giovedì 6 marzo 2014

Un Pontefice non negoziabile



Il nuovo Papa Jorge Mario Bergoglio con il nome di Francesco I

(Giuliano Ferrara su “Il Foglio” del 06/03/2014) Un Papa che annuncia a Roma di voler rendere pubblico il testo segreto su uomo e famiglia di Walter Kasper, in tedesco, ieri nel Corriere, ha uno spirito burlone non negoziabile. Ma non basta. Francesco ha anche detto che non è un esperto di bioetica, dunque del morire degli uomini e delle donne e dei bambini, come nello sfortunato Belgio, va chiesto conto agli esperti. Umor macabro da parte di un prete, ché così lui dice di sé: esperti in umanità, operatori di battesimi, matrimoni e funerali, in essenza, i preti di queste cose dovrebbero fare materia di insegnamento per gli altri, non di apprendimento. Ma va ancora bene. Alla lettera fogliante risponde che sì, d’accordo, sulla pedofilia ci sono strumentalizzazioni, e sull’infanzia, ma la chiesa ha le carte in regola. Vabbè. Ma in generale sui principi cosiddetti non negoziabili risponde che non condivide l’espressione e che i valori sono tutti eguali.
Dal momento che Benedetto XVI, Papa emerito, abita non lontano da lui, Francesco potrebbe fare qualche verifica senza spreco di energia e di tempo. I valori forse sono un’astrazione, e un’espressione logora, abusata. Anche Formigoni ha dei valori. Parliamo di criteri. C’è il criterio dell’onestà e della bellezza di cuore, e occorre conformarvisi con docilità e lealtà, ma ciascuno lo fa a suo modo, con la sua fede personale, in particolare nella chiesa della misericordia evangelica voluta da Francesco con tanta forza, da gesuita cinquecentesco. Poi ci sono altri criteri quasi banali di conduzione della propria libertà. Cose così, quotidiane, che influiscono fino a un certo punto nella vita degli altri, che completano l’uomo e la donna, “maschio e femmina li creò”, una volta che siano santificati nell’osso della loro personalità umana appesa alla trascendenza divina.
Ecco, ora arrivano criteri non negoziabili. Non sono forzature professorali dei teologi tedeschi, non sono precetti rigidi che allontanano la gente dalla fede cattolica, o dal Dio “non cattolico” della chiesa latina odierna, sono questioni di sostanza razionale irremovibili, eterne, legate a natura e cultura in modo inscindibile. O sei maschio o sei femmina, e l’ermafroditismo è mirabile mito, desiderio, condizione eccezionale, comportamento, ma non realtà. Non negoziabile. O nasci o ti aspirano o avvelenano nel seno di tua madre, una volta concepito, e non nasci affatto alla libertà, alla gioia e al dolore della vita, perché sei scartato come embrione difettoso o semplicemente non voluto e gettato nel cestino come “rifiuto ospedaliero”. Non negoziabile, il criterio della vita. O sei persona o sei strumento, figlio producibile come farmaco o come proiezione del desiderio dei genitori. Non c’è una terza via negoziabile. O sei dentro un matrimonio santo per l’apertura al futuro, per la costruzione della famiglia e l’educazione dei giovani, oppure sei in una complicata e legittima storia d’amore che a tutto questo è aperta in forma non naturale, non canonizzabile altro che da un bollo ex post dello stato, che è diverso dalla chiesa. No matrimoni diversi dal matrimonio. O sei vivo o sei morto. Ariel Sharon e Beniamino Andreatta, un ebreo e un cattolico, sono vissuti anni dormendo. I bambini belgi no, si fa prima. (Giuliano Ferrara su “Il Foglio” del 06/03/2014)
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Richiamo del Papa contro le lotte di potere Kasper: solo il Vangelo non 
è negoziabile 
di Gian Guido Vecchi
in “Corriere della Sera” del 6 marzo 2014
Il cardinale Walter Kasper sorride, «in effetti non ho mai capito questa concezione dei valori non 
negoziabili o irrinunciabili, l’unica cosa irrinunciabile è il Vangelo e basta...». E con questo il 
grande teologo segnala un punto centrale, tra i tanti che Francesco ha affrontato ieri nell’intervista 
al direttore del Corriere , Ferruccio de Bortoli. Le parole del Papa hanno fatto il giro del mondo, 
proprio nel giorno in cui da Oslo filtrava la candidatura di Bergoglio al premio Nobel per la pace —
del resto la compagnia è varia, tra i 278 nomi si passa dalla talpa del Datagate Edward Snowden a 
Vladimir Putin — e il pontefice, durante il rito delle Ceneri, rifletteva sul senso autentico e non 
«formale» del digiuno di Quaresima, «è un segno di presa di coscienza e di responsabilità di fronte 
alle ingiustizie, ai soprusi, specialmente nei confronti dei poveri e dei piccoli», tornando a 
richiamare i cardinali e la Chiesa all’essenziale: «Quando io guardo nel piccolo ambiente 
quotidiano alcune lotte di potere per spazi, io penso: ma questa gente gioca a Dio Creatore! Ancora 
non se ne sono accorti che non sono Dio!». 
La rivoluzione di Francesco, impegnato a spiegare che il Papa «è una persona normale» cui piace 
«fare il prete», fino a considerare «offensivo» il raffigurarlo «come una sorta di superman», si 
mostra in quella risposta che segna uno spartiacque nella storia recente della Chiesa : «Non ho mai 
compreso l’espressione valori non negoziabili. I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le 
dita di una mano ve ne sia una meno utile di un’altra. Per cui non capisco in che senso vi possano 
esser valori negoziabili...». L’espressione in sé, riferita ai «principi», era stata coniata da Benedetto 
XVI ma le parole di Francesco suonano piuttosto come una svolta rispetto all’insistenza quasi 
esclusiva degli ultimi anni, in molti episcopati, sui temi bioetici o di morale sessuale. «Esiste certo 
una gerarchia delle verità ma di per sé la parola “valori” ha uno statuto ontologico poco chiaro, è 
un’astrazione non evangelica», considera il cardinale Kasper. «E il rischio è ritenere che si possa 
rinunciare a quelli considerati secondari». 
Nell’intervista Francesco invita a guardarsi dalla «casistica», l’atteggiamento «dei farisei e dei 
dottori della legge» che a Santa Marta ha definito «una trappola contro noi e contro Dio». Non 
cambia la dottrina, cambia l’atteggiamento. «Attenzione alle situazioni concrete» e quella 
misericordia che è «il centro del Vangelo». Così, se la Bbc inglese riprende anzitutto le sue parole 
sugli abusi pedofili («La Chiesa cattolica è forse l’unica istituzione pubblica ad essersi mossa con 
trasparenza e responsabilità. Nessun altro ha fatto di più. Eppure è la sola a essere attaccata») come 
una «dura» replica alle «critiche» del Comitato Onu sull’infanzia, dagli Usa all’Australia 
rimbalzano sui media le «aperture» di Francesco sulle unioni civili («bisogna vedere i diversi casi e 
valutarli nella loro varietà») e le considerazioni sul fine vita, attente alla irriducibilità dei «casi più 
specifici» sui quali «è bene ricorrere, se necessario, al consiglio degli specialisti». Mentre, anche 
attraverso la Rete, giungono a destinazione i messaggi fondamentali al mondo ortodosso («La loro 
visione della Chiesa e della sinodalità è meravigliosa») e alla Cina, con la rivelazione dello scambio
di lettere con il presidente Xi Jinping: «Dei rapporti ci sono. È un popolo grande al quale voglio 
molto bene». E resta l’attenzione planetaria per come si svilupperà il rapporto con Benedetto XVI, 
il Papa emerito che «non è una statua» e al quale Francesco ha chiesto che «uscisse e partecipasse 
alla vita della Chiesa». La Curia intanto, si prepara agli Esercizi spirituali, Francesco ha deciso di 
portare cardinali e vescovi fuori dal Vaticano, ad Ariccia, nei Castelli romani: anche il pontefice, 
domenica, partirà in pullman con gli altri. 

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La conversione è un principio non negoziabile
di Riccardo Cascioli
La conversione, l’esigenza della conversione. E’ questa la chiave di lettura degli interventi di Papa Francesco in questo inizio di Quaresima. Ieri lo ha detto più volte, nell’udienza del mattino e poi ancora nell’omelia per la messa delle Ceneri, che hanno segnato l’inizio della Quaresima. Ma la necessità della conversione è anche la prospettiva con cui leggere l’intervista al Corriere della Sera pubblicata ieri, dove il Papa risponde a molte domande sui temi più svariati.

I titoli dei giornali, a cominciare dallo stesso Corriere della Sera, puntano su questa o quell’affermazione contenuta nell’intervista («Non sono superman», «Benedetto XVI parteciperà alla vita della Chiesa», «Sulle unioni civili bisogna decidere caso per caso», «Ho mandato una lettera al presidente cinese Xi Jinping», «Non ho mai compreso l’espressione valori non negoziabili»). Tutte cose di cui si può discutere, per carità, ma se non vengono lette alla luce dell’esigenza della conversione, se ne perde il reale significato.
Conversione è «il ritorno a Dio con tutto il cuore», dice il Papa, è fare un’esperienza profonda di comunione con Dio che ci libera dal male in cui siamo immersi. Questo è anche il punto di interesse della Quaresima per il mondo. Il cristianesimo è Dio che si fa uomo, è la religione dell'Incarnazione, vale a dire che l’uomo è abbracciato in ogni sua dimensione, personale e di popolo; la fede è vera se giudica ogni cosa, dalle vicende personali ai grandi fatti della politica e della cronaca. Per questo è rilevante oggi parlare della Quaresima, perché essa – con il suo invito a volgere con più attenzione lo sguardo a Dio – ci richiama alla verità più profonda del male che vediamo intorno a noi: la nostra crisi economica e politica, le gravi tensioni in Ucraina e Venezuela, la conflittualità interminabile in Medio Oriente con la tragica guerra in Siria. Ovunque intorno a noi – e in noi - sembra trionfare il male, la Quaresima ci indica la strada per uscirne, con le sue tre condizioni che ieri la liturgia ci ha ricordato: preghiera, digiuno, elemosina.
Anche quando papa Francesco risponde sul tema dei tanti fallimenti familiari, con separazioni, divorzi e a volte successivi matrimoni, non chiede un semplice venire incontro alla mentalità del mondo, come qualcuno intende suggerire, ma chiede espressamente di «riflettere molto in profondità» perché «è alla luce della riflessione profonda che si potranno affrontare seriamente le situazioni particolari». Dunque è solo un cuore pienamente immerso in Dio che sa indicare la strada alla santità per ognuno, qualsiasi sia la condizione in cui si trova.
Questo criterio permette di affrontare con più profitto anche la lettura di una qualsiasi intervista concessa dal Papa a un giornale: da una parte essa non è magistero – come abbiamo più volte spiegato – e dall’altra, proprio per il genere letterario usato, può anche rivelarsi fonte di opposte interpretazioni. Da questo punto di vista neanche l’intervista concessa al direttore de Il Corriere della Sera poteva fare eccezione, anche perché lo spazio di 4-5 righe di risposta a ogni domanda, mal si concilia con una seria argomentazione di cui tanti problemi avrebbero bisogno (ma a proposito, è proprio sicuro che dal punto di vista pastorale le interviste siano lo strumento più efficace?).
Ad ogni modo tra le cose meritevoli, vale almeno riprendere la questione dei “valori non negoziabili”, come vengono definiti nell’intervista, perché è certamente l’affermazione con maggiori possibilità di equivoci. A precisa – e malposta – domanda, il Papa risponde che non ha «mai compreso l’espressione valori non negoziabili. I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile di un’altra. Per cui non capisco in che senso vi possano essere valori negoziabili».
La questione è importante perché con l’avvento di papa Bergoglio tanti sacerdoti, giornalisti, intellettuali che fino a pochi giorni prima amavano teorizzare la disobbedienza, sono diventati improvvisamente papisti al grido di “Basta con i valori non negoziabili”, come se Giovanni Paolo II e Benedetto XVI non avessero mai fatto altro che parlare di aborto, famiglia, libertà di educazione. Solo che la risposta data dal Papa al direttore del Corriere della Sera va nella direzione opposta a quella auspicata da costoro: in generale infatti essi con quell’espressione intendono che “tutto è negoziabile”, dalla vita all’indissolubilità del matrimonio, o almeno lecito in una società laica (e infatti alla fine appoggiano di tutto, dalle unioni omosessuali in giù). Al contrario, la risposta data dal Papa sembrerebbe suggerire l’esatto contrario, ovvero che nessun valore in quanto tale è negoziabile. E se la questione rimane sul piano dei valori, questa affermazione è corretta.
Ma la questione della "non negoziabilità" si gioca su un altro piano, e non è un’invenzione di Benedetto XVI, bensìSi parla infatti non di “valori”, ma di “princìpi”, perché si riferiscono proprio ai fondamenti di una società, alle fondamenta che poi danno significato a tutti gli altri valori che concorrono al bene comune. Si tratta di quei princìpi strettamente legati alla natura umana, alla dignità dell’uomo, che non può essere violata senza grave danno per la società intera. E’ bene ricordare al proposito un passaggio esplicativo del discorso ai partecipanti a un convegno del Partito Popolare Europeo il 30 marzo 2006, in cui Benedetto XVI affronta chiaramente l’argomento:
“Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, l'interesse principale dei suoi interventi nell'arena pubblica è la tutela e la promozione della dignità della persona e quindi essa richiama consapevolmente una particolare attenzione su principi che non sono negoziabili. Fra questi ultimi, oggi emergono particolarmente i seguenti: 
- tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale;
- riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale;
- tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli.
Questi principi non sono verità di fede anche se ricevono ulteriore luce e conferma dalla fede. Essi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l'umanità. L'azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Al contrario, tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi perché ciò costituisce un'offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia stessa”.
Altre questioni non è che siano meno importanti, ma possono esserci strade diverse per arrivarci. Tanto per intenderci: anche il diritto al lavoro è legato alla natura dell’uomo, come ha ben spiegato Giovanni Paolo II nell’enciclica Laborem Exercens, ma i modi in cui può essere realizzato sono diversi, sono tentativi umani, opinabili, a volte contrastanti, di raggiungere uno stesso fine. Al contrario, il no all’aborto e all’eutanasia, il riconoscimento giuridico della sola famiglia naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna, il diritto-dovere dei genitori di educare i propri figli sono principi che non ammettono cedimenti né margini di compromesso, per il bene della società. 
Nessuno può pensare seriamente che l’annuncio cristiano debba partire da qui, e il primo a esserne convinto è Benedetto XVI che, infatti, ha dedicato le prime encicliche del suo pontificato alla Carità e alla Speranza, e inoltre tanto si è speso per dimostrare la storicità dei Vangeli. Ma proprio perché il cristianesimo è Incarnazione non possono essere ignorati i princìpi che fondano una società, anche perché l’inosservanza dei princìpi non negoziabili è il fattore di maggiore impoverimento di un popolo.
Riccardo Cascioli

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FRANCESCO CHIAMA BENEDETTO ACCANTO A SE’. LE TEMPESTE SI AVVICINANO

di Antonio Socci
Nell’intervista a papa Bergoglio, pubblicata ieri da Ferruccio De Bortoli sul “Corriere della sera”, ci sono notizie sorprendenti su quello che sta accadendo nella Chiesa e sul bivio davanti al quale si trova questo pontificato. Che si annuncia drammatico.

I DUE PAPI

Anzitutto constatiamo che addirittura papa Francesco scende in campo sulla questione relativa a Benedetto XVI e al suo “papato emerito” e questo fatto, da solo, zittisce i tanti pierini clericali i quali sostenevano, nelle scorse settimane, che i nostri articoli ponevano una questione inesistente e perfino dannosa.
Dalle parole di Francesco scopriamo la durezza della battaglia che viene combattuta, su Benedetto XVI, oltretevere (“qualcuno avrebbe voluto che si ritirasse in una abbazia benedettina lontano dal Vaticano”).
E c’è poi una notizia: Benedetto e Francesco hanno deciso che il papa emerito non sia più “nascosto al mondo” come aveva annunciato inizialmente: “ne abbiamo parlato e abbiamo deciso insieme che sarebbe stato meglio che vedesse gente, uscisse e partecipasse alla vita della Chiesa”.
Notizia di grande portata. Coloro che hanno voluto per anni affondare il papato di Benedetto (cominciando dai cardinali spergiuri del 2005) e che hanno cantato vittoria quando Benedetto ha rinunciato, adesso si ritrovano Ratzinger che è rimasto “papa emerito” e che – per volontà di Francesco – addirittura esce dalla clausura e parteciperà alla vita della Chiesa, perché – dice Francesco – “la sua saggezza è un dono di Dio”.
Cosa questo significherà ancora non si sa, ma si può pensare che il desiderio di Bergoglio di avere accanto Ratzinger preannunci l’arrivo di tempi molto drammatici.

IL FUTURO CHIARIRA’

Francesco, forse per far digerire la pillola ai tanti nemici di papa Benedetto, ha cercato di motivare questa decisione ricorrendo a una consuetudine già introdotta dopo il Vaticano II, ovvero “l’istituzione” del vescovo emerito. Così da mettere fine alle obiezioni.
Ma lui stesso, verosimilmente, sa che un simile paragone non regge e che la questione, prima o poi, andrà davvero inquadrata e motivata nella sua novità.
Perché l’istituzione del vescovo emerito è dovuta alla regola sul limite di età per i vescovi, regola che non c’è per il papa. E soprattutto perché il papato non può essere ridotto a un qualsiasi episcopato, pena il venir meno del pilastro della Chiesa Cattolica Apostolica Romana (oltretutto la consacrazione episcopale è un sacramento mentre il papato è qualcosa di diverso e superiore, tanto che ha giurisdizione immediata e  universale su tutti i vescovi della Terra).
Non a caso, un anno fa, il canonista Ghirlanda, sulla “Civiltà Cattolica”, riflettendo l’orientamento generale dei canonisti, prospettò, per Benedetto, il titolo di “vescovo emerito di Roma”, ma il papa bocciò l’idea ritenendo che il titolo che corrispondeva alla realtà fosse invece quello di “Papa emerito”.
Il fatto che lo stesso Benedetto XVI abbia definito la sua rinuncia come un atto “grave” mostra che non è affatto una decisione “normale”, men che meno riconducibile a una sua presunta volontà di “normalizzazione episcopale” del papato.
E il mistero riguarda anche la scelta – unica nella storia della Chiesa – di restare “papa emerito”.
L’invito al Concistoro pubblico fatto da Francesco sembra inaugurare il “ritorno” di Benedetto nella vita pubblica della Chiesa, ma non è affatto un “ritorno alla normalità”, come qualche “pompiere” dei giornali si è affrettato ad affermare, ma – al contrario – l’inizio di una situazione del tutto nuova, come papa Francesco fa ben capire.
Inoltre, nel caso specifico, quell’abbraccio pubblico in San Pietro è servito a calmare un po’ le acque giacché l’avvio del Sinodo sulla famiglia è stato incandescente a causa della relazione del cardinale Kasper che è stata apertamente contestata, per i suoi contenuti fuori dai binari cattolici, da diversi autorevoli porporati.

CERCHIOBOTTISMO?

Del resto il papa Francesco che ha chiesto a Kasper quella relazione sui divorziati risposati e che l’ha elogiata (si tratta forse di pedaggi del Conclave), è lo stesso papa Francesco che ha avallato (e probabilmente chiesto) i ripetuti interventi, in senso opposto, del cardinale Muller, prefetto dell’ex S. Uffizio.
Nell’intervista il papa spiega che sui temi del Sinodo non ha affatto timore del dibattito, ma anzi che “cerca” il confronto più vivace e libero. Però fa anche sapere che alla fine, “quando si tratta di decidere, di mettere una firma… (il Papa) è solo con il suo senso di responsabilità”.
Il Sinodo sarà il momento della verità. Ci sono molti, dentro e fuori della Chiesa, che si attendono da Francesco una rivoluzione e magari pure che autodemolisca la Chiesa (la potente pressione dei media e dei poteri di questo mondo va in questa direzione). Altri, all’interno della Chiesa (e senza potere nel mondo), temono fortemente che si verifichi questa tragedia e sperano che il papa non ceda, che difenda la fede cattolica nella sua integralità, in continuità con il magistero di sempre.
Da questa intervista si capisce cosa accadrà?
Alcuni ritengono che  Francesco dia un colpo al cerchio e uno alla botte. Faccio alcuni esempi.
E’ evidente che il Papa non vuole lanciare crociate, come lui dice, né ricordare al mondo la legge naturale.
Tuttavia raccoglie l’appello lanciato da Giuliano Ferrara e altri intellettuali sul Foglio, che si mettevano a disposizione dopo l’attacco alla Chiesa venuto dal recente documento dell’Onu.
Qualcuno ha preteso di liquidare l’appello di Ferrara come se volesse insegnare al Papa, invece Francesco ha fatto sua la preoccupazione del Foglio. Sempre qualche superficiale ha liquidato l’appello come se riguardasse i “valori non negoziabili”, mentre concerne la dignità della Chiesa e la sua libertà.
Il Papa lo fa capire bene, dicendo che sulla difesa dell’infanzia “Benedetto XVI è stato molto coraggioso…nessuno ha fatto più della Chiesa. Eppure la Chiesa è la sola ad essere attaccata”.
Un altro problema. Nell’intervista è praticamente spazzata via la priorità dei “valori non negoziabili”, che ha caratterizzato gli ultimi due pontificati. Ma non perché Francesco neghi quei valori, semmai perché li identifica con la morale cattolica che oggi deve essere subordinata all’evangelizzazione.
Il primato dell’annuncio evangelico è sacrosanto e condiviso anche dai predecessori. Ma forse papa Bergoglio non ha approfondito la grande “questione antropologica” denunciata da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI: essa mostra un’autentica emergenza che minaccia la stessa sopravvivenza dell’umanità. E questa è tutt’altra cosa rispetto alla priorità della fede sulla morale.
In ogni caso a questa posizione, che verrà usata dai progressisti, si accompagna una difesa a spada tratta dell’Humanae vitae di Paolo VI che è la “bestia nera” del progressismo.
Francesco dice che “la sua genialità fu profetica, ebbe il coraggio di schierarsi contro la maggioranza, di difendere la disciplina morale, di esercitare un freno culturale, di opporsi al neo-malthusianesimo presente e futuro”.
Una simile difesa dell’Humanae vitae è sorprendente e colloca Francesco nel solco dei predecessori. Importante anche l’accenno al “coraggio” di Paolo VI di “schierarsi contro la maggioranza”.
Potrebbe prefigurare la prova che attende Francesco.

FRANCESCOMANIA

Forse per questo egli oggi dice che la “francescomania” non durerà a lungo. Ed ha aggiunto una decisa sconfessione dei tanti suoi sedicenti “interpreti”, specie di chi lo mitizza per strattonarlo verso la rivoluzione della Chiesa: “non mi piacciono le interpretazioni ideologiche, una certa mitologia di papa Francesco…Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione”.
Con ciò sembra già prefigurare quello che gli toccherà subire. Di recente monsignor Georg Gaenswein ha detto: “Papa Benedetto dovette affrontare difficili problemi, per papa Francesco le vere prove devono ancora venire”.
Da “Libero”, 6 marzo 2014

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“www.europaquotidiano.it - Rassegna "Fine settimana" 
(Massimo Faggioli) Nell’intervista al Corriere della Sera pubblicata oggi, 5 marzo (mercoledì delle ceneri), papa Francesco si colloca al centro dello spettro delle varie posizioni all’interno della chiesa cattolica: difende il carattere profetico dell’enciclica di Paolo VI Humanae (...)