Il tweet di Papa Francesco: "Non c’è mai motivo per perdere la speranza. Gesù dice: “Sono con voi fino alla fine del mondo” (19 giugno 2014)
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(Inos Biffi) Il Figlio di Dio è donato dal Padre all’uomo nella forma del Corpo immolato da mangiare come nutrimento, e nella forma del Sangue effuso da bere. È il lascito dell’ultima cena e il compimento dell’incarnazione, della morte e della risurrezione di Gesù. In esso sono racchiusi e convengono molteplici “misteri”, che ci lasciano ammirati e senza parole.
Il primo “mistero” eucaristico riguarda la volontà del Padre. È sorprendente che egli non solo doni il Figlio all’uomo, ma glielo doni nella forma della convivialità o della consegna estrema: «È il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero» (Giovanni, 6, 32). Così, ogni Eucaristia si rivela un dono che scaturisce dal cuore della Trinità e alla Trinità ci riconduce, o una vocazione a condividere la medesima vita divina del Figlio. L’Eucaristia non consiste semplicemente nell’assidersi con Gesù alla mensa da lui istituita. Essa significa, invece, assumerlo personalmente, mangiando il pane spezzato e attingendo al calice del vino, dopo che la Parola e lo Spirito li hanno trasformati nel Corpo e nel Sangue del Figlio di Dio.
Il secondo “mistero” contenuto nell’Eucaristia è che sia lo stesso Figlio di Dio, o la sua carne e il suo sangue, a costituire l’autentico cibo e la vera bevanda dei discepoli, così che venga a crearsi un’inesione profonda e vitale con lui: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Giovanni, 6, 51); «La mia carne è vero cibo, il mio sangue vera bevanda» (ibidem, 6, 55); «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (ibidem, 6, 56); «Chi mangia me vivrà per me» (ibidem, 6, 57).
Resterà sempre indecifrabile per noi questo progetto di Dio a volerci dentro la sua intimità: certo, non confusi con lui, e pure a lui associati con una comunione di esistenza.
Nell’Eucaristia è inerente un terzo “mistero”: essa ci associa alla passione e alla morte di Gesù. Il Corpo che noi mangiamo è il Corpo dato, ossia offerto in sacrificio; e il Sangue che noi beviamo è il Sangue effuso a suggello dell’alleanza nuova ed eterna. È il dinamismo eucaristico, che ci associa alla sorte del Signore e che imprime in noi il suo identico destino.
L’Eucaristia è il sacramento della via crucis, o la via crucis vivente, che diviene forma di vita.
Il mandato «Fate questo in memoria di me» (Luca, 22, 19) non si limita all’ordine di ripetere e riprodurre il rito della Cena. A essere memoria di lui è la condotta cristiana, è la Chiesa che porta i segni della passione, della morte e quindi della risurrezione di Gesù. Diversamente avremmo una replica cerimoniale, non l’accadere di un evento.
E, infatti, il sacrificio definitivo e irrepetibile del Calvario, se in se stesso non si replica, è tuttavia destinato con la sua forza — la sua virtus — a suscitare ogni volta nel cristiano la novità dell’adesione, la volontà di aprirsi alla sua perenne presenza, alla sua grazia inesauribile, così che la passione del Capo si riversi nella passione delle membra. È il significato delle parole della Lettera ai Colossesi: «Do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne» (1, 24). In questa prospettiva si comprende l’espressione che abbiamo usato: «accadere di un evento»; un tale evento non è altro che l’attuale assunzione della nostra “porzione” del sacrificio di Cristo offerto una volta per tutte, o della «redenzione eterna» da esso ottenuta (Ebrei, 9, 12-28).
Gesù ha istituito l’Eucaristia e l’ha affidata alla Chiesa, perché, nel tempo in cui ne attende la venuta, avveri in sé la condizione dello stesso Gesù paziente, al fine di essere consorte di lui glorioso.
Rileviamo un altro “mistero”, che impreziosisce l’Eucaristia ed è la signoria di Cristo. Per l’energia dello Spirito la materia viene radicalmente trasformata, “transustanziata”, resa assolutamente obbediente alla Parola creatrice. Nell’apparenza inerte e silenziosa del pane consacrato, è «veramente, realmente e sostanzialmente» presente e operante Cristo, il Signore di tutto.
Un testo stupendo, dove si fondono poesia e mistica, può a questo punto venire in mente, cioè Comunione — uno dei «Canti dell’infermità» di Clemente Rebora, che un lento e tremendo disfacimento assimilava alla passione di Gesù — «umiliante decompormi vivo»: «Inerte e informe giaccio con me stesso./ Mentre Gesù all’universo intende, pensier ha pur di me confitto in letto; e muove e tempo e gente, onde fedele con l’Ostia amante giunge nel mio petto […]. Mamma di Paradiso mi raccoglie, mi eleva al Cuor del Figlio che m’incendia e al Trinitario Focolar rapisce/ in seno all’infinito amor del Padre. Poi, rimango io con la salma in terra: afferrato da Lui, non l’afferro».
L'Osservatore Romano
Solennità del Corpus Domini.
(Inos Biffi) Il Figlio di Dio è donato dal Padre all’uomo nella forma del Corpo immolato da mangiare come nutrimento, e nella forma del Sangue effuso da bere. È il lascito dell’ultima cena e il compimento dell’incarnazione, della morte e della risurrezione di Gesù. In esso sono racchiusi e convengono molteplici “misteri”, che ci lasciano ammirati e senza parole.
Il primo “mistero” eucaristico riguarda la volontà del Padre. È sorprendente che egli non solo doni il Figlio all’uomo, ma glielo doni nella forma della convivialità o della consegna estrema: «È il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero» (Giovanni, 6, 32). Così, ogni Eucaristia si rivela un dono che scaturisce dal cuore della Trinità e alla Trinità ci riconduce, o una vocazione a condividere la medesima vita divina del Figlio. L’Eucaristia non consiste semplicemente nell’assidersi con Gesù alla mensa da lui istituita. Essa significa, invece, assumerlo personalmente, mangiando il pane spezzato e attingendo al calice del vino, dopo che la Parola e lo Spirito li hanno trasformati nel Corpo e nel Sangue del Figlio di Dio.
Il secondo “mistero” contenuto nell’Eucaristia è che sia lo stesso Figlio di Dio, o la sua carne e il suo sangue, a costituire l’autentico cibo e la vera bevanda dei discepoli, così che venga a crearsi un’inesione profonda e vitale con lui: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Giovanni, 6, 51); «La mia carne è vero cibo, il mio sangue vera bevanda» (ibidem, 6, 55); «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (ibidem, 6, 56); «Chi mangia me vivrà per me» (ibidem, 6, 57).
Resterà sempre indecifrabile per noi questo progetto di Dio a volerci dentro la sua intimità: certo, non confusi con lui, e pure a lui associati con una comunione di esistenza.
Nell’Eucaristia è inerente un terzo “mistero”: essa ci associa alla passione e alla morte di Gesù. Il Corpo che noi mangiamo è il Corpo dato, ossia offerto in sacrificio; e il Sangue che noi beviamo è il Sangue effuso a suggello dell’alleanza nuova ed eterna. È il dinamismo eucaristico, che ci associa alla sorte del Signore e che imprime in noi il suo identico destino.
L’Eucaristia è il sacramento della via crucis, o la via crucis vivente, che diviene forma di vita.
Il mandato «Fate questo in memoria di me» (Luca, 22, 19) non si limita all’ordine di ripetere e riprodurre il rito della Cena. A essere memoria di lui è la condotta cristiana, è la Chiesa che porta i segni della passione, della morte e quindi della risurrezione di Gesù. Diversamente avremmo una replica cerimoniale, non l’accadere di un evento.
E, infatti, il sacrificio definitivo e irrepetibile del Calvario, se in se stesso non si replica, è tuttavia destinato con la sua forza — la sua virtus — a suscitare ogni volta nel cristiano la novità dell’adesione, la volontà di aprirsi alla sua perenne presenza, alla sua grazia inesauribile, così che la passione del Capo si riversi nella passione delle membra. È il significato delle parole della Lettera ai Colossesi: «Do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne» (1, 24). In questa prospettiva si comprende l’espressione che abbiamo usato: «accadere di un evento»; un tale evento non è altro che l’attuale assunzione della nostra “porzione” del sacrificio di Cristo offerto una volta per tutte, o della «redenzione eterna» da esso ottenuta (Ebrei, 9, 12-28).
Gesù ha istituito l’Eucaristia e l’ha affidata alla Chiesa, perché, nel tempo in cui ne attende la venuta, avveri in sé la condizione dello stesso Gesù paziente, al fine di essere consorte di lui glorioso.
Rileviamo un altro “mistero”, che impreziosisce l’Eucaristia ed è la signoria di Cristo. Per l’energia dello Spirito la materia viene radicalmente trasformata, “transustanziata”, resa assolutamente obbediente alla Parola creatrice. Nell’apparenza inerte e silenziosa del pane consacrato, è «veramente, realmente e sostanzialmente» presente e operante Cristo, il Signore di tutto.
Un testo stupendo, dove si fondono poesia e mistica, può a questo punto venire in mente, cioè Comunione — uno dei «Canti dell’infermità» di Clemente Rebora, che un lento e tremendo disfacimento assimilava alla passione di Gesù — «umiliante decompormi vivo»: «Inerte e informe giaccio con me stesso./ Mentre Gesù all’universo intende, pensier ha pur di me confitto in letto; e muove e tempo e gente, onde fedele con l’Ostia amante giunge nel mio petto […]. Mamma di Paradiso mi raccoglie, mi eleva al Cuor del Figlio che m’incendia e al Trinitario Focolar rapisce/ in seno all’infinito amor del Padre. Poi, rimango io con la salma in terra: afferrato da Lui, non l’afferro».
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Corpus Domini con il Papa. Mons. Forte: Eucaristia rigenera la Chiesa
Questa sera, al termine della celebrazione della Messa sul Sagrato di San Giovanni in Laterano, il Papa si recherà direttamente, in auto coperta, alla Piazza di Santa Maria Maggiore ad attendere la processione con il Santissimo Sacramento – guidata dal cardinale vicario Agostino Vallini – per concluderla con la Benedizione solenne. Ne dà notizia il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi.
Il Papa, viene spiegato, ha ritenuto opportuno rinunciare al lungo itinerario a piedi sulla Via Merulana, fra le due Basiliche, anche in vista dei prossimi impegni – in particolare il viaggio a Cassano all'Jonio, in Calabria, fra soli due giorni – e allo stesso tempo preferisce evitare di fare il tragitto sulla autovettura scoperta, affinché, secondo lo spirito della celebrazione odierna, l’attenzione dei fedeli rimanga invece concentrata sul Santissimo Sacramento esposto e portato in processione. Sul significato della Solennità del Corpus Domini, Mons. Bruno Forte:
R. – Vorrei cogliere due aspetti. Il primo: la Festa del Corpus Domini è la festa della materia, della corporeità, della carne. Il fatto che il Figlio di Dio si sia incarnato e che abbia voluto lasciarci il dono della sua presenza reale nel pane e nel vino dell’Eucaristia è una straordinaria valorizzazione della dimensione corporea, carnale dell’esistenza storica e dell’esistenza umana in particolare. L’altro aspetto è che, proprio perché questa materia è come divinizzata dal fatto che il Figlio di Dio l’ha fatta sua, è la vocazione altissima alla divinizzazione, che ogni creatura umana ha nel disegno di Dio, per volontà divina. Dunque noi che siamo carne, che siamo materia, siamo fatti per giungere alla gloria di Dio, tutto in tutti.
D. – Il Corpus Domini ci ricorda, con forza, quanto Gesù ci ami. E’ il "Sacramento dell’amore" per riecheggiare San Tommaso d’Aquino e Benedetto XVI. Questa dimensione del dono…
R. – Questo è l’aspetto che poi noi vediamo in maniera particolarmente incisiva nell’atto istitutivo dell’Eucaristia. L’Ultima Cena è la rivelazione più alta, anche anticipata rispetto al dono supremo della Croce, della carità del Figlio di Dio: Gesù che lava i piedi. Sappiamo che la lavanda dei piedi corrisponde in Giovanni ai racconti dell’istituzione che ci sono nei Sinottici: Gesù che dona se stesso. “Prendete e mangiate questo è il mio Corpo, fate questo in memoria di me”: è un Gesù che ci dice che la legge suprema della sequela di Lui e della famiglia dei figli di Dio, che nasce dalla sua missione terrena, cioè la Chiesa, è la legge della carità. L’essere servi gli uni degli altri è la forma concreta di testimoniare la fede in Gesù, la sequela di Lui, l’amore a Dio, cui Egli ci chiama. Questa dimensione della carità concreta che ogni nostra Eucaristia dovrebbe rigenerare in noi e rigenerare nel vissuto della Chiesa.
D. – Papa Francesco ha più volte sottolineato che l’Eucaristia è il Sacramento della comunione che ci fa "uscire dall’individualismo" per vivere la fede in Cristo, in Gesù. Anche qui, in un qualche modo, torna questo "uscire da se stessi", che è quasi il tratto distintivo anche dell’essere pastore di Francesco…
R. – Papa Francesco insiste molto, anche nell’Esortazione Evangelii Gaudium, sull’essere una Chiesa in uscita. In realtà la parola è molto bella e ci colpisce, ma è una parola anche molto antica: quando noi parliamo di esodo, noi parliamo di un “uscire da”. In fondo tutta la missione del Figlio eterno fra noi, può essere compendiata nel triplice esodo: l’esodo da Dio, l’esodo da Sé e l’esodo verso Dio. L’esodo da Dio è l’Incarnazione; l’esodo da Sé è la consegna fino alla morte, la morte di croce; l’esodo verso Dio è la Risurrezione. Noi dobbiamo pensare il dinamismo della vita cristiana proprio in questa lettura esodale, che Papa Francesco, con espressione molto concreta e comprensibile alle donne e agli uomini di oggi – e questo è uno dei grandi meriti di Papa Francesco, saper parlare la lingua che tutti capiscono – traduce dicendo “essere una Chiesa in uscita”. Dunque il cristiano è in uscita continuamente: in uscita da ogni tentazione di autoreferenzialità, di individualismo, per essere il testimone della carità e per essere come Chiesa una Chiesa al servizio di Dio e al servizio degli uomini.
Radio Vaticana