giovedì 5 gennaio 2012

Epifania del Signore 2012

Siamo entrati già nella Solennità della:

1495-1505, Olio su tela, 49 x 66


Epifania del Signore

Epifania in greco significa manifestazione. La solennità odierna, chiamata sia in oriente che in occidente con questo nome o con quello molto simile di Teofanie, ha origini probabilmente più antiche di quelle del Natale.
Nell'Egitto pagano il 6 di gennaio si celebrava la nascita del dio-sole Aion; in epoca gnostica, tale festa era stata reinterpretata come memoria della presa di possesso di Gesù da parte del Logos, in occasione del battesimo del Messia avvenuto nel Giordano.
Fu probabilmente per dare un'interpretazione ortodossa alla ricorrenza che sorse nella grande chiesa d'Egitto la solennità dell'Epifania. In essa si ricorda, fino a oggi e in tutte le tradizioni liturgiche, la manifestazione del Verbo di Dio agli uomini in tre diversi momenti o Teofanie: nella nascita si rivela alle genti, rappresentate dai Magi; nel battesimo il Messia si rivela al popolo d'Israele; nel miracolo di Cana, infine, Gesù manifesta la propria divinità ai discepoli che rappresentano la chiesa.
La festa dell'Epifania si diffuse rapidamente in tutte le chiese, dove è unanimemente attestata già agli inizi del V secolo.
La contemporanea diffusione in oriente del Natale, festa di origine occidentale, provocò un'accentuazione nelle liturgie ortodosse e orientali del tema del battesimo e di quello delle nozze di Cana, mentre l'occidente, soprattutto per l'influsso della liturgia romana, sottolineò maggiormente il 6 gennaio il tema dell'adorazione dei Magi, fino a riservare alla domenica successiva all'Epifania la memoria esplicita del battesimo di Gesù.
Con l'Epifania, al momento discendente dell'incarnazione contemplato nel Natale, la chiesa tutta unisce il ricordo della destinazione universale della salvezza, manifestata attraverso Gesù il Messia, luce per la rivelazione alle genti e gloria del popolo di Israele.
TRACCE DI LETTURA
Celebriamo questo santo giorno, reso bello da tre miracoli:
oggi la stella ha guidato i Magi al presepio,
oggi alle nozze il vino è stato creato dall'acqua,
oggi Cristo ha voluto ricevere da Giovanni
l'immersione nel Giordano,
per donarci la salvezza, alleluia!
Antifona al Magnificat, Vespri dell'Epifania
Liturgia romana
PREGHIERE
La nostra bocca si è riempita di gioia
e la nostra lingua
 di letizia,
poiché il nostro Signore Gesù Cristo
è stato battezzato da Giovanni.
Il cielo e la terra sono veramente pieni del tuo onore,
o Signore dalla mano potente e dal braccio salvifico,
poiché il Signore venne e fu battezzato per i nostri peccati,
ci ha liberati e salvati con grande misericordia.
Vieni, o David, quest'oggi tra noi,
per cantare l'onore di questa festa:
«La voce del Signore è sulle acque,
il Dio della gloria ha tuonato».
Isaia lo chiamò
voce che invita gioiosamente
nei deserti alla pienezza della vita:
il mare vide e fuggì,
il Giordano tornò indietro;
che hai, o mare, che fuggi:
fermati per ricevere la benedizione!
Ecco, videro le acque il Creatore ed ebbero timore,
gioirono i monti e le colline, la foresta e i cedri,
di fronte al re, al creatore della vita.
Signore, Dio di luce,
che in questo giorno
con la guida di una stella
hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio,
accorda a noi che già ti conosciamo attraverso la fede
di essere condotti alla visione della tua gloria.
Per Cristo nostro unico Signore.
* * *
Anno B
Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

Il Signore ha manifestato in tutto il mondo la sua salvezza
Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
(Disc. 3 per l'Epifania, 1-3. 5; Pl 54, 240-244)

La Provvidenza misericordiosa, avendo deciso di soccorrere negli ultimi tempi il mondo che andava in rovina, stabilì che la salvezza di tutti i popoli si compisse nel Cristo.
Un tempo era stata promessa ad Abramo una innumerevole discendenza che sarebbe stata generata non secondo la carne, ma nella fecondità della fede: essa era stata paragonata alla moltitudine delle stelle perché il padre di tutte le genti si attendesse non una stirpe terrena, ma celeste.
Entri, entri dunque nella famiglia dei patriarchi la grande massa delle genti, e i figli della promessa ricevano la benedizione come stirpe di Abramo, mentre a questa rinunziano i figli del suo sangue. Tutti i popoli, rappresentati dai tre magi, adorino il Creatore dell'universo, e Dio sia conosciuto non nella Giudea soltanto, ma in tutta la terra, perché ovunque in Israele sia grande il suo nome (cfr. Sal 75, 2).
Figli carissimi, ammaestrati da questi misteri della grazia divina, celebriamo nella gioia dello spirito il giorno della nostra nascita e l'inizio della chiamata alla fede di tutte le genti. Ringraziamo Dio misericordioso che, come afferma l'Apostolo, «ci ha messo in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. E' lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto» (Col 1, 12-13). L'aveva annunziato Isaia: Il popolo dei Gentili, che sedeva nelle tenebre, vide una grande luce e su quanti abitavano nella terra tenebrosa una luce rifulse (cfr. Is 9, 1). Di essi ancora Isaia dice al Signore: «Popoli che non ti conoscono ti invocheranno, e popoli che ti ignorano accorreranno a te» (cfr. Is 55, 5).
«Abramo vide questo giorno e gioì » (cfr. Gv 8, 56). Gioì quando conobbe che i figli della sua fede sarebbero stati benedetti nella sua discendenza, cioè nel Cristo, e quando intravide che per la sua fede sarebbe diventato padre di tutti i popoli. Diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto il Signore aveva promesso lo avrebbe attuato (Rm 4, 20-21). Questo giorno cantava nei salmi David dicendo: «Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore, per dare gloria al tuo nome» (Sal 85, 9); e ancora: «Il Signore ha manifestato la sua salvezza, agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia» (Sal 97, 2).
Tutto questo, lo sappiamo, si è realizzato quando i tre magi, chiamati dai loro lontani paesi, furono condotti da una stella a conoscere e adorare il Re del cielo e della terra. Questa stella ci esorta particolarmente a imitare il servizio che essa prestò, nel senso che dobbiamo seguire, con tutte le nostre forze, la grazia che invita tutti al Cristo. In questo impegno, miei cari, dovete tutti aiutarvi l'un l'altro. Risplendete così come figli della luce nel regno di Dio, dove conducono la retta fede e le buone opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo che con Dio Padre e con lo Spirito Santo vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Amen.
 

MESSALE

Antifona d'Ingresso  Cf Ml 3,1; 1 Cr 19,12
E' venuto il Signore nostro re:
nelle sue mani è il regno, la potenza e la gloria.
 
  

Colletta

O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella, hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio, conduci benigno anche noi, che già ti abbiamo conosciuto per la fede, a contemplare la grandezza della tua gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

 


LITURGIA DELLA PAROLA


Prima Lettura
  Is 60,1-6
La gloria del Signore brilla sopra di te.
 

Dal libro del profeta Isaia
Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,
la gloria del Signore brilla sopra di te.
Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,
nebbia fitta avvolge i popoli;
ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te.
Cammineranno le genti alla tua luce,
i re allo splendore del tuo sorgere.
Alza gli occhi intorno e guarda:
tutti costoro si sono radunati, vengono a te.
I tuoi figli vengono da lontano,
le tue figlie sono portate in braccio.
Allora guarderai e sarai raggiante,
palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,
perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te,
verrà a te la ricchezza delle genti.
Uno stuolo di cammelli ti invaderà,
dromedari di Màdian e di Efa,
tutti verranno da Saba, portando oro e incenso
e proclamando le glorie del Signore.


Salmo Responsoriale
  Dal Salmo 71
Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.

 
O Dio, affida al re il tuo diritto,
al figlio di re la tua giustizia;
egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia
e i tuoi poveri secondo il diritto.

Nei suoi giorni fiorisca il giusto
e abbondi la pace,
finché non si spenga la luna.
E dòmini da mare a mare,
dal fiume sino ai confini della terra.

I re di Tarsis e delle isole portino tributi,
i re di Saba e di Seba offrano doni.
Tutti i re si prostrino a lui,
lo servano tutte le genti.

Perché egli libererà il misero che invoca
e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero
e salvi la vita dei miseri.
 Seconda Lettura  Ef 3,2-3a.5-6
Ora è stato rivelato che tutte le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità. 
 

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero.
Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.

Canto al Vangelo  Cf Mt 2,2
Alleluia, alleluia.

Abbiamo visto la tua stella in oriente
e siamo venuti per adorare il Signore

Alleluia.

  
  
Vangelo
  Mt 2,1-12
Siamo venuti dall'oriente per adorare il re.
 

Dal vangelo secondo Matteo

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

  
Dopo la lettura del Vangelo, il diacono o il sacerdote, o anche un cantore, può dare l'annunzio del giorno della Pasqua.
  
Fratelli carissimi, la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno.
Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza.
Centro di tutto l'anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, che culminerà nella domenica di Pasqua l'8 aprile 2012.
In ogni domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte.

Dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi:
Le Ceneri, inizio della Quaresima, il 22 febbraio 2012.
L'Ascensione del Signore, il 20 maggio 2012.
La Pentecoste, il 27 maggio 2012.
La prima domenica di Avvento, il 2 dicembre 2012.

Anche nelle feste della santa Madre di Dio, degli Apostoli, dei Santi e nella commemorazione dei fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra proclama la Pasqua del suo Signore.

A Cristo che era, che è e che viene, Signore del tempo e della storia, lode perenne nei secoli dei secoli. Amen.

* * *


Omelia (Congregazione per il Clero)

«Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce». Con quest’espressione del Profeta Isaia, che apre la prima Lettura di questa Solennità luminosissima dell’Epifania di Nostro Signore Gesù Cristo, ogni uomo è posto di fronte al grande annuncio: Dio si è fatto uomo; il Mistero nascosto nei secoli, che «non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni […] ora è stato rivelato» (Ef 3,5).
L’invito: «Alzati», dice del profondo appello alla libertà di ciascuno, che l’Epifania rappresenta. Gli uomini non sono chiamati a discutere di un’idea o a giudicare della moralità di un comportamento; ma a stare di fronte ad un fatto: su Cristo «risplende il Signore, la Sua Gloria appare» su di Lui (cfr. Is 60,3), e questa libertà umile, che muove i Magi, che vennero da Oriente a Gerusalemme e che dicevano: «Dov’è Colui che è nato, il Re dei Giudei? […] Siamo venuti ad adorarLo» (Mt 2,2).
Per venire ad adorare il Signore, per riconoscere la Sua luminosa Presenza, non sono richieste pre-condizioni morali, ma, come ricordato dal Santo Padre nella Notte di Natale: «Se vogliamo trovare il Dio apparso in quel Bambino, allora dobbiamo scendere dal cavallo della nostra ragione “illuminata”. Dobbiamo deporre le nostre false certezze, la nostra superbia intellettuale, che ci impedisce di percepire la vicinanza di Dio» (Omelia, 24/12/2011).
Riferisce il testo evangelico di Matteo, che i Magi «al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il Bambino, con Maria Sua Madre, si prostrarono e Lo adorarono» (Mt 2,11). In questa espressione è racchiusa tutta la dinamica di un autentico incontro con il Signore: la gioia profonda, grandissima, di chi vede “la stella”, di chi cioè intuisce la verità dell’incontro fatto, è colpito dall’eccezionalità di una Presenza e può intimamente pregustarne l’ineffabile corrispondenza al cuore; la semplicità e l’oggettività del “vedere” («videro il Bambino, con Maria Sua Madre»), in un umile, cioè realistico “arrendersi alla realtà”, oggi così estraneo alla cultura dominante, eppure così necessario e salutare per la vita dell’uomo; e, da ultimo, dopo aver gioito per l’intuizione del vero ed aver visto, la prostrazione e l’adorazione indicano il moto della libertà e della volontà, che aderiscono a ciò che hanno contemplato, riconoscendone la verità e, perciò, il significato della propria stessa esistenza.
Solo la fede permette agli uomini di «aprire i propri scrigni», ad imitazione dei Magi, per offrire a Dio e ai fratelli il meglio di ciò che ciascuno è, purificato e santificato dalla grazia. Per questa ragione, e solo per questa, la Solennità dell’Epifania invita anche all’attenzione verso tutti i popoli, perché tutti, rappresentati nei Magi, sono ordinati alla Chiesa Cattolica, chiamati a riconoscere la manifestazione definitiva di Dio in Gesù Cristo. Più che la “festa dei popoli”, dovremmo affermare che, nell’Epifania, tutti i popoli sono in festa, perché Dio si è manifestato.

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Omelia (Bagnasco)

Carissimi fratelli e Sorelle nel Signore!

"Siamo venuti dall'oriente per adorarlo": è questo lo scopo che ha mosso i passi dei Magi verso la Giudea alla ricerca del Re del mondo. Essi, potenti e saggi, non hanno paura del Re bambino, anzi affrontano la fatica del viaggio e l'incertezza della meta; con i loro doni – oro, incenso e mirra - riconoscono in Lui, prima ancora di vederLo, il Dio fatto uomo e il Re dei re. Essi non hanno paura, mentre Erode è preso dal terrore al pensiero del misterioso Bambino, tanto da non avere scrupolo a ordinare una vera strage, uno scempio di sangue innocente.

1. Nei Magi possiamo vedere ogni uomo di buona volontà, che alza umilmente lo sguardo al cielo, che cerca la verità, ed invoca la salvezza dall'alto, riconoscendo i propri peccati; ogni uomo che si sente impotente e si appella a chi può salvarlo dal male morale, dall'abisso del nulla, dal tragico non senso delle cose. Erode, invece, esprime l'uomo quando ha paura che Dio gli tolga spazio, che attenti alla sua autonomia, che costringa la sua libertà, che sia geloso della sua gioia. Ma, soprattutto, ha paura che Dio gli tolga potere sulla vita, sul mondo, sugli altri. La storia parla: tutte le volte che l'uomo si è allontanato da Dio inseguendo le proprie voglie, ebbro delle proprie capacità e conquiste fino a rifiutare ogni riferimento al Signore, è andato contro se stesso e ha perso la sua umanità. In epoche anche molto recenti, ideologie che hanno preteso di cancellare dal cuore umano il senso di Dio, l'anelito all'infinto, si sono rivelate disumane e hanno ordito atroci stragi di innocenti calpestando i diritti fondamentali come la libertà religiosa, il diritto alla vita, alla famiglia, ad una società giusta e solidale. Ecco dove conduce il rifiuto di Dio: esso comincia dall'antico Adamo, prende corpo in Erode anticipo di tutti gli "Erode" della storia.

2. Ma se vogliamo scendere oltre nel mistero che celebriamo, e rinnovare così l'esperienza dei Magi che si inginocchiano adoranti di fronte al Bambino, ci chiediamo: che cosa vuol dire per noi piegare il ginocchio davanti a Dio? Come dice qualcuno – anche nella liturgia - non è più dignitoso stare in piedi, diritti, in quell'atteggiamento di risorti che fa di noi creature nuove? I figli non stanno forse eretti davanti al padre? Oppure il padre preferisce vederli umiliati e proni? Diciamo subito che Dio non ha bisogno della nostra adorazione, ma siamo noi che abbiamo bisogno di adorarLo. Così non ha bisogno di essere servito, ma noi di servirLo.

Infatti, l'uomo è se stesso solamente nella verità, e la nostra verità è Dio che ci crea e ci ama. La nostra verità è Dio che è la nostra Meta e ci accompagna. Per questo l'Apostolo Paolo scrive: "la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio" (Col 3,3). Sì, la nostra vita, chi siamo noi e cosa saremo un giorno, è tutto scritto e racchiuso nel cuore di Dio. Potremmo desiderare di più? Potenza e miracolo dell'amore! Quel divino Bambino, che i Magi riconoscono tra le braccia di Maria, non dice ad ogni uomo "amami perché io ti amo" – questa sarebbe solo umana giustizia -, bensì dice "io ti amo affinché tu mi ami". Ed è questo il dominio di Dio, la forma della sua signoria sul mondo: quello di amare l'uomo perché sia salvato dalla superbia e dall'aridità del cuore, dalla sterilità della vita. Servire Dio, allora, non è altro che lasciarci amare da Lui; ed è questo lasciarci amare che ci dona la grazia di amarLo, che sprigiona in noi la capacità di amare e di essere giusti. Oh, se l'avesse compreso l'Erode di ieri e di oggi! Di non aver paura di Gesù! Egli ci chiede solo di lasciarci amare e così renderci amanti infuocati nel mondo! Finalmente non più stranieri a noi stessi, ma capaci di costruire un mondo nuovo. Anche qui la storia è testimone: i duemila anni di storia cristiana ci attestano una strada di amore, di perdono, di bene, che hanno costruito bellezza, civiltà e cultura, punto di riferimento per il mondo intero, così come la vicenda dei Magi evoca e anticipa. Le ombre non sono mancate di certo, ma non sono dovute al fatto che siamo cristiani, ma al fatto che lo siamo troppo poco.

Chiediamo al Signore Gesù, che contempliamo nel presepe, il dono di lasciarci amare: com'è difficile lasciarci amare! Significa arrendersi, cedere il timone a Dio, non nascondersi al suo sguardo di tenerezza, perché noi stessi possiamo riconoscerci nelle nostre miserie con occhi di speranza. Significa ascoltare docili la sua parola che ci indica la via della vita vera e della gioia. Sempre la via del bene è in salita, ma sempre dona ciò che promette, la pienezza dell'anima e la letizia, quella stessa letizia, silente e profonda, che ha invaso l'anima dei Magi sulla via del ritorno. Essi tornavano sui loro passi con un tesoro ben più grande e splendente dei tesori umani deposti ai piedi del divino Bambino. Si era inginocchiati davanti a Lui, e per la prima volta si erano sentiti veramente grandi; inginocchiati davanti alla Verità che illumina le notti del mondo, avevano scoperto la loro dignità di uomini, di figli, di fratelli. Sì, l'uomo è veramente grande solo quando è in ginocchio davanti a Dio: grande e libero di non prostrarsi davanti ai potenti e alle mode del mondo. Sia per noi, cari Amici, come per loro.

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                                         Omelia (Caffarra)


1. «I Gentili … sono chiamati in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo». Cari fratelli e sorelle, questo è il grande evento che stiamo celebrando: la chiamata di tutte le genti a formare in Cristo un solo corpo, una sola Chiesa.
Saluto con particolare affetto e rispetto tutte le comunità nazionali presenti nella nostra città. La loro presenza rende ancor più visibile il mistero che oggi è rivelato. «Parliamo lingue diverse e abbiamo differenti abitudini di vita, differenti forme culturali, e tuttavia ci troviamo subito uniti insieme come una grande famiglia». La ragione è che «siamo tutti toccati dall’unico Signore Gesù Cristo» [Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana (22. 12. 2011), 1]. È che il Padre chiama tutti «a formare lo stesso corpo».
La chiamata dei Magi ed il loro incontro con Gesù sono l’anticipo di quanto sarebbe poi accaduto dopo la risurrezione di Gesù, colla predicazione del Vangelo. «Riconosciamo dunque, carissimi, nei Magi adoratori di Cristo le primizie della nostra vocazione e della nostra fede, e con l’animo ricolmo di gioia celebriamo gli inizi della nostra beata speranza» [ S. Leone Magno, Sermone 13, 4. 1].
2. La narrazione evangelica non solo narra l’inizio della nostra – di noi, intendendo, gentili – salvezza, ma ci fa capire quale è il cammino che la persona umana compie per incontrare Gesù, il Verbo incarnato.
«Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo». Cari amici, l’inizio della fede consiste normalmente nel bisogno che l’uomo sente di verità, di luce, di risposte vere alle grandi domande della vita. I Magi erano astronomi, videro un fenomeno celeste straordinario. Non mettono a tacere la loro ragione; non censurano le loro domande. Da mero fatto celeste, osservabile da tutti, diventa per i Magi un “segno”: qualcosa che rimanda ad un significato ulteriore. Il cammino che porta a Gesù inizia dal ridestarsi della nostra ragione, tesa a comprendere ciò che accade in noi e fuori di noi.
Ma in che modo il Padre mette in movimento ciascuno di noi? quale è la “stella” che ridesta la nostra ragione e quindi la nostra libertà ad iniziare il cammino della fede? Dio ci stimola e ci chiama, nascosto, per così dire, sotto il nostro desiderio di beatitudine, di felicità vera e piena. Dio è sempre presente in ciascuno di noi, altrimenti non potremmo metterci alla sua ricerca. Ma è presente in modo indiretto, nascosto sotto il nostro desiderio di beatitudine. Quando infatti desideriamo essere felici, di una felicità piena e duratura; quando ci rendiamo conto che ogni bene creato è incapace di rispondere a questa esigenza, che cosa stiamo cercando in realtà se non l’incontro con Gesù? Con Gesù che disse alla samaritana: «chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete» [Gv 4, 13-14].
Il desiderio di questa acqua è ciò che preannuncia la venuta del Signore e consente di riconoscerlo quando si rivela: «entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua Madre, e prostratisi lo adorarono».
«I vostri ardenti desideri» scrive S. Agostino «ci sembrano delle mani invisibili, con le quali bussate ad una porta invisibile, perché invisibilmente vi si apra e invisibilmente possiate entrare» [Esposizione sul Salmo 103, 1; NBA XXVII, 633].
3. Cari amici, alla luce dell’esperienza dei Magi possiamo renderci conto di quale sia l’insidia più subdola alla fede: ciò che rende non difficile, ma impossibile perfino iniziare il cammino verso l’incontro con Gesù. È la mutilazione della nostra umanità, che assume solitamente due attitudini.
La prima è di restringere l’uso della nostra ragione a ciò che è constatabile, misurabile, e verificabile. I Magi non si accontentarono di studiare un fenomeno celeste; la loro ragione penetrò più a fondo, e nel fenomeno videro un “segno”. Solo una ragione che non censura il suo naturale desiderio di vedere Dio, è capace di una intelligenza della realtà oltre ciò che appare.
La seconda mutilazione della nostra umanità è ancora più grave. Consiste nel restringere la misura del nostro desiderio; nel continuare a cercare ostinatamente la propria beatitudine esclusivamente nei beni creati. Un grande diagnostico della nostra condizione ha descritto stupendamente questa mutilazione del nostro desiderio. «Verrà il tempo in cui l’uomo non scaglierà più il dardo del suo desiderio al di là dell’uomo; e la corda del suo arco avrà disimparato a vibrare» [F. Nietzsche, Così parlò Zaratustra, Proemio § 5Bompiani, Milano 2010, 235].
Concludo con l’invito che Agostino rivolge all’uomo: «si convertano, dunque, e ti cerchino, poiché tu non hai abbandonato la tua creatura … si convertano, ed ecco, sei lì, nel loro cuore: nel cuore di coloro che ti riconoscono e si gettano in te» [Confessioni V2. 2].
I Magi riconoscono ed adorano; hanno trovato la risposta al loro desiderio. In Gesù riconosciamo e adoriamo il Figlio di Dio fatto uomo: e questo è tutto.
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                                   Omelia (L. Manicardi)


La celebrazione della manifestazione del Signore alle genti sottolinea il carattere universaledell’incarnazione: essa avviene nel seno di Israele, ma eccede Israele; è confessata dalla chiesa, ma non riguarda la sola chiesa. Così il pellegrinaggio delle genti verso Gerusalemme (Is 60) e l’arrivo dei Magi a Gerusalemme e poi a Betlemme (Mt 2) appaiono due momenti costitutivi dello stesso aspetto universalistico del “mistero” divino (Ef 3).
“Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo” (GS 22). Nella particolaritàdell’uomo Gesù di Nazaret – l’ebreo Gesù – Dio incontra l’universalità dell’umanità. Il testo evangelico dice che Gesù non è solo il Messia destinato a Israele (“il re dei Giudei”), ma anche il cercato dalle genti. Ma per incontrarlo i Magi, figura delle genti in ricerca, devono passare per Gerusalemme e incontrare le Scritture ebraiche, che orientano la loro ricerca. La Scrittura è luce per il cammino dell’uomo e via che conduce a Cristo. E Cristo, fin dalla nascita, è spazio di incontro tra ebrei e pagani.
I Magi sono cercatori della verità: sono sapienti che con la loro elaborazione culturale e religiosa, con la loro investigazione del libro del creato, si incamminano sulle tracce di Cristo. Essi rappresentano le genti che hanno una loro gloria da portare a Gerusalemme (cf. Is 60), un loro proprio tesoro spirituale da portare al Messia e che le indirizza verso di lui. Del resto, la stella che guida i Magi assomiglia più a un angelo che a una cometa. E l’Antico Testamento conosce la tradizione degli angeli assegnati da Dio a ogni popolo, idea che afferma la protezione e la guida di Dio nei confronti delle storie dei popoli.

La fiducia nella presenza dello Spirito e del Lógos(Parola) su tutta la terra ha condotto il Concilio Vaticano II ad affermare:
“Dobbiamo ritenere che lo Spirito santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto (ma il testo latino è molto più forte: consocientur), nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale” (GS 22). Con l’incarnazione il Figlio ha rivelato Dio facendosi uomo per incontrare ogni uomo; con la morte di croce ha rivelato Dio raggiungendo ogni uomo nella sua morte e disperazione; ha rivelato Dio con la resurrezione che è promessa di comunione e di salvezza per tutte le genti. Questo significa che l’universalismo cristiano si declina come universale bisogno dell’altro. L’identità cristiana avviene nel proprio oltrepassamento grazie all’incontro con l’altro: lì si realizza la logica pasquale come morte a sé per eccesso di amore. Il dialogo e l’incontro con altre culture ed esperienze religiose è al cuore dell’identità cristiana. “Entrando in contatto con le culture, la chiesa deve accogliere tutto ciò che nelle tradizioni dei popoli è conciliabile con il vangelo per apportarvi le ricchezze di Cristo e per arricchirsi della sapienza multiforme delle genti della terra” (Giovanni Paolo II). Il brano evangelico dei Magi ci porta ad affermare lo statuto dialogico del cristianesimo e il suocarattere transculturale (il fatto cioè che il cristianesimo non deve scegliere tra le culture, ma incarnarsi in quelle esistenti risignificandole in Cristo).
L’epifania di Cristo alle genti è anche il mistero della luce che illumina ogni uomo e ne orienta il cammino. Questa luce, riflesso della luce sorta dal sepolcro nell’alba della resurrezione, vuole trasfigurare lo sguardo umano rendendolo capace di vedere la presenza di Dio nella carne di un neonato, di riconoscere la grandezza di Dio nella povertà e debolezza di un bambino. Lo scandalo e il paradosso della fede cristiana è già pienamente attivo al momento della nascita del Messia.
Il bambino nato a Betlemme appare il dono di Dio all’umanità: dono non contraccambiabile e a cui si risponde con la gioia della gratitudine e della gratuità espressa dai doni dei Magi.
L’incontro dei Magi con il Messia non significa la fine della loro ricerca, ma il ri-orientamento del loro cammino: “per un’altra via fecero ritorno…”. Incontrare Cristo porta a cambiare strada, a convertirsi.
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APPROFONDIMENTI


Epifania del Signore: Letture notturne dei Certosini 

Dalle “Omelie” di San Basilio Magno.
Hom. 6, In nativit. Christi. PG 31,1462.1471s.
Il Dio-Verbo, senza mai separarsi da se stesso venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14); senza subire alcun mutamento, si fece carne; il cielo che lo conteneva non rimase privo di lui mentre la terra lo accoglieva nel suo seno.
Lasciati penetrare da questo mistero: Dio assume la carne proprio per distruggere la morte in essa nascosta. Come gli antidoti di un veleno, una volta ingeriti, ne annullano gli effetti, e come il buio in una casa è dissipato dalla luce che entra, così la morte che dominava sull’umana natura fu distrutta dalla presenza di Dio. E come il ghiaccio rimane solido nell’acqua finché dura la notte e persiste l’oscurità, ma tosto si scioglie al calore del sole; così la morte che aveva regnato fino alla venuta di Cristo, appena apparve la grazia di Dio Salvatore e sorse il sole di giustizia, fu ingoiata dalla vittoria (1 Cor 15,54) , non potendo coesistere con la Vita.
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Quella stella apparve in Oriente e incitò i magi a mettersi alla ricerca del neonato. Poi scomparve fino alla seconda apparizione in Giudea, mentre essi erano in preda all’angoscia: fu quello l’indizio per cui conobbero di chi era la stella, chi lei serviva e la faceva sorgere. La stella infatti li precedeva finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella essi provarono una grandissima gioia. (Mt 2,9-10) Sentiamo anche noi in cuore questa grandissima gioia. E’ quella che gli angeli annunziarono ai pastori. Adoriamo insieme coi magi, cantiamo gloria con i pastori, danziamo insieme con gli angeli, poiché oggi è nato a noi un Salvatore che è il Cristo Signore. (Lc 2,10). Egli ci è apparso non nella sua condizione divina, per non spaventare la nostra debolezza, ma nella condizione di uno schiavo per liberarci dalla schiavitù.
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Chi sarà così vile e ingrato da non rallegrarsi ed esultare di gioia per un simile avvenimento? E’ una festa comune a tutta la creazione: dà in dono al mondo le realtà che superano il mondo; manda arcangeli a Zaccaria sacerdote e a Maria, raduna cori d’angeli per cantare: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama. (Lc 2,14) Scendono stelle dal cielo; magi si mettono in cammino da contrade pagane; la terra è contenuta in una grotta. Non ci sia nessuno che non abbia da offrire qualcosa, nessuno arrivi a tanta ingratitudine. Noi pure manifestiamo la nostra gioia: diamo alla festa il nome di “Teofania”. Festeggiamo la salvezza del mondo, il giorno della nascita dell’umanità.
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Oggi è tolta la condanna di Adamo. Non si dirà più: Polvere tu sei e in polvere tornerai, (Gn 3,19) ma unito a colui che è nei cieli sarai elevato al cielo. Non si udrà più la condanna: Con dolore partorirai figli (Gn 3,16), perché è beata colei che ha dato alla luce l’Emmanuele e lo ha allattato. Ed eccone la ragione: Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità. (Is 9,5). Il cuore mi si dilata, lo spirito zampilla come una sorgente, ma impacciata è la lingua e tartaglia per annunziare una gioia così travolgente. Pensate un poco: parlare in modo degno, divino, dell’ Incarnazione del Signore! Parlare della divinità purissima, immacolata, anche se abita la terra. Essa corregge ogni imperfezione, senza contrarne alcuna. O abisso della tenerezza e dell’amore di Dio per gli uomini.
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Dai “Discorsi” di san Leone Magno.Disc. 36,1 (6° dell’Epif.) S Ch 22b,267-269  e 33,5 (3° dell’Epif.) S Ch 22b,235-237
Già sapete, fratelli. che la grazia di Dio apparve nella fulgida stella e che la vocazione delle genti era inclusa in quella dei tre magi; sapete pure che nel re empio si annunziava la crudeltà dei pagani, e nel massacro dei fanciulli il modello di tutti i martiri.
Ma poiché in questo giorno dobbiamo rispondere alla vostra attesa col ministero sacerdotale della parola, ci sforzeremo come possiamo con l’aiuto dello Spirito di Dio, di giungere seguendo il percorso dell’intelletto, a comprendere che il mistero di questa festa appartiene ad ogni tempo e a tutti i fedeli. Non dobbiamo affatto reputare insolito un evento che adoriamo come antico, secondo l’economia temporale.
Ogni anima cristiana non deve pensare nulla che sia indegno della maestà del Figlio di Dio e ognuno deve superare i semplici rudimenti di una fede iniziale per progredire verso nozioni più alte; però non è necessario che la mente umana, debole com’è, esiti ad ammettere l’unione della divinità con la nostra natura dopo che Cristo ha assunto la reale natura di un uomo, né che stenti a raggiungere la conoscenza della divinità, che Cristo ha identica con il Padre, contemplando la sua nascita e gli sviluppi del suo corpo.
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Quando tra gli oscuri pensieri rifulge un raggio della luce dell’alto, allora lo splendore della verità rompa gli indugi della fede esitante, e il cuore libero e sciolto dalle realtà visibili, segua la luce dell’intelligenza, come una stella che fa da guida; poiché come dice l’Apostolo: Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre (Fil 2,11), senza diffidenza ora la mente dei fedeli adori regnante col Padre colui che venera umilmente adagiato in una culla.
Questa manifestazione, dilettissimi, spazza le nubi delle anime dubbiose e fa conoscere il Figlio di Dio in modo che non debbano incontrare nessun ostacolo nel fatto vero ch’egli è anche figlio dell’uomo; infatti la sua manifestazione è la prerogativa della festa odierna. E l’infanzia del Salvatore afferma davvero la sua divinità, in quanto i sensi corporei dalle cose umane sono trasportati a quelle divine, sicché i segni della sua potenza innalzano gli spiriti depressi dai segni della sua debolezza.
Un tal soccorso era davvero necessario alla nostra natura e alla nostra causa: il genere umano non poteva essere restaurato da un abbassamento in cui fosse assente la maestà, né da una maestà a cui mancasse l’abbassamento.
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D’ora in poi, quando nel progresso di ogni fedele risplende la fedeltà ad osservare i comandamenti e si adempie la parola: Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendono gloria al vostro Padre che è nei cieli (Mt 5,16), chi non comprende che è presente la divinità là dove vede apparire la virtù? Questa non esiste senza Dio e non ha in sé la prerogativa della divinità se non è impregnata dello Spirito del suo Creatore. Cristo infatti dice ai discepoli: Senza di me non potete far nulla. (Gv 15,5). E’ chiaro che l’uomo che opera il bene ha da Dio e il potere di condurre a termine l’opera e l’inizio della buona volontà.
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Se uno si scopre il cuore tutto intento all’amore di Dio e del prossimo, tanto da volere che pure i suoi nemici ricevano i beni che si augura per sé stesso, allora costui, chiunque sia, non può dubitare che Dio lo guida e abita in lui. Infatti coloro ai quali è detto: Il regno di Dio è dentro di voi (cf Lc 17,21) non fanno nulla senza lo Spirito di colui dalla volontà del quale sono guidati. Sapendo dunque che Dio è carità, e che opera tutto in tutti, (cf 1 Cor 12,6), cercate la carità perché i cuori di tutti i fedeli si uniscano in un medesimo sentimento di casto amore. Le cose transitorie e le vanità non ci occupino; tendiamo con incessante brama a quello che rimarrà per sempre. E’ necessario che il mistero della festa odierna sia perpetuo in noi e allora senza interruzione sarà celebrato se in tutti i nostri atti apparirà Gesù Cristo Signore che vive e regna con il Padre e lo Spirito Santo nei secoli eterni.
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Dal vangelo secondo Matteo: 12,1-12
Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: ”Dov’è il re dei Giudei, che è nato?”
Dai Discorsi del beato Giovanni d’Avila.Disc.2 per Epif. Ediz. BAC, 1953, 11, 135s.
I re adorano il Bambino e immagino che gli bacino i piccoli piedi. Aprono poi i tesori: quando si incontra il Bambino prorompe la generosità. I Magi schiudono gli scrigni, tirano fuori tesori e non soltanto roba dozzinale; ognuno offre tanto oro, tanta mirra, tanto incenso.
E tu che offri a Dio? Non ho niente … Supponi che il cielo sia chiuso per chi non possiede nulla? Anzi, è ancora più spalancato per chi non avrà da render conto, come il ricco, della condivisione di quanto gli fu elargito. Disgraziato chi s’ingozza di cibo ma è poco robusto: gli si formerà dentro un tumore che lo porterà alla tomba. Lo stomaco non ingerisce cibo solo per sé, ma per ripartirlo in tutto l’organismo. Possiedi una gran fortuna, ma la tua carità è troppo languida per essere condivisa? Te la terrai per te e diverrà la corda con cui sarai impiccato.
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A Davide spettava presentare a Dio molte offerte, ma quando egli venne alla sua presenza, disse al Signore Sono io la tua offerta. (cf Sal 39,7). Dio senz’altro apprezza di più un simile dono che non vitelli e montoni. Aprigli il cuore e gli avrai offerto un tesoro che lo colma di gioia. Dio, lui, ha già spalancato viscere e cuore; attraverso la piaga del suo costato, puoi scorgerne il cuore e l’amore. Schiudigli il tuo senza trincerarti. Sosta un momento a riflettere: Signore, il cuore ti fu squarciato da un colpo di lancia e io non ti amerò? Mi hai aperto il cuore e io non ti dovrò aprire il mio? L’offerta che ti presento è il mio cuore. Se glielo dai davvero, sarà stato una bella offerta; Dio apprezza di più un pochino del tuo cuore che non regali vistosi, privi d’affetto. Da’ a Dio un po’ del tuo cuore e sarà come se gli avessi offerto una catasta di oro. Vale di più un granello d’oro che una manciata di monetine; un boccone di vivanda prelibata che una caterva di cibi scipiti.
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Un solitario domandò ad un anziano: Padre, da che cosa dipende che tu sia più santo, dato che io fatico, prego e faccio penitenza più di te? – Perché, rispose l’altro, io amo in misura maggiore.
Quando offriamo a Dio amore è come offrirgli oro. Qualcuno gemerà: Ho poco amore. Allora prega molto. Non hai oro? Offri incenso. L’incenso è la preghiera, come insegna Davide. Come incenso salga a te la mia preghiera, le mie mani alzate come sacrificio. (Sal 140,2). Implora verso Dio: Signore, come potrei non amarti, non renderti onore, fare a meno di servirti? Ammetti di essere un pezzente e vieni davanti alla greppia per l’elemosina. Se non hai oro, offri preghiera. Non ho né oro né incenso. Offri la mirra. Signore, dice il salmista, ti offrirò olocausti con fragranza di montoni, immolerò a te buoi e capri. (Sal 65,15). E io, Signore, ti offrirò grassi olocausti di amore e di dedizione.
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Offrire il cuore a Dio significa presentargli una vacca grassa con il midollo delle ossa. Il midollo si fonde al contatto delle braci roventi. Più di ogni altro organo il midollo è riposto all’interno del corpo, chiuso in un osso così duro che neppure scoccando un dardo acuminato lo si trafigge. Anche l’amore di Dio va protetto con cura, come da un osso duro, dal fermo proposito di non far mai nulla di contrario. Niente deve intaccarlo. Ama davvero Iddio chi non riserva niente per sé. E tu, che puoi fare per il Bambino? Soffrire un poco attraverso la tua fatica. Lui, ancora piccino, ha già patito per te; e poi la croce lo tormentò di più della sofferenza che angustia te. Per uno è duro lavoro rinunciare alle critiche, per un altro aprire la borsa per l’elemosina. Offri questo a Dio: sarà come sacrificargli un bue, perché donare a Dio qualcosa che costi, vale l’offerta di un vitello grasso. Compiere per amore di Dio quanto è penoso, significa offrirgli mirra. E se saprai fargli questi doni, Dio nella sua bontà inesausta ti porrà tra le mani oro e incenso perché tu possa offrigli tesori degni di re. Il Signore per ora ti nutrirà con una sovrabbondanza di grazia e più tardi con la sua gloria. Non è questo il sogno di tutti? Che esso divenga realtà!