domenica 2 marzo 2014

Testimoni della radicalità del Vangelo



Domani 3 marzo inizia il 27.mo Capitolo generale dei Salesiani. Intervista a don Francesco Cereda regolatore del capitolo generale. 

In 220 da 58 Paesi. Sarà il rettor maggiore don Pascual Chávez Villanueva, nono successore di don Bosco, ad aprire i lavori del capitolo generale 27 dei salesiani dedicato al tema «Testimoni della radicalità evangelica: lavoro e temperanza». Nella mattina di lunedì 3 marzo, presso il Salesianum di Roma, don Chávez Villanueva presiederà una messa, a cui farà seguito il discorso inaugurale. Nella mattinata, oltre ai saluti dei rappresentanti della famiglia salesiana, è previsto l’intervento del cardinale prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica, João Braz de Aviz. Ai lavori del capitolo generale — che si concluderà il 12 aprile e che ha all’ordine del giorno anche l’elezione del nuovo rettor maggiore — partecipano 220 persone tra aventi diritto, delegati e invitati. Saranno rappresentate cinquantotto nazionalità a indicare l’irradiamento mondiale del carisma di don Bosco. Il gruppo più consistente sarà quello degli italiani, con 34 membri, seguiti da indiani (31), spagnoli (20), brasiliani (13) e polacchi (dieci). I lavori veri e propri del capitolo sono stati preceduti da cinque giorni di esercizi spirituali, dalla presentazione della relazione del rettor maggiore e da un pellegrinaggio ai luoghi salesiani. A orientare la riflessione dei padri capitolari sarà lo “strumento di lavoro”, realizzato da una commissione che ha sintetizzato i contributi dei capitoli ispettoriali.
(Carlo Di Cicco) Mistico nello Spirito, profeta della fraternità, servo dei giovani: è questo l’ideale identikit del salesiano oggi. A tracciarne il profilo è don Francesco Cereda, regolatore dell’imminente capitolo generale 27 della congregazione salesiana. «L’Osservatore Romano» ha posto a don Cereda alcune domande per approfondire il senso di questo appuntamento che proietta la congregazione nell’anno del bicentenario del nascita di don Bosco attraverso le novità riformatrici del pontificato di Papa Francesco.
«Testimoni della radicalità evangelica: lavoro e temperanza». Perché i salesiani hanno scelto questo tema per il loro capitolo generale 27?
La vita consacrata è chiamata a dare testimonianza del Vangelo; questa è la sua identità. La testimonianza è fondamentale per la vita cristiana e ancor più per la vita consacrata. La testimonianza fa crescere la Chiesa; Papa Benedetto XVI ci ricordava che «la Chiesa cresce per testimonianza e non per proselitismo». La testimonianza che attrae è quella della vita vissuta secondo il vangelo. Il “lavoro” e la “temperanza” sono il distintivo del salesiano, ossia il suo modo di testimoniare la radicalità del Vangelo; con il lavoro e la temperanza egli concretizza il programma di vita di don Bosco: «dammi le anime, toglimi pure tutto il resto». Tale programma rappresenta infatti la mistica e l’ascetica del salesiano, che si esprime in modo visibile proprio con la dedizione nel lavoro apostolico e con la capacità di rinuncia.
In che modo il vostro capitolo generale terrà presente il bicentenario della nascita di don Bosco e il valore simbolico di rinnovamento e riforma del pontificato di Francesco?
Dopo il pellegrinaggio dell’urna di don Bosco e dopo il triennio di preparazione, il capitolo generale è come la “porta” che ci introduce al bicentenario della sua nascita, che sarà celebrato dal 16 agosto 2014 al 16 agosto 2015. Il capitolo intende infatti aiutarci ad assumere con più consapevolezza la nostra identità carismatica, a conoscere, comprendere, imitare, invocare maggiormente Don Bosco e quindi ad approfondire e comunicare la sua attualità spirituale ed educativa. Nello stesso tempo questo capitolo avviene durante il primo anno del servizio petrino di Papa Francesco; esso non potrà non tener conto della sua testimonianza di vita semplice e povera; del suo invito a superare la mondanità spirituale; del suo impegno di essere vicini a tutti, specialmente ai poveri e sofferenti, ai giovani e agli anziani, alle famiglie; della sua audacia ad uscire, ad andare nelle periferie, a recarsi nelle frontiere. La Evangelii gaudium diventerà certamente un riferimento imprescindibile per il nostro impegno di evangelizzazione dei giovani.
I lavori saranno orientati nel chiuso di una riforma interna della congregazione o saranno spinti dall’attenzione ai segni dei tempi emersi nella Chiesa e nel mondo giovanile?
La testimonianza ci proietta al di fuori; ci domanda di “uscire” e andare sulle strade, di farci ancor più vicini ai giovani e camminare con loro. Il capitolo ci chiede di far emergere il nuovo profilo del salesiano di oggi: mistico nello Spirito, profeta della fraternità e servo dei giovani. La nostra testimonianza è per gli altri, è per tutti, è specialmente per i giovani, perché il mondo creda. La testimonianza ci spinge a superare l’autoreferenzialità. Se saremo credenti, diventeremo credibili; se saremo convinti, allora potremo essere convincenti; se saremo persuasi, diventeremo persuasivi. La testimonianza attraente farà risplendere il Vangelo e attrarre vocazioni.
Quale contributo pensate di dare alla soluzione della questione giovanile nei Paesi del benessere in crisi e nei Paesi più poveri?
La questione del benessere e della povertà ci interpella a dare risposte soprattutto attraverso l’educazione. Là dove i giovani sono più segnati dall’esclusione, dall’emarginazione, dal disagio, là siamo e dobbiamo continuare a esserci e ad andare. Il compito educativo oggi è una missione chiave; senza l’educazione non c’è cambio culturale e sull’educazione si inserisce l’annuncio del Vangelo. Dobbiamo preparare i giovani a essere capaci di trasformare la società secondo lo spirito del Vangelo come agenti di giustizia e di pace e a vivere come protagonisti nella Chiesa. Il superamento delle situazioni di povertà richiede il cambiamento dei modelli culturali; ciò avviene con strategie di lungo termine, quali sono quelle dell’educazione: educazione ai diritti umani e alla cittadinanza attiva, formazione alla “leadership”, qualificazione professionale, proposta del Vangelo e crescita nella fede. Occorre per questo formare educatori che siano all’altezza delle persone che educano e che sappiano annunciare Cristo a una generazione che cambia; in questo campo la formazione dei laici e il loro coinvolgimento nell’educazione è una priorità carismatica per noi.
Già dal documento di lavoro capitolare emergono linee operative di rinnovamento. Ci sono delle difficoltà da superare per la fattibilità di nuovi propositi?
Lo “strumento di lavoro” preparato per questa assemblea capitolare è il frutto e la sintesi dei capitoli ispettoriali celebrati nelle novanta ispettorie di tutto il mondo. Esso ci invita a fare del discernimento il metodo per interrogarci sulle domande dei giovani e sulle risposte da dare loro. Tale metodo ci indica tre tappe: l’ascolto dei bisogni, desideri, difficoltà e rischi; la lettura di queste situazioni e delle loro cause; il cammino da percorrere in risposta all’ascolto e alla lettura. Il compito più impegnativo che ci si prospetta è la conversione, ossia il cambio di mentalità, il rinnovamento del cuore, la riforma di noi stessi e delle comunità; si tratta di una triplice conversione: spirituale, fraterna e pastorale. In ogni caso occorre mettersi in ascolto disponibile dello Spirito, percepirne la voce, seguirlo dove ci vuole condurre, come don Bosco che alla fine della vita diceva: «Sono sempre andato avanti come Dio mi ispirava e le circostanze mi suggerivano».
L’invecchiamento, specialmente in Occidente, è uno dei problemi maggiori anche dei religiosi e quindi dei salesiani. Ma non sembra emergere negli istituti l’urgenza di porre in modo nuovo il tema delle vocazioni. I salesiani hanno maturato una strategia vocazionale?
La geografia vocazionale sta cambiando; oggi le vocazioni alla vita consacrata crescono di numero in Africa e in Asia; mentre diminuiscono nei Paesi occidentali. Dio continua a chiamare i giovani anche nei contesti secolarizzati, ma in questi casi occorre maggior cura nel riconoscere le vocazioni, incoraggiarle e accompagnarle. I salesiani si impegnano a far sì che tutta la pastorale giovanile sia orientata vocazionalmente, ossia che tutte le comunità educative, i gruppi e le associazioni, gli educatori e le famiglie aiutino ogni giovane a scoprire il disegno di Dio sulla propria vita. Inoltre sono consapevoli che le vocazioni di speciale consacrazione si sviluppano a partire dalla scoperta di una vocazione apostolica; per questo coinvolgono i giovani in esperienze di servizio e gratuità nell’educazione, nel volontariato, nella missionarietà, nella catechesi e insieme in esperienze di preghiera e vita comunitaria. Infine, offrono ai giovani esperienze vocazionali specifiche, quali la partecipazione alla vita della comunità salesiana, i cammini vocazionali per fasce di età, gli esercizi spirituali, la “comunità proposta” per giovani in ricerca vocazionale, l’impegno apostolico, l’accompagnamento spirituale.
L'Osservatore Romano