Grazie al recente film “Cristiada”, scritto da Michael James Love e diretto da Dean Wright, dichiarato uno fra i colossal più belli realizzati negli ultimi anni, con un cast di eccezione (Andy Garcia, Peter O’ Toole, Eva Longoria, Catalina Sandino Moreno, Oscar Isaac), si è rimessa in luce una delle pagine del novecento più raccapriccianti e in un certo senso più gloriose per la testimonianza eroica di fede di tanti martiri. Uno squarcio di storia che continua ad essere taciuta e occultata, ma che in questo anno della fede speriamo risplenda a testimonianza ed esempio per cristiani oggi così superficiali e tiepidi.
Per comprendere bene la storia della Cristiada o della rivoluzione dei Cristeros, come la chiamavano con disprezzo i nemici della Chiesa, occorre dare uno sguardo alla storia del Messico a partire dai tempi dei moti rivoluzionari per l’indipendenza del Paese, iniziati nel secolo XIX.
I primi due tentativi di ribellione al dominio spagnolo furono portati avanti da due sacerdoti sospesi poi a divinis dai loro rispettivi vescovi: Miguel Hidalgo y Costilla, frequentatore tra l’altro di logge massoniche e Josè Morelos. Nel settembre del 1820 l’ufficiale e proprietario terriero Augustin de Iturbide riusciva a entrare trionfalmente in Città del Messico proclamandosi primo imperatore della Nuova Spagna. Nelle intenzioni, Iturbide voleva garantire l’indipendenza del paese, l’unione e la pace interne, nonché la salvaguardia della religione cattolica. La Spagna di quegli anni in effetti aveva assunto toni sempre più liberali, come del resto gran parte del mondo occidentale, e la Chiesa stessa, conforme ai propri principi, vi si era sempre più estraniata. Pur appoggiando gli indipendentisti però l’Episcopato si trovò subito in contrasto con Iturbide, in quanto quest’ultimo voleva conservati i diritti di patronato di cui privilegiava la vecchia Spagna, mentre i Vescovi vertevano ormai per una separazione tra Stato e Chiesa. Iturbide comunque rimase poco tempo al potere perché ben presto, come accadde poi sovente anche nella storia successiva, venne estromesso da ex amici. Così salì al potere il massone Antonio Lopez de Santa Anna. Santa Anna sapendo di non poter sostenere una guerra aperta contro la Chiesa, ma anzi di averne bisogno per fronteggiare la guerra contro gli Stati Uniti, cercò una certa collaborazione con l’Episcopato. Se da una parte però le stringeva la mano con l’altra cercava di portare avanti riforme di stampo liberale. La guerra con gli Stati Uniti (1846-1848) portò inevitabilmente il paese al crollo finanziario e Santa Anna si vide costretto a vendere per dieci milioni di dollari agli Stati Uniti la Valle di Mesilla. Questo scatenò in Messico la reazione. I liberali allora ne approfittarono per conquistare Città del Messico deponendo Santa Anna. Il 4 ottobre del 1855 si costituì così al governo una giunta liberale di massoni e anticlericali che diede alla storia del Paese una svolta decisiva che avrebbe posto le basi a quello che per la Chiesa si sarebbe trasformato in un lungo calvario.
Il nuovo governo emanò tre leggi dette “preparatorias”, condannate poi aspramente da Pio IX nel dicembre del 1856. In breve esse sottraevano la giurisdizione sui matrimoni, nascite, decessi alla Chiesa; vietavano la riscossione forzata delle competenze parrocchiali e riducevano la tariffa sulle cerimonie religiose (che garantivano il sostentamento del clero); mettevano in vendita i beni delle corporazioni, tra le quali era inclusa la Chiesa. Nel 1857 vennero varate altre leggi ancora più dirette, tra cui il divieto di portare l’abito religioso e manifestazioni religiose in pubblico, vietavano l’acquisto di beni e terreni, l’accettazione di eredità e lasciti da parte della Chiesa. L’uso delle chiese doveva essere disciplinato dalle autorità statali e la chiesa veniva sempre più pubblicizzata come la nemica numero uno della Nazione.
La reazione dei conservatori, (a cui appartenevano le categorie vicine all’esercito, alla Chiesa e ai proprietari terrieri) contro i liberali (creoli, meticci, intellettuali) non tardò a farsi sentire. Il generale Felix Maria Zuloaga il 19 dicembre del 1857 dichiarò guerra al governo dando l’avvio a quella che si sarebbe trasformata nella più spaventosa guerra civile del secolo. I liberali, grazie al sostegno dagli Stati Uniti, ne uscirono vincitori. In questi tre anni di atrocità molti preti vennero uccisi anche solo per aver negato i sacramenti ai liberali e la politica antiecclesiastica di quegli anni divenne sempre più insostenibile. Vennero distrutte chiese, trasformati conventi in alberghi, soppressi gli ordini religiosi, incamerati i beni ecclesiastici.
Napoleone III allora approfittando dell’indebolimento estremo in cui era precipitato il Messico con la guerra civile e desideroso di estendere il suo potere nelle Americhe, il 7 giugno 1863 inviava le sue truppe a Città del Messico. Le forze militari francesi varcavano la capitale trionfanti, stabilendovi la monarchia costituzionale e incoronandovi sovrano Massimiliano D’Austria. Il nuovo sovrano in quel clima liberale e massonico, venne subito salutato dai conservatori come un liberatore, ma ben presto si rivelò anch’egli una delusione. Conservò, infatti, la legislazione precedente con pochissime modifiche. Dietro l’apparenza del cattolico, Massimiliano nascondeva la sua appartenenza alla massoneria, tanto che gli venne offerta persino la presidenza del Supremo Consiglio delle Logge che rifiutò solo per accettare quella di “protettore dell’ordine”. La sua reggenza però fu di pochi anni, perché il ritiro dell’esercito francese nel 1866 portava nuovamente il governo ai liberali. Iniziava così per la Chiesa un nuovo periodo di acerbe persecuzioni. Il governo diede impulso alla diffusione del protestantesimo allo scopo di soppiantare l’odiato cattolicesimo. Fu in questo tempo che sorsero gli antesignani dei Cristeros, ossia i Religioneros, che diedero il via a moti di insurrezione armati contro il governo. I vescovi però preoccupati della stabilità del paese chiesero ai propri fedeli sottomissione all’autorità. Tuttavia la situazione che si era creata era tale che diede occasione a Porfirio Diaz di dichiarare nel 1877 guerra al governo e di uscirne vincitore. Pur promettendo rispetto nei confronti della Costituzione, non la applicò in quelle leggi ostili alla Chiesa, instaurando una collaborazione con l’episcopato. Diaz non era di certo un uomo di fede, anzi era anch’egli massone come i suoi predecessori, ma sapeva però per esperienza personale quanto una lotta aperta contro la Chiesa poteva minare la stabilità del governo, e dare il via ad un nuovo dittatore di turno. Diaz diceva: “Non ci sono ricchezze considerevoli nelle mani della Chiesa e ci sono rivolte popolari solo quando il popolo è ferito nelle sue tradizioni più radicate, nella legittima libertà di coscienza. La persecuzione alla Chiesa, che riguardi o no il clero, significa la guerra e la guerra tale che il governo, per vincerla, ha bisogno dell’aiuto umiliante e dispotico, degli Stati Uniti d’America. Senza la sua religione il Messico è perduto senza rimedio”. Negli anni della dittatura di Diaz (1877-1911) la chiesa poté riprendere vita ed estendersi. Nacquero, infatti, nuovi seminari, sorsero nuove diocesi, si formò un partito cattolico e altre varie iniziative di ispirazione cristiana tese a favorire la nascita di piccole proprietà terriere, casse di risparmio e cooperative di consumo a beneficio di quella popolazione contadina che spesso era costretta a ritmi lavorativi da schiavi. Il lungo periodo di dittatura di Diaz, se da una parte segnò un periodo di pace per la Chiesa e di progresso tecnico del paese sotto l’influsso della cultura positivista francese, dall’altra presentò anche notevoli squilibri sociali. Dopo la rielezione di Diaz nel 1910, iniziarono sul territorio numerose rivolte, fazioni e lotte, passate poi sotto il nome di “caudillaje”, dove capi banda, con l’aiuto degli USA, attaccavano ponti, linee ferroviarie e telegrafiche, conquistando i centri minori del paese. Diaz nel maggio del 1911 si vide costretto a dimettersi e ad abbandonare il Paese. Lo succedette Madero, ma per breve tempo perché già nel 1913 veniva spodestato e ucciso dal suo generale Victoriano Huerta. Quest’ultimo, più benevolo verso la Chiesa, venne di li a poco, con l’aiuto dell’America e della Massoneria, abbattuto e vinto da Carranza, Obregon, Villa e Zapata, che cercarono tra loro un accordo. Le loro visioni politiche però erano in contrasto tra loro al punto che ne nacque un’altra guerra civile, e per intervento ancora una volta degli USA ebbe la meglio la parte più liberale e anticlericale capeggiata da Carranza e Obregon, i quali pianificarono un vero e proprio attacco alla Chiesa. Basti pensare che solo nel febbraio del 1915 vennero uccisi in Messico 160 sacerdoti.
Mr. Charles Hughes, segretario di Stato alla Casa Bianca, in un discorso dell’agosto del 1920 dichiarava che: “la condotta del Governo di Wilson verso il Messico è un capitolo di intrighi e di contraddizioni. Si abbandonò Huerta, riconosciuto dalle Potenze Europee, perché non ci serviva troppo, per sostenere invece Carranza che si era messo ai nostri ordini”. D’altra parte il Messico era un paese ricchissimo di minerali, come oro, argento, platino, mercurio, rame, piombo, zolfo, ferro, carbone ed anche di petrolio. Il suolo era poi fertilissimo, con boschi immensi di legnami vari e pregiati. Non stupisce quindi che gli Stati Uniti e la massoneria americana abbiano continuamente messo gli occhi e le mani su questo ricchissimo paese che rischiava di diventare un potente rivale, tanto più forte e unito in quanto cattolico, sostenendo di volta in volta chi gli tornava più comodo. Il presidente Roosevelt aveva detto: “L’assorbimento dell’America Latina è molto difficile finché sarà cattolica”. Lo storico Ziliani commentava: “la dottrina di Monroe: l’America per gli americani ha avuto ora una nuova interpretazione elastica con questa formula: tutta l’America e tutto il mondo per la massoneria”.
Il primo maggio 1917 entrava in vigore, votata dall’Assemblea di Querétaro, la Costituzione, che stipulava nuove leggi oppressive per la Chiesa. Era negata la possibilità dell’insegnamento ai religiosi, vietata la stampa cattolica, proibiti i voti religiosi e gli ordini monastici, i luoghi di culto dovevano passare alla nazione, e alla Chiesa era disdetto il diritto di proprietà e di organizzazione di opere caritative, mentre il culto diventava competenza dello Stato. All’Assemblea parteciparono, guarda a caso, anche i rappresentanti di Wilson. Tale Costituzione intendeva unire sotto un’unica bandiera lo schieramento liberale, formato da vari schieramenti e fazioni, spingendo tutti verso un nemico comune, un unico bersaglio su cui focalizzare l’attenzione. Obregon e Carranza si trovarono però ben presto in diverbio. Nel 1920 Obregon con l’aiuto dei due generali Calles e De la Huerta, riuscì a prendere il potere. Egli vagheggiava di ricondurre la Nazione al tempo precolombiano, quando l’annuncio del Vangelo non aveva, come diceva lui, ancora avvelenato le menti dei messicani. Volendo astenersi nel frattempo da una vera e propria guerra aperta alla Chiesa, che non giudicava ancora matura. Obregon, allora, per attaccare la Chiesa si servì dei marxisti leninisti della CROM, che proteggeva legalmente nelle loro razzie, giustificandoli giuridicamente di volta in volta. Nel 1921 inviò anche un suo impiegato personale al Santuario di Guadalupe con una bomba nascosta in un vaso di fiori, allo scopo di far saltare in aria l’icona della Madonna, ma essa miracolosamente restò illesa. L’11 gennaio del 1923 Obregon espulse anche il nunzio apostolico, monsignor Filippi, con il crimine di aver benedetto e posato la prima pietra di un nuovo monumento in onore di Cristo Re, mentre il monumento venne fatto esplodere.
Per fronteggiare questa minaccia costituzionale nei confronti della Chiesa, il 14 marzo 1925 nasceva la Lega per la difesa della libertà religiosa. Formata in principio solo da avvocati che si impegnavano a tutelare la Chiesa dall’offensiva giuridica del governo, la Lega divenne col passare del tempo l’organo omnicomprensivo della resistenza cattolica, assicurando la difesa delle chiese e delle sedi cattoliche dagli attacchi della teppaglia, radunando attorno a sé le varie associazioni cattoliche del paese, come la Società dei Cavalieri di Colombo, della Gioventù Messicana, dell’Azione Cattolica, etc., costituendo su tutto il territorio una rete compatta di intenti e azioni.
Nel 1924 Obregon designò come suo successore Calles, votato solo dal 2 per cento della popolazione, uomo spietato e senza scrupoli, che si meritò ben presto l’appellativo di “Nerone”. Cacciato di casa e diseredato dal padre per la sua violenza e cattiveria, Calles sin dalla sua giovinezza si era mostrato di indole crudele. Datosi al brigantaggio aveva seminato con la sua banda sanguinaria il terrore ovunque passava. Catturato dai soldati federali, se non fosse stato per l’intervento influente di un amico (poi dallo stesso Calles per “riconoscenza” fatto impiccare), era stato sul punto di essere fucilato. Ottenuta la grazia, parteggiò per l’uno o per l’altro contendente al governo secondo l’opportunità, ottenendo infine da Obregon la nomina a governatore dello stato di Sonora. Lì si era distinto subito per la sua ferocia, tanto da vantarsi nel febbraio del 1928 dinanzi al corrispondente di Daily Express di Londra di aver assassinato, ai tempi del suo governatorato, di propria mano non meno di 50 sacerdoti e di non aver lasciato nemmeno una chiesa aperta e un sacerdote in tutto lo Stato di Sonora. Tutto questo gli aveva attirato la simpatia di Obregon, al punto tale che lo aveva promosso come suo intimo collaboratore nella capitale. Obregon, infine, gli aveva ceduto la Presidenza con l’obbligo di restituirgliela a mandato concluso. Se ci si vuole fare un’idea ancora più chiara della crudeltà di Calles, basti pensare che il numero dei preti, durante gli anni del suo mandato politico, passò da circa 4.500 prima del 1926, a soli 334 nel 1934. Nel 1935 ben 17 stati messicani non contavano nemmeno un prete nel loro territorio.
Calles eletto quindi presidente nel novembre del 1924, iniziò il suo mandato fondando una nuova chiesa, detta “chiesa patriottica messicana”, nominando patriarca di tale chiesa Joaquin Perez, un ex prete massone che sostituì nella celebrazione della Messa il vino con il mescal, una bevanda alcolica ottenuta dalla distillazione del succo di agave. A Perez succedette un altro massone del trentatreesimo grado, che non era nemmeno sacerdote di nome Edoardo Davila, ma il popolo messicano ben radicato nella fede cattolica non simpatizzò per nessuno dei due e il governo stesso si vide costretto a sopprimerla. Nonostante il fallimento, Calles si meritò la Medaglia al merito massonico, che gli venne consegnata dal Gran Commendatore del Rito Scozzese il 28 maggio 1926. Il 12 luglio dello stesso anno apparve sulla stampa internazionale il seguente comunicato: “La massoneria internazionale si assume la responsabilità per tutto ciò che sta accadendo in Messico, e si prepara a mobilitare tutte le sue forze per la metodica, ed integrale applicazione del programma concordato per questo paese”.
Calles, difatti, già all’inizio del suo mandato aveva dato ordine a tutti i governatori degli Stati federali di emettere decreti che assicurassero il rispetto integrale della costituzione in materia religiosa. Non pago di questo, il 3 luglio del 1926, lui stesso aveva fatto uscire una serie di leggi penali che rafforzavano e sanzionavano le leggi del 17: veniva abolita la libertà di insegnamento della fede cristiana e ogni sua espressione nelle parole, nei gesti e nei segni. Espressioni verbali come “Dio me ne scampi” o “Se Dio vuole” vennero multate. Erano puniti poi i genitori che avessero osato insegnare ai figli la dottrina cristiana. Alcune chiese vennero subito trasformate in stalle o in carceri, mentre ai preti vennero obbligati a registrarsi. Nello stato di Tabasco persino fu dato loro obbligo di sposarsi se volevano continuare nell’esercizio delle proprie funzioni e in molti altri casi dovettero anche giurare di non fare proselitismo.
Il 21 luglio, ancor prima dell’entrata in vigore della legge Calles, un negoziante di Puebla di 66 anni, di nome Josè Garcia Farfan, venne fucilato per il crimine di aver esposto il cartello “Viva Cristo Re”. Morì perdonando, mentre sul suo libro di preghiere si poteva leggere una frase scritta a penna: “Mio Dio aiutatemi a fare qualcosa per voi; io non ho fatto ancora niente”.
I vescovi tentarono subito una mediazione con il governo, per fermare questa pazzia, ma Calles rispose loro ironicamente: “Non vi resta, se non volete sottomettervi, che due strade: il ricorso al Parlamento o il ricorso alle armi”. Nel frattempo i vescovi, dopo essersi consultati con Roma, decretarono la sospensione del culto e dei sacramenti che sarebbe entrata in vigore in contemporanea alla famigerata legge Calles il 31 del mese di luglio. D’altra parte alla Chiesa non restava altra strada se non si voleva assoggettare la fede al capriccio del governo. Le chiese in quei giorni vennero invase dal popolo desideroso di accostarsi per l’ultima volta ai sacramenti. Persino quelli che in chiesa non si vedevano mai non mancarono all’appello. Sembrava l’approssimarsi della fine del mondo! La risposta del governo fu ancora più spietata e la gran parte dei vescovi e dei sacerdoti si diede alla macchia o alla fuga.
La prima via proposta da Calles ai vescovi venne perseguita dalla Gioventù Cattolica con la raccolta di ben due milioni di firme, ma venne subito cestinata senza essere nemmeno presa in considerazione dal governo. Si formò allora una difesa sempre più organizzata dei cattolici per presiedere le chiese, onde evitare le profanazioni e proteggere la vita dei sacerdoti rimasti. I giovani dell’Azione cattolica si diedero il cambio giorno e notte tra sacrifici e pericoli per questa nobile causa, mentre la gran parte dei fedeli non cessava di innalzare al Cielo preghiere e penitenze per ottenere la fine a queste crudeltà, organizzando anche processioni in tutto il paese a piedi scalzi e coronati di spine. Furono promosse anche delle manifestazioni cattoliche soppresse nel sangue dall’esercito che sparò in più occasioni sulla folla. Si tentò allora la via del boicottaggio economico, che aveva già funzionato sotto Carranza, al fine di far recedere il governo dal suo intento. Non si doveva comperare se non il necessario, evitare l’uso dei mezzi di trasporto, non pagare le tasse, ne comperare benzina, tabacco,… La Lega poi dava disposizioni al popolo attraverso volantini, scritte sui muri…che venivano sparpagliati al vento o appesi alle vetrine dalle donne e dai giovani, tra mille pericoli. Tutto questo produsse nel popolo un tale fervore, che alcuni volantini suonavano così: “Grazie, signor Calles, voi ci state aiutando a convertire più anime che non i preti”. Un giorno la Capitale si trovò tutta tappezzata di striscioni “Viva Cristo Re” e un’altra volta vennero lanciati in aria 500 palloncini che scoppiando fecero piovere migliaia di volantini che inneggiavano al boicottaggio. La risposta di Calles, esasperato ed esacerbato dall’indomito coraggio dei cattolici, non si fece attendere. Vennero fatte chiudere le tipografie sospette, mobilitata la polizia nella ricerca dei colpevoli, riempite le carceri di donne e bambini. Maria Nieves Cuellar per esempio venne fucilata con due sacerdoti proprio per esser stata colta mentre divulgava i volantini del boicottaggio. Anche il fanciullo José Vargas di 13 anni catturato per lo stesso motivo, venne torturato dinanzi alla madre perché svelasse il nome degli altri complici, mentre la madre addolorata lo incoraggiava “Non dire nulla, figlio mio, pensa a Gesù e taci”. Infine, gli vennero tagliate le braccia e morì svenato. Le donne poi che uscivano dalle chiese erano rapite e violentate, allo scopo divulgativo di intimidire chiunque avesse voluto proseguire in quell’opera. Tuttavia la fede vinceva tutto, irrobustendo di una forza immane gli stessi bambini, tanto che lo stesso Santo Padre Pio XI poteva dire nel concistoro del 20 dicembre 1926: “Bambini e bambine nei primi albori della vita da alcuni mesi offrono uno spettacolo commovente, che strappa l’ammirazione di tutti quelli che pensano ed amano in terra, e degli stessi Angeli in Cielo”. Si pensi per esempio a Rosina Gomez di 12 anni, appartenente alla compagnia di S. Tarcisio e incaricata di portare la comunione ai carcerati e condannati a morte, che scoperta dai soldati federali arrivò a dire con audacia “non ho paura di voi, Gesù mi darà la forza”, mentre in un attimo inghiottiva le sacre particole e veniva assassinata. La classe più colpita fu però senz’altro il clero, giudicato come la vera causa di tutti i mali. Non si contano i sacerdoti assassinati per aver esercitato il loro ministero sacerdotale clandestino. Il vecchio parroco di Jalisco Francesco Vera venne fucilato con i paramenti sacri ancora addosso. Don David Uribe venne torturato al pari di S. Bartolomeo. Scorticato e grondante sangue da ogni parte continuava a gridare: “La morte, ma non l’apostasia. Che gioia! Morire piuttosto che rinnegare il Vicario di Cristo. Io amo il Papa! Viva il Papa! Io voglio morire per amore del Papa!”. Don Paolo Garcia scoperto mentre celebrava Messa in onore della vergine di Guadalupe nel giorno della sua festa venne torturato per 10 giorni. Gli furono tagliati gli orecchi, naso, lingua e cavati gli occhi perché rivelasse il nascondiglio dell’Arcivescovo, ma non ottenendo nulla venne finito a revolverate. Don Sabba Reyes, a cui i fedeli consigliarono di lasciare Tototlán mentre lui replicava: «Mi hanno lasciato qui e qui attendo. Vediamo che cosa dispone Iddio», venne invece legato a una colonna della chiesa in modo tale che i piedi non toccassero il suolo e lasciato in questa posizione per tre giorni. Nel frattempo senza cibo ne acqua venne punzecchiato con le punte delle baionette, gli vennero strappati i capelli e sputacchiato, e infine bruciate le mani. Condannato infine alla fucilazione e colpito dalla prima scarica, si rialzò in piedi con le forze che gli restavano per gridare per l’ultima volta “Viva Cristo Re”. Padre Gumersindo Sedano fu invece colpito da una scarica di fucile nell’atto di benedire. Coperto di fango e di sangue venne appeso ad un albero, denudato e squartato con un coltello, mentre il generale federale con gioia satanica avvisava Calles: “ho l’onore e il piacere d’informarla che questa mattina abbiamo ucciso il prete Sedano”. Ecco quali azioni ottenevano favori e promozioni! Don Josè Idael Flores dopo esser stato per tre volte impiccato senza successo, in quanto la corda si spezzava sempre, venne infine sgozzato con un coltello. Il francescano P. Giuseppe Perez venne invece legato al collo con una fune e trascinato con un autovettura in mezzo alle pietre per essere finito a revolverate. Don José Lezana venne colpito a bastonate per essersi opposto alla chiusura forzata della Chiesa e infine tagliato a pezzi con un accetta. Questi eroi e martiri non sono che un piccolo mazzo scelto dei fiori di un grande giardino. I preti poi che sopravvissero alle persecuzioni non passarono la vita di certo tra gli allori, ma in continue sofferenze, incertezze e paure. Si pensi al vecchio Vescovo di Colima, Mons. Amadore Velasco che a ottant’anni girava ancora con l’abito tutto rattoppato per le montagne condividendo la povertà, la fame e la sete, il freddo e i disagi del suo gregge.
Le guardie federali inscenavano parodie sacrileghe con vesti liturgiche, profanavano chiese, bruciavano i confessionali, mutilavano le statue e ne fucilavano le immagini sacre. Nella capitale il nuovo Ministro della Guerra tenne un discorso dal pulpito della chiesa di S. Gioacchino condito di bestemmie, seguito da un banchetto in cui vennero usati i calici sacri per bere e le pissidi come sputacchiere. Nella cattedrale di Tabasco vennero persino proiettati ai bambini immagini turpi e tenute conferenze oscene. A Queretaro il governatore Osornio arrivò a sedersi sulla cattedra vescovile facendo leggere alla sua figliola di 10 anni la poesia a satana: “Aiutaci, satana, colle tue legioni di ribelli. Se in questa lotta noi riusciremo a vincere Dio col tuo aiuto, ti promettiamo di adorarti. Il regno di Dio sarà tuo, o satana.” La massoneria non poteva che gioire! Il The new age riportò la seguente frase: “La chiesa cattolica ha pervertito i messicani per 400 anni. Il merito di Calles è di averlo liberato dall’ignoranza e dalla superstizione. Ecco perché questi può contare sulla nostra comprensione e sull’aiuto del Nord America”.
In questa situazione generale sopra descritta, si capisce che al popolo non restava che l’alternativa della ribellione armata, giacché la via pacifica perseguita nel cercare di portare Calles alla riflessione, poteva ben dirsi fallita. Tale guerra armata avrebbe dovuto moralmente inscriversi tra le guerre di legittima difesa. Essa doveva costringere il governo a retrocedere nella lotta alla Chiesa o a crollare. La storia del Messico d’altra parte insegnava che l’obbiettivo non era impossibile, e i mezzi erano proporzionati. Lo stesso Osservatore Romano, l’11 agosto 1926, dichiarò: “Né si dica che potrebbero i cattolici unirsi e organizzarsi e tentare una difesa per le vie legali; perché ad ogni associazione di fedeli per un tale fine è strettamente vietata dalla legge Calles, sicché non resta alle masse che non vogliono sottostare alla tirannia o non sono più frenate dalla pacifica predicazione del clero che la ribellione violenta”. Già il grande teologo S. Tommaso d’Aquino nella “Summa Teologica” aveva sentenziato: “Quando l’abuso dell’autorità contro la società è certo, gravissimo, permanente, quando sono esauriti ed inutili i mezzi pacifici per far rinsavire il tiranno, allora la resistenza attiva e armata non è ribellione, ma difesa lecita e legittima”, e noi potremmo aggiungere “doverosa”, giacché nel caso del Messico era in ballo la fede, e la fede non solo propria, ma anche dei propri figli e delle generazioni future.
Le prime rivolte locali della gente furono in realtà scoppi improvvisi della folla in difesa dei parroci o delle Chiese, come quando per esempio il generale Ortiz aveva inviato i suoi soldati ad arrestare i sacerdoti di Zacatecas e il sollevamento della folla glielo aveva impedito, o come quando a Cocula, la reazione della folla si era opposta alla commissione statale che cercava di impossessarsi della Chiesa del paese, linciando anche un giudice o ancora come quando il 3 agosto veniva attaccato il Santuario della Madonna di Guadalupe e 400 fedeli ne respingevano il primo attacco.
La ribellione però, grazie anche al lavoro indefesso della Lega per la libertà religiosa, prese pian piano consistenza e organizzazione assumendo i toni di un vera e propria offensiva militare.
L’origine della guerra armata è legata in qualche modo all’assassinio di Don Luigi Batis, avvenuto una quindicina di giorni dalla promulgazione della legge Calles. Don Batis, la sera del 14 agosto del 1926, aveva raccolto attorno al suo pianoforte un gruppetto esimio di giovani al fine di insegnar loro una canzone liturgica, quando i federali vi avevano fatto il loro improvviso ingresso sicuri di coglierlo in fallo. I soldati inviati dal governo perlustrarono tutta la casa, togliendo persino l’intonaco dai muri, nella ricerca furibonda di qualche foglietto che compromettesse il parroco, ma non trovando niente decisero di arrestarlo ugualmente. Chiuso con i suoi tre giovani in cantina venne torturato per tutta la notte. La mattina tutti e quattro vennero fatti salire su un carro e condotti alla fucilazione. Il popolo tentò allora di liberarli, ma i soldati aprirono il fuoco sulla folla. Don Batis chiese allora pietà per i tre giovani innocenti esclamando: “Per amore di Dio non fate male a questi giovani. Pensate che Lara e Roldan sono l’unico sostegno delle loro vecchie madri, e Manuel Morales ha moglie e tre figli”, ma essi stessi espressero subito il desiderio di morire martiri. Manuel Morales aggiunse anche: “I miei figli hanno un altro Padre nel Cielo. Io muoio, ma Iddio non muore”. L’ex colonnello dell’esercito Pedro Quintanar, nel frattempo, aveva radunato un gruppo di uomini armati allo scopo di tentare la liberazione di Don Batis con la forza, ma arrivò ad esecuzione già avvenuta. Allora occupò la città di Chalchihuites, impadronendosi delle casse municipali e decretò l’iniziò della ribellione armata. Subito si unì a lui anche il generale Aurelio Acevedo, e dopo di lui molti altri. Nello stato di Jalisco iniziava così la rivolta al grido di “Viva Cristo Re”.
Lo stato di Guanajuato non fu da meno. Il sindaco di Penjamo Luigi Navarro Origel terziario francescano, padre di cinque figli, e fervente propagatore dell’adorazione Eucaristica notturna, si poneva anch’egli a capo di un esercito. Cattolico tutto di un pezzo Origel aveva dato vita nel suo paese all’Ordine dei Cavalieri di Colombo, e a molte altre associazioni cattoliche. Si vantava di 4 cose: servire ogni giorno la Messa, ricevere la Comunione, fare la visita Eucaristica e recitare il Santo Rosario. Si era impegnato dapprima nella resistenza passiva al governo per poi passare a quella armata. Diceva: “Bisogna lavare i crimini della Patria col nostro sangue, ed io devo lasciare un nome onorato ai miei figli. Dio mio, fammi un Martire”. Agli uomini che lo avevano seguito in questa nobile causa ogni sera faceva recitare ad alta voce il Rosario, ed egli soleva firmarsi “soldato di Maria”. Ogni volta che il suo esercito conquistava un nuovo presidio, la Chiesa del paese veniva riaperta e la Messa ricelebrata tra il fervore di tutti. Un giorno scontratosi con i callisti in numero molto più elevato, si sacrificò per permettere la fuga ai suoi soldati. Coprendo loro le spalle col fuoco insieme a un piccolo gruppetto di compagni e tenendosi dietro le rocce, continuò a sparare finché venne colpito. Al fratello che lo soccorreva dava un ultimo bacio e quindi si spegneva con le ultime parole “Viva Cristo Re”. I suoi soldati accolsero la sua salma cantando il Te Deum come aveva lui stesso chiesto e desiderato.
I rappresentati della Lega nazionale in difesa della libertà religiosa si incontrarono allora per giudicare l’opportunità di un’azione armata e il 30 novembre proponeva ai Vescovi i seguenti punti: non condannare il movimento armato, sostenere un’unità di azione, formare una coscienza collettiva che approvasse la resistenza, nominare cappellani militari e patrocinare la raccolta di fondi per la lotta armata. I vescovi accolsero i primi 3 punti rifiutando gli altri. Riconoscevano legittima la resistenza dei cittadini nel difendere i loro diritti vitali, in quanto la via pacifica si era mostrata inutile, ma d’altra parte si astenevano dall’appoggiare personalmente la rivolta. Il vescovo Diaz y Berreto che unico tra i vescovi si espresse contrario alla resistenza armata subì una severa reprimenda da parte degli altri vescovi e fu obbligato a ritrattare. La commissione dei Vescovi ricordò che i fedeli lottavano e si sacrificavano per un nobile ideale e un giusto dovere.
Nel gennaio del 1927 insorse anche Jalisco e la guerra poté dirsi generalizzata. I combattenti marciavano in gruppi di centinaia cantando l’inno: “Tropas de Maria singan la bandera no desmaye nadie vamos a la guerra!”. I rivoltosi conquistarono villaggio per villaggio tutta la zona montuosa de Los Altos de Jalisco, diffondendo la rivolta ovunque. Il primo villaggio era stato San Julian insorto con appena 30 uomini armati, a cui si era aggiunto poi Victoriano Ramirez detto “El Catorce”, soprannominato così da quando, inseguito da 14 federali, era riuscito ad ucciderli tutti da solo. I ribelli, comprendenti contadini e allevatori, si mettevano sotto il comando di ex generali ed esperti nel campo della guerra. Tra i comandanti Cristeros più abili e decisi troviamo due sacerdoti: José Reges Vega e Aristeo Pedroza. Uno di discussa rettitudine e alquanto spietato, l’altro retto e integerrimo. Non c’è da meravigliarsi di questo, perché non esiste realtà umana giusta e santa che non abbia purtroppo a doversi confrontare con la libertà umana ed il peccato. La maggioranza però si batteva sinceramente per la fede, con coscienza e giustizia. Lo si capisce dallo stesso rito di accoglienza nell’esercito. La recluta doveva dichiarare sul crocifisso: “Io giuro solennemente per Cristo Re, per la SS. Vergine di Guadalupe, Regina del Messico, e per la salvezza della mia anima. Primo: mantenere assoluto segreto su tutto quello che può compromettere la santa causa che abbraccio. Secondo: difendere con le armi in mano la completa libertà religiosa nel Messico. Se osserverò questo giuramento, che Dio mi premi; se mancherò che Dio mi punisca”. Quindi doveva baciare la bandiera della Vergine di Guadalupe, dopodiché riceveva dal sacerdote l’imposizione del Crocifisso o dell’immagine della Madonna di Guadalupe (a seconda del grado militare), che l’avrebbe accompagnato nelle battaglie. Nel campo veniva celebrata quotidianamente la Messa, si facevano le processioni Eucaristiche, si recitava il Rosario e dove era possibile si stabiliva anche l’adorazione Eucaristica a turni di 15 minuti l’uno. Il loro saluto era: “Arrivederci in Paradiso”. I Cristeros di Jalisco dopo il Rosario recitavano insieme la preghiera composta dal martire Anacleto Gonzales: “Gesù misericordioso! I miei peccati sono più numerosi delle gocce di sangue che versasti per me. Non merito di appartenere all’esercito che difende i diritti della Tua Chiesa e che lotta per Te. Vorrei non aver mai peccato in modo tale che la mia vita sia un’offerta gradevole ai tuoi occhi. Lavami dalle mie iniquità e purificami dai miei peccati. Per la Tua santa Croce, per la mia Santissima Madre di Guadalupe, perdonami! Non ho saputo fare penitenza dei miei peccati; per questo motivo voglio ricevere la morte come una punizione meritata per essi. Non voglio combattere, né vivere né morire, se non per te e per la tua Chiesa. Madre Santa di Guadalupe, accompagna nella sua agonia questo povero peccatore. Concedimi che il mio ultimo grido sulla terra ed il mio primo cantico nel Cielo sia “Viva Cristo Re”!” In questo esercito entravano a far parte fra tanti sacrifici, tra il caldo cocente di giorno e il freddo pungente e gelido della notte, a volte senz’acqua né cibo, alla quota di tremila-quattromila metri, vecchi e giovani e persino donne. Armando Tellez Vargas, uno dei fondatori della Lega, abile oratore e scrittore, non abituato a questi disagi a motivo della sua costituzione delicata soleva incoraggiarsi con la giaculatoria: “Sempre avanti per Cristo Re”. Il vecchio Gabino Alcazar, all’età di ottant’anni prese in mano le armi esclamando: “Ho ancora poco tempo da vivere, e perché non posso spenderlo per Cristo Re? Tutti noi siamo suoi sudditi, ed abbiamo gli stessi doveri” e morì poco tempo dopo in battaglia gridando “Viva Cristo Re”. Il Beato José Sanchez, chiamato dai soldati Tarcisio per l’amore all’Eucaristia, invece, all’età di tredici anni chiese di essere ammesso come i suoi fratelli nell’esercito cristiano pregando il generale: “posso aiutare i soldati a togliersi gli speroni o a preparare le cavalcature; posso cuocere i fagioli, curare i cavalli o ingrassare le armi”. Condotto infine in battaglia come porta bandiera offrì il proprio cavallo al generale, che nel furore della battaglia ne era rimasto privo, affinché si mettesse in salvo. Quindi, coprendogli le spalle con il fuoco, sparò fino all’ultima cartuccia. Catturato vivo dai federali, venne interrogato allo scopo di estorcergli informazioni sui compagni: prima con promesse e lusinghe e poi con la violenza, ma egli si rifiutò sempre di parlare. Gli venne tagliata la pianta del piede e passata nel sale. Visto che tutto era inutile venne fatto camminare sul selciato fino al cimitero, tra continue percosse e con i piedi nudi tutti sanguinanti, mentre cantava “Cristo vince, Cristo regna, Cristo impera”. Arrivati al luogo del supplizio, venne colpito con delle pugnalate, quindi stufi di sentirlo gridare: “Viva Cristo Re! Viva la Madonna di Guadalupe!”, venne finito con una revolverata alla testa. Opera importantissima fu svolta poi dalle Brigate femminili Santa Giovanna D’Arco che formarono una rete di distribuzione per provvedere alle munizioni, alle medicine, al cibo di cui i Cristeros avevano bisogno. Si trattava di un compito rischiosissimo che metteva a repentaglio la loro vita. Queste ragazze intrepide raggiunsero il numero di 17000. Tra esse, ricordiamo Faustina Alemida, Sara Flores e Angela Gutierrez, che morirono cantando “Andrò a vederla un dì”, mentre portavano le munizioni ai cristeros. Chi può enumerare l’eroismo delle donne messicane di quel tempo! Madri che erano disposte a perdere il marito e i figli per un nobile ideale, che si radunavano nelle case per pregare, che si flagellavano aspramente e si coronavano con spine per sostenere con il sacrificio i combattenti e ottenere per loro grazie celesti. La madre del giovane martire Gioacchino Silva fucilato con la corona del Rosario in mano, appresa la morte del figlio esclamò: “Signore, eccovi tutti i miei dodici figli per il vostro sicuro trionfo”. Così la moglie dell’avvocato Anacleto Gonzales Flores, indicando il cadavere sfigurato del marito al figlio le disse: “Guarda, questo è tuo padre. È morto in difesa della fede, promettimi sul suo corpo che farai lo stesso quando sarai più grande, se Dio te lo chiederà”. Alcune donne parteciparono persino attivamente alla battaglia, come la signorina Maria Caires che comandò un battaglione formato da donne per liberare l’Arcivescovo dal carcere, sfidando i soldati e disarmandoli. Infine catturata venne mutilata alle mani e i piedi mentre ella continuava a gridare fino alla morte “Viva Cristo Re”.
I primi mesi di lotta furono per lo più indirizzati a presidi isolati e ad azioni locali, da cui i Cristeros uscivano vittoriosi. Avevano però ancora da scontrarsi con il vero e proprio esercito federale. Quest’ultimo, dotato di mezzi maggiori e migliori, riforniti allo scopo dagli USA, passava bruciando ogni terreno e deportando villaggi interi, saccheggiando e commettendo ogni sorta di violenza, in modo tale da togliere agli insorti i mezzi per rifornirsi e nuove reclute al loro esercito, dal momento che gli uomini si vedevano costretti a rimanere nelle proprie abitazioni per salvare le proprie famiglie.
L’11 gennaio del 1927 si ebbe la prima vittoria vera e propria in campo aperto. 1200 Cristeros riuscirono sotto il comando di Porfirio Mallorquin Valente Acevedo a sbaragliare 2000 federali. Seguì in febbraio un’altra vittoria a San Francisco del Rincòn. In marzo i Cristeros si incontrarono senza prevederlo con il 78° reggimento di cavalleria, comandato dal generale Rodriguez. La battaglia durò tutto il giorno. I Cristeros comandati da El Catorce resistettero fino all’arrivo dei soccorsi guidati da Hernandez che colpendo i federali alle spalle riportarono una schiacciante vittoria su quello che era uno dei reparti migliori dell’esercito federale. Ormai i Cristeros erano saliti a 12000 e i federali erano in difficoltà. Proprio allora però si verificò un fatto che squalificò moralmente i cristeros agli occhi di molti cattolici e degli stessi Pastori. Padre Vegas, di cui si era già parlato prima, in aprile dopo aver appreso il martirio di Anacleto Gonzales, furibondo prese all’assalto un treno pieno di denaro. Nello scontro il fratello venne ucciso e P. Vegas ancora più esacerbato e irato fece cospargere di benzina il treno con sopra ancora 51 passeggeri innocenti e gli diede fuoco. A questo fatto si erano aggiunti altri problemi morali all’interno dell’esercito cristero, come rappresaglie, uccisioni dei prigionieri, uccisioni anche di quei civili che ostacolavano la strada. Inoltre l’aumento crescente delle sofferenze nel popolo, schiacciato dal governo sempre più inferocito, portarono l’episcopato a dividersi riguardo al giudizio morale della resistenza cristera. Alcuni vescovi finirono per condannare apertamente il ricorso alle armi e molti sacerdoti si tennero contrari alla rivolta. Tutto questo ebbe effetti chiaramente deleteri sulla gran parte dell’esercito cristero che combatteva nient’altro che per la fede e in piena fedeltà alla Chiesa. Tuttavia le continue vittorie di Victoriano Ramirez (El Catorce) tanto temuto dall’esercito federale e che poteva dirsi più un bandito che un vero cristero, spinsero la Lega per la libertà religiosa a convincersi di una possibilità di riuscita e anche della necessità di continuare lo scontro. Per dare unità e forza al movimento venne allora ingaggiato un ex generale dell’esercito, Enrique Gorostieta y Velarde, abile e veterano in fatto di guerre civili. Sebbene massone di 33 grado Gorostieta accettò la proposta sia per motivi di ambizione personale e di rivincita nei confronti di Calles che lo aveva messo da parte, sia per lo stipendio elevato che gli era stato proposto e cioè il doppio di un generale federale (3000 pesos al mese). Il suo reclutaggio tra i Cristeros fu veramente provvidenziale perché seppe dare al movimento non solo unità, ma soprattutto disciplina e ordine morale.
Alla fine del 1927 l’esercito Cristero salì a 25000 unità, di cui 18000 bene inquadrati e gli altri dispersi in bande. Nel febbraio del 1928 la guerriglia ormai era accesa ovunque e il governo non era più in grado di fermarla. In marzo padre Aristeo Pedroza con 300 uomini attaccò forze due volte superiori e le sbaragliò. Ciò che si stava verificando sapeva del miracoloso, tanto più che le perdite che si registrarono nelle battaglie erano 1 Cristeros su 50 o addirittura 100 federali. Avvennero anche veri e propri prodigi celesti, come la moltiplicazione del cibo per l’esercito affamato, o l’elevazione prodigiosa dell’Ostia durante la celebrazione della Messa che produsse la conversione del generale federale e dei suoi uomini già pronti a sparare sui Cristeros inermi e ignari dell’imboscata. Una spia cristera catturata si sentì dire dai federali: “Essi sono stregoni, e chi li comanda è un generale molto valoroso su un cavallo bianco ed è accompagnato da una donna. Quando abbiamo aperto il fuoco contro di loro, questo non ha avuto alcun effetto, e quando si avvicinavano a noi non eravamo in grado di fare nulla per respingerli. Questi maledetti Cristeros governano le foschie per nascondervisi dentro”. La spia allora rispose: “Non ci sono cavalli bianchi e non c’è nessuna donna accanto al nostro generale. In verità noi abbiamo la piena fiducia che la Beata Vergine ci accompagni sempre in battaglia assieme a san Giacomo, noi non possiamo vederla con i nostri occhi soltanto perché non ne siamo degni”.
In luglio Obregon, l’ultimo grande generale della Rivoluzione, venne assassinato da un giovane di nome José de Leon Toral. Per comprendere il suo gesto conviene prima riportare quanto sintetizza lo storico Zuliani sulla dottrina di S. Tommaso d’Aquino e del teologo Suarez al riguardo: “contro il tiranno ingiusto e aggressore il diritto di difesa della società oppressa, depauperata, assassinata nella vita, nelle sostanze a nella libertà, compete ad ogni singolo membro”. Obregon era stato appena eletto presidente e aveva già dato il suo discorso di neo eletto dichiarando ai microfoni della radio: “Quando una formica ci morde, noi non andiamo a cercare quella che ci ha morso, ma prendiamo un secchio di acqua bollente, ed uccidiamo tutte le formiche che troviamo, e quelle che tentano di fuggire le pestiamo coi piedi. Così farò dei cattolici, anche se questi rigori importassero la distruzione della razza messicana, e facessero un deserto del Messico”. Ora, mentre stava lautamente banchettando nel ristorante della capitale “La Bombilla” con i suoi al ristorante sotto lo striscione “Obregon padre della Patria”, Toral, deciso a sacrificare la sua vita per ottenere al popolo la fine delle persecuzioni, si presentò al convito disegnando schizzi e caricature, guadagnandosi sempre più la stima dei convitati. Dando uno schizzo simpatico di Obregon venne invitato a presentarglielo, e appena gli fu dietro le spalle estrasse di nascosto la pistola automatica colpendolo con 4 colpi alla testa. Gli invitati presi dalla confusione e anche saturi di vino iniziarono a spararsi a vicenda o a fuggire, mentre il giovane Toral non si mosse dal suo posto. Non tentò la fuga, ne utilizzò gli altri due colpi ancora a disposizione, ma aspettò intrepido l’arresto. Interrogato immediatamente da Calles riguardo a chi lo avesse spinto a questa azione, dichiarò: “giuro sulla mia anima che io ho agito da solo. Io ho fatto questo perché Cristo regni nel Messico”. Per cercare di farlo confessare e affermare che era stata la Chiesa a inviarlo, venne denudato e legato con una cordicella ai pollici delle mani e dei piedi, mentre gli venivano dati scossoni facendolo ciondolare nel vuoto e slogandogli le dita. Temendo che morisse nelle torture gli aguzzini gli misuravano di tanto in tanto il polso. Dopo avergli dato cinque minuti di tregua venne appeso al soffitto per le ascelle. Un poliziotto gli si attacco di peso slogandole tutte le giunture. Non ottenendo niente gli promisero la commutazione della pena della fucilazione con la prigione, al patto che avesse confessato il mandante, ma egli dichiarò: “non è la morte che temo, anzi è la fucilazione che desidero. Possa il mio sangue essere l’ultimo. Sappiate però che ho agito da solo e non ci sono complici”. Dichiarò anche: “i miei fratelli stavano combattendo nelle montagne privi di tutto, contro un nemico feroce e ben agguerrito. E qui in città la solita vita della crapula e dell’orgia di pochi in contrasto con le sofferenze dei molti. Il pericolo per la Religione diveniva sempre più grave; i Crociati erano isolati; stavano morendo di fame e di sete. Allora presi anch’io il mio posto di combattimento. Mi disposi al sacrificio desiderando che fosse l’ultimo sangue versato. Vidi la mia sposa vedova e i miei figli orfani; ma vidi anche altre vedove e altri orfani dei miei compagni crociati; e allora preferii la morte di Obregon e la mia morte. Per finire la guerra ho ucciso il capo nemico”. Gli ultimi giorni in carcere li passò in preghiera come scrisse egli stesso: “io passo il tempo, a fare meditazione sul Santo Rosario… Di solito recito il Rosario ravvivando la mia fede, fino quasi a sentire la dolce presenza di Maria SS.ma, di Gesù e del mio Angelo custode”. Morì fucilato offrendo la sua vita per i suoi stessi persecutori e per il Messico.
La morte di Obregon in effetti segnò una grande confusione in Messico. Calles ormai si trovava come l’unico vero leader della rivoluzione messicana.
Nel 1929 i cristeros contavano ormai 50000 unità. In marzo padre Vegas in modo magistrale conduceva con 3000 uomini una delle battaglie più importanti della storia cristera nella città di Tepatitlàn, restandone però ferito e ucciso. In effetti, non tutte le azioni dell’esercito cristero andavano al meglio, per il fatto che molti generali sentendosi in dovere di combattere in testa al loro esercito, rimanevano così linciati e uccisi nel furore delle battaglie. In quell’anno, tra l’altro, Victoriano Ramirez entrava anche in dissidio con un altro generale, e il famoso “Catorce” veniva condannato per motivi disciplinari dal padre Aristeo Pedroza e fucilato.
Il governo comunque era in evidente difficoltà nel fronteggiare la lotta, e per questo cercò subito, per interesse anche dell’ambasciatore statunitense Morrow, di venire in accordo con la Chiesa. Il 1 maggio 1929 il nuovo presidente Portes Gil, guidato dal suo maestro Calles, dichiarò in un intervista che il culto cattolico avrebbe potuto riprendere in Messico al patto che la Chiesa garantiva il rispetto delle leggi dello Stato. Si avviarono allora le trattative del governo con l’Episcopato, anche se per i Cristeros questo appariva come tradimento o per lo meno un pericolo. Gorostieta protestò: “Ogni volta che la stampa ci dice che un vescovo fa da parlamentare coi “callisti”, sentiamo come uno schiaffo in piena faccia, tanto doloroso in quanto viene da coloro nei quali speriamo di trovare conforto, una parola che dia respiro alla nostra lotta”. D’altra parte però l’episcopato cercava il modo di porre fine ad una guerra di cui si conosceva l’inizio ma non la fine, ne il prezzo che si sarebbe dovuto versare per ultimarla. D’altra parte quali garanzie poteva avere la Chiesa in caso di vittoria da parte dell’esercito cristero che non sarebbe più salito al governo nessun altro massone approfittatore della situazione?
Nel frattempo, il 2 giugno, il supremo generale cristero Gorostieta venne colto di sorpresa da un gruppo di federali e circondato. Gorostieta accortosene in tempo tentò la fuga, ma il cavallo venne abbattuto. Tornò allora di corsa nell’haiacenda stringendo per l’ultima volta le mani al crocifisso che teneva sul petto. Lo contemplò, pregando per l’ultima volta. Tentò allora una seconda fuga con un altro cavallo, ma una pallottola lo buttò di sella. Raggiunto da un soldato federale venne finito a revolverate mentre cercava di rialzarsi. Dopo aver recuperato la fede, cadeva così il generale supremo dei cristeros. Quello stesso giorno il delegato apostolico Ruiz y Flores scriveva al Segretario generale della Lega che la lotta armata doveva cessare perché provocava più danni di quelli che voleva evitare. La Lega però si rifiutò di obbedire. La richiesta dell’episcopato non solo buttava all’aria un piano nel momento più favorevole e vicino alla vittoria, ma metteva anche i cristeros in condizione di essere perseguitati e uccisi. Le trattative con il governo, vennero portate avanti da Portes Gil con l’astuzia e l’inganno. I due plenipotenziari dell’episcopato, Mons. Flores e il suo segretario Barreto, furono separati da tutti i contatti con l’esterno e con il resto dell’episcopato. Chiusi prima in un vagone ferroviario, poi nella casa di un banchiere, finirono il 21 giugno per firmare il concordato. La legislazione antiecclesiastica sarebbe rimasta sulla carta delle leggi di stato, ma il governo si impegnava a non applicarla. La libertà di insegnamento di religione era garantita all’interno delle Chiese (non nelle scuole), la Chiesa poteva continuare a conservare i propri beni e si assicurava ad essa il diritto di petizione al governo per cambiare la legge vigente. Lo stato prometteva inoltre l’armistizio con i cristeros, ma solo a voce. Il 27 giugno le chiese vennero riaperte, ma per i cristeros iniziò l’epoca della caccia all’uomo. Decine di capi cristeros vennero catturati e fucilati o impiccati ai pali del telegrafo. Su 50000 cristeros solo 14000 consegnarono le armi perché gli altri sapevano che ne avrebbero avuto bisogno per difendersi. Tuttavia nessuno di loro continuò la battaglia o si diede al brigantaggio come in genere avviene in questi casi, a dimostrazione della lealtà e della fedeltà all’ideale per il quale erano scesi in battaglia, ossia la fede. In agosto il generale Jesus Degollado che era succeduto a Gorostieta diffuse il seguente messaggio: “La Guardia nazionale scompare, non tanto perché vinta dai nostri nemici, quanto perché abbandonata, in realtà, da coloro che dovevano beneficiare, per primi, del frutto prezioso dei suoi sacrifici e della sua abnegazione. Ave Cristo! Per te andiamo verso l’umiliazione, l’esilio, forse a una morte gloriosa, vittime dei nostri nemici, con il nostro amore più fervente, ti salutiamo e ti acclamiamo ancora una volta, Re della patria nostra. Viva Cristo Re! Viva Santa Maria di Guadalupe! Dio, Patria e Libertà!”. Quando Pio XI lesse il testo delle arreglos, ossia degli accordi tra episcopato e governo, scoppio in lacrime al pensiero di quello che i cristeros avrebbero dovuto subire da un governo menzognero e farabutto. “L’ho veduto piangere” ha detto il Cardinal Tommaso Pio Boggiani al vicepresidente della Lega. Il pianto del papa fu un vero presagio di rovina perché negli anni seguenti furono uccisi 1500 cristeros. Continuarono anche gli attentati dinamitardi e le persecuzioni verso il clero, con l’uccisione di parecchi sacerdoti. Nel 1932 il papa fece nuovamente riudire la sua voce di condanna contro la violazione dei patti con l’enciclica “Acerbi animi”. Due anni dopo Calles reintroduceva l’applicazione dell’art. 3 della Costituzione sulla libertà di educazione dicendo: “Dobbiamo impadronirci delle menti dei bambini e della gioventù perché essi appartengono alla Rivoluzione”. Canabal con le sue “camice rosse” assaliva in dicembre i fedeli che uscivano dalla chiesa di Coyoacan uccidendone cinque. Canabal venne esiliato, ma lungo il paese le persecuzioni continuarono con l’assassinio di un centinaio di maestri cristiani. Nonostante la scomunica posta dai Vescovi, preoccupati di non creare nuovamente situazioni tragiche, a chiunque avrebbe preso in mano le armi, 7500 Cristeros esacerbati ricostituivano l’Esercito di liberazione popolare, dando inizio alla cosiddetta “Secunda”. Calles d’altronde cercava proprio di conservare il potere con queste situazioni d’emergenza, ma anche per lui scoccò il tempo della giustizia e dovette di lì a poco prendere la via dell’esilio con il vecchio capo della CROM, Luis Morones, mentre Lazaro Cardenas assumeva i pieni poteri del governo messicano. Iniziava per la Chiesa un periodo più vivibile, ma non certo privo di soprusi e violenze. Basti pensare all’assassinio del Beato Pedro Maldonado avvenuto nel 1937 nella presidenza municipale del suo paese per opera della polizia. Solo nel 1940 con l’elezione di Manuel Avila Camacho, il primo cattolico a salire al governo dopo la serie interminabile di massoni e nemici della Chiesa, la Chiesa poteva trarre un sospiro di sollievo. Durante il suo mandato anche gli ultimi cristeros deposero le armi e la “Cristiada” poteva dirsi ormai conclusa per sempre.
Le leggi discriminatorie nei confronti dei cristiani, come il divieto di pubbliche manifestazioni di culto, rimasero in vigore fino al 1992 quando fu modificata in parte la Costituzione. C’è da sperare che il sangue versato in Messico possa ora espandere sulla terra grazie di fedeltà e santità per tutta l’America Latina e il mondo e dare ai molti cristiani all’acqua di rose una testimonianza di generosità e forza. (P. Angelomaria Lozzer)
Fonte: Settimanale di p. Pio