giovedì 22 gennaio 2015

Persona e comunione. La prospettiva di Joseph Ratzinger



Viene presentato venerdì 23 all’Accademia Alfonsiana a Roma il libro di Claudio Bertero «Persona e comunione. La prospettiva di Joseph Ratzinger» (Città del Vaticano, Lateran University Press, 2014, pagine 921, euro 28). Anticipiamo la seconda parte della presentazione del cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.
(Gerhard Müller) Da più di cinquanta anni al nome di Joseph Ratzinger si ricollega un’originale visione d’insieme della teologia sistematica. I suoi scritti uniscono le cognizioni scientifiche della teologia all’immagine di una fede viva e vissuta. Come scienza che ha la sua genuina collocazione all’interno della Chiesa, la teologia ci mostra la vocazione particolare dell’uomo in quanto creatura e immagine di Dio. Nella sua attività scientifica, Joseph Ratzinger ha sempre potuto attingere alla sua mirabile conoscenza della storia della teologia e dei dogmi, trasmessa in maniera illuminante mettendo in risalto la visione divina dell’uomo su cui tutto si fonda.
Essa diviene accessibile a molti attraverso un inconfondibile repertorio lessicale e linguistico, per cui tematiche complesse non vengono assoggettate a una complicata riflessione tecnica — e quindi sottratte alla comprensione media comune — bensì rese trasparenti nella loro intima linearità. Al centro di tutto è la volontà divina di parlare a ogni uomo e la Sua parola che diventa la luce che illumina ogni uomo (cfr. Giovanni, 1, 9).
Nel lungo percorso dalla fine dell’antichità fino ai nostri giorni, nessun vescovo e teologo ha lasciato sulla fede, la teologia e la questione dell’essenza della Chiesa, un’impronta altrettanto durevole di quella impressa da sant’Agostino.
Egli si dedica ai problemi della fede con l’atteggiamento fervido e fiducioso dell’uomo che è consapevole di Dio e della salvezza che, in Gesù Cristo, gli viene dispensata. La grazia divina permette all’uomo di comprendere la fede non come mero costrutto teorico, bensì come un incontro con il Dio vivente, che ha luogo nel cuore di ogni uomo. Poiché l’uomo è «persona in relazione», il cristianesimo è sostanzialmente ed essenzialmente una relazione tra persona e persona, e non tra persona e idea o legge morale, o spirito oggettivo di diritto, o scienza, religione cultura e filosofia. La fede è il rapporto dell’uomo con Gesù e, tramite lui, con Dio e, in ciò, anche comunione di vita con Dio e comunione di vita con tutti quelli che gli appartengono nella Chiesa, in quanto comunione di fede, di speranza e di amore. La mia personalità si sviluppa in rapporto alla persona di mia madre, di mio padre, ai miei fratelli, amici e maestri, e non all’idea di genitorialità, al piano funzionale d’insegnamento, alle strutture del sistema educativo o al sistema accademico-universitario. La relazione tra le persone è sempre preminente rispetto alla sfera materiale e agli elementi fattuali, onde evitare che l’uomo «perda la propria anima».
Nella sua intensa disamina della teologia di sant’Agostino, Ratzinger ha colto, tra gli altri fondamentali e interconnessi aspetti, la complessa dimensione dell’approccio eucaristico dell’ecclesiologia riguardo alla Chiesa come istituto visibile: «Non c’è una dottrina dell’eucaristia e una dottrina della Chiesa, ma esse sono entrambe la medesima cosa. La Chiesa nasce e perdura in grazia del fatto che il Signore si comunica agli uomini, entra in comunione con loro e in tal modo li mette in comunione reciproca. La Chiesa è il comunicare di Dio con noi, che al contempo crea la vera comunicazione fra gli uomini. Perciò la Chiesa si costituisce sempre intorno ad un altare». Il rapporto con Gesù è un rapporto di riconoscimento della sua persona nel segno dell’amore; amore non inteso ovviamente come un mero sentimento a lato del confronto razionale con le fonti storiche attestanti l’Evento di cui è origine. Qui amore significa accettare qualcun altro senza riserve e sperimentare al contempo che l’altro riconosce e accetta in maniera perfetta chi lo ama senza riserve. Gesù non è solo exemplum, è anzitutto donum. Noi viviamo in Dio nella misura in cui Egli vive in noi. Perciò l’incontro d’amore con Gesù è redenzione e shalom di Dio, non solo perché io come creatura cerco di identificarmi con Dio, ma perché Dio si identifica con la sua creatura, avendoci amato già quando eravamo ancora peccatori (cfr. 1 Giovanni, 4, 10-16).
Le molte singole affermazioni riguardanti l’immagine cristiana dell’uomo possono essere raccolte e strutturate nella mariologia in maniera tale che questa può essere concepita come antropologia concreta. Se non riduciamo la grazia alla semplice dichiarazione di Dio di essersi riconciliato con noi, ma la concepiamo come una sua reale auto-comunicazione a noi e quindi anche come un cambiamento della nostra situazione in ordine a lui, allora dobbiamo necessariamente parlare di una risposta dell’uomo, che l’uomo stesso è nella sua dedizione a Dio. Poiché Dio è nella sua auto-comunicazione il principio e il contenuto della nostra auto-attuazione in ordine a lui, l’auto-attuazione realizzata della nostra libertà è un assenso effettivo e un’autentica cooperazione alla salvezza. Tale cooperazione non consiste in un completamento della causalità salvifica che scaturisce da Dio, né consiste in un’attività autonoma che scaturisce da parte nostra.
Nel caso di Maria la cooperazione alla redenzione può solo consistere nel fatto che ella accoglie liberamente, in virtù della grazia, la salvezza mediante la fede e con la sua libertà permette così all’auto-comunicazione di Dio di giungere all’uomo. Perciò ella è, in dipendenza dall’unione ipostatica di Gesù Cristo — nella quale abbiamo davanti a noi la perfetta e piena auto-comunicazione di Dio e la sua accettazione da parte dell’uomo —, il primo frutto e la rappresentazione perfetta dell’auto-comunicazione accettata di Dio. E questo è il compendio della salvezza.
Perciò non possiamo semplicemente dire che Dio viene con l’iniziativa della sua salvezza a noi e che noi risponderemmo con le nostre forze: in questo modo Dio e l’uomo sarebbero messi su uno stesso piano. Vero è piuttosto che Dio è il nostro Creatore e che egli si comunica a noi in modo tale che la nostra creaturalità viene dinamicizzata e trascendentalizzata in ordine a lui, in virtù della sua grazia. Per cui il compendio della salvezza non è semplicemente l’auto-comunicazione di Dio, ma l’auto-comunicazione di Dio accolta dalla nostra libertà nella grazia. E Maria non concepisce la concessione della grazia come una faccenda religiosa privata: è dunque la comunione il luogo e il fine della salvezza. Quanto più un essere umano è santo e pieno di grazia, tanto più è aperto alla comunità e impegnato nei suoi riguardi.
L’antropologia teologica, in specie nella sua compiuta condensazione della mariologia, serve a conoscere che Dio è divenuto uomo affinché noi, attraverso l’umanità di Gesù Cristo (quale capo e corpo, il Cristo totale), partecipassimo alla vita dell’amore trinitario di Dio. Nella condivisione della vita divina si manifesta una relazione specifica con le singole persone divine.
Come la beata vergine Maria, Madre di Dio, mediante la fede, divenne figlia del Padre, madre del Figlio, il Verbo incarnato, e tempio e sposa dello Spirito Santo (cfr. Lumen gentium, n. 53), così tutti i credenti sono chiamati a divenire in Cristo figli e figlie di Dio. Nella fede e nella sequela, Cristo è per così dire di nuovo partorito da loro, cioè testimoniato davanti al mondo. Ed essi sono, come templi dello Spirito, destinati a un rapporto amicale e sponsale con lo Spirito Santo.
Nel suo poderoso volume, Claudio Bertero passa analiticamente in rassegna — per poi ricomporli in una efficace sintesi conclusiva — quei quattro fondamentali aspetti che, attinenti in modo specifico all’ambito antropologico, hanno determinato il fine ultimo della sua appassionata ricerca. Essi trovano nella distinzione persona/natura, indagata all’origine a livello cristologico e trinitario, e nella diastasi Creatore/creatura — diastasi che «rappresenta sul piano antropologico la ricezione ratzingeriana della distinzione reale» — i principi metodologici adeguati per la tematizzazione dell’analogia, «su cui si è articolata l’intera elaborazione dell’antropologia ipostatica alla luce della teologia trinitaria e cristologica». Bertero stesso descrive come di seguito le quattro scansioni interconnesse dell’antropologia, individuate in filigrana attraverso tutta l’opera del grande teologo bavarese: «il valore della riconnessione ratzingeriana di “persona” al proprio ambito sorgivo; l’evidenziazione operata dall’Autore della dimensione evenemenziale/attuale della persona (actualitas); il valore e l’originalità della lettura ratzingeriana dell’imago biblica in connessione con la dogmatica», infine, circa il costitutivo rapporto tra “persona e comunione”, «un’indicazione di metodo dell’Autore sulla natura comunionale dell’esperienza cristiana».
L’auto-comunicazione originaria di Dio nella creazione e la sua accettazione da parte dello spirito e della libertà umana non avrebbero alcun senso, se la storia di Dio con gli uomini non consistesse nella rivelazione di Dio, come del contenuto che completa le sue creature. Dio crea il mondo e si comunica all’uomo per essere e per dominare come Dio al di sopra di tutto e in tutto (cfr. 1 Corinzi, 15, 28). Nella storia della salvezza diventa manifesto anche il mistero trinitario di Dio, allorché il Verbo incarnato di Dio, il mediatore e l’uomo nuovo Gesù Cristo, fa del peccatore un «uomo nuovo», «che si rinnova, per una più piena conoscenza, a immagine di colui che l’ha creato» (Colossesi, 3, 10).
Ma una natura spirituale e una creatura predisposta ad amare trovano il loro compimento solo nella partecipazione alla conoscenza trinitaria di Dio e nella condivisione dell’amore delle persone divine del Padre, del Figlio e dello Spirito.
L'Osservatore Romano