
(Malcolm Ranjith, Cardinale arcivescovo di Colombo) In Asia, e specialmente nello Sri Lanka, ringraziamo Dio per il duplice dono che ha scelto di farci: la visita del successore di Pietro e la canonizzazione del beato Joseph Vaz.
La decisione di Francesco di visitare lo Sri Lanka è maturata nel corso di un anno. Gli ho rivolto l’invito la sera stessa dell’elezione, il 13 marzo 2013. Egli si è mostrato entusiasticamente aperto all’idea. Desiderava manifestare in modo concreto l’amorevole vicinanza di Dio al piccolo gregge di questo vasto continente. Ciò indicava come il suo cuore di pastore fosse aperto ad abbracciare tutti, anche la gente di questa nostra minuscola isola.I successivi inviti da parte della Conferenza episcopale e delle autorità statali sono state accolte con entusiasmo. Poi, durante l’incontro con i migranti srilankesi in Italia nella basilica di San Pietro, l’8 febbraio 2014, il Papa ha espresso pubblicamente la speranza di poter venire nel Paese. E in occasione della visita ad limina dei vescovi dello Sri Lanka, il 3 maggio scorso, ha ufficialmente confermato il viaggio.
Nel primo invito ho spiegato al Pontefice che lo Sri Lanka sarebbe stato per lui un posto ideale per avere una visione caleidoscopica dell’Asia, con le sue numerose convinzioni religiose, e del modo in cui il piccolo gregge del Signore vive e professa la fede in mezzo a un mare di non cristiani. E ciò lo ha attratto, poiché Francesco è sempre stato un appassionato sostenitore dell’armonia tra le religioni e dell’unità. Inoltre il continente, con oltre due terzi della popolazione mondiale e appena il 2,6 per cento di cristiani, poteva essere un’interessante e nuova fonte di arricchimento per la Chiesa.
L’Asia, di fatto, è governata dai valori morali e spirituali rispecchiati nell’ethos dell’induismo, del buddismo, dell’islam, del confucianesimo, del taoismo e quindi del cristianesimo. L’anima asiatica è un’anima religiosa. Il suo orientamento filosofico fondamentale non è dominato dal principio greco-romano della contraddizione, piuttosto include gli opposti; non è lineare bensì circolare ed è profondamente condizionato dai fondatori delle religioni antiche. Essa fatica a venire a capo delle inadeguatezze, e tuttavia ha una crescita economica ottimistica; è tormentata da povertà e tensioni sociali, e tuttavia desiderosa di pace; cerca di utilizzare tutte le risorse naturali per migliorare, ma è consapevole del legame intimo che esiste tra il mondo materiale e la vita umana.
La Chiesa nel nostro continente non può ignorare questi contrasti ma deve mantenere con essi un dialogo costante. Se per un verso la situazione di “piccolo gregge” espone la Chiesa al pericolo del sincretismo, dall’altro l’aiuta a imparare a sopravvivere e perfino a diffondersi in un contesto che consente un silenzioso senso di attrazione per ciò che è nuovo. La ragione di ciò è che tanti asiatici apprezzano la freschezza della fede cristiana, che è relativamente giovane se paragonata alle altre religioni. Le Chiese orientali, che hanno anch’esse una storia di silenzioso ingresso nel continente, e non di intrusione coloniale, hanno molto in comune con la Chiesa universale in quanto a età ed esperienza nell’evangelizzazione. Pertanto, la visita del Papa in un contesto tipicamente asiatico può servire all’arricchimento reciproco sia della Chiesa universale sia dello spirito asiatico.
E così il viaggio del Pontefice sarà un’importante pietra miliare nel nuovo modo di realizzare l’evangelizzazione che Francesco sta raccomandando in particolare attraverso l’esortazione apostolicaEvangelii gaudium. La visita potrebbe accrescere l’interesse di entrambe le parti — la Chiesa e il continente — a imparare l’una dall’altra e ad apprezzarsi reciprocamente. E qui, una delle testimonianze più forti, dal punto di vista pedagogico, è quella di Joseph Vaz.
La sua è stata una vita di umile testimonianza al linguaggio intensamente trasformatore dell’amore, manifestato nel Vangelo; ha rispecchiato la potenza dell’amore misericordioso di Dio, che nasceva dalle radici della sua anima. In questo era umile e tuttavia potente, ascetico — come ogni uomo di fede asiatico dovrebbe sempre essere — ma generoso e gioioso nel suo servizio; esposto a rischi di ogni genere, eppure dotato di profonda fiducia e fede in Dio; innamorato dell’umanità, ma sempre consapevole del bisogno di appoggiarsi al Padre. Come Abramo, il quale partì obbedendo al Signore e permettendogli di utilizzarlo totalmente per la missione. Fu un sanyasi— uomo santo dell’induismo — totalmente altruista. Non s’impose ai suoi contemporanei, ma permise alla sua vita di dissolversi in mezzo a loro, al punto che essi furono attratti da Cristo.
Per comprendere questa figura è bene dare uno sguardo alla storia dello Sri Lanka del XVII e del XVIII secolo. Di fatto, nel Cinquecento c’era stata una rinascita della fede cattolica nel Paese con il fortuito arrivo dei portoghesi nel 1505: rinascita perché la precedente presenza è documentata da alcuni registri e dal ritrovamento di una croce orientale del v secolo negli scavi dell’antica città di Anuradhapura.
In seguito, la fede cattolica raggiunse il picco nelle aree costiere del Paese. Sebbene i portoghesi fossero interessati principalmente al commercio e alla ricerca di ricchezza, favorirono l’espansione del cattolicesimo nell’isola invitando i missionari. I primi ad arrivare furono i francescani nel 1543, seguiti dai gesuiti nel 1602, dai domenicani nel 1605 e dagli agostiniani nel 1606. Ma erano tutti europei, e quindi, quando nel 1656 il controllo delle provincie marittime passò ai protestanti olandesi, la comunità cattolica fu soppressa con la forza. Tutti i missionari furono espulsi e venne vietata la pratica della fede. Molti cattolici furono costretti a diventare membri delle chiese protestanti o ad abbracciare altre religioni. La pratica della fede passò alla clandestinità e per tre decenni non ci furono sacerdoti a prendersi cura dei cattolici rimasti. I missionari europei non potevano entrare nello Sri Lanka nemmeno di nascosto, poiché i funzionari olandesi potevano facilmente identificarli grazie alla pelle bianca.
Questa situazione si rivelò provvidenziale poiché preparò il terreno a una soluzione indigena alla crisi. Il Signore toccò il cuore di un giovane sacerdote dell’India, affinché si sentisse chiamato a portare sollievo e forza alla comunità cattolica nello Sri Lanka.
Joseph Vaz era nato a Goa, da Christopher Vaz e Marie de Miranda, il 21 aprile 1651. Sin da giovane trascorse molte ore in preghiera. Fu generoso ed entusiasta, leale alla Chiesa, studioso e preoccupato per i poveri e i bisognosi, con un profondo spirito ascetico e di abnegazione. Entrato in seminario, dopo aver completato gli studi fu ordinato sacerdote nel 1676 per l’arcidiocesi di Goa. Sin dall’inizio si era sentito chiamato alle missioni, perciò decise di unirsi a un oratorio fondato dal padre Pasqual da Costa Jeraimias, che in seguito prosperò e accolse molti altri membri. Ben presto Joseph Vaz ne divenne il leader e, chiedendo il permesso per unirsi all’Oratorio di San Filippo Neri, fece della fondazione di Goa un Oratorio indipendente sotto tale regola.
Fu allora che, venuto a conoscenza della triste situazione della comunità cattolica nello Sri Lanka, decise di dedicarsi completamente a essa. Nel 1687, travestito da operaio, insieme a un giovane volontario di nome John, s’imbarcò su una nave commerciale e approdò prima a Mannar e poi a Jaffna. Affaticato e malato, Joseph Vaz ebbe grandi difficoltà a trovare i cattolici, facendosi riconoscere da loro, imparando la lingua locale tamil e servendoli senza essere scoperto dagli olandesi. Ma riuscì a servire con zelo le comunità di quell’area, per la maggior parte camminando e visitando segretamente i cattolici. I diversi tentativi degli olandesi di catturarlo fallirono.
Venuto a conoscenza della presenza di altri cattolici nella zona di Kandy, che non era sotto il controllo degli olandesi ma del re locale, decise di recarvisi. Ma mentre era in cammino, sospettato di essere una spia dei portoghesi, fu arrestato dai soldati del re e imprigionato a Kandy. Dopo due anni, il re Wimaladharmasuriya ii, avendo sentito parlare della sua natura profondamente ascetica ed edificante, mutò la condanna in arresti domiciliari e gli permise di svolgere i suoi doveri pastorali. Fu così che Joseph Vaz si recò ovunque, a volte perfino senza il permesso del re, anche nelle aree sotto il controllo olandese, visitando i cattolici, celebrando i sacramenti e catechizzando. Visse in maniera semplice, aiutando tutti, operando una serie di miracoli — incluso quello di far terminare una grave siccità con forti piogge — e occupandosi personalmente dei malati quando la città fu colpita da una pestilenza e tutti gli altri fuggirono abbandonandoli. Invitò diversi altri confratelli dell’Oratorio di Goa a unirsi a lui, compreso Jacome Gonsalves, che poi divenne un grande scrittore e contribuì alla diffusione della letteratura e della cultura cattolica nelle lingue locali nello Sri Lanka. Ancora oggi l’influenza di padre Gonsalves nella liturgia cattolica, nella letteratura, nella musica e nel teatro viene guardata con ammirazione anche dai non credenti.
Joseph Vaz rifiutò il titolo episcopale, preferendo rimanere un semplice sacerdote. La sua umiltà e il suo servizio furono motivo di frequenti malattie. Il 16 gennaio 1711 morì all’età di sessant’anni. Venne tumulato a Kandy, ma a oggi si ignora il luogo della sepoltura. La sua missione era stata quella del dono totale, permettendo al Signore di dominare la sua vita, come Giovanni Battista. La sua fama di santità era così vasta da spingere il vescovo di Cochin, già nel 1713, ad avviare la causa per la beatificazione, poi portata avanti dall’arcivescovo di Goa e dal vescovo di Kandy. Nel 1989 la Congregazione delle cause dei santi ha promulgato il decreto sulle sue virtù eroiche e il 6 luglio 1993 Giovanni Paolo II ha riconosciuto il miracolo attribuito alla sua intercessione. Il 21 gennaio 1995 il Pontefice polacco, durante sua visita in Sri Lanka, lo beatificò a Colombo.
Il popolo srilankese ha continuato a pregare per la sua canonizzazione. Anche i vescovi del Paese hanno continuato a insistere e così, tenuto conto della vasta considerazione popolare della sua santità e delle continue richieste giunte dallo Sri Lanka, dall’India e da altre parti del mondo, Papa Francesco ha accelerato tale processo. E durante il concistoro del 20 ottobre 2014 ha deciso di canonizzarlo nel corso di questa visita.
Noi cattolici srilankesi siamo pieni di gioia per questo grande dono di Dio alla nostra Chiesa. Ringraziamo il Signore per aver salvato la nostra fede, durante un periodo estremamente difficile, attraverso questo grande missionario. È provvidenziale il fatto che, proprio quando un missionario dalla pelle bianca avrebbe avuto difficoltà a operare, il Signore abbia scelto un figlio del suolo asiatico. E più tardi, allorché Leone XIII decise di istituire in Asia un seminario regionale per le vocazioni indigene, fu ispirato dall’esempio di Joseph Vaz, della cui vita e della cui missione in Sri Lanka era venuto a conoscenza attraverso il delegato apostolico in India, monsignor Ladislaus Zaleski.
Papa Pecci, su raccomandazione di Zaleski, nel 1893 scelse proprio Kandy come sede del primo seminario regionale per sacerdoti indigeni in Asia. La decisione profetica di Papa Leone di incoraggiare l’indigenizzazione delle Chiese locali, in un tempo in cui le vocazioni missionarie in Europa erano abbondanti, fu forse ispirata dal servizio esemplare svolto da Joseph Vaz.
L’imminente visita di Papa Francesco e la sua scelta di canonizzare il nostro santo sul suolo di casa sono davvero doni di un valore incommensurabile. Entrambi gli avvenimenti esprimono in modo tangibile la profondità dell’amorevole sollecitudine di Dio per noi. Ed è evidente che ci sono similitudini nelle scelte concrete compiute da Papa Francesco e da Joseph Vaz, così come nella ratio che c’è alla base di tali scelte: in particolare, lo spirito di ottimismo e la gioia del Pontefice argentino nel far fronte alle diverse sfide della missione ecclesiale oggi, da un lato, e la forza di volontà e l’impegno dimostrati da Joseph Vaz, dall’altro, sono radicati in Gesù.
Di fatto, Joseph Vaz apparteneva totalmente a Cristo. Il suo entusiasmo e la sua disponibilità a subire anche il martirio per la causa della sua missione rispecchiavano lo spirito del grande apostolo Paolo. La gioia di Joseph Vaz nello spendersi per il Signore proveniva da questa totale identità con Gesù. E Papa Francesco rispecchia questo stesso spirito.
La bellezza della vita di Vaz sta nel fatto che l’amore lo ha spinto ad abbandonare tutto e a recarsi in un territorio ostile confidando totalmente nel Signore. Quasi nessuno sapeva del suo arrivo nello Sri Lanka. Non lo attendeva nessun comitato di accoglienza. Non possedeva niente, dipendeva totalmente dalla generosità dei cattolici poveri e perseguitati. Rimase con loro, condivise le loro umili case, percorse lunghe distanze, fu profondamente ascetico e distaccato, e fu un uomo di preghiera che spesso trascorreva notti intere dinanzi al Signore. Tuttavia non si scoraggiò mai: celebrava i sacramenti con devozione, fu buon insegnante e predicatore che riusciva a entusiasmare il gregge. Era sempre disponibile e molto amato, perché, a sua volta, amava e avrebbe dato la vita per il suo gregge. Il suo entusiasmo nel servire era contagioso e animò tutti i sacerdoti che si unirono a lui. Un vero modello per i missionari attuali.
Oggi l’Asia ha più che mai bisogno di simili modelli di evangelizzazione. Ha bisogno di missionari innamorati del Signore e spumeggianti di entusiasmo, che siano gioiosi e ottimisti, senza paura di soffrire povertà, privazioni e perfino persecuzioni per il Vangelo. L’importante non è il trionfalismo, bensì la via umile della gioia evangelica: il trionfo dei piccoli senza trionfi.
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La statua di Nostra Signora di Matara tra storia e leggenda. Divorata e restituita dalle acque
(Dallo Sri Lanka Cristian Martini Grimaldi) Il Forte a forma di stella che risale al 1763 è conservato talmente bene che Asanke, la guardia appostata a un passo dal ponte levatoio, dice che se si guarda giù nel fossato — pieno d’acqua — è possibile vedere un coccodrillo. Non scherza, la guardia. Il coccodrillo, infatti, c’è davvero. Pare che il fiume Nilwala, che scorre vicino, ne sia pieno.
Se Asanke avesse indossato un’uniforme settecentesca piuttosto che abiti borghesi per un attimo si sarebbe potuto pensare di trovarsi di fronte la sentinella di una guarnigione olandese dell’epoca, quando le coste dello Sri Lanka venivano attrezzate dal piccolo ma potente Stato nordeuropeo con le più moderne tecnologie di difesa per scongiurare gli attacchi delle potenze rivali con le quali si contendeva il controllo delle rotte dell’oceano indiano. Il Forte venne costruito a forma di stella a sei punte allo scopo di realizzare una difesa a trecentosessanta gradi. Ma le strategie militari fondate sulla geometria, per quanto sofisticate, vengono rese obsolete dai progressi dell’artiglieria e il Forte resistette appena trent’anni: l’isola nel 1796 passò nelle mani degli inglesi che trasformarono questo baluardo difensivo in un ufficio amministrativo.
Siamo a Matara, una piccola cittadina nel sud dello Sri Lanka che, a dispetto del passato militaresco, ospita uno degli oggetti di maggiore devozione religiosa del Paese: la famosa statua di Nostra Signora di Matara, custodita nell’omonima chiesa a ridosso del lungomare.
Attraverso il ponte sul fiume Nilwala e sulla sinistra splende, bianchissima, la moschea: brilla come uno specchio in mezzo al deserto sotto il sole di mezzogiorno. Non lontano c’è la chiesa riformata olandese di Matara, una delle più antiche chiese olandesi dello Sri Lanka. Campeggia austera e solitaria all’interno del secondo Forte della città con l’ingresso principale chiuso con un lucchetto. Accanto, gremito di gente e con la porta spalancata, c’è il centro per la detenzione di minori dove madri e padri attendono notizie sulla sorte dei loro figli arrestati per piccoli furti. L’edificio è stato dipinto dello stesso color giallo paglierino della vecchia chiesa adiacente.
Passeggiando tra decine di negozietti improvvisati sul marciapiede, che vendono di tutto, dalle infradito di plastica a coltelli di tutte le taglie, si arriva sul lungomare. Proprio su una roccia, che poi è un piccolo isolotto una trentina di metri a largo, i monaci hanno costruito, dieci anni fa, un monastero. Si attraversa un ponte pedonale sospeso, che trema non poco, e poi si salgono numerosi scalini prima di giungere al cuore dell’edificio dove si trova una grande statua di Budda. Ai quattro angoli dell’edificio vi sono poi statue di divinità hindu, in omaggio alla religione induista. I monaci sono stati lungimiranti ad aver scelto questo luogo, perché il tempio si trova a diversi metri sul livello del mare: di conseguenza è potuto sottrarsi alla furia dello tsunami del dicembre 2004.
Ma la stessa sorte non è toccata alla chiesa di Nostra Signora di Matara, che conserva la venerata statua della Madonna. La chiesa è il primo edificio a ridosso del lungomare e la prima grande onda del maremoto l’ha centrata in pieno. Era la mattina di santo Stefano e il parroco stava dando la comunione quando proprio di fronte a sé vide arrivare l’imponente massa d’acqua. Non c’è stato neppure il tempo di dare l’allarme: ventiquattro degli oltre cento fedeli presenti non hanno avuto scampo. Ingenti, poi, i danni materiali. E in questo scenario di distruzione la statua di Nostra Signora di Matara era scomparsa. Il mare se l’era ripresa esattamente come l’aveva restituita quattro secoli prima a un gruppo di pescatori che l’avevano trovata impigliata nelle loro reti.
La leggenda narra infatti che nel XVII secolo la statua venne rinvenuta in mare — contenuta in una scatola di legno — da alcuni pescatori del luogo, che poi la consegnarono al parroco della chiesa di Matara. La chiesa originaria si trova non molto lontano da qui, ma oggi è abbandonata essendo troppo piccola per contenere i fedeli che vanno aumentando di anno in anno grazie alla crescente popolarità della statuetta.
«Due furono gli eventi miracolosi legati alla statua» dice il parroco, padre Damian Arsakularatne: «Il primo avvenne durante un’epidemia di colera che fece centinaia di morti. La gente impaurita si radunò in chiesa e portò la statua in processione. Da quel giorno non si registrò un solo altro caso di colera in città». Il secondo evento miracoloso accadde durante una forte siccità. Gli abitanti di Matara portarono di nuovo la statua in processione e prima di tornare in chiesa una grande pioggia aveva ridato di nuovo vita ai campi: la siccità era scongiurata.
Ma la storia di questa sacra scultura non finisce qui. Nel 1911 il vescovo di Galle, il belga Van Reeth, fece trasportare la statua in Europa perché venisse restaurata. Dopo i lavori, la statua venne caricata su una nave che l’avrebbe dovuta riportare in Sri Lanka. Ma nel mar del nord, a causa di forti venti, la nave rischiò di schiantarsi sugli scogli: dovette quindi riparare in Inghilterra. A questo punto qualcosa di sconcertante accadde: la statua fu «presa in ostaggio» da un uomo che chiese un’esorbitante somma di denaro per il riscatto. Non riuscendo però nel suo intento, lo squilibrato ritorse il suo astio sulla statuetta sfigurandola con colpi di accetta. Infine la preziosa scultura venne recuperata, ma di nuovo dovette essere riportata in Belgio — dallo stesso restauratore — per essere sottoposta a «nuove cure». A questo punto padre Van Reeth prese con sé la statua e salpò sulla nave «Princess Alice». Il sacerdote sentiva dentro di sé che il tutto finalmente sarebbe andato per il meglio: ma proprio quando mancava poco per giungere a destinazione la nave prese fuoco. Durante l’incendio parte del carico dovette essere gettato in mare e al suo arrivo a Colombo padre Van Reeth scoprì che la statua non c’era più. Era stata gettata in mare insieme al carico. Ma tre giorni dopo la statua venne riportata a Matara da alcuni marinai che l’avevano ripescata in alto mare.
«Questa statua ne ha passate di tutti i colori» esclama padre Damian, aggiungendo che oggi vengono da lui madri che raccontano la storia dei loro figli con malattie apparentemente incurabili, ma poi superate grazie alle preghiere formulate ai piedi della statua.
Tornando con la mente al dramma consumatosi il 26 dicembre 2004, padre Damian ricorda che il parroco di questa chiesa, padre Charles Hewawasam, e gli altri fedeli che stavano assistendo alla messa, trovarono rifugio in un edificio vicino. La statua, appunto, era scomparsa e per due giorni, nonostante le ricerche, non se ne ebbe notizia. Era la sera del 28 dicembre quando Milton Hakmanage, che abitava vicino alla chiesa, telefonò al parroco dicendo di aver avuto in sogno una visione: qualcosa di prezioso si trovava nel giardino del suo vicino. Il 29 mattina il parroco disse ai suoi collaboratori di andare a dare un’occhiata nel giardino. «Il giorno dopo avevamo di nuovo la statua con noi» afferma commosso padre Damian. E la cosa ancor più straordinaria fu che il Gesù della statua aveva ancora la piccola corona di spine in testa e la catenina d’oro intorno al collo. Oggi la statua è venerata non solo dai cristiani, ma anche da hindu e musulmani.
L'Osservatore Romano