Dal diario di Chiara
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Quante volte anche noi "abbiamo paura"... per mille cose. Anneghiamo le nostre gocce di paura nella sua grande paura!
E quante volte ci vien da fare delle domande a Dio, che poi, proprio mentre le formuliamo, le rispieghiamo, aderendo ad una sua volontà eventualmente diversa.
Forse non sono inutili quelle domande... forse hanno un "perché". Anche Gesù l'ha fatta, mostrandosi così vicino a noi, così uomo!
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Ma che senso ha la Quaresima per la nostra vita cristiana? Essa ci ricorda, fra il resto, che la vita è lotta, è corsa.
Lo diceva Caterina: "Correte, correte ché il tempo è breve."
Il suo "correte" faceva eco a quello dell'Apostolo: "Non sapete che i corridori nello stadio corrono sì tutti, ma uno solo riporta il premio? Correte dunque in modo da riportarlo. Ma quelli che partecipano alla gara s'impongono ogni sorta di privazioni: essi per ottenere una corona corruttibile, noi, invece, per una incorruttibile."
Ecco le privazioni. Chiamiamole come vogliamo: sono quelle piccole operazioni contro l'io, contro gli istinti, contro l'egoismo congenito che la Quaresima propone per avvicinarci a Gesù Cristo.
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Rinascere con l’amore
Rocca di Papa, 20 marzo 1986
Carissimi,la Quaresima, come sappiamo, chiede a tutti i cristiani la conversione.
La domanda anche a noi.
E qual è la tipica conversione che noi, membri del Movimento dei Focolari, dobbiamo esser
sempre pronti a fare, soprattutto in questo tempo di Quaresima?
È il “convergere”, il rivolgersi verso Dio, cosa che noi operiamo in concreto, nella maniera più
indovinata, quando ci rivolgiamo al prossimo, lo prendiamo in considerazione come nostra via specifica,
che ci apre l’accesso a Dio.
Voi sapete come parliamo spesso del prossimo e dell’amore che dobbiamo a lui. Eppure ogni
volta che ci viene illuminata questa strada, è sempre una cosa nuova per noi.
E successo anche a me qualche giorno fa.
Facevo meditazione sul messalino. Ed ecco di fronte ai miei occhi la pagina stupenda del giudizio
finale: Gesù che verrà per giudicarci e ci dirà: “[...] ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto
sete e mi avete dato da bere [...] ” (Mt 25, 35).
Leggendo quelle parole sono rimasta colpita come fosse la prima volta che le leggevo. Riscoprivo
che Gesù, all’esame finale, non mi avrebbe chiesto questa o quell’altra cosa che pure devo fare, ma
avrebbe puntato proprio sull’amore al prossimo.
Ho cominciato, come una persona che inizia ora la sua salita a Dio, ad amare tutti, tutti quelli con
cui avevo a che fare durante la giornata. E, credetelo, mi sono sentita rinata. Ho avvertito che la mia
anima ha soprattutto fame di amore, fame di amare; e che qui, nell’amore verso tutti, trova veramente il
suo respiro, il suo alimento, la sua vita. Il fatto è che anche prima cercavo di compiere tanti atti d’amore,
ma – ora me ne rendevo conto – alcuni erano più che altro espressione d’una spiritualità troppo
individuale, che si alimenta di piccole o meno piccole penitenze, che, nonostante la nostra buona volontà,
possono essere occasione per noi, chiamati all’amore, di un certo ripiegamento su noi stessi. Adesso, in
questa nuova tensione ad amare tutti, potevo cogliere ancora tanti atti d’amore, ma tutti finalizzati ai
fratelli, nei quali vedevo e amavo Gesù. E solo qui era per me la pienezza della gioia.
Carissimi, siamo chiamati tutti ad operare continuamente in noi questa conversione; dobbiamo
tutti sperimentare questa specie di rinascita, questa pienezza di vita. Occorre cercare perciò, il più
possibile, di tradurre in carità verso il prossimo tutte le espressioni della nostra esistenza.
E’ nostro dovere accudire alla casa? Non facciamolo solo per motivi umani, ma perché c’è Gesù
nei fratelli da amare, vestendoli, sfamandoli, servendoli. Dobbiamo svolgere qualsiasi altro lavoro? C’è
Gesù nei singoli e nelle comunità ai quali portare il nostro contributo. Dobbiamo pregare? Preghiamo
sempre per la nostra persona come per le altre, usando quel “noi” che Gesù ci ha insegnato nel “Padre
nostro”. Siamo chiamati a soffrire? Offriamo il nostro dolore per i fratelli. È volontà di Dio trattare con
qualcuno? Sempre ci sia l’intenzione di ascoltare Lui, di consigliare Lui, di istruire Lui, di consolare
Lui... in una parola: di amare Lui. Dobbiamo riposare, mangiare, svagarci? Diamo a tutte queste azioni
l’intenzione di volere, con questi atti, riprendere le forze per servire meglio il fratello.
Facciamo ogni cosa, insomma, in vista del prossimo.
E anche se questo atteggiamento d’anima, che ci porta costantemente fuori di noi, sarà fonte di
grande gioia (parlavo prima di rinascita) stiamo certi che la fatica nell’uscire da noi per “vivere – come si
dice – gli altri” ci sarà.
In essa ci è offerta la possibilità di amare Gesù Abbandonato, nella pratica delle virtù della
pazienza, della benevolenza, dell’umiltà, della magnanimità, della povertà, della purezza che sono
implicite nella carità.
Sì, carissimi, dobbiamo farci santi, ma per la nostra via, che è quella dell’amore, anzi dell’amore
radicale, da praticare prima fra noi, dove diventa reciproco, e poi con tutti.
Per questo, anzi perché avvenga in noi tale riconversione, teniamo in mente nei prossimi quindici
giorni l’impegno: “Rinascere con l’amore”.
(Tratto da: Chiara Lubich, In cammino col Risorto, Città Nuova, Roma, 1987, pag. 128-130.)
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17.1.1972
Siamo in Quaresima.
Perché ai tempi moderni è difficile parlare di penitenza?
La buona gente, quella del popolo, di certo popolo, specie paesano, o soprattutto le donne, accetta
ancora dal parroco l’invito alla penitenza. E la fa.
Pensiamo ai pellegrinaggi costellati di privazioni fisiche, che conducono folle di cristiani a Fatima
e a Lourdes… E non sono certo fanatici!
Il fatto è che, nonostante questi episodi sopravvivano, oggi per i cristiani in genere la parola
penitenza è come scaduta.
E forse è giusto. E forse è una fortuna, perché si avverte che, aggiungere alla vita cristiana che si
conduce (o meglio non si conduce) una penitenza, è come coltivare il fiore d’un vaso destinato al
poggiolo di una casa che non c’è.
Si sente che manca il più, l’essenziale, il necessario, e quindi il meno, l’accessorio sono secondari,
non hanno senso.
Perché la vita cristiana è far la volontà di Dio e il cristiano fa spesso la propria o fa quella di Dio,
ma malvolentieri…
Perché esser cristiani significa amare ogni prossimo e noi cristiani ci curiamo – se lo facciamo –
solamente dei nostri parenti…
Perché esser cristiani significa amare anche i nemici. Ma chi ci pensa? E’ già tanto se si evita la
vendetta…
Perché esser cristiani significa amarsi a vicenda, esser un cuore ed un’anima sola con gli altri
cristiani, ma ciò è troppo difficile… Ognuno pensa a sé e ne ha abbastanza.
Perché esser cristiani significa obbedire alla Chiesa, a chi la rappresenta e alle sue direttive. Ma
oggi è fuori moda obbedire e la Chiesa non convince troppo.
Perché… perché… perché…
Quanto manca di ciò che dovrebbe esser normale nella nostra vita cristiana prima d’aggiungere
qualcosa di particolare, come una penitenza volontaria!
Eppure Papa Giovanni, che non è stato certo fuori del suo tempo, ma ha attratto il mondo con la
sua bontà, dice cose antiche, ma che riprendono tutta la loro vitalità, perché espresse da quella bocca,
suggerite da quel cuore, vissute prima da quell’anima e poi annunciate.
E perché sono verità dette da lui, tornano di moda.
Egli afferma: “… Oltre le penitenze che dobbiamo necessariamente affrontare per i dolori
inevitabili di questa vita mortale, bisogna che i cristiani siano così generosi da offrire a Dio anche
mortificazioni volontarie, ad imitazione del nostro divin Redentore…
Siano in ciò di esempio anche i santi della Chiesa, le cui mortificazioni inflitte al loro corpo spesso
innocentissimo ci riempiono di meraviglia e quasi ci sbigottiscono. Davanti a questi campioni della
santità cristiana, come non offrire al Signore qualche privazione o pena volontaria da parte anche dei
fedeli, che forse hanno tante colpe da espiare?”.
Chiara Lubich
