Appello nello Stato indiano dell’Orissa contro violenze e discriminazioni La Chiesa in prima linea a difesa delle donne
«Tolleranza zero»: la ferma richiesta è contenuta in un rapporto siglato da un gruppo di organizzazioni cristiane in India in relazione al crescente allarme sulle violenze contro le donne.
Le organizzazioni, riunite sotto la sigla All India Fact Finding on gender violence, hanno inviato, dal 23 al 26 febbraio nel distretto del Kandhamal, nello Stato dell’Orissa, un gruppo di delegati che hanno avuto il compito di svolgere un’approfondita relazione sulla situazione. Tra questi era presente anche suor Helen Saldanah, in rappresentanza dell’Office for Women della Catholic Bishops’ Conference of India.
Episodi criminali e discriminatori contro bambine, adolescenti e donne segnano spesso la vita delle comunità. Soprattutto là dove l’arretratezza sociale e culturale è maggiore, come nel distretto rurale del Kandhmal, il fenomeno della discriminazione di genere è una aberrante realtà persistente da lunghissimo tempo. La Chiesa cattolica conduce in prima linea una profonda attività di sensibilizzazione e di educazione a favore del rispetto della dignità delle donne, denunciando tramite l’episcopato non soltanto le violenze, ma anche il traffico e lo sfruttamento di esseri umani. In merito ai casi di violenza, il cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay, ha sottolineato che «contro il disprezzo per le donne e per affermare la pace di Cristo, bisogna riportare Dio e i valori cristiani al centro delle nostre vite, soprattutto nell’Anno della fede». La violenza contro le donne — ha proseguito il porporato — «esiste ben prima della loro nascita, quando con i feticidi femminili una piccola viene uccisa nel luogo più sicuro al mondo: il grembo di sua madre. Questa violenza contro le donne che avviene in diverse zone del Paese — ha concluso — riflette il più profondo disprezzo per le donne, l’inosservanza delle leggi e la diffusione di un sistema criminale di giustizia».
Dunque, le organizzazioni cristiane ribadiscono l’urgenza di affrontare la situazione: «Il Governo dell’Orissa — si sottolinea nel rapporto — deve adottare un regime di tolleranza zero contro le violenze, specialmente nelle zone vulnerabili dell’entroterra, come il Kandhamal, dove vi sono grandi comunità di dalit e tribali».
Il distretto è stato teatro nel 2008 di una delle più feroci ondate di attacchi contro i cristiani, con oltre cento vittime e migliaia tra abitazioni e luoghi di culto distrutti. Dalit e tribali sono frequentemente sottoposti ad angherie, soprusi e veri e propri atti di violenza, sulla base del sistema delle caste, che nelle zone meno sviluppate del Paese continua a essere rigorosamente rispettato. La discriminazione porta, fra l’altro, anche al compimento dei cosiddetti «delitti d’onore», un’antica e tragica pratica, in uso soprattutto nelle zone meno sviluppate del Paese, che punisce anche con la morte quelle persone che vogliono sposarsi contro il volere delle famiglie, unendosi in particolare con appartenenti a caste o religioni diverse. Si tratta di una pratica incentivata dai «consigli degli anziani», i quali stabiliscono le regole sociali nei villaggi degli Stati indiani, come per esempio il Punjab, l’Haryana, l’Uttar Pradesh e il Rajasthan e che di fatto istigano gli indù a perseguire coloro che infrangono il rigido sistema delle caste.
Dall’All India Fact Finding on gender violence si osserva che, sostanzialmente, episodi di violenze e discriminazioni si susseguono sulla base della mancata applicazione di una serie di «raccomandazioni amministrative» per la tutela giuridica delle persone e della generalizzata impunità nei confronti di coloro che si macchiano di tali crimini. «Vi è la sensazione — si legge nel rapporto — che da quando sono avvenute le violenze contro i cristiani nel 2008 e il gran numero delle assoluzioni dei reati che sono seguite, le persone sembrano non temere la legge come dovrebbero». Inoltre, è aggiunto nella denuncia, «nessuna delle vittime di stupro hanno ancora ricevuto delle compensazioni legali». All’All India Fact Finding on gender violence aderisce anche l’All India Christian Council (Aicc). Commentando alcuni episodi di violenza che hanno colpito altre zone dell’India nei mesi scorsi, il segretario generale dell’Aicc, John Dayal, aveva indicato il cambio di mentalità come presupposto fondamentale per contrastare la deriva criminale. Secondo Dayal, infatti, «per troppo tempo abbiamo ammesso una cultura che prende di mira le nostre donne e giustifica varie forme di violenza contro di esse».
Secondo i dati contenuti nello stesso rapporto, i casi di stupro nel Kandhamal sono stati 21 nel 2012, 32 nel 2011 e 25 nel 2010. Tuttavia si puntualizza che diverse organizzazioni non governative hanno portato alla luce altri nuovi casi di violenze fisiche avvenuti tra il 24 ottobre 2012 e il 15 febbraio 2013, mentre altri episodi ancora potrebbero aggiungersi. Alle violenze si associano varie forme di discriminazione, citando a tale proposito, tra gli esempi, la totale assenza nei distretti di polizia di personale femminile o la carenza di servizi di assistenza sociale. La discriminazione e la violenza contro le donne in India si manifesta anche attraverso la piaga degli aborti selettivi. Secondo lo studio “Children in India 2012: A Statistical Appraisal”, pubblicato dal Centro statistico nazionale, almeno tre milioni di bambine sono morte nel 2011 a causa di aborti selettivi e infanticidi femminili. La “preferenza” culturale verso i figli maschi, radicata nella tradizione, produce questa conseguenza devastante. Nelle scorse settimane le autorità federali hanno identificato un centinaio di medici che avevano messo in atto aborti selettivi e feticidi femminili in tutto il Paese.
Il vescovo cattolico di Vasai, monsignor Felix Anthony Machado, ha spiegato che «nelle famiglie manca l’educazione al rispetto della vita». La comunità cattolica, ha aggiunto monsignor Machado, «ha sempre parlato contro i nemici della vita e io credo che adesso la gente debba ammettere quanto la Chiesa abbia ragione quando prende posizioni in favore della vita».
L'Osservatore Romano 6 marzo 2013