Kasper: "La Chiesa non usa la ghigliottina, sì alla comunione ai divorziati ma qualcuno vuole fermare il Papa"
Il cardinale tedesco: ecco perché abbiamo scelto Bergoglio
CITTÀ DEL VATICANO - "La Chiesa può trovare una nuova strada affinché un divorziato risposato, dopo un periodo penitenziale, venga riammesso ai sacramenti. La mia non è una posizione lassista, bensì che intende riconoscere come tramite la penitenza chiunque può ricevere clemenza e misericordia. Ogni peccato può essere assolto. Infatti, non è immaginabile che un uomo possa cadere in un buco nero da cui Dio non possa più tirarlo fuori".
A ridosso delle Mura leonine, nell'abitazione del cardinale tedesco Walter Kasper (il più anziano elettore a partecipare al recente conclave), fa mostra di sé il volume "Il Vangelo della famiglia" (Queriniana), che contiene il testo integrale della Relazione introduttiva tenuta dal porporato all'ultimo concistoro di fine febbraio.
Eminenza, mentre scrive che occorre rafforzare la famiglia propone un approccio più tollerante verso le famiglie in difficoltà. In merito, pensa che la dottrina possa cambiare?
"La dottrina non può essere cambiata. Tuttavia, a parte il fatto che esiste uno sviluppo della dottrina che va sempre tenuto in considerazione, e cioè l'evidenza che essa non è una laguna stagnante quanto un fiume che scorre, una tradizione che vive insomma, occorre anche distinguere bene fra ciò che è dottrina e ciò che invece è disciplina. Tutti i Concili ecumenici prima del Vaticano II hanno fatto questa differenza fondamentale, riconoscendo che la disciplina può cambiare quando le situazioni mutano. In merito ai divorziati risposati, ad esempio, fra il Codice del 1917 e il nuovo del 1983 ci sono sviluppi nella disciplina importanti. E, dunque, oggi si può ulteriormente fare nuovi passi in merito. Del resto è il Papa a chiedere dibattito, anche se c'è chi vuole fermarlo".
Chiedere nuove soluzioni per i divorziati risposati è contro l'insegnamento della Chiesa?
"Non è contro la morale né contro la dottrina, ma piuttosto a favore di un'applicazione realistica della dottrina alla situazione attuale. La Chiesa non deve mai giudicare come se avesse in mano una ghigliottina, piuttosto deve sempre lasciare aperto il varco alla misericordia, una via d'uscita che permetta a chiunque un nuovo inizio".
"Misericordia" è il titolo di un suo recente libro che papa Francesco ha citato durante il primo Angelus dopo l'elezione. Come mai?
"Gli donai una copia prima del conclave. Mi disse: "Misericordia, questo è il nome del nostro Dio". Che significa che il concetto era centrale per lui già prima del conclave: la misericordia come il centro del cristianesimo. E al primo Angelus ha come voluto ribadire il concetto, dopo la lettura del mio libro che penso abbia fatto proprio durante il conclave stesso".
La Chiesa ha bisogno di più misericordia?
"L'amore è il centro del Vangelo e anche dell'Antico Testamento dove Dio placa continuamente la propria giusta e santa ira e manifesta al suo popolo, nonostante la sua infedeltà, la propria misericordia affinché abbia una nuova possibilità di conversione. Dall'Esodo ai Salmi il Dio dell'Antico Testamento è "misericordioso, lento all'ira e grande nell'amore"".
Prima del conclave riteneva Jorge Mario Bergoglio papabile?
"L'esito del conclave era un'incognita per tutti, questa volta credo più di altre volte. Sono entrato senza sapere cosa sarebbe successo. Dentro la Sistina ho avuto da subito la sensazione che qualcosa di fortemente spirituale stesse accadendo. Anche molti altri cardinali mi hanno confermato la medesima percezione. Forse erano le preghiere dei fedeli per noi, fatto sta che a me, come a molti altri, è sembrato che a un certo punto lo Spirito Santo abbia voluto dire con forza la sua. Prima di entrare non era chiaro se la maggioranza dei cardinali si sarebbe indirizzata su una scelta così "altra", diciamo dirompente. E, invece, così è stato: un conclave di fatto rapido, con una maggioranza che ha scelto via via il nome di Bergoglio. Una scelta anche nel segno della cattolicità, del riconoscimento che l'Occidente e l'Europa avevano bisogno di aria fresca, della voce di un mondo in grande espansione. Il cristianesimo in Europa fatica, mentre in altre parti del mondo è più vivo. Giusto ripartire guardando oltre".
Che fase si è aperta nella Chiesa con l'elezione di Francesco?
"Penso che si sia definitivamente aperta la fase della piena ricezione del Vaticano II. L'idea di una Chiesa povera per i poveri, infatti, tanto cara a Francesco, è già presente nei testi del Concilio, seppure per anni il tema sia stato poco sviluppato".
Cosa pensa della rinuncia di Benedetto XVI?
"Con la rinuncia egli non è più Papa nel senso giuridico. Anche se io stesso, quando lo incontro, continuo a chiamarlo Santo Padre come è giusto che sia. Vedo oggi la sua rinuncia come un gesto molto umile. Dopo il Vaticano II abbiamo imparato ad avere nelle nostre diocesi i vescovi emeriti. E ora abbiamo imparato anche ad avere un Papa emerito a cui è subentrato a tutti gli effetti un successore. Anche nella società civile è così: un ex presidente della Repubblica, ad esempio, continua a essere chiamato "signor presidente" seppure non sia più in carica. Benedetto, poi, tutto vuole essere tranne che un secondo Papa. E, anzi, il rapporto che mi sembra si sia instaurato con Francesco è un esempio per tutti i vescovi su come ci si debba relazionare nei confronti dei propri predecessori e viceversa. Ho grande stima di Ratzinger e amicizia. Qualche giornale in passato ha giocato a contrapporci, mentre non ci sono mai state divergenze fra noi, soltanto accenti teologici in parte, ma mai del tutto, diversi. Tutto sono tranne che l'"alter ego" di Benedetto XVI".
Repubblica
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Paglia: «Per i divorziati risposati una “marea” di misericordia»
Intervista al presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia: «Le più problematiche sentono il Papa vicino, sanno di avere trovato uno in cui confidare»
DOMENICO AGASSO JRROMA
«Per le famiglie problematiche c’è bisogno di un’accoglienza larga, generosa, piena da parte di quelle sane. Un tema che “scalda” molto è quello dei divorziati risposati: va guardato con gli occhi della misericordia». A un anno dall’elezione del primo papa latinoamericano e gesuita che ha scelto il nome del Santo “poverello” di Assisi, e pochi giorni dopo la Lettera di Francesco alle famiglie di tutto il mondo, Vatican Insider ha intervistato monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia.
Eccellenza, quali passaggi sottolinea della Lettera alle Famiglie scritta dal Pontefice in occasione del Sinodo dei Vescovi?
«Due prospettive. Una è quella del Papa che subito dopo avere celebrato il primo Concistoro sulla famiglia ha sentito il bisogno di rivolgersi alle famiglie direttamente, per suggerire e rafforzare la consapevolezza che non sono un oggetto di attenzione: esse stesse devono diventare il soggetto di una nuova primavera nella Chiesa e nel mondo. C’è bisogno di uno “scatto”, di una ripresa di tensione per testimoniare visivamente quel bisogno di famiglia che tutti sentiamo. La Lettera è stata distribuita particolarmente bene: abbiamo preparato una traduzione in sette lingue diffusa ovunque. Ed è bello che alcune diocesi l’abbiano chiesta per poterla offrire in Quaresima alle famiglie. La seconda prospettiva è rivolta soprattutto alle famiglie cristiane: sentire questo cammino sinodale comune attraverso la preghiera. È l’immagine di un popolo raccolto in preghiera – e quando dico popolo intendo, come il Papa sottolinea spesso, vescovi, preti e gente comune – perché la preghiera è il primo modo per comprendere fino in fondo il pensiero di Dio. Ed è il modo nel quale tutti, sani e malati, famiglie che stanno bene e male, possono sentirsi uniti, perché nessuno è escluso dalla preghiera. E il Papa ha voluto chiudere la Lettera con l’icona della presentazione di Gesù Bambino al tempio, affinché tutti possiamo comprendere che la famiglia è composta da nonni, genitori, figli e nipoti, appunto come avvenuto quel giorno al tempio quando i due giovani genitori presentarono il Bambino e ad accoglierlo c’erano i due anziani Simeone e Anna».
Quanto è stato incisivo il Pontefice in questo suo primo anno di pontificato per la famiglia?
«Credo che il primo “servizio” che il Papa ha reso alla Chiesa e al mondo è stato quello di presentarsi e di farsi comprendere come un padre, e questo fino da quel primo “Buonasera” dalla loggia di San Pietro. In una società come la nostra orfana di sogni e figure di riferimento di alta attrazione, in una Chiesa talora anonima e individualista, il Pontefice si presenta come un padre evangelico, un padre buono. Ha ridato uno spirito di familiarità alla Chiesa, ai popoli, affinché si comprendano di più come fratelli – pensiamo alla preghiera per evitare l’aggravarsi del conflitto in Siria – e questo rende ragione di quella misericordia che il Papa predica e pratica nei confronti delle famiglie anche più problematiche. Queste ultime lo sentono davvero vicino, sanno che hanno trovato uno in cui confidare».
Perché è importante rafforzare e aiutare le famiglie?
«In una società che esalta in maniera esponenziale l’individualismo, che è confacente a una cultura del mercato (tanto che l’amico sociologo De Rita parla di “egolatria”, culto dell’io, e alcuni filosofi francesi parlano di una “seconda rivoluzione individualista”), la famiglia è la prima pietra d’inciampo che impedisce la dittatura dell’individuo. In questo senso va sostenuta perché è la prima realizzazione del “noi”. Diceva cicerone: la famiglia è l’inizio, il seme della città, della scuola, della cittadinanza. In questo senso aiutare la famiglia non vuol dire solo aiutare le singole famiglie, significa dare respiro alla società come anche alla Chiesa. Ovviamente il rischio che noi stiamo correndo adesso è che l’individualismo pieghi a se stesso anche la famiglia, cioè che renda la famiglia a servizio dell’”io”, e non del bene comune. In questo senso non basta dire “va aiutata la famiglia”, bensì va aiutato il “noi”, per cui dal sostegno del “noi” dobbiamo arrivare al sostegno della famiglia dei popoli».
Quali sono le urgenze?
«Mi collego alla precedente risposta: è scritto “Non è bene che l’uomo sia solo”. Purtroppo oggi si sta affermando una cultura opposta: “È bene che ciascuno pensi a se stesso”. Quindi c’è un’urgenza culturale. È importante che si aiutino le persone a capire che l’amore per gli altri viene prima dell’amore per sé, a comprendere che la felicità non è soddisfare se stessi ma costruire un futuro comune, che la pace non è salvaguardare solamente i propri diritti ma sostenere i diritti di tutti. Assieme a questa enorme opera culturale, è necessario anche un impegno a ridare vigore alla spiritualità. Per spiritualità intendo dire la dimensione profonda verso l’”oltre”, l’”altro”, e, per chi crede, verso Dio. È uno “scatto spirituale” da fare. Non basta solo la ragione, c’è bisogno anche dello spirito».
Chi in particolare ha il dovere di sostenere le famiglie?
«Credo che Francesco dia un esempio a tutti, in particolare alle grandi istituzioni: appena diventato Papa ha chiesto a tutta la Chiesa - vescovi e fedeli - di porre al centro della loro attenzione la famiglia, tanto da predisporre due Sinodi, oltre al Concistoro. Questo vuole dire che tutte le istituzioni pubbliche – politica, economia, diritto, cultura, società – devono riporre al centro delle loro attenzioni e preoccupazioni la famiglia. La politica deve affrontare il futuro della società partendo dalla famiglia. Ma anche l’economia: se non mette al centro la famiglia percorre sentieri disastrosi pure per se stessa. Non dimentichiamo il primo seminario che come presidente ho realizzato: “La famiglia, prima impresa”. Se ci si ferma solo a se stessi, non si risparmia per l’oltre se stessi, si brucia tutto subito. Diceva un antico proverbio arabo: “Il contadino quando getta il seme della palma, sa bene che i suoi frutti li mangerà suo figlio e suo nipote. Se non avesse questo pensiero non ci sarebbero palme”. E questa è una grande sfida. Del resto, questi momenti di crisi che stiamo vivendo mostrano che se non ci fossero le famiglie tradizionali saremmo già nel disastro. Lo sanno bene i giovani senza lavoro, i bambini, i malati, gli anziani, e anche quelli che divorziano: se non hanno dietro le spalle una casa che li accoglie, quella dei genitori, li vediamo alle mense per i poveri».
Che cosa si aspetta dai due Sinodi in programma nel 2014 e 2015?
«Mi auguro che davvero si mettano sul tavolo tutte le istanze e tutte le angosce. Vorrei che fossero mostrate e sollevate le speranza delle famiglie, quelle di un futuro più sereno che le vede protagoniste nelle Chiese del mondo, quello in cui le donne non devono subire umiliazioni. Ma tutto questo sarà possibile se il Sinodo susciterà una “marea di misericordia”: perché nessuno, in qualsiasi situazione si trovi, venga abbandonato. Mi permetto di enumerare alcune delle angosce, perché c’è anche una gerarchia delle angosce. Innanzitutto mi auguro che le famiglie povere possano essere al centro dei pensieri, aiuto e solidarietà dei Paesi ricchi. La seconda è uno scatto di cultura per aiutare gli anziani, perché non avvenga che una società che fa il miracolo di allungare la vita approfondisca la solitudine. La terza è quella dei malati che sono senza affetto e compagnia. La quarta: le famiglie problematiche: c’è bisogno di un’accoglienza larga, generosa, piena da parte delle famiglie sane. Un tema che “scalda” molto è anche quello dei divorziati risposati: questo argomento, come il Papa chiede, va guardato con gli occhi della misericordia, la quale non è cieca, non si contrappone alla verità; la misericordia è la “suprema lex”».
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Francesco e l'ateo devoto
La Repubblica - Rassegna "Fine settimana"
(Adriano Sofri) Ci si chiede se il pontificato di Francesco sia una rivoluzione nello stile, o anche nella dottrina, o almeno nelle conseguenze che se ne tirano. Molti lo sperano, credenti e no, e alcuni lo temono. Temono che la simpatia benevola sia il cavallo di Troia di un cedimento (...)
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“Il Foglio” - Rassegna "Fine settimana"
(Intervista a José Saraiva Martins a cura di Matteo Matzuzzi) “Nessuno discute la validità della Familiaris Consortio , quei princìpi sono ancora validi per la chiesa, ma il punto è un altro: quei princìpi vanno applicati secondo le circostanze attuali, la realtà che si vive (...)