventato cardinale di Buenos Aires. Il 4 agosto 2006 il cardinale Bergoglio andò di persona a La Rioja per ricordare il sacrificio del vescovo: «Ha sparso il suo sangue per predicare il Vangelo» disse, mentre la folla non riusciva a trattenere le lacrime. Con quelle parole, per la prima volta la Chiesa cattolica argentina mostrò di propendere per la tesi dell’attentato, sempre respinta dalle autorità anche dopo il ritorno alla democrazia.
«Angelelli era un uomo di incontro, di periferie, che fu in grado di vedere oltre il dramma della Patria», un vescovo «innamorato del suo popolo»: così lo definì Bergoglio, che volle ricordare anche gli altri due sacerdoti e il loro collaboratore laico assassinati dal regime: «La Chiesa di La Rioja è andata facendosi sangue e si è chiamata Carlos, Gabriel e Wenceslao».
L'Osservatore Romano
(Nello Scavo) Violenze squadriste, stato d’assedio, feroce repressione del dissenso, 340 centri di detenzione illegale, torture e omicidi su scala industriale: con il golpe militare del marzo 1976, l’Argentina si trasformò in un immenso campo di concentramento a cielo aperto.
Fu allora che il Colegio Máximo dei gesuiti a San Miguel divenne — prima saltuariamente e poi stabilmente — la sede di una silenziosa rete di protezione e salvataggio dei dissidenti in fuga dal regime. A crearla, a gestirla e a dirigerla era Jorge Mario Bergoglio. Padre Enrique Martínez lo comprese poco alla volta: «Ne avevamo il sospetto, poi ne avemmo la certezza».
Martínez, per tutti «padre Quique», non era ancora un prete. E non studiava da gesuita. Una cosa però la sapeva. Gli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola «devono essere svolti in silenzio, senza lasciarsi distrarre né disturbare». Per dirla con i testi di spiritualità ignaziana, «sono un modo di preparare e disporre l’anima a togliere tutti gli affetti disordinati e, dopo averli rimossi, a cercare e trovare la volontà di Dio nella disposizione della propria vita, per la salvezza della propria anima». Un certo isolamento si addice a questa scalata interiore.
A San Miguel vi era un’ala del Colegio Máximo destinata a questo scopo. «C’erano molte stanze singole» ricorda padre Quique. «Venivano assegnate ai laici che affrontavano un periodo di meditazione. Durante gli esercizi non parlavano praticamente con nessuno. Di solito venivano ospitati durante i fine settimana. Poi se ne andavano e tornavano alla propria quotidianità». A quel tempo, Bergoglio doveva occuparsi di una quindicina di case gesuitiche sparse per l’intera nazione argentina, circa duecento confratelli e meno di trenta novizi. San Miguel alle volte sembrava un porto di mare. Gesuiti di passaggio, studenti in ritiro spirituale, docenti. Il viavai era la normalità. «Perciò quel braccio dell’edificio era l’ideale per nascondere qualcuno. In apparenza non c’era niente di insolito» spiega padre Martínez.
A San Miguel, Martínez arrivò con altri due seminaristi, Miguel La Civita e Carlos González. Ad accompagnarli era il loro vescovo, Enrique Angelelli, che in quel modo volle metterli sotto la protezione di Bergoglio. All’inizio, i tre giovani non se ne resero conto. Del resto, lo stesso Angelelli non aveva svelato loro la vera ragione di quel trasferimento. «Lo capimmo solo dopo. All’inizio credevamo che monsignor Enrique lo avesse fatto per farci ultimare gli studi» ricorda La Civita, rievocando l’eroica e tragica figura dell’uomo che, insieme a Bergoglio, salvò loro la vita.
Enrique Angelelli era nato a Córdoba nel 1923. Nel 1968 era stato nominato vescovo di La Rioja e nel suo primo messaggio aveva affermato: «Non vengo per essere servito ma per servire tutti senza alcuna distinzione, né di classe sociale né di modo di pensare e di credere. Come Gesù voglio essere servitore dei nostri fratelli poveri». In fondo, un proposito perfino scontato per uno che è diventato vescovo. Eppure, agli occhiuti controllori della retta via che i militari si apprestavano a tracciare, apparve come il proclama di un vero comunista con la tonaca.
Quello fu l’inizio di una lunga ostilità tra il vescovo, esponente della teologia della liberazione, e il potere. Ostilità che, col passare degli anni e l’intensificarsi delle tensioni sociali e politiche, cominciò a sconfinare nella violenza e a coinvolgere anche l’entourage di monsignor Enrique.
Quando Angelelli cominciò a cercare un luogo dove mettere al sicuro i suoi seminaristi, furono in molti a sbattergli la porta in faccia. Invano il presule domandò a diversi collegi della capitale di prendere in carico i tre studenti: nessuno, a quanto pareva, era intenzionato ad accoglierli. Del resto, quelli di La Rioja non erano ben visti neanche all’interno dei vertici episcopali. Troppo pericolosi, troppo invisi alle forze che andavano prendendo il potere nel Paese, troppo “rossi”. Angelelli sapeva che il branco di lupi gli stava ormai addosso e si aggirava per Buenos Aires come un pastore in cerca di un riparo per le sue pecore. Finché non approdò a San Miguel.
Bergoglio non fece fatica a credere alle allarmate parole del vescovo. Per quanto non avesse in simpatia i teologi della liberazione e le loro concessioni all’analisi marxista, sapeva bene che non si poteva generalizzare. E che, in ogni caso, quei ragazzi stavano correndo rischi seri.
Già qualche anno prima, infatti, il provinciale dei gesuiti aveva potuto respirare quella stessa aria avvelenata dall’odio e dalla violenza che adesso Angelelli gli descriveva. Era successo quando Bergoglio si era recato nel nord del Paese insieme al preposito generale della compagnia, il «papa nero» Pedro Arrupe. «Quando io e padre Arrupe, nell’agosto del 1974, facemmo visita a La Rioja, molti settori della società espressero pubblicamente la loro indignazione per quella nostra visita a dei gesuiti impegnati con i più poveri» racconterà padre Bergoglio ai giudici di Buenos Aires rievocando l’atmosfera lugubre di quegli anni.
Angelelli tornò a La Rioja sapendo di non essere più solo. Ma il suo destino era scritto nel piano per il Processo di riorganizzazione nazionale. Il 4 agosto 1976 il vescovo Angelelli morì in uno strano incidente stradale. Alla guida c’era padre Arturo Aldo Pinto. Sul sedile posteriore Angelelli aveva disposto alcuni fascicoli con testimonianze e documenti che avrebbero potuto inchiodare i militari responsabili dell’omicidio di due preti scomodi, Carlos de Dios Murias e Gabriel Longueville, eliminati quindici giorni prima insieme al laico Wenceslao Pedernera.
Quando la Fiat 125 su cui il vescovo viaggiava si trovò in una zona montagnosa, lungo uno di quei tornanti da cui non passa quasi mai nessuno, improvvisamente sbucò una Peugeot nera che spinse Angelelli e Pinto in un dirupo. In meno di un giorno la polizia archiviò il caso, liquidandolo come uno «sfortunato incidente stradale» nonostante le proteste dello stesso Pinto, che inizialmente era stato creduto morto ma che in realtà era stato estratto dai rottami e medicato da alcuni automobilisti di passaggio. Un colpo di fortuna che i sicari non avevano previsto.
Uccidendo il vescovo di La Rioja, i militari vollero scrollarsi di dosso un problema, eppure con quel finto incidente del 4 agosto 1976 la dittatura cominciò a scrivere la propria condanna. Non importa quanto tempo ci sarebbe voluto. Gli assassini non ne sarebbero usciti indenni, perché la gente di Angelelli, i suoi poveri, i suoi seminaristi, non avrebbero mai lasciato che il loro martire venisse dimenticato.
Trent’anni dopo, il giovane provinciale gesuita che aveva dato un riparo ai ragazzi di Angelelli era diventato cardinale di Buenos Aires. Il 4 agosto 2006 il cardinale Bergoglio andò di persona a La Rioja per ricordare il sacrificio del vescovo: «Ha sparso il suo sangue per predicare il Vangelo» disse, mentre la folla non riusciva a trattenere le lacrime. Con quelle parole, per la prima volta la Chiesa cattolica argentina mostrò di propendere per la tesi dell’attentato, sempre respinta dalle autorità anche dopo il ritorno alla democrazia.
«Angelelli era un uomo di incontro, di periferie, che fu in grado di vedere oltre il dramma della Patria», un vescovo «innamorato del suo popolo»: così lo definì Bergoglio, che volle ricordare anche gli altri due sacerdoti e il loro collaboratore laico assassinati dal regime: «La Chiesa di La Rioja è andata facendosi sangue e si è chiamata Carlos, Gabriel e Wenceslao».