Intervento del Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, per il conferimento del “Premio Ducci per la pace 2014” e in occasione del Simposio “La crisi etica e le grandi fedi”
Premio Fondazione Ducci per la Pace - VII Edizione. ll Premio, viene assegnato oggi alle 18.30 presso la Sala della Protomoteca, Campidoglio, al gran Muftì della Siria Ahmad Badr Al-din Hassoun. Dopo, alle 18.30, nel Simposio su "Crisi etica e frandi fedi", intervengono Manuela Dviri, il cardinale L. Sandri, e il senatore Giuseppe Pisanu. Moderatore: Lucio Caracciolo.
Eminenze, Eccellenze,
Illustri Ospiti, Signore e Signori,
Con commozione ho accolto la proposta di accettare il Premio per la Pace 2014, che ricevo portando nel cuore le tante, troppe, situazioni di dolore e violenza vissute dalle Comunità e dai Paesi che la Congregazione per le Chiese Orientali segue per incarico del Vescovo di Roma: penso all’Ucraina, all’Iraq, all’Egitto, al dramma dei migranti eritrei ed etiopi, e soprattutto alla Siria.
Al martirio di quel popolo, al di là delle distinzioni religiose e confessionali, e con uno speciale pensiero ai Vescovi, ai sacerdoti e ai fedeli cristiani ancora nelle mani dei rapitori, voglio dedicare l’immeritato onore che mi viene attribuito questa sera.Illustri Ospiti, Signore e Signori,
Con commozione ho accolto la proposta di accettare il Premio per la Pace 2014, che ricevo portando nel cuore le tante, troppe, situazioni di dolore e violenza vissute dalle Comunità e dai Paesi che la Congregazione per le Chiese Orientali segue per incarico del Vescovo di Roma: penso all’Ucraina, all’Iraq, all’Egitto, al dramma dei migranti eritrei ed etiopi, e soprattutto alla Siria.
Saluto cordialmente gli organizzatori, in particolare il Presidente, Sua Eccellenza l’Ambasciatore Ducci, e il senatore Giuseppe Pisanu – Presidente del Comitato d’Onore della Fondazione, perché con tanta passione e competenza danno vita all’intuizione e all’opera dei distinti e benemeriti Signori Francesco Paolo ed Annamaria Ducci. Esprimo i miei rallegramenti agli altri premiati, la Professoressa Manuela Dviri, e a Sua Grazia Ahmad Badr Al-Din Hassoun, Gran Muftì di Siria, che non è potuto intervenire ma al quale va il nostro pensiero rispettoso, che prego l’Arcivescovo Hilarion Capucci, designato a rappresentarlo, di fargli pervenire. Nel contesto della cerimonia e del simposio odierno, “la crisi etica e le grandi fedi”, vorrei offrire una breve riflessione.
1.Il titolo stesso indica già una precisa scelta di campo, che ben condivido. In tempi recenti infatti, anche attraverso i mezzi di comunicazione, siamo stati abituati a pensare il termine crisi come applicato quasi esclusivamente alla sfera economica e finanziaria, con la serie di analisi e prospettive di soluzione, che si sono rivelate spesso insufficienti. Papa Francesco, a più riprese si è fatto portavoce dell’esigenza di un cambio di rotta. Memorabili sono le sue parole nell’Udienza Generale del 5 giugno scorso: “Noi stiamo vivendo un momento di crisi; lo vediamo nell’ambiente, ma soprattutto lo vediamo nell’uomo. La persona umana è in pericolo: questo è certo, la persona umana oggi è in pericolo, ecco l’urgenza dell’ecologia umana! E il pericolo è grave perché la causa del problema non è superficiale, ma profonda: non è solo una questione di economia, ma di etica e di antropologia. La Chiesa lo ha sottolineato più volte; e molti dicono: sì, è giusto, è vero… ma il sistema continua come prima, perché ciò che domina sono le dinamiche di un’economia e di una finanza carenti di etica. Quello che comanda oggi non è l'uomo, è il denaro, il denaro, i soldi comandano. E Dio nostro Padre ha dato il compito di custodire la terra non ai soldi, ma a noi: agli uomini e alle donne. Noi abbiamo questo compito! Invece uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo: è la “cultura dello scarto”. E’ un testo che andrebbe ripercorso per intero. Quello che colpisce ancora di più, nel contesto dell’assegnazione di un premio per la Pace come il nostro, è che la riflessione muove dai primi capitoli del libro del Genesi. Accadde la stessa cosa pochi mesi più tardi nell’omelia in Piazza San Pietro al culmine della Veglia per la pace in Siria, sabato 7 settembre 2013. Papa Francesco, ricordando la bontà della creazione come opera dell’amore provvidente del Creatore, disse: “questo nostro mondo nel cuore e nella mente di Dio è la “casa dell’armonia e della pace” ed è il luogo in cui tutti possono trovare il proprio posto e sentirsi “a casa”, perché è “cosa buona”. Tutto il creato forma un insieme armonioso, buono, ma soprattutto gli umani, fatti ad immagine e somiglianza di Dio, sono un’unica famiglia, in cui le relazioni sono segnate da una fraternità reale non solo proclamata a parole: l’altro e l’altra sono il fratello e la sorella da amare, e la relazione con Dio che è amore, fedeltà, bontà, si riflette su tutte le relazioni tra gli esseri umani e porta armonia all’intera creazione. Il mondo di Dio è un mondo in cui ognuno si sente responsabile dell’altro, del bene dell’altro”.. e poco oltre, denunciando la corruzione del cuore a causa del peccato e la violenza che ne deriva: “ci sono anche “la violenza, la divisione, lo scontro, la guerra”. Questo avviene quando l’uomo, vertice della creazione, lascia di guardare l’orizzonte della bellezza e della bontà e si chiude nel proprio egoismo. Quando l’uomo pensa solo a se stesso, ai propri interessi e si pone al centro, quando si lascia affascinare dagli idoli del dominio e del potere, quando si mette al posto di Dio, allora guasta tutte le relazioni, rovina tutto; e apre la porta alla violenza, all’indifferenza, al conflitto”.
Crisi dell’etica è crisi della visione dell’uomo, dunque. Forse potremmo ora obiettare che tali considerazioni, affondando la loro plausibilità nel Dio creatore, siano senz’altro sottoscrivibili nell’ambito orientale o africano, ove la dimensione religiosa e trascendente non sono messe in discussione, mentre suonerebbero più estranee all’Occidente Europeo o Nord-Americano, più secolarizzati se non addirittura orientati alla visione dell’etsi Deus non daretur - come se Dio non esistesse. Eppure la percezione della crisi e la sua gravità sono nate proprio nell’Occidente evoluto! Ricordo le parole di Papa Benedetto XVI, il quale negli auguri alla Curia Romana del 22 dicembre 2011, affermava: “l’Europa si trova in una crisi economica e finanziaria che, in ultima analisi, si fonda sulla crisi etica che minaccia il Vecchio Continente. Anche se valori come la solidarietà, l’impegno per gli altri, la responsabilità per i poveri e i sofferenti sono in gran parte indiscussi, manca spesso la forza motivante, capace di indurre il singolo e i grandi gruppi sociali a rinunce e sacrifici. La conoscenza e la volontà non vanno necessariamente di pari passo. La volontà che difende l’interesse personale oscura la conoscenza e la conoscenza indebolita non è in grado di rinfrancare la volontà. Perciò, da questa crisi emergono domande molto fondamentali: dove è la luce che possa illuminare la nostra conoscenza non soltanto di idee generali, ma di imperativi concreti? Dove è la forza che solleva in alto la nostra volontà? Sono domande alle quali il nostro annuncio del Vangelo, la nuova evangelizzazione, deve rispondere, affinché il messaggio diventi avvenimento, l’annuncio diventi vita”. Tale analisi peraltro fa eco al dialogo instaurato tra l’allora Cardinale Ratzinger e il filosofo Jürgen Habermas, il quale afferma: “Una modernizzazione aberrante della società presa nel suo complesso potrebbe rendere molto debole il legame democratico ed esaurire quella particolare forma di solidarietà da cui lo Stato democratico dipende, senza poterla imporre, però, per via giuridica. Si presenterebbe allora … la trasformazione dei cittadini di società liberali benestanti e pacifiche in monadi isolate, che agiscono solo sulla base del proprio interesse e usano i propri diritti individuali come armi contro il prossimo” (Ratzinger - Habermas: “Ragione e fede in dialogo”, ed. Marsilio, p. 51).
2. E’ una decisa messa in guardia, condivisa da un pensatore laico e liberale. Ma da questa ultima sottolineatura può muoversi il contributo specifico che le “grandi fedi” sono in grado e debbono offrire oggi: quello cioè di contestare una visione dell’uomo individualistica, appunto, quasi che egli fosse una monade isolata e ripiegata su se stessa. Ebraismo, Cristianesimo e Islam, col principio di Rivelazione ci consegnano invece l’uomo come un “uditore della parola”, anzi l’interlocutore di Dio posto al vertice della creazione. L’uomo è perciò relazione, non solitudine. In ambito cattolico, la Costituzione Dogmatica Dei Verbum del Concilio Ecumenico Vaticano II afferma: “Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé” (DV 2). La relazione originaria apre ciascun uomo agli altri membri dell’umanità, considerati finalmente compagni nel pellegrinaggio verso l’Assoluto. In seno a questa relazione di dono gratuito, si diviene responsabili di se stessi, di quanto ci è dato, dei fratelli e delle sorelle di ogni luogo e di ogni tempo. Pensiamo cosa significa essere “Popolo di Dio” per Israele, “Chiesa – Εκκλησία” per i cristiani, أمّة umma per l’Islam: la relazione è, infatti, costitutiva per l’uomo, che non può pensarsi al di fuori di essa! Ancor prima che di bisogno e di scambio, si tratta di una relazione di vita e di identità accolta e ridonata.
L’etica, attraversa e insieme oltrepassa, l’adesione alle norme e ai valori, perché è caratterizzata da una dinamica “responsoriale”: “responsabilità” ha la stessa radice di “risposta”, a chi ti chiama, a colui che ti parla. Comprendiamo bene allora che l’etica si esplica nell’adesione alle norme e ai valori, ma diventerebbe moralismo astratto se non fosse animata dalla percezione dell’Altro e degli altri. L’economia, che è sempre “in crisi”, ha certamente bisogno di un’etica, ma non di un’etica qualsiasi o di parametri virtuosi da rispettare, bensì di un’etica amica della persona” (cfr. Caritas in Veritate 45).
3. La sfida odierna diviene una occasione propizia per far percepire che la nostra “identità” è di “essere in relazione” oppure “di non essere”, e tale identità va custodita e difesa anche nei contesti più difficili. Il mio servizio di Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali mi ha portato in diverse Nazioni del mondo, dal Medio Oriente, ad alcuni paesi slavi, fino all’India o nazioni ove gli Orientali Cattolici hanno costituito comunità in diaspora.
Stamane nella tavola rotonda sull’Amman Message, curata in collaborazione tra la Fondazione Ducci e il British Council, ho portato esempi concreti. Ora posso ribadire che in tutti gli incontri con esponenti di differenti confessioni cristiane e religioni ho sempre ricevuto una calorosa accoglienza e un profondo rispetto. La stessa considerazione mi hanno riservato i tanti fedeli, dai piccoli agli anziani, incontrati nelle più situazioni più singolari, dalle celebrazioni liturgiche, ai momenti di festa, fino alle desolanti visite dei campi per i profughi siriani. Con commozione ricordo un uomo, di religione islamica, che mi ha tenuto sotto braccio camminando nella fanghiglia e nel freddo di gennaio, facendosi capire a gesti e attraverso l’interprete, perché parlava solo arabo, idioma che purtroppo non conosco, per invitarmi ad entrare nella sua tenda. Impossibilitato com’ero, mi ha presentato i tre figli, di 8, 12 e 15 anni, tutti ciechi dalla nascita, e ha voluto che io ponessi sul capo la mia mano invocando la benedizione di Dio!
Ringrazio perciò il Signore, avvertendo per me tutta la verità delle parole di Papa Francesco, nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium: “quello sguardo di Gesù si allarga e si rivolge pieno di affetto e di ardore verso tutto il suo popolo. Così riscopriamo che Lui vuole servirsi di noi per arrivare sempre più vicino al suo popolo amato. Ci prende in mezzo al popolo e ci invia al popolo, in modo che la nostra identità non si comprende senza questa appartenenza… Per condividere la vita con la gente e donarci generosamente, abbiamo bisogno di riconoscere anche che ogni persona è degna della nostra dedizione. Non per il suo aspetto fisico, per le sue capacità, per il suo linguaggio, per la sua mentalità o per le soddisfazioni che ci può offrire, ma perché è opera di Dio, sua creatura. Egli l’ha creata a sua immagine, e riflette qualcosa della sua gloria. Ogni essere umano è oggetto dell’infinita tenerezza del Signore, ed Egli stesso abita nella sua vita. Gesù Cristo ha donato il suo sangue prezioso sulla croce per quella persona. Al di là di qualsiasi apparenza, ciascuno è immensamente sacro e merita il nostro affetto e la nostra dedizione. Perciò, se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita. È bello essere popolo fedele di Dio. E acquistiamo pienezza quando rompiamo le pareti e il nostro cuore si riempie di volti e di nomi!” (EG 268.274).
4. La pace, dono di Dio, rende capaci gli uomini e le donne di incontro e riconciliazione. Scambiamoci questo augurio stasera, col saluto vicendevole in lingua araba: ASSALAMU ALAIKUM!”, “la pace sia su di voi” , e la sua risposta “WA ALAIKUM ASSALAM!”, “e con te sia la pace”! Ma anche in ebraico “SHALOM!”, “pace!”, “U VRAKÀ!”, “e benedizione!”. Per concludere con PAX VOBIS: è il saluto del Signore Risorto, pronunciato nella lingua della Chiesa di Roma. Grazie