giovedì 2 ottobre 2014

Un fenomeno da governare in modo politico



L’emigrazione secondo Giovanni Battista Scalabrini.

(Pietro Parolin) Pubblichiamo quasi per intero l’intervento del cardinale segretario di Stato durante la presentazione del libro del nostro redattore Nicola Gori La famiglia scalabriniana. Migrante con i migranti (Cinisello Balsamo, San Paolo, pagine 118, euro 9,90) che ha avuto luogo a Roma nel pomeriggio del 1° ottobre. -- Rivolgendo la mente alla storia, è noto che, nella seconda metà del XIX secolo, il fenomeno dell’industrializzazione, unito allo sviluppo demografico europeo e alla crisi agricola, oltre a sollecitare correnti migratorie all’interno dei singoli Stati-Nazione e verso i poli industriali europei, produsse un massiccio esodo dall’Europa, in particolare verso le Americhe, che coinvolse oltre 50 milioni di persone. Tale fenomeno toccò tutte le nazioni europee ad eccezione della Francia, che viveva la fase coloniale e che registrava il serio problema di un vuoto demografico, ereditato dalle guerre napoleoniche, e in parte anche l’Inghilterra, impegnata nell’espansione dei suoi territori.
La Germania, ad esempio, unificata sotto l’impero prussiano, contava quasi 7 milioni di emigrati negli Stati Uniti d’America e circa altri 3 milioni nell’America Latina, soprattutto in Brasile e in Argentina. L’Irlanda, dopo l’emigrazione verso i poli industriali inglesi, registrava forti ondate migratorie verso il Nord America. L’Italia, dopo la sua unificazione, aveva circa 5 milioni di emigrati negli Stati Uniti d’America e circa tre milioni in America Latina, in particolare in Brasile e in Argentina.
In quell’epoca, l’emigrazione europea trovava enormi difficoltà d’inserimento nelle società d’immigrazione, non solo per cause economiche ma anche per una mentalità di contrasto, di natura culturale e politica. Basti pensare alla politica nativista negli Stati Uniti d’America, allo sfruttamento dei migranti in Brasile in sostituzione della manodopera “schiava” nelle aziende agricole, alle campagne di colonizzazione-occupazione lanciate dall’Argentina, che richiamava l’emigrazione europea a varie ondate, secondo le nazionalità europee di provenienza che venivano favorite. 
Il Beato Giovanni Battista Scalabrini, in questo scenario, vedeva l’emigrazione come un diritto naturale ma ci teneva a precisare che se l’emigrazione è un diritto naturale della persona, non deve essere riconosciuto il diritto di chi provoca, alimenta e sfrutta l’emigrazione. In tal modo denunciava, in particolare, l’opera degli agenti di emigrazione.
Per quanto riguarda l’Italia, Scalabrini contrapponeva le migrazioni pacifiche al discorso colonialistico di conquista. Al suo tempo, nel dibattito culturale e politico italiano, c’era chi voleva ostacolare e impedire l’emigrazione: la classe agraria vedeva nell’emigrazione il pericolo di essere obbligata ad alzare i salari per la scarsezza di manodopera; il partito “militare” paventava nel fenomeno dell’emigrazione un indebolimento dell’esercito; i fautori del colonialismo si opponevano all’emigrazione per giustificare la necessità e la vocazione coloniale dell’Italia; gli imprenditori e l’alta finanza giudicavano l’emigrazione un ostacolo per gli investimenti nelle bonifiche interne. 
Si trattava, in effetti, di una visione tipicamente politica ed economica delle migrazioni, considerate come valvola di sfogo della sovrappopolazione e come giustificazione alla politica coloniale. Scalabrini, invece, insisteva sul valore culturale e profetico delle migrazioni per la costruzione di un mondo più umano e solidale.
L’approccio di Scalabrini è alquanto inedito per un ecclesiastico del XIX secolo, che dimostra di conoscere le cause culturali, sociali e politiche dell’emigrazione italiana ed europea, come pure le diverse situazioni nei Paesi di arrivo: i suoi opuscoli e le sue conferenze manifestano un’ampia conoscenza della letteratura in materia di migrazioni, sia italiana che straniera.
Il suo intervento a favore dei migranti era indirizzato non solo alla dimensione religiosa, ma teneva conto anche degli aspetti sociali, culturali e politici. Per questo la sua idea iniziale, nel 1887, fu di fondare un’istituzione mista, religiosa e laicale, capace di affrontare globalmente la questione. Di fatto, fu costretto a fondare due opere distinte, con una certa distanza di tempo l’una dall’altra: i missionari religiosi, nel 1887, e l’Opera laica di patronato San Raffaele, nel 1889. Egli stesso scrisse di essere rimasto sconvolto dalle lettere che gli inviavano gli italiani emigrati in Brasile.
Una delle grandi intuizioni di Scalabrini fu certamente la convinzione che i migranti hanno bisogno di mantenere un collegamento vitale ed esistenziale con la propria cultura d’origine per poter dare il loro contributo nella nuova società in cui sperimentano il trapianto e l’integrazione. 
Scalabrini collocava il fatto delle migrazioni nel quadro socio-politico della “questione sociale”, fenomeno più vasto legato alla rivoluzione industriale. Nello stesso tempo, egli percepiva che la gestione delle migrazioni era strettamente collegata alle questioni politiche della classe agraria e di quella industriale, che guidavano la politica italiana, nonché della politica coloniale nella quale anche l’Italia voleva entrare. Infine, come fenomeno sociale, secondo Scalabrini l’emigrazione doveva essere gestita in modo “politico”, cioè attraverso normative statali. Non si trattava di fare leggi belle o brutte, ma leggi realizzabili e concrete, che riuscissero a gestire in modo positivo un fenomeno in netta crescita ed esplosione.
Per questo egli prese la parola, già nel suo primo opuscolo sulle migrazioni del 1887, con proposte politiche nei confronti dello Stato italiano, che iniziava ad affrontare tale fenomeno, anche se in modo confuso e parziale. I suoi interventi non cessarono dopo l’approvazione di una legge che, di fatto, metteva gli emigranti alla mercé degli agenti d’emigrazione, anzi si intensificarono con una serie di conferenze in varie città italiane, negli anni caldi del dibattito politico e legislativo sull’emigrazione, nel 1891 e 1892, facendosi forte delle iniziative sociali e religiose, in campo migratorio, promosse e realizzate dai suoi missionari. 
L’impressionante documentazione che il Beato Giovanni Battista Scalabrini inviò al cardinale Giovanni Simeoni, prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, già segretario di Stato, il 13 giugno 1887, nell’opuscolo «L’emigrazione italiana in America» rivela tutto il lavoro previo di lettura, documentazione e analisi che certo non può essere stato svolto unicamente all’inizio del 1887. Le riflessioni e l’inquadramento politico vengono da lontano e sono frutto di studi e di iniziative che si erano andate sviluppando nel pensiero e nell’opera del vescovo di Piacenza.
Nell’opuscolo citato, Scalabrini presentava un progetto che, mutatis mutandis, conserva tutta la sua attualità, nel tentativo di coniugare, senza confondere, le peculiarità della sollecitudine pastorale e la risposta politico-assistenziale alle emergenze sociali del fenomeno migratorio. Il 25 novembre 1887 venne pubblicato il Breve Apostolico Libenter Agnovimus, che approvava l’istituzione della Congregazione religiosa ideata dal Beato Scalabrini. Tre giorni dopo, il 28 novembre, don Domenico Mantese, di Vicenza, e don Giuseppe Molinari, di Piacenza, nella basilica piacentina di Sant’Antonino, insieme a monsignor Domenico Costa, prevosto della basilica e primo superiore della comunità, costituivano il primo nucleo della “piccola congregazione” voluta da Giovanni Battista Scalabrini. Essi sottoscrissero davanti al vescovo un regolamento provvisorio che contemplava anzitutto l’obbedienza al Santo Padre, al vescovo fondatore e al superiore locale.
L'Osservatore Romano