
L’ arcivescovo di Buenos Aires siede in seconda fila sul lato sinistro della Sistina e ha gli occhi fissi davanti a sé, verso i cardinali ai banchi di fronte e più in alto gli affreschi quattrocenteschi con le storie di Cristo, le «Tentazioni» di Botticelli, il Ghirlandaio e la «Vocazione dei primi apostoli», la «Consegna delle chiavi a Pietro» del Perugino, ma è come se il suo sguardo andasse oltre o piuttosto fosse rivolto all’interno, l’aria assorta, «tranquillo e raccolto» lo descrivono, al suo fianco il grande amico francescano Cláudio Hummes gli ha posato un istante la mano sull’avambraccio, un gesto di conforto, quasi ci siamo, non c’è bisogno di dire nulla. «Bergoglio... Bergoglio...Bergoglio...».
Mercoledì, 13 marzo 2013, secondo giorno del conclave. Alcuni confratelli hanno tenuto a mente un’ora che non sarà segnata da nessuna parte, il momento dell’elezione: sono le 18.50 quando il cardinale argentino supera il quorum di 77 voti e gli applausi dei porporati al nuovo Papa sovrastano la voce del cardinale scrutatore (sul Corriere della Sera oggi in edicola quattro pagine di speciale sull’elezione del Papa). La lettura delle schede prosegue, i numeri sono segreti ma i consensi vanno ben oltre la soglia dei due terzi, alla fine Jorge Mario riceverà una novantina di voti su 115 elettori. Solo sedici minuti più tardi, alle 19.06, una fumata beffarda - dapprima una bava nerastra che vira al grigio chiaro e poi la sbuffata bianca, bianchissima - segnalerà al pianeta che la Chiesa cattolica è guidata dal 265° successore di Pietro. Per sapere chi è, ci vorrà ancora un’ora abbondante: l’annuncio del protodiacono Jean-Louis Tauran alle 20.12, Habemus Papam , e il nuovo pontefice che alle 20.24 si affaccia alla Loggia delle Benedizioni, «fratelli e sorelle, buonasera!». Ma in quell’istante sospeso, alle sette meno dieci, mentre il cardinale Hummes abbraccia e bacia il suo vecchio amico e gli mormora: «Non dimenticarti dei poveri!», piazza San Pietro è una distesa di ombrelli e bandiere e il mondo intero si diverte a fissare un gabbiano che zampetta sotto la pioggia accanto al comignolo della Cappella, l’unico e invidiatissimo essere vivente fuori dalla Sistina che potrebbe arrivare a cogliere qualcosa di ciò che sta accadendo là dentro.
Mercoledì, 13 marzo 2013, secondo giorno del conclave. Alcuni confratelli hanno tenuto a mente un’ora che non sarà segnata da nessuna parte, il momento dell’elezione: sono le 18.50 quando il cardinale argentino supera il quorum di 77 voti e gli applausi dei porporati al nuovo Papa sovrastano la voce del cardinale scrutatore (sul Corriere della Sera oggi in edicola quattro pagine di speciale sull’elezione del Papa). La lettura delle schede prosegue, i numeri sono segreti ma i consensi vanno ben oltre la soglia dei due terzi, alla fine Jorge Mario riceverà una novantina di voti su 115 elettori. Solo sedici minuti più tardi, alle 19.06, una fumata beffarda - dapprima una bava nerastra che vira al grigio chiaro e poi la sbuffata bianca, bianchissima - segnalerà al pianeta che la Chiesa cattolica è guidata dal 265° successore di Pietro. Per sapere chi è, ci vorrà ancora un’ora abbondante: l’annuncio del protodiacono Jean-Louis Tauran alle 20.12, Habemus Papam , e il nuovo pontefice che alle 20.24 si affaccia alla Loggia delle Benedizioni, «fratelli e sorelle, buonasera!». Ma in quell’istante sospeso, alle sette meno dieci, mentre il cardinale Hummes abbraccia e bacia il suo vecchio amico e gli mormora: «Non dimenticarti dei poveri!», piazza San Pietro è una distesa di ombrelli e bandiere e il mondo intero si diverte a fissare un gabbiano che zampetta sotto la pioggia accanto al comignolo della Cappella, l’unico e invidiatissimo essere vivente fuori dalla Sistina che potrebbe arrivare a cogliere qualcosa di ciò che sta accadendo là dentro.
La sesta votazione
Il primo scrutinio martedì pomeriggio e da mercoledì quattro al giorno, fra mattina e pomeriggio. Il ritmo del conclave è serrato ma subisce un piccolo intoppo. Un anno dopo, a sentire alcuni cardinali, si conferma ciò che la giornalista argentina Elisabetta Piqué ha scritto nel libro «Francesco, vita e rivoluzione», l’elezione è avvenuta in realtà alla sesta votazione perché la quinta, dopo il primo scrutinio pomeridiano che già aveva visto Bergoglio sfiorare il quorum, è stata annullata: le schede sono dei semplici fogli di 20 centimetri per 14, in alto è stampato Eligo in Summum Pontificem e sotto c’è una riga sulla quale scrivere il nome; nella conta prima dello spoglio ci si è accorti che ce n’era una in più, 116 anziché 115, a un cardinale è rimasto attaccato un secondo foglio bianco dietro a quello sul quale ha votato. Così, «per sicurezza» e «fare le cose per bene», si decide di ripetere il voto del quale ormai tutti immaginano l’esito. Ma ci vuole ancora un po’ di tempo. L’urna è posata sul tavolo degli scrutatori, ai piedi del Giudizio Universale. Testor Christum Dominum, qui me iudicaturus est, me eum eligere, quem secundum Deum iudico eligi debere . La frase viene ripetuta ad ogni votazione, centoquindici volte. I cardinali si avvicinano uno per uno, davanti a sé il Gesù di Michelangelo che separa in un gesto i dannati dai salvati: «Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto».
«Sono un peccatore»
E ora la scelta è compiuta, nella Sistina ancora chiusa al mondo l’ultimo dei tre scrutatori ha finito di legare insieme le schede infilando ago e filo sulla parola eligo di ciascun foglio, i pacchetti delle tre votazioni pomeridiane saranno bruciati in una piccola stufa cilindrica in ghisa che si usa dall’elezione di Pio XII nel 1939 mentre la seconda stufa quadrangolare che debuttò nel 2005 è quella con i fumogeni bianchi o neri che dovrebbero rendere più chiaro il segnale all’esterno. Il Giovanni Battista Re si avvicina a Bergoglio e lo invita ad andare verso la parete del Giudizio. Rivolto ai cardinali, l’eletto dovrà rispondere alle due domande fondamentali poste in latino dal decano del Conclave. Re gli chiede se accetta l’elezione, anzitutto: Acceptasne electionem de te canonice factam in Summum Pontificem ? E qui il gesuita argentino comincia a mostrare lo stile che presto il mondo imparerà a conoscere. Anche lui risponde in latino, ma va oltre l’accepto di prassi. Peccator sum, sed super misericordia et infinita patientia Domini nostri Iesu Christi confidus et in spiritu penitentiae accepto . Il nuovo Papa accetta «in spirito di penitenza» riconoscendosi anzitutto come un peccatore che confida «nella misericordia e infinita pazienza di Nostro Signore Gesù Cristo». I frutti della spiritualità di sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, la pazienza e la misericordia. All’inizio c’è già tutto. Del resto l’opera d’arte più amata da Bergoglio è la «Vocazione di Matteo» del Caravaggio, il suo motto episcopale Miserando atque eligendo è tratto da un commento di Beda il Venerabile a un passo dell’evangelista: «Vide Gesù un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: seguimi».
Francesco
E non finisce qui. Quando il cardinale Re gli chiede come vorrà chiamarsi da Papa, Quo nomine vis vocari ?, Bergoglio sillaba tra lo stupore dei cardinali: Vocabor Franciscus . Francesco. Mai nessun pontefice aveva scelto il nome del santo di Assisi. «Non dimenticarti dei poveri», gli aveva detto il francescano Hummes. Quattro giorni più tardi sarà lo stesso Papa, portando l’indice al petto, a raccontare: «Quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri... Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi... Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!».
Così è arrivato il momento di varcare la porticina a sinistra della parete di fondo, da lì un corridoio conduce alla cosiddetta «stanza delle lacrime», un piccolo ambiente austero dalle volte a crociera nel quale, accanto a una statua della Madonna con Bambino, sono state preparate tre vesti bianche di misure differenti e sette paia di calzature morbide. Il pontefice indossa la talare bianca e lo zucchetto ma declina la mozzetta bordata di pelliccia e la croce pettorale d’oro che gli porge il cerimoniere Guido Marini, si tiene quella di ferro che ha sempre portato da vescovo come le sue vecchie scarpe ortopediche nere. Di ritorno nella Sistina, Francesco dovrebbe sedersi sul trono di fronte all’altare per ricevere l’omaggio dei cardinali e invece è il Papa ad attraversare la Cappella per salutare ed abbracciare il cardinale indiano Ivan Dias, malato e in sedia a rotelle. Quindi torna indietro e non si siede né sale sulla pedana, ma resta semplicemente in piedi ad accogliere uno per uno i porporati, tra la lettura del Vangelo (Tu es Petrus ) e la preghiera con il canto del Te Deum .
Così è arrivato il momento di varcare la porticina a sinistra della parete di fondo, da lì un corridoio conduce alla cosiddetta «stanza delle lacrime», un piccolo ambiente austero dalle volte a crociera nel quale, accanto a una statua della Madonna con Bambino, sono state preparate tre vesti bianche di misure differenti e sette paia di calzature morbide. Il pontefice indossa la talare bianca e lo zucchetto ma declina la mozzetta bordata di pelliccia e la croce pettorale d’oro che gli porge il cerimoniere Guido Marini, si tiene quella di ferro che ha sempre portato da vescovo come le sue vecchie scarpe ortopediche nere. Di ritorno nella Sistina, Francesco dovrebbe sedersi sul trono di fronte all’altare per ricevere l’omaggio dei cardinali e invece è il Papa ad attraversare la Cappella per salutare ed abbracciare il cardinale indiano Ivan Dias, malato e in sedia a rotelle. Quindi torna indietro e non si siede né sale sulla pedana, ma resta semplicemente in piedi ad accogliere uno per uno i porporati, tra la lettura del Vangelo (Tu es Petrus ) e la preghiera con il canto del Te Deum .
La telefonata
Dalle 20 del 28 febbraio si è compiuta la «rinuncia» e Ratzinger si è ritirato con discrezione a Castel Gandolfo. Tredici giorni più tardi, come svariati milioni di persone nel mondo, Benedetto XVI ha visto in televisione la fumata bianca ed è in attesa di sapere chi gli succederà quando Francesco, uscito dalla Sistina, fa un cenno all’arcivescovo Georg Gänswein, che si trova lì come prefetto della Casa pontificia, e gli chiede di parlare con il predecessore. Intanto Bergoglio ha chiamato accanto a sé Hummes, «resta con me in questo momento», e il suo Vicario per Roma, Agostino Vallini; con loro è andato nella Cappella Paolina e i due cardinali sono rimasti un po’ indietro mentre il Pontefice si raccoglieva in preghiera sotto l’ultimo capolavoro affrescato dal vecchio Michelangelo, la «Crocifissione di Pietro». Dal Vaticano chiamano Castel Gandolfo ma non risponde nessuno, ormai è tempo che Francesco si mostri al mondo. Monsignor Alfred Xuereb, oggi segretario di Bergoglio, sorride: «Con Benedetto XVI siamo rimasti davanti alla tv e non abbiamo udito! Eravamo a cena quando alle 20.45 si è sentita la telefonata...». Il segretario risponde, gli passano il Papa e lui porge il cordless a Ratzinger. È lo stesso monsignore a ricordare le prime, straordinarie parole rivolte dal Papa emerito al successore, un unicum in duemila anni. Benedetto XVI lo ha visto invitare i fedeli a pregare «tutti insieme» per lui e dice a Francesco: «La ringrazio, Santo Padre, la ringrazio che abbia subito pensato a me, e le prometto da subito la mia obbedienza e la mia preghiera...».
Dalla fine del mondo
«Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo, ma siamo qui ...». Per il mondo è una sorpresa, quel gesuita argentino che conquista subito i fedeli con parole e gesti ad un tempo semplici e raffinati: un Papa che si presenta anzitutto come vescovo della Chiesa di Roma «che presiede nella carità tutte le Chiese» - la citazione ecumenica è di Sant’Ignazio di Antiochia, un Padre della Chiesa indivisa dell’inizio del II secolo - e prima di benedire la piazza e augurare a tutti «buona notte e buon riposo» domanda, lui, ai fedeli una preghiera silenziosa a Dio, «la preghiera del popolo che chiede la benedizione per il suo vescovo», e china il capo. Ma nel Conclave le cose avevano cominciato a muoversi da martedì sera. Dopo la prima fumata nera, scontata, alle 19,41, si torna a Santa Marta per la Cena e Bergoglio è l’immagine della serenità, consuma un passato di verdure mentre conversa con il connazionale Leonardo Sandri, alle prese con una brutta influenza, e attinge agli studi superiori di chimica per consigliargli le dosi di antibiotici. Poi va subito a letto. All’esterno, nei media, il suo nome non viene considerato, per quanto autorevolissimo: era già candidato nel 2005 ma ora ha 76 anni, dopo la «rinuncia» di Ratzinger la convinzione generale è che il successore non supererà i 75, l’età della pensione per i vescovi. Ma i cardinali non ragionano così. E il suo intervento nelle Congregazioni prima del Conclave ha lasciato il segno, a posteriori suona come il programma del pontificato: la Chiesa chiamata a «uscire da se stessa» verso le «periferie geografiche ed esistenziali», il male della «mondanità spirituale», c’è già tutto. Dopo i veleni curiali tra gli elettori si avverte la necessità di cambiare aria, una spinta crescente a guardare «oltre l’Europa» e in particolare all’America Latina. I cardinali considerati favoriti alla vigilia, dall’italiano Angelo Scola a Odilo Pedro Scherer, brasiliano ma etichettato come candidato dei «curiali», si bloccano ben presto. Il quorum dei due terzi, che Ratzinger ha voluto restasse anche all’eventuale ballottaggio dopo undici giorni, esclude resistenze e blocchi contrapposti. Bergoglio invece ha superato subito la ventina di voti e cresce, al terzo scrutinio supera i cinquanta, mercoledì a pranzo la situazione è ormai chiara. Dopo l’elezione e la benedizione da San Pietro, la berlina targata SCV1 attende il pontefice accanto alla Basilica per portarlo a Santa Marta, ma lui sceglie di salire nel pulmino assieme agli altri cardinali, si cena tutti assieme, poi rientra nella sua stanza, la 207. Poche ore di sonno e già ci sarebbero i sarti pronti a prendere le misure, ma lui congeda tutti: «Prima si va dalla Madonna». L’alba del nuovo pontificato è l’uscita verso Santa Maria Maggiore e, al ritorno, una sosta alla reception della Casa del Clero di via della Scrofa, dove alloggiava in attesa del Conclave e aveva lasciato il biglietto di ritorno per Buenos Aires: prima di rientrare in Vaticano, Francesco paga il conto dell’albergo.
G. G. Vecchi (Corriere della Sera)
*
Visto da vicino
13 marzo 2013: il film dell’elezione di Bergoglio raccontato dal cardinale brasiliano Claudio Hummes
ALVER METALLIBUENOS AIRES
«Ero seduto accanto a lui, era alla mia destra e ci si scambiava qualche piccola meditazione, a bassa voce, all’orecchio…». Inizia così, come un filmato in presa diretta il racconto di un altro protagonista del Conclave che ha eletto il primo Papa latinoamericano della storia, un cardinale anch’egli di questa parte del mondo, Claudio Hummes, arcivescovo emerito della più grande diocesi del Brasile, e forse del mondo, San Paolo. Uno di fianco all’altro, come avveniva già da molto tempo, nel conclave del 2005, nei sinodi dell’ultimo decennio, nelle liturgie solenni, appaiati da quel criterio inesorabile che è l’età.
«I voti convergevano su di lui; era molto introiettato in quel momento, silenzioso. Gli ho fatto qualche commento sulla possibilità che potesse raggiungere il numero necessario per diventare Papa. Quando le cose sono cominciate a essere un po’ più pericolose per lui l’ho confortato. Poi c’è stato il voto definitivo, ed è iniziato un grande applauso. Il conteggio è proseguito sino alla fine, io però l'ho abbracciato subito e baciato. E gli ho detto quella frase, “non ti dimentichi dei poveri”. Non avevo preparato niente, ma in quel momento mi è venuto dal cuore, con forza, di dirgli così, senza rendermi conto di essere la bocca attraverso cui gli parlava lo Spirito Santo. Lo ha detto lui che quelle parole gli sono entrate dentro con forza, che è lì che ha pensato ai poveri, e gli è venuto alla mente il nome san Francesco».
Tutto in pochi minuti, una successione di istanti che dom Claudio Hummes scompone attimo dopo attimo. «È stato interpellato, gli è stato chiesto se accettava e con che nome voleva essere chiamato. Il nome che ha pronunciato, Francesco, è stata una sorpresa grandissima per tutti. Chi avrebbe immaginato che un papa potesse chiamarsi Francesco! Perché è una figura impegnativa, esigente, e lui l'ha scelto con cuore lieto e leggero. Si è identificato subito, ha visto che questo nome significava anche un programma di Chiesa. Anche perché a San Damiano, san Francesco ha sentito la parola del crocifisso: va e ripara la mia chiesa, che è in rovina. Sono cose forti, e lui ha avuto questo coraggio. Era sereno, molto sereno, tutti eravamo stupiti della sua serenità e spontaneità, ed era molto concentrato».
Dom Claudio Hummes, come lo chiamano tutti - in Brasile il dom identifica la dignità vescovile - non ha bisogno di essere spronato dalle domande. Le sequenze scorrono davanti ai suoi occhi e le parole gli spuntano tra le labbra con naturalezza e in buon italiano.
«È andato a vestirsi da papa nell’antica sacrestia della Cappella Sistina e li ha iniziato a distendersi; da subito ha compiuto gesti significativi; non ha indossato il mantello più solenne, non ha voluto la croce d'oro. Anche le scarpe rosse, non le ha messe, è rimasto con le sue; la stola ha detto di volerla usare soltanto per la benedizione. È tornato nella cappella così, spoglio, vestito con semplicità, con le scarpe nere con cui era arrivato da Buenos Aires. C’era lì un trono dove si doveva sedere per il saluto come prevede il cerimoniale; ma è rimasto in piedi, ha abbracciato i cardinali uno a uno con una spontaneità meravigliosa. Era già Francesco che agiva».
Per un momento dom Claudio stacca l’occhio dalla immaginaria telecamera e si concede una digressione. «La cosa più straordinaria è che i Cardinali del primo mondo si sono fidati di un latinoamericano. Condurre la Chiesa universale! Un latinoamericano! Cosa farà con la Chiesa? Si pensa così, è naturale per un europeo pensare così. Sappiamo che ci amano, ci rispettano, in fondo siamo figli della Chiesa d’Europa. Però siamo una Chiesa giovane. Allora la si affida a un europeo. Siamo tutti più sicuri. È sempre stato così… è andata bene… allora è meglio continuare così. Ma queste sicurezze su cui ci appoggiamo uccidono il dinamismo di rinnovamento, di riforma, missionario della Chiesa. Lo Spirito Santo ha lavorato i cuori dei Cardinali per fidarsi così».
Hummes riporta l’occhio sull’obiettivo, le immagini riprendono a scorrere. «Si canta un “Te Deum” in gregoriano mentre si forma la processione per raggiungere la loggia sulla piazza. Aveva già chiamato il cardinal Vallini, suo vicario a Roma; ha guardato dalla mia parte e mi ha detto. “Vieni, voglio che tu stia con me in questo momento”. Io sono andato. Non era teso, era spontaneo, una cosa straordinaria! Rimaneva l’uomo gentile, semplice di ogni giorno. Ci ha detto di andare con lui in cappella a dire una preghiera prima di affacciarsi sulla piazza. Fra la Cappella sistina e la loggia c’è la cappella paolina, dove qualche volta durante il conclave abbiamo celebrato messa. Ha voluto andare lì e mentre si formava la processione dei Cardinali si è messo a pregare per alcuni minuti. Poi siamo usciti sulla piazza. Aveva smesso di piovere, la gente aveva chiuso gli ombrelli. Ma da lì, dalla Loggia, per le luci delle televisioni forse, non si vedevano bene le persone. Per un po’ di tempo non ha detto niente. Molti si sono chiesti perché è rimasto in silenzio con le braccia distese lungo il corpo. Semplice: perché sul sagrato c’era una banda che suonava forte; non era possibile parlare finché non avessero smesso e lui ha aspettato che finisse la musica. Poi ha salutato con un braccio: “Buonasera”. La piazza è scoppiata. Era molto sereno. Si è presentato come il vescovo di Roma, ha parlato come vescovo di Roma; sapeva che come vescovo di Roma era il papa, ma non ha mai usato la parola papa in nessun momento. Ha anche detto: “Il mio antecessore, il vescovo emerito di Roma Benedetto XVI”. Tutti hanno capito che apriva già grandi porte».
*
Rai2: a Tg2
Tg2 Dossier, in onda sabato 8 marzo alle 23.40 su Rai2, ha proposto un completo reportage - "Il mio nome è Francesco" - di Lucio Brunelli e Franco Trifoni. Il racconto molto ben articolato e dinamico inizia a San Paolo del Brasile, a casa del cardinale Claudio Hummes: (...)
*
Rai1 - Tg17Rai Vaticano
E’ il racconto dei dodici mesi che hanno visto Papa Francesco diventare la guida spirituale di credenti e non credenti nel mondo. I discorsi, le interviste, i viaggi, i protagonisti nello speciale Rai1-Rai Vaticano, in collaborazione con il TG1, firmato da Filippo Di Giacomo, Massimo Milone e Fabio Zavattaro, in onda l’8 marzo, alle 17.45 su Rai1, con il montaggio di Fabio Lazzerini.
Riflessioni di Sergio Zavoli (contenute nel programma).Scrive, tra l’altro, il grande giornalista e scrittore: “Francesco non sta demolendo con i suoi “gesti” l’autorevolezza petrina, ma demitizza il devozionismo solo egoistico, personale, privato, e ciò in danno del servizio e della misericordia: perché gli ultimi non rimangano lo stigma della separatezza.
E’ il racconto dei dodici mesi che hanno visto Papa Francesco diventare la guida spirituale di credenti e non credenti nel mondo. I discorsi, le interviste, i viaggi, i protagonisti nello speciale Rai1-Rai Vaticano, in collaborazione con il TG1, firmato da Filippo Di Giacomo, Massimo Milone e Fabio Zavattaro, in onda l’8 marzo, alle 17.45 su Rai1, con il montaggio di Fabio Lazzerini.
Riflessioni di Sergio Zavoli (contenute nel programma).Scrive, tra l’altro, il grande giornalista e scrittore: “Francesco non sta demolendo con i suoi “gesti” l’autorevolezza petrina, ma demitizza il devozionismo solo egoistico, personale, privato, e ciò in danno del servizio e della misericordia: perché gli ultimi non rimangano lo stigma della separatezza.